“Quando parlavamo con i morti” di Mariana Enríquez

caravan_enriquez_cover_31mar14-mini1Quando parlavamo con i morti è una raccolta di tre racconti della scrittrice e giornalista argentina Mariana Enríquez, edita da Caravan Edizioni a maggio 2014. Non sono solita leggere racconti, perché spesso li trovo scritti male e, data la breve lunghezza, la conclusione è fatta troppo in fretta, non si capisce niente. Stavolta sono rimasta piacevolmente sorpresa, perché in fondo qui una conclusione non c’è.

Mi spiego meglio. Il genere di questi racconti è il soprannaturale, un po’ mistery, diciamo, e da brava argentina la Enríquez sembra seguire quel filone della letteratura sudamericana che si limita a raccontarci quello che succede senza spiegarcene le cause, in modo tale che siamo noi lettori ad immaginarlo. E la paura (o angoscia, inquietudine, chiamiamola come vogliamo) è direttamente proporzionale alla nostra immaginazione. Mi ricorda certi brani di autori ben più famosi e che hanno fatto storia, che narravano di avvenimenti strani o addirittura assurdi quasi come se fossero normali, ma dando loro quella leggera sfumatura di mistero che poi s’insinuava nella mente di chi leggeva fino a fargli immaginare le cose più incredibili.

Nel primo racconto, Quando parlavamo con i morti, che dà il titolo alla raccolta, ci sono delle ragazzine che comprano una tavola ouija e fanno un gioco intorno a un tavolo per comunicare con i morti. In particolare ce n’è una che ha perso entrambi i genitori e vorrebbe mettersi in contatto con loro. Nei fatti riescono a parlare con qualcuno, ma uno spirito dice che una di loro “disturba” il rito, e succederà qualcosa di molto strano.
Le cose che abbiamo perso nel fuoco racconta di una donna sfigurata che gira per la metropolitana di Buenos Aires dicendo ai passanti che suo marito l’ha ridotta in quello stato gettandole sul viso dell’alcol e poi accendendo un fiammifero. Ma di lì a poco anche tante altre donne iniziano ad essere sfigurate e, anzi, a gettarsi nel fuoco per poco tempo, non per morire, quasi come fosse un gesto estremo di ribellione. È una cosa che sembra quasi premeditata, ma perché?
Bambini che tornano, infine, è quello che mi ha colpita di più, forse perché è il più lungo, anzi mi ha ricordato un po’ una serie tv (sì, sono appassionata anche di telefilm) che ho visto recentemente e che s’intitolava “Resurrection”. La protagonista del racconto è Mechi, una ragazza che lavora in un ufficio che si occupa di bambini e adolescenti scomparsi, che, per qualche strano motivo, resta molto colpita dalle foto di una ragazzina sparita, Vanadis. Un giorno il suo amico giornalista Pedro le dice che ha trovato un video in cui si vedeva Vanadis in condizioni abbastanza brutte (poi si scopre essere morta), ma dopo un po’ Mechi incontra la ragazzina seduta in un parco, quasi in stato di shock. Non fa in tempo a raccontarlo a Pedro che questo le dice che in un altro parco è riapparso un altro bambino, sparito da tempo, nelle stesse condizioni. Inizia così la ri-apparizione di altri bambini e adolescenti scomparsi a Buenos Aires, spuntano tutti nei parchi, anche quelli di cui si aveva la certezza che fossero morti. Che cosa sta succedendo? Pedro scappa in Brasile per paura, Mechi invece sceglie di restare e capire.

Inizialmente le tre storie possono sembrare distanti, ma in realtà sono tutte ambientate a Buenos Aires e pervase da quell’alone di mistero che, più che a storie inventate, sembra legato all’Argentina nella sua globalità. In fondo, sembra un po’ strano che determinate correnti come il realismo magico, il fantastico et similia vengano tutti dalla stessa zona, no? Probabilmente quell’esigenza di raccontare qualcosa in termini metaforici persiste da molto tempo.
Ed è importante notare anche che le protagoniste dei racconti sono tutte donne. In modo particolare in Le cose che abbiamo perso nel fuoco, sembra che si difenda una causa, quella delle donne argentine che per protesta si lanciano volontariamente in dei roghi organizzati da altre donne. La giusta interpretazione però deve darla chi legge.
Secondo me, questi racconti sono molto interessanti, sia dal punto di vista della forma che da quello dei contenuti. Forse sarebbe stato bello sviluppare ulteriormente l’ultimo, magari ne sarebbe uscito un romanzo. Però c’è anche da dire che in questo particolare genere il racconto, spesso, è il miglior espediente per raccontare il mistero: è breve, ti lancia un input e tu devi coglierlo e svilupparlo da te.

Titolo: Quando parlavamo con i morti
Autore:
 Mariana Enríquez
Traduzione:
 Simona Cossentino e Serena Magi
Genere: 
Racconti
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 112
Prezzo: 9,50 €
Editore: Caravan – Collana “Bagaglio a mano”

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

 

Mariana Enríquez (Buenos Aires, 1973) è giornalista e scrittrice. Collabora con Radar, supplemento di Página/12 e con le riviste TXT, La mano e El Guardián. Ha pubblicato Cómo desaparecer completamente (2004), Los peligros de fumar en la cama (2009) e Alguien camina sobre tu tumba (2013). Predilige le atmosfere dark, ma se altrove ha sperimentato il genere horror (come in No entren al 1408, antologia miscellanea dedicata a Stephen King), nei tre racconti di Quando parlavamo con i morti la paura ha sempre connotati metafisici e metaforici, con richiami alla storia politica dell’Argentina e alla condizione della donna.

Altrapagina: Cartaceo vs digitale, l’eterna lotta. Leggere un ebook non significa abbandonare la carta stampata.

Questa volta su Altrapagina mi sono occupata (senza entrare troppo nei dettagli, perché altrimenti avrei dovuto scrivere un manuale) della lotta tra libri digitali e libri cartacei, nonché delle schiere di lettori che difendono le due fazioni contrapposte. Io credo che non abbia alcun senso impuntarsi, in nessuno dei due casi: leggere un ebook non significa affatto smettere di leggere per sempre i libri di carta, ma si può benissimo alternare le varie modalità. Un ebook, è vero, ci toglie il piacere di sfogliare le pagine e di sentirne il profumo, ma ci fa risparmiare un sacco di soldi e aiuta il pianeta perché non c’è carta.

Mentre integralisti e progressisti si accapigliano tra loro, io leggo un po’ qua e un po’ là, ché tanto a me importa leggere, non il modo in cui si legge. Leggerei pure su tavolette d’argilla, chi ci ferma?

Voi che ne pensate?

Qui c’è il mio articolo.

Cartaceo vs digitale, l’eterna lotta. Leggere un ebook non significa abbandonare la carta stampata.

Come tutti gli altri campi, anche la letteratura progredisce e impara a servirsi delle nuove tecnologie, sia per un risparmio in termini economici ed energetici, sia per raggiungere fette più grandi di pubblico. Oggi, per leggere, non abbiamo più bisogno di tenere un libro in mano, ma possiamo “sfogliare” un testo direttamente dal nostro dispositivo elettronico.
L’avvento del digitale, però, ha diviso i lettori più accaniti in due fazioni contrapposte: gli integralisti del cartaceo e quelli che, invece, provano di buon grado i nuovi strumenti. Io personalmente faccio parte della seconda categoria.

Ho comprato il mio Kindle circa un anno e mezzo fa, e devo dire che è stato un vero e proprio affare. Personalmente lo considero un investimento, perché magari spendi di più nel momento dell’acquisto, ma poi risparmi un sacco di soldi sui libri e…

Continua a leggere su Altrapagina…

“Mai stati meglio” di Lia Celi e Andrea Santangelo

Guarire da ogni malanno con la storia

CELI-SANTANGELO_tagliata-220x342Mai stati meglio è un libro molto carino, edito da UTET un paio di mesi fa, che mi è capitato di leggere per caso. Non è un romanzo, va inserito nel genere della saggistica ma si tratta di un saggio particolarissimo, dal momento che l’ironia la fa da padrona. Lia Celi e Andrea Santangelo si propongono di spiegare in maniera divertentissima che, al contrario di quanto si affannino a farci credere soprattutto i media e con pochissime eccezioni, non siamo mai stati meglio di oggi. Per questo motivo, si servono della storioterapia per farci sapere come si stava in passato e, credetemi, non si stava assai bene.

Il viaggio tra le epoche è affrontato con un taglio quasi medico e per darvi un’idea riporto i titoli dei capitoli:

Introduzione. Curarsi con la Storia

Anamnesi

Non aprite quell’aorta. Cardiologia e dintorni

Elogio dell’emicrania

Casta-enterologia. I disturbi digestivi

Miopia, presbiopia retrospettiva e altri disturbi visivi

Homo homini morbus: le epidemie

«Sangue! Strano, dovrebbe star dentro»

Traumatologia, sofferenze e tortura (ma pensiamo positivo)

Il Santo Graal della follia

Una Storia di sesso

La Ricetta. Bibliografia orientativa

Solitamente la storia è una delle materie più odiate a scuola, forse perché ritenuta particolarmente noiosa. Secondo me viene semplicemente gestita male, perché spesso viene “insegnata” in modo noioso. Questo libro potrebbe essere uno strumento importantissimo per aiutare i ragazzi ad appassionarsi, quindi, insegnanti, se passate da qui, acchiappate questo consiglio e non lasciatevelo scappare! A me ad esempio sarebbe servito un sacco. La storia mi piaceva, ma solo quando la professoressa la spiegava, poi mi dimenticavo tutto. Non penso che, in fondo, fosse colpa dell’insegnante.

Durante la lettura bisogna fare moltissima attenzione alle note, che sono davvero tante, ma all’interno delle quali sono nascoste vere e proprie chicche storiche. Io ad esempio non sapevo tantissime cose e le ho scoperte proprio qui. Ad esempio, chi sapeva che ci fossero stati così tanti personaggi pazzi nel nostro passato? E chi avrebbe mai pensato che alcuni tra i più grandi geni dell’arte (ad esempio Virginia Woolf) soffrissero di quella terribile emicrania a grappolo, che è detta anche “da suicidio” perché è incurabile e molti non ce la fanno più a conviverci? O che Carroll avesse l’emicrania con aura, che gli provocava allucinazioni (non gli avrà mica ispirato lo stregatto?). Per non parlare poi del fatto che anticamente non era mica come ora, che ci possiamo scegliere il fidanzato che più ci piace e sposarcelo perché lo amiamo. No, eh. Anticamente te lo sceglieva la famiglia e tu te lo dovevi tenere. Ecco, qualcuna si è ribellata, ma le eccezioni sono state poche.

Ciò che ne emerge è quasi una storiografia di genere, perché duole ammetterlo ma noi donne, a parità di “malanni e sofferenze”, siamo sempre state un gradino più in basso rispetto agli uomini. Se ai primordi della storia umana le civiltà erano prevalentemente matriarcali, poi è successo qualcosa che ha completamente rovesciato la situazione e siamo passate dalla parte sbagliata. Pensate a quelle poverine che si ribellavano alla società in cui vivevano e venivano considerate pazze, quindi arse vive o torturate (il capitolo sulle torture è particolarmente interessante, io sono molto impressionabile e quindi ho titubato un po’, ma va letto). Oppure immaginate il collegamento che c’è tra la parola “isteria” e “utero” (questo nel libro non c’è, ma è per farvi capire quanto le donne sono state spesso offese); ovviamente la pazzia era una cosa solo delle donne, eh, perché se succedeva ad un uomo di perdere qualche rotella si diceva che era stato una specie di disturbo post-traumatico da guerra.

Il libro è scritto molto bene, con un linguaggio accurato e frizzante, e i due autori hanno creato un piccolo gioiello. Mai stati meglio è veramente un libro da leggere!

Incipit

Provate a guardare in faccia le persone che incontrate in una mattina qualunque, per strada, al bar o alla fermata dell’autobus. Osserverete per lo più visi preoccupati, lineamenti tesi, sopracciglia aggrottate. Aguzzando l’udito, dalle bocche accostate ai cellulari sentirete uscire frasi come «è un momentaccio», «va sempre peggio», «non si sa più dove sbattere la testa». Poi, a sorpresa, nel fiume di volti cupi e chiusi, noterete l’eccezione: uno sguardo sereno, magari accompagnato da qualcosa di simile a un sorriso. Vi chiederete a chi appartenga quel volto rilassato. Bene, le possibilità sono solo due: o è un saggio buddhista o uno studioso di storia. Non che gli storici non abbiano i loro grattacapi, per carità. Se non altro perché di solito lavorano nella scuola o nell’università, che, soprattutto in Italia, sono vere e proprie fabbriche di seccature, frustrazioni e delusioni. Ma la continua e approfondita frequentazione delle vicende dei secoli passati e lo studio delle condizioni di vita dell’umanità in epoche lontane ha inoculato in loro, insieme a un certo scetticismo verso la capacità degli esseri umani di imparare dai propri errori, un vaccino contro il conformismo catastrofista, il più pericoloso virus diffuso dai mass-media.

Titolo: Mai stati meglio
Autore:
 Lia Celi e Andrea Santangelo
Genere: 
Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2014
Dimensioni: epub 611 KB
Prezzo: 7,99 €
Editore: UTET

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

 

Lia Celi ha tradito la laurea in Lettere classiche per il giornalismo satirico e la scrittura umoristica. Blogger e autrice per radio e televisione, ha scritto per “Cuore”, “Smemoranda”, “Specchio”, “il Fatto Quotidiano” e “Lettera43”, oltre a essersi cimentata nella conduzione televisiva (Celi, mio marito!, Rai3). Tra i suoi libri più recenti, Piccole donne rompono (Rizzoli, 2010) e Corso di sopravvivenza per consumisti in crisi (Laterza, 2012).

Andrea Santangelo, laureato in Storia antica, ha lavorato come archeologo, editor e direttore editoriale per case editrici specializzate. Appassionato di storia militare, in questo campo ha al suo attivo una decina di monografie e centinaia di articoli. Tra le sue ultime pubblicazioni: Operazione Compass. La Caporetto del deserto (Salerno, 2012), Facciamo l’Italia (Palabanda Edizioni, 2013).

Da “Ci sono bambini a zigzag”

(…) secondo me, chi dice di sé con tanta fierezza che “adora i bambini” – e sono in molti a dirlo – nel profondo del cuore li considera un’unica, generica creatura, con un’unica faccia e un unico carattere; insomma, gli “appassionati di bambini” li trattano davvero con disprezzo, perché chi ha mai sentito qualcuno proclamare “adoro gli adulti”: non è così? Mentre di “appassionati di bambini” se ne trovano ovunque, e per loro sono tutti dolci e morbidi, fanno solo giochi allegri e ballano tutto il giorno. “Oh” dicono quegli imbecilli cresciuti, “quanto è felice la stagione dell’infanzia!”, così ti viene voglia di lisciare quella loro testa tonta e dire: “Già, e quanto sono felici gli stupidi!”. Bambini: attenzione agli appassionati di bambini! 

[David Grossman, Ci sono bambini a zig-zag,
traduzione di Sarah Kaminski e Elena Loewenthal,
Mondadori, 1994, p. 81]

Immagine dal film “The zizag kid”

“Stoner” di John E. Williams

Chi mi conosce sa quanto io non mi fidi delle varie mode, ma anche quanto io sia curiosa. Questa volta il libro in questione, che ho evitato per molto tempo, è Stoner di John Williams. Ho deciso di leggerlo adesso insieme ad altri amici (per #letturecondivise commentandolo su Twitter) perché tutti gli altri lettori iniziavano a non parlarne più, quindi mi sono detta: è il momento giusto. Ci ho messo solo quattro giorni a leggerlo e ce ne avrei messi anche meno se nel palazzo accanto non avessero usato ogni mattina dalle sei e mezza il martello pneumatico, ma questa è un’altra storia. Sono stata letteralmente travolta da questo libro che, per quanto mi riguarda, la buona fama di cui gode se la merita tutta.

Stoner è stato scritto nel 1965 ma per qualche strano motivo è stato dimenticato fino a quando, nel 2006, è stato ripubblicato dalla New York Review Books suscitando l’interesse del pubblico più moderno. In Italia ci è arrivato nel 2012 grazie a Fazi editore. La vicenda narra di un uomo, William Stoner, nel periodo della sua vita che va dagli anni Dieci agli anni Cinquanta e che comprende le due guerre. A Stoner non succede niente di particolarmente eclatante. Figlio di due contadini, ha grazie al padre la possibilità di iscriversi all’università nel corso di agraria, ma grazie ad un unico esame di letteratura (che col suo corso c’entrava poco) vede nascere in sé la passione per le lettere e cambia la sua strada. Grazie al suo professore intraprende la carriera universitaria e diventa anche lui un docente di tutto rispetto.

Stoner si sposa con una donna che gli rende la vita un inferno, ha una figlia che vuole amare ma gli viene quasi impedito di farlo, s’innamora una sola volta e gli viene impedito di fare anche questo, si ammala e, infine, muore. Cose che succedono a tantissime altre persone, direte voi. Sì, ma Williams ha un modo di narrare la storia che rende Stoner un eroe agli occhi di ogni lettore, un uomo che si fa da solo e cerca di resistere a tutte le avversità della vita. È felice in quei pochi momenti in cui la figlia gli regala un sorriso, in cui la donna che ama è con lui e in cui studia e aumenta il suo sapere; il resto è una lotta per la sopravvivenza.

Si ritrovava a chiedersi se la sua vita fosse degna di essere vissuta. Se mai lo fosse stata. Sospettava che alla stessa domanda, prima o poi, dovessero rispondere tutti gli uomini. Ma si chiedeva se, anche agli altri, essa si presentasse con la stessa forza impersonale.

Personalmente ci ho riflettuto un po’, dopo aver finito di leggere questo libro. Non mi spiegavo come la vita di un uomo così normale mi avesse colpita e travolta fino a questo punto, ma poi ho capito: è il modo di scrivere dell’autore, così semplice e asciutto, ma allo stesso tempo così vero, che è impossibile non farsi prendere. Anche il ritmo è scandito in maniera magistrale, a seconda dello stato d’animo e dei momenti della vita del protagonista: spesso rallenta per poi riprendere a tutta velocità facendovi rituffare nella storia. I personaggi sono bellissimi, anche quelli che si comportano da antagonisti. Prendiamo la moglie Edith, per esempio, lei è una donna fredda, anzi gelida, che sembra stare lì unicamente per rendere infelice suo marito allontanandolo da sua figlia e negandogli l’amore che si sarebbe meritato, eppure lo fa con classe, con eleganza e con astuzia. È un bel personaggio anche lei, come la figlia Grace, che fa di tutto per scappare di casa e dalle grinfie di sua madre, perfino una cosa che ai tempi era scandalosa.

Alla fine c’è una bellissima postfazione di Peter Cameron, il quale dichiara di aver letto questo libro già tre volte e di volerlo rileggere ancora, perché c’è sempre qualcosa di nuovo. Ho amato molto Stoner, quindi in futuro mi dedicherò sicuramente ad altre opere di John Williams, mi ha colpita in particolar modo il suo stile.

Credo che se ne farà perfino un film, anzi, mi dicevano che se n’è interessato pure Tom Hanks, che amo particolarmente. Comunque staremo a vedere. Nel frattempo leggetevi questo libro (molto autobiografico), perché merita davvero. Non mi succedeva da molto tempo, di rimanere incollata in questo modo alle pagine, se vi fidate del mio giudizio non ve ne pentirete affatto.

A quarantatré anni compiuti, William Stoner apprese ciò che altri, ben più giovani di lui, avevano imparato prima: che la persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero e che l’amore non è una fine ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un’altra.

Titolo: Stoner
Autore:
 John E. Williams
Traduzione:
 Stefano Tummolini
Genere: 
Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1965 (2012 questa edizione)
Pagine: 334
Prezzo: 17,50 €
Editore: Fazi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Lettera al mio giudice” di Georges Simenon

Immaginate di avere appena finito un libro, di doverne iniziare uno nuovo tra tre giorni per leggerlo contemporaneamente ad altre persone (lettura condivisa) e di non pensare minimamente di restare a secco per così tanto tempo (sì, tre giorni sono tantissimo tempo). Che fate? Libretto breve? Sì, libretto breve ma non stupido. Io ho scelto Lettera al mio giudice di Georges Simenon.

È terribile pensare che siamo tutti uomini, tutti destinati, chi più chi meno, a portare il nostro fardello sotto un cielo sconosciuto, e che non vogliamo fare il minimo sforzo per capirci a vicenda.

WP_003569Scritto alla fine del 1946 e pubblicato qualche mese dopo, appare per la prima volta tradotto in italiano nel 1967, edito da Mondadori, e poi nel 1990 per Adelphi. Io ho letto l’ultima versione.
Il romanzo non è altro che la lunga lettera di Charles Alavoine al giudice istruttore, che si occupa del suo processo, Ernest Coméliau. Charles è un medico di campagna che è stato messo in carcere perché ha ucciso una donna, tale Martine, che era la sua amante. L’uomo, per spiegare come è arrivato al tragico gesto decide di raccontare al destinatario della lettera quasi tutto il suo passato, facendogli capire che con Martine aveva davvero trovato l’amore, ma che per troppa gelosia e possessività spesso la picchiava, tanto da arrivare a fare quello che ha fatto.
Alla fine c’è un ultimo capitolo nel quale qualcuno dice che contemporaneamente all’arrivo della lettera al giudice Charles viene trovato morto suicida, si è avvelenato nell’infermeria dove veniva fatto entrare spesso grazie al suo mestiere passato di medico.

Questo libriccino l’ho letto tutto d’un fiato, non riuscivo davvero a fermarmi, e prossimamente leggerò altre opere di Simenon, che ho scoperto davvero tardi. Il protagonista si apre completamente con il giudice, probabilmente già sa che finita la lettera finirà anche la sua vita, già ha questo progetto e vuole dire cosa ha passato. Ma non si giustifica mai, non inventa mai una scusa con cui provare a redimersi o a diminuire la sua colpevolezza. È pienamente cosciente di quello che ha fatto, e sembra quasi che per lui questo fosse il suo destino fin dall’inizio.

Charles sposa in prime nozze una ragazza semplice e docile che però molto presto muore di parto, più in là si sposa solo per convenienza con una donna, Armande, che lo rispetta, lo aiuta e lo affianca, ma di certo non lo ama (anche perché pure lei era vedova, ma di un uomo che amava). Poi, di colpo, incontra questa ragazzina apparentemente spregiudicata, ma interiormente sensibile e bisognosa d’amore, che gli fa perdere la testa, gli sconvolge i sensi e lo fa cadere in questo turbine di emozioni da cui non riesce a riemergere. L’amore per Martine è disperato, malato, senza via d’uscita. Uno di quegli amori che sono destinati per forza a collegarsi con la morte di uno dei due amanti o, addirittura, di entrambi. Se questo legame è infinitamente bello, è pure infinitamente pericoloso. Charles e Martine sono letteralmente felici da morire.

Era come se la mia vista fosse diventata troppo acuta, come se, per esempio, fosse improvvisamente diventata sensibile ai raggi ultravioletti.
Ed ero l’unico che vedesse gli altri in quel modo, l’unico che si agitasse in un mondo ignaro di quello che stava succedendo a me.
Per anni e anni, insomma, avevo vissuto senza accorgermene. Avevo fatto tutto quello che mi avevano detto di fare con scrupolo, meglio che potevo: ma senza cercare di conoscerne il motivo, senza cercare di capire.

Lettera al mio giudice è introspezione e coinvolgimento al massimo grado. Il lettore prova pena per questo medico che in fin dei conti è un omicida e allo stesso tempo si mette nei panni del giudice Coméliau e diventa spettatore di una storia triste i cui momenti felici sono davvero pochi. Simenon, per quanto mi riguarda e per quello che posso dire avendolo affrontato solo questa volta, è una grandissima scoperta.

Titolo: Lettera al mio giudice
Autore:
 Georges Simenon
Traduzione:
 Dario Mazzone
Genere: 
Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1947 (1990 questa edizione)
Pagine: 206, cartaceo
Prezzo: 10 €
Editore: Adelphi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

Una marina di libri 2014

Ieri finalmente sono riuscita a partecipare a Una marina di libri, qui a Palermo e sono tornata a casa entusiasta. Non essendo abituata a fiere o saloni del libro, e ancor di meno a partire per andarci (la Sicilia è collegata molto male al resto d’Italia e del mondo, non basta prendere un treno per essere in un’ora dove vuoi), mi sentivo nel paese dei balocchi. La manifestazione si è tenuta alla GAM, Galleria d’Arte Moderna, e c’erano discussioni e incontri con gli autori in qualsiasi punto possibile della struttura. Per non parlare del chiostro pieno di stand delle varie case editrici. Io alcuni editori che erano presenti neanche li ho trovati, ed è un peccato. Ma immaginate la confusione e soprattutto immaginate me che, in una sorta di trance, mi aggiravo tra la gente pensando “sì, sono in paradiso”.

Quando sono arrivata, all’entrata, mi sono subito imbattuta in Gian Mauro Costa (autore che mi piace molto, ve lo consiglio) che dialogava con Marco Steiner sul libro Il corvo di pietra (Sellerio). Io volevo seguire tutto e tutti, quindi andavo avanti e indietro come una pazza per cercare di non perdermi nulla, cosa che era impossibile.

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Poi mi sono spostata e sono finita da un’altra parte dove, con piacere, ho assistito a una parte della presentazione di Cosa vuoi fare da grande (Del Vecchio Editore), con uno degli autori, Angelo Orlando Meloni. Dico con piacere anche perché questo libro è già stato recensito qui e incontrare l’autore fa sempre piacere, poi credo che sia una persona molto simpatica.

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Mi sarebbe piaciuto trattenermi di più e fare un saluto all’autore (Angelo, probabilmente mi avresti fatto una pernacchia, ma vabbè), ma, come ho già detto, vagavo come una rimbambita da un punto all’altro. Poi gli orari sono andati a farsi benedire: quelli che dovevano iniziare alle 18 iniziavano alle 18.40, quelli delle 18,30 alle 19, ecc.. Quando sono uscita, stava cominciando l’incontro con Alicia Giménez Bartlett, intervistata per l’occasione da Santo Piazzese, ed entrambi sono autori che mi piacciono moltissimo. La Bartlett ha detto che lei con Petra Delicado (suo personaggio ricorrente) non c’entra niente, che non è sempre così arrabbiata, che ha meno problemi e meno mariti della sua ispettrice. Credo sia una donna molto spontanea e alla mano, mi ha fatto un’ottima impressione. Io non l’ho ancora letta bene, ma l’ho affrontata solo coi raccontini delle raccolte Sellerio, e mi ha conquistata. Comunque poco tempo fa ho comprato un suo libro in spagnolo, quindi l’ho portato lì per farmelo autografare.

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Lei è stata molto, molto carina. Quando ha visto che il libro era in spagnolo si è stupita e mi ha chiesto se studiassi spagnolo; le ho detto che avevo appena terminato gli studi, mi ha fatto i complimenti, mi ha stretto la mano e poi mi ha detto “no lo pierdas, tu español, sigue leyendo” (non perdere il tuo spagnolo, continua a leggere). E se me lo dice nientepopodimeno che la Bartlett, posso mai non farlo?

Alla fine me ne sono andata con le gambe che ancora tremavano e con un solo libro acquistato. Mi sono ripromessa di non comprarne troppi perché, nonostante con l’eliminazione di alcuni testi universitari ormai inutili stia conquistando spazio, questo spazio non è comunque infinito, e le finanze neanche. Ho preso solamente Come un respiro interrotto di Fabio Stassi, e se lo avete letto fatemi sapere.

Ah, e questa sono io che tentavo di non cadere perché mi tremavano le gambe per l’emozione, mentre aspettavo lei che scriveva.
Non sono gobba, ma la sua sediolina era veramente bassa!

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