Pagina 69: “Lettera al mio giudice”

Stavolta vi voglio proporre la pagina 69 di un romanzo che ho finito di leggere due giorni fa e di cui parlerò più ampiamente nei prossimi giorni, Lettera al mio giudice di Georges Simenon. In poche parole, è una lettera che un dottore in galera scrive al giudice per raccontargli come sono andati veramente i fatti e come è arrivato ad uccidere Martine, la sua amante. È un libro molto veloce da leggere, e l’ho scelto per questo, dato che mi restavano tre giorni “di buco” prima di cominciare la lettura condivisa di Stoner di John Williams. È un racconto molto intenso che il protagonista fa, ripercorrendo alcuni momenti del suo passato per spiegare bene al destinatario dell’epistola i motivi che lo hanno condotto al tragico gesto, conseguenza di un amore malato e disperato.

Per adesso vi dico solo che Lettera al mio giudice è consigliatissimo (da me e da altri con cui mi sono confrontata), e che mi dispiace aver scoperto solo adesso Simenon.

Anche questa volta vi propongo la pagina 69 della versione epub, quindi se ce l’avete cartaceo i numeri potrebbero variare un pochino.

“Lettera al mio giudice” di Georges Simenon

Nella sua eccitazione c’era un che di triste, di forzato, che mi turbava. Sentivo che il desiderio s’impadroniva a poco a poco di lei, ma si trattava di un desiderio che mi era sconosciuto.
Si eccitava da sola, signor giudice, capisce? Quello che contava non ero io, e non era nemmeno l’uomo. L’ho capito dopo; in quel momento ero turbato, disorientato. Nonostante la mia presenza, il suo era un desiderio solitario.
E la sua eccitazione sessuale era un’eccitazione laboriosa, a cui si aggrappava come per sfuggire a un vuoto.
Al tempo stesso, per quanto possa sembrare paradossale, ne era umiliata e ne soffriva.
A un certo punto, quando eravamo appena tornati a sederci e l’orchestra suonava una musica ossessiva chiesta da lei, mi ha affondato tutt’a un tratto le unghie nella coscia.
Abbiamo bevuto molto, non so quanti bicchieri. Alla fine eravamo gli unici clienti rimasti nel locale e il personale aspettava che ce ne andassimo per chiudere. Hanno finito col metterci garbatamente alla porta.
Erano le due passate. Mi seccava andare con la mia compagna al Duc de Bretagne, dove mi conoscevano e dove avevo alloggiato con Armande e le mie figlie.
«Sei sicuro che non ci sia più niente di aperto?».
«C’è soltanto qualche bettola del porto».
«Andiamoci…».
Siamo saliti in un taxi che avevamo dovuto cercare a lungo, e allora, nell’ombra della vettura, mi ha baciato improvvisamente sulla bocca, in una specie di spasmo di tenerezza, senza amore. Non respingeva la mano che le avevo posato sul fianco, e io la sentivo magrissima e ardente sotto i vestiti bagnati.
Ci è successo quello che succede sempre in questi casi: quasi tutti i localetti dove ci fermavamo erano chiusi o chiudevano proprio quando arrivavamo. Siamo entrati in una balera dalle luci sinistre e ho visto fremere le narici di Martine: tutti gli uomini la guardavano, e lei pensava certamente di correre chissà quale pericolo.
«Balli?».
Li provocava con lo sguardo e con le labbra semiaperte, strusciando sempre più le cosce alle mie perché le sembrava di sentirne il desiderio.
Ci hanno servito un liquore pessimo, che dava la nausea. Avevo fretta di andarmene ma non osavo insistere troppo, perché sapevo quello che avrebbe pensato lei.
Alla fine siamo entrati in un albergo di seconda categoria, o meglio un albergo di livello medio e di uno squallore banale. La luce era ancora accesa e il portiere di notte, rovistando fra le chiavi sulla mensola, ha borbottato:
«Una camera a due letti?».
Lei non ha detto niente, e io neppure. Ho solo raccomandato al portiere di svegliarci alle sei meno un quarto. Non avevo bagagli; quelli di Martine erano al deposito della stazione e non ci eravamo presi la briga di ritirarli.
Dopo aver chiuso la porta lei mi ha detto:
«Prendiamo un letto ciascuno, vero?».
Gliel’ho promesso, ed ero fermamente deciso a mantenere la parola. C’era un bagno minuscolo dov’è entrata per prima, raccomandandomi:
«Va’ pure a letto…».
La sentivo andare e venire, aprire e chiudere i rubinetti, signor giudice, e a un tratto ho provato una strana sensazione d’intimità: una sensazione -mi creda, se può – che non ho mai provato con Armande.
Non so se ero ancora ubriaco, ma credo di no. Mi sono spogliato e mi sono infilato sotto le lenzuola. Lei tardava a tornare; ho pensato che stesse di nuovo male e ho domandato a voce alta:
«Tutto bene?».
«Tutto bene» ha risposto. «Sei a letto?».
«Sì…».
«Vengo subito…».
Per discrezione avevo spento le luci della camera, e così, quando ha aperto la porta del bagno, era illuminata solo da dietro.
Mi è parsa ancora più piccola e più magra. Era nuda e si copriva alla meglio con un asciugamano, senza ostentazione, devo riconoscerlo, e anzi con molta semplicità.

“Lettera al mio giudice” di Georges Simenon (1946)
trad. D. Mazzone
Adelphi, ed. 2003, p. 206
prezzo 10 €

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4 pensieri su “Pagina 69: “Lettera al mio giudice”

  1. Alessandra ha detto:

    Simenon è grandioso, mi fa piacere che l’hai scoperto anche tu. Questo è uno dei suoi libri che non ho ancora letto, se ne riparlerai più avanti tornerò volentieri a leggerti.

  2. Antonio ha detto:

    Anch’io ho scoperto Simenon relativamente tardi e questo ancora mi manca. La pagina che hai scelto è un ottimo invito alla lettura, per diversi motivi. 😀

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