“Quando parlavamo con i morti” di Mariana Enríquez

caravan_enriquez_cover_31mar14-mini1Quando parlavamo con i morti è una raccolta di tre racconti della scrittrice e giornalista argentina Mariana Enríquez, edita da Caravan Edizioni a maggio 2014. Non sono solita leggere racconti, perché spesso li trovo scritti male e, data la breve lunghezza, la conclusione è fatta troppo in fretta, non si capisce niente. Stavolta sono rimasta piacevolmente sorpresa, perché in fondo qui una conclusione non c’è.

Mi spiego meglio. Il genere di questi racconti è il soprannaturale, un po’ mistery, diciamo, e da brava argentina la Enríquez sembra seguire quel filone della letteratura sudamericana che si limita a raccontarci quello che succede senza spiegarcene le cause, in modo tale che siamo noi lettori ad immaginarlo. E la paura (o angoscia, inquietudine, chiamiamola come vogliamo) è direttamente proporzionale alla nostra immaginazione. Mi ricorda certi brani di autori ben più famosi e che hanno fatto storia, che narravano di avvenimenti strani o addirittura assurdi quasi come se fossero normali, ma dando loro quella leggera sfumatura di mistero che poi s’insinuava nella mente di chi leggeva fino a fargli immaginare le cose più incredibili.

Nel primo racconto, Quando parlavamo con i morti, che dà il titolo alla raccolta, ci sono delle ragazzine che comprano una tavola ouija e fanno un gioco intorno a un tavolo per comunicare con i morti. In particolare ce n’è una che ha perso entrambi i genitori e vorrebbe mettersi in contatto con loro. Nei fatti riescono a parlare con qualcuno, ma uno spirito dice che una di loro “disturba” il rito, e succederà qualcosa di molto strano.
Le cose che abbiamo perso nel fuoco racconta di una donna sfigurata che gira per la metropolitana di Buenos Aires dicendo ai passanti che suo marito l’ha ridotta in quello stato gettandole sul viso dell’alcol e poi accendendo un fiammifero. Ma di lì a poco anche tante altre donne iniziano ad essere sfigurate e, anzi, a gettarsi nel fuoco per poco tempo, non per morire, quasi come fosse un gesto estremo di ribellione. È una cosa che sembra quasi premeditata, ma perché?
Bambini che tornano, infine, è quello che mi ha colpita di più, forse perché è il più lungo, anzi mi ha ricordato un po’ una serie tv (sì, sono appassionata anche di telefilm) che ho visto recentemente e che s’intitolava “Resurrection”. La protagonista del racconto è Mechi, una ragazza che lavora in un ufficio che si occupa di bambini e adolescenti scomparsi, che, per qualche strano motivo, resta molto colpita dalle foto di una ragazzina sparita, Vanadis. Un giorno il suo amico giornalista Pedro le dice che ha trovato un video in cui si vedeva Vanadis in condizioni abbastanza brutte (poi si scopre essere morta), ma dopo un po’ Mechi incontra la ragazzina seduta in un parco, quasi in stato di shock. Non fa in tempo a raccontarlo a Pedro che questo le dice che in un altro parco è riapparso un altro bambino, sparito da tempo, nelle stesse condizioni. Inizia così la ri-apparizione di altri bambini e adolescenti scomparsi a Buenos Aires, spuntano tutti nei parchi, anche quelli di cui si aveva la certezza che fossero morti. Che cosa sta succedendo? Pedro scappa in Brasile per paura, Mechi invece sceglie di restare e capire.

Inizialmente le tre storie possono sembrare distanti, ma in realtà sono tutte ambientate a Buenos Aires e pervase da quell’alone di mistero che, più che a storie inventate, sembra legato all’Argentina nella sua globalità. In fondo, sembra un po’ strano che determinate correnti come il realismo magico, il fantastico et similia vengano tutti dalla stessa zona, no? Probabilmente quell’esigenza di raccontare qualcosa in termini metaforici persiste da molto tempo.
Ed è importante notare anche che le protagoniste dei racconti sono tutte donne. In modo particolare in Le cose che abbiamo perso nel fuoco, sembra che si difenda una causa, quella delle donne argentine che per protesta si lanciano volontariamente in dei roghi organizzati da altre donne. La giusta interpretazione però deve darla chi legge.
Secondo me, questi racconti sono molto interessanti, sia dal punto di vista della forma che da quello dei contenuti. Forse sarebbe stato bello sviluppare ulteriormente l’ultimo, magari ne sarebbe uscito un romanzo. Però c’è anche da dire che in questo particolare genere il racconto, spesso, è il miglior espediente per raccontare il mistero: è breve, ti lancia un input e tu devi coglierlo e svilupparlo da te.

Titolo: Quando parlavamo con i morti
Autore:
 Mariana Enríquez
Traduzione:
 Simona Cossentino e Serena Magi
Genere: 
Racconti
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 112
Prezzo: 9,50 €
Editore: Caravan – Collana “Bagaglio a mano”

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

 

Mariana Enríquez (Buenos Aires, 1973) è giornalista e scrittrice. Collabora con Radar, supplemento di Página/12 e con le riviste TXT, La mano e El Guardián. Ha pubblicato Cómo desaparecer completamente (2004), Los peligros de fumar en la cama (2009) e Alguien camina sobre tu tumba (2013). Predilige le atmosfere dark, ma se altrove ha sperimentato il genere horror (come in No entren al 1408, antologia miscellanea dedicata a Stephen King), nei tre racconti di Quando parlavamo con i morti la paura ha sempre connotati metafisici e metaforici, con richiami alla storia politica dell’Argentina e alla condizione della donna.

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