Il 31 luglio 1919 nasceva Primo Levi

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

[Primo Levi, Se questo è un uomo,
1947]

Primo Michele Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987), scrittore, partigiano, chimico e poeta italiano, autore di racconti, memorie, poesie e romanzi.

“I fratelli Karamazov” di Fëdor Dostoevskij

WP_003678L’estate rappresenta per me un momento di maggiore rilassatezza, quindi da qualche anno mi dedico a leggere quelli che si potrebbero considerare mattoni, ma solo per la mole, non per le storie. Giorni fa mi sono data a I fratelli Karamazov, di Dostoevskij, e nonostante qualche inciampo iniziale sono arrivata alla fine in sole due settimane. Devo dire che non ho mai amato gli autori russi perché hanno quasi tutti quel modo di scrivere troppo prolisso, i nomi sono troppo complicati e troppo simili fra loro e per esporre un concetto facile facile ci mettono 50 pagine. Ma ne è valsa la pena. Certo, ci sono stati dei momenti in cui ho pensato che fosse un po’ noioso, ma la storia è bellissima e lo stile dell’autore – anche se filtrato da una traduzione – è immortale. Della serie che autori così non ne fanno più!

I fratelli Karamazov sono, in ordine decrescente di età, Dmitrij (Mitja), Ivàn e Alekséj (Alëša), diversi praticamente in tutto, soprattutto nei caratteri: il primo è nato dalla prima moglie del padre, Fëdor Pavlovič, ed è irruento, incline alle passioni, superficiale ma non esattamente cattivo, anche perché dopo la fuga della madre e il disinteresse del padre nessuno si è disturbato ad educarlo; il secondo, figlio della seconda moglie del padre (come l’ultimo), è un ragazzo orgoglioso, intelligente e con la pretesa di essere superiore agli altri, ma la sua condizione va a peggiorare fino al delirio; il terzo è l’unico personaggio interamente positivo della storia, buono, caritatevole e con un grande senso di spiritualità.
E poi c’è Smerdjakov, figlio illegittimo di Fëdor Pavlovič e una sorta di pazza asceta, Lizaveta Smerdjaskaja (il soprannome significa “la puzzolente”, so che state sorridendo!), che viene tenuto in casa come sguattero e cuoco. È un ragazzo che non mostra quasi a nessuno la sua intelligenza, facendo credere a tutti di essere un povero stupido ignorante, e cerca di legare con Ivàn, che gli sembra il più simile a lui.

Cosa scatena il pasticcio che vi tiene incollati al 700 e passa pagine? Una donna, Agraféna Aleksandrovna, detta Grušenka, nell’attesa del suo primo amore con cui dopo tanti anni deve ricongiungersi, si diverte a fare impazzire d’amore e desiderio Fëdor Pavlovič e il figlio maggiore Mitja. I rapporti tra i due non sono mai stati buoni, ma s’inaspriscono al massimo, portando padre e figlio perfino alle mani e al desiderio di morte dell’avversario. I fratelli e chi sta intorno a loro assistono quasi inermi a questi conflitti, perfino Katerina Ivanovna, Katja, fidanzata di Mitja e lasciata da lui, con miliardi di scuse, per l’altra. Una notte, quando Mitja va a casa del padre di nascosto per intercettare un suo incontro con Grušenka, in presenza di Smerdjakov che gli dice di aiutarlo, colpisce nella confusione un servo e scappa quando capisce che lei non c’è. Mitja s’informa in giro e la raggiunge in un posto dove lei è andata col suo amore che si è ricongiunto a lei e ad altri. Lì la ragazza si libera di tutta la sua cattiveria e capisce di essere realmente innamorata di Mitja, quindi si fidanza con lui e i due progettano di sposarsi più avanti. Ma quando sembra che i due abbiano trovato la felicità arriva la polizia e arresta Mitja per l’omicidio del padre Fëdor Pavlovič.

A questo punto i fratelli cercano di salvare Dmitrij, di capire la verità su come si sono svolte le cose quella notte e c’è tutta una parte su interrogatori, confessioni e processo vero e proprio. Com’è andata veramente? È stato Mitja ad uccidere il padre? In fondo lui, che lo ha minacciato di morte e ha detto spesso che lo avrebbe ucciso con le sue mani, ed è pure stato visto in casa sua, sembra il vero colpevole. E va considerato pure che ci sono questioni di soldi in mezzo, soldi che Katja aveva prestato al suo ex fidanzato e soldi, eredità della madre, che Fëdor Pavlovič aveva negato al figlio. Il libro si conclude con la parte – che secondo me è la più bella – del processo a Mitja: le arringhe degli avvocati, le testimonianze di quasi tutti i personaggi della storia, misteriose assenze e il verdetto finale. Davvero, fino alle ultime pagine non si capisce dove penda l’ago della bilancia della giustizia: tantissimi colpi di scena fanno guadagnare o perdere punti un po’ all’accusa e un po’ alla difesa.

All’inizio farete un po’ fatica ad andare avanti, ma quelle che leggete sono delle premesse che devono essere fatte per capire meglio tutto il resto della storia. Onestamente non pensavo che mi sarebbe piaciuto così tanto, anche se il fatto stesso che sia considerato universalmente un classico è un po’ una garanzia, no? Io credo che su certi libri non si debba dire troppo, perché si può cadere nel banale e io non sto qui a fare lezione di letteratura. Vi dico semplicemente che l’ho divorato, a parte qualche momento in cui ho dovuto fare una pausa perché l’edizione che ho scelto era la peggiore che potessi prendere. E di questo voglio parlare. Il Mammut della Newton&Compton sembra essere stato pubblicato senza che qualcuno si sia curato di correggere ciò che andava corretto: castronerie assurde come “gli disse” riferito ad una donna (in moltissimi punti, non uno solo), Anne Radcliffe (si chiamava Ann, senza la e) e, quella forse peggiore, la divisione per andare a capo tra l’ e ho. Capisco che il libro sia composto da 800 pagine e uno alla fine può arrivarci un po’ stanco e confuso (anche se non deve capitare), ma un minimo di cura editoriale soprattutto per la lingua italiana… Speriamo lo sistemino, perché se devo essere sincera è da un po’ che questo editore mi lascia perplessa.

Comunque, la storia è davvero bella e narrata in un modo che ormai non esiste più, oltre al fatto che rispecchia anche i costumi della Russia di un’altra epoca. Non lasciatevi spaventare dal numero delle pagine, correte a leggerlo 😉

Titolo: I fratelli Karamazov
Autore:
 Fëdor Dostoevskij
Traduzione:
 Alfredo Polledro
Genere: 
Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1879
Pagine: 768
Prezzo: 14,90 €
Editore: Newton&Compton

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

“Cimettolafaccia” di Costanzo Ferraro

cimettolafaccia

Oggi vi parlo di un libro che ho letto in poche ore e che mi ha colpita davvero molto. Tra l’altro non era nella scaletta di libri che mi sono fatta per l’estate – scaletta che, comunque, varia continuamente perché sono un po’ schizzata e cambio sempre idea -, è stato inserito all’improvviso e si è rivelato una lettura molto interessante sotto diversi aspetti.

Cimettolafaccia è un libro di Costanzo Ferraro, edito da Valigie Rosse a maggio 2014. Sostanzialmente è l’autobiografia di un ingegnere, ma detta così ci si potrebbe chiedere “e che ha di speciale?”. Ha di speciale il fatto che il protagonista, che narra di sé in prima persona, convive da sempre con una disabilità fisica provocata da alcune complicanze del parto: oggi probabilmente sarebbe stato fatto un cesareo, ma quel giorno la madre fu addormentata a sua insaputa e il bambino venne tirato fuori (forse in maniera maldestra) con una specie di ventosa.

Costanzo nasce a Carpi il 4 gennaio del 1971 con una tetraparesi spastica distonica.

La vita per un bambino (poi ragazzino, ragazzo e uomo) con questo problema non è semplice come quella degli altri, l’autore parla dei tempi della scuola, delle cotte unilaterali per le ragazze, della voglia semplicemente di mangiare una fetta di pizza insieme a qualche amico il sabato sera. Mi viene da pensare che la razza umana sia un po’ strana, predica bene e razzola male: le persone s’impietosiscono di fronte a certe malattie o alle disabilità, ma si dileguano quando ci sarebbe bisogno di loro perché probabilmente è troppo difficile gestire queste situazioni diverse dall’ordinario. Tutto ciò senza capire che nessuno vuole la nostra pietà, ma che una persona con un problema vorrebbe semplicemente essere trattata come se quel problema non ci fosse, in modo normale.

Costanzo capisce che il suo corpo nel suo futuro non potrà giocare un ruolo importante, quindi sceglie di affidarsi alla sua testa. Dopo la maturità (che nonostante le difficoltà conquista con un 56/60) decide di trasferirsi a Pisa per studiare informatica. Sa già che sarà molto difficile perché, per fare un esempio, non gli risulta agevole nemmeno scrivere gli appunti delle lezioni su un quaderno tenendo in mano una penna. Ma a Pisa, lontano dal suo ambiente natio che ormai gli stava stretto, Costanzo trova persone che lo aiutano a conquistare, passo dopo passo, la fiducia in se stesso, la laurea e la consapevolezza che lui può e deve farcela. Così diventa un ingegnere informatico e adesso si occupa di sviluppare software.

Questo libriccino spiega come l’autore non si sia mai abbattuto, ma anzi come abbia scelto di combattere per la sua causa. Ci sono tantissime figure importanti che incrociano il suo cammino, medici, compagni di studi, insegnanti, ma la più importante sembra essere Silvia Lavalle, assunta nel 2010 come assistente personale, che ora rappresenta tutto il mondo di Costanzo Ferraro e lo ha aiutato a scrivere la sua autobiografia. Lui fa i nomi di chi ha reso migliore la sua e non ha paura di dire chi invece l’ha resa peggiore: come dice il titolo stesso del libro, Costanzo Ferraro, con toni spesso arrabbiati e sarcastici, ci mette la faccia.

Titolo: Cimettolafaccia1
Autore:
 Costanzo Ferraro
Genere: 
Autobiografia
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 96
Prezzo: 10 € (12 € con le spese di spedizione acquistandolo dal sito)
Editore: Valigie Rosse – Collana “Gli asteroidi”

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

 

Costanzo Ferraro nasce nel 1971 a Piano di Sorrento. Nella splendida Capri matura la volontà di evadere e raggiungere la “rossa” Toscana. Nel 1999 si laurea in Scienze dell’Informazione. Silvia, invece, spezzina classe 1970, si laurea per sbaglio in Giurisprudenza, ma scrive da sempre. Dal loro incontro avvenuto nel 2010 nasce questo libro.


  1. Il libro esiste solo in versione cartacea, i libri di Valigie Rosse sono in tiratura limitata, 500 copie ognuna numerata a mano. 

“La camera azzurra” di Georges Simenon

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Ho letto questo romanzo breve tra la prima e la seconda parte de I fratelli Karamazov, per distrarmi un po’ dai russi e riposarmi le braccia (i Mammut non sono la cosa più semplice da reggere in mano). Mi serviva qualcosa di piccolino e coinvolgente, e devo dire che l’ho trovato. Forse Lettera al mio giudice, dello stesso autore, mi era piaciuto di più, ma Simenon è sempre Simenon, quindi restiamo a livelli sempre altissimi. E comunque, qui il protagonista si trova comunque a parlare con giudici e avvocati per cercare di discolparsi e aiutare a capire come è stato commesso il delitto. È una storia di amore (anche se non esattamente ricambiato), rapporti carnali e omicidi, una passione sfrenata porta i protagonisti alla pena di morte, che poi viene commutata in lavori forzati a vita.

Ho scritto la mia recensione per Leggeremania e ve la propongo qui, se v’interessa leggerla:

La camera azzurra di Georges Simenon: amore, possesso e follia: la camera azzurra di Tony e Andrée.

La camera azzurra è un romanzo dell’autore belga Georges Simenon, pubblicato nel 1964 ed edito in Italia da Adelphi nel 2003.

Come in altri romanzi di questo autore, la storia parte dalla fine. Tony si trova ad affrontare vari interrogatori, dopo essere stato arrestato, per capire come si è svolta la vicenda. Ma quale vicenda? Non lo si capisce che verso la fine, perché il lettore segue la serie di domande e risposte tra giudice, avvocati e imputato fino alla fine non capendo…

Continua a leggere su Leggeremania…

Da “I fratelli Karamazov”

C’era una volta una donna cattiva cattiva che morì, senza lasciarsi dietro nemmeno un’azione virtuosa. I diavoli l’afferrarono e la gettarono in un lago di fuoco. Ma il suo angelo custode era là e pensava: di quale sua azione virtuosa mi posso ricordare per dirla a Dio? Se ne ricordò una e disse a Dio: “Ha sradicato una cipolla nell’orto e l’ha data a una mendicante”. E Dio gli rispose: “Prendi dunque quella stessa cipolla, tendila a lei nel lago, che vi si aggrappi e la tenga stretta, e se tu la tirerai fuori del lago, vada in paradiso; se invece la cipolla si strapperà, la donna rimanga dov’è ora”. L’angelo corse dalla donna, le tese la cipolla: “Su, donna, le disse, attaccati e tieni”. E si mise a tirarla cautamente, e l’aveva già quasi tirata fuori, ma gli altri peccatori che erano nel lago, quando videro che la traevano fuori, cominciarono ad aggrapparsi tutti a lei, per essere anch’essi tirati fuori. Ma la donna era cattiva cattiva e si mise a sparar calci contro di loro, dicendo: “È me che si tira e non voi, la cipolla è mia e non vostra”. Appena ebbe detto questo, la cipolla si strappò. E la donna cadde nel lago e brucia ancora. E l’angelo si mise a piangere e si allontanò.

[Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, 1880
traduzione di Alfredo Polledro,
Newton&Compton, 2010, p. 359]

In breve: “Perché si dice addio” di Giulia Carcasi

Ho deciso di creare una nuova categoria per le recensioni di certi libri o racconti su cui non c’è troppo da dire, ma che ho letto e magari mi sono piaciuti anche. A volte capita che la loro lunghezza sia talmente breve che più di tanto non puoi esprimerti e per parlarne basta qualche frase che serva a renderne l’idea. Ho deciso di dare queste recensioni il nome di In breve.
A tal proposito, voglio parlare di un racconto che ho letto pochi giorni fa in dieci minuti, Perché si dice addio di Giulia Carcasi. È un testo della collana Zoom di Feltrinelli (ne ho parlato tempo fa, sono estratti da libri o racconti brevi che trovate su Amazon a 0,99 €). L’ho letto perché volevo fare una piccolissima pausa tra la seconda e la terza parte de I fratelli Karamazov, e mi è piaciuto davvero molto.

Ci sono persone che hanno difficoltà a legarsi, ad instaurare rapporti sentimentali duraturi, e la protagonista di questo racconto parla di sé in prima persona riferendosi probabilmente all’unico uomo a cui abbia provato a dare una chance. Dopo diversi addii seriali a vari ragazzi, questo sembra essere l’ennesimo “usciamo per un po’, poi ti dico che non funziona e ciao”, ma lui ha resistito, quando lei provava ad allontanarsi lui, invece di andarsene, persisteva facendole capire che sarebbe rimasto e non ci avrebbe rinunciato. Così, piano piano, si è innamorata e lui le mancava anche quando era con lei. Ma qualcosa a volte va storto e la paura ha il sopravvento sull’amore, così finisce tutto in una bolla di sapone, quasi come se fosse regolato da un destino che non fa sconti a nessuno.
Un racconto brevissimo, ma intenso, sembra un po’ un incrocio tra una dichiarazione d’amore arrivata tardi e il rimpianto di aver mollato. Mi sa che cercherò qualcos’altro di questa autrice.

Ti ho amato perché certe volte non riuscivo a essere forte, volevo solo scivolarti tra le braccia e sentirti dire tutto passa, tutto passa, pure se non era vero, tutto passa, tranne noi, certo, tranne noi. Ti ho amato perché se non mangiavo avevo qualcuno che mi sgridava, perché mi mettevi a tradimento lo zucchero nel tè, perché se mi estraevano i denti del giudizio e avevo la faccia gonfia, mi volevi baciare uguale (…)

Titolo: Perché si dice addio
Autore:
 Giulia Carcasi
Genere: 
Racconto
Anno di pubblicazione:
 2012
Dimensioni: 423 kb, formato kindle
Prezzo: 0,99 €
Editore: Feltrinelli – Collana Zoom

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

La correttezza paga

Nessuna recensione oggi. Voglio parlarvi di un’iniziativa a cui aderisco volentieri: “La correttezza paga”.
Sapete quante persone lavorano in una casa editrice? E sapete anche se tutte queste persone che lavorano vengano (più o meno) retribuite? Bene, sappiate che molti si ritrovano a lavorare gratis, sgobbano, l’editore si fa bello coi loro servizi (grafici, traduttori, correttori di bozze, ecc.) e loro, invece, non prendono un soldo. Per questo motivo decido anch’io, insieme ad altri blogger (e chi vuole unirsi si unisca pure), di non recensire lavori che provengono da case editrici che non fanno il loro dovere nei confronti dei loro collaboratori pagandoli.

Non si fanno nomi e non ci sono liste di cattivi, semplicemente ognuno di noi ha la possibilità di rifiutarsi di dare pubblicità a qualcuno che non lo merita. Se siete dei professionisti che non vengono pagati, se sapete di case editrici “disoneste”, o se conoscete qualcuno in questa situazione, potete segnalarlo a lacorrettezzapaga@gmail.com (oppure direttamente a Chiara, Gaia o Luca, di cui trovate gli indirizzi blog più in basso).
Allo stesso indirizzo possiamo rivolgerci per avere informazioni su chi ci presenta un libro da recensire, se non lo conosciamo o abbiamo dei dubbi. Ovviamente ogni segnalazione verrà controllata e confermata, perché correttezza non significa diffamazione. Facciamo un boicottaggio silenzioso.

L’idea è nata inizialmente da Luca Pantarotto di Holden & Company, come forma di protesta personale:

Poi Luca ha sviluppato l’idea coinvolgendo Francesca Schipa e Marina Vitale di diLetti e riLetti, che hanno creato rispettivamente grafica e slogan. Chiara Beretta Mazzotta di Bookblister e Gaia Conventi di Giramenti hanno subito aderito. Da tutto questo è nato il banner che mi affretto ad inserire su questo blog. Chi vuole aderire, faccia altrettanto. Oppure condivida e diffonda questa iniziativa.

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