“Tenera è la notte” di Francis Scott Fitzgerald

E lì, con te, subito la notte è tenera
…Qui, invece, adesso, non ce n’è più di luce, niente,
Se non quella che dal cielo è soffiata
Giù dal vento, nel buio verde e tortuoso di muschio.

John Keats, “Ode a un usignolo”

WP_003806Ci sono autori che non affronti perché ti fanno una cordiale antipatia e per me è stato proprio così nei confronti di Fitzgerald. Poi mi sono stati regalati un paio di libri suoi per il compleanno e dopo averne letto uno ho capito che quest’antipatia era completamente immotivata, perché proprio l’ho amato. Sto parlando di Tenera è la notte, romanzo del 1934 che, oltre a raccontare una storia di fantasia, descrive i costumi di un’epoca e della società di quell’epoca.

Siamo sulla riviera francese, la bella e giovane Rosemary Hoyt, giovane promessa di Hollywood, è in vacanza con sua madre e conosce un gruppo di espatriati americani che fanno la bella vita. Tra questi spiccano Dick e Nicole Diver, una coppia che scatena immediatamente nella ragazza sentimenti di ammirazione e quasi di amore. Rosemary entra così nella comitiva e finisce per innamorarsi di Dick, che in un primo momento fa resistenza per via del suo matrimonio, apparentemente felice, con Nicole. In realtà si scopre dopo che Dick ha lavorato per anni come psichiatra in Svizzera e Nicole è una sua paziente, che ha sposato perché lei si era infatuata di lui e lui aveva bisogno d’affetto. In realtà la sua sembra quasi una scalata sociale, dato che la ragazza, bellissima da giovane e ancora più bella adesso da adulta, appartiene ad una famiglia molto ricca di Chicago: il padre, classico w.a.s.p. intento a mantenere le apparenze ma che nasconde terribili segreti che sono causa dell’intermittente disagio mentale della figlia, e la sorella Baby (vero nome Beth), socialite americana impegnata a passare da un facoltoso fidanzato ad un altro, ma che s’interessa della salute di Nicole quasi come un dovere morale.

Ad un certo punto il gruppo si scioglie, ognuno prende la sua strada, e Rosemary – che nel frattempo aveva capito chi erano veramente le persone che aveva conosciuto (gente marcia, arrampicatori sociali volgari e infelici) torna in America e continua a viaggiare per girare altri film. Dick e Nicole continuano a viaggiare accompagnando degli amici a Parigi, ed è lì che la donna inizia a dare segni di cedimento tentando di far del male al marito e ai figli, così lui si allontana anche per rendere omaggio al padre appena morto. Al ritorno passa da Roma e incontra Rosemary, che rappresenta ancora per lui una tentazione, a cui finalmente cede. La cosa però non lo fa stare bene e così inizia il suo graduale declino tra alcool, solitudine, sogni infranti e il fallimento totale di un uomo che prometteva davvero tanto.

Il romanzo ha tantissimi elementi autobiografici, a partire proprio dai Diver, ispirati a Fitzgerald stesso e a sua moglie Zelda (problemi mentali, separazione, ecc.), oltre che ai loro amici Murphy. L’atmosfera di noia che pervade la storia è quella che avevo trovato anche in Fiesta di Hemingway, e in fondo non erano annoiati quegli americani che se ne andavano in giro per la Spagna a guardare la corrida e sbevacchiare, o quelli che stavano sulla riviera francese, tra mare, barche e compere? E Fitzgerald, con grande maestria riesce ad analizzare queste persone e la loro psicologia, mettendone a nudo i difetti ma facendole sembrare quasi normali. Il linguaggio che l’autore usa è moderno, e colpisce nelle descrizioni soprattutto dei pensieri dei personaggi principali.
La narrazione è divisa in parti: nella prima si racconta la vita in riviera e la partenza di alcuni membri dopo la breve vacanza, ma è come se mancasse qualcosa, come se ci fossero delle informazioni importanti che ci mancano per far quadrare tutto; nella seconda, infatti si va indietro di molti anni e si scopre la vita precedente di Dick, della conoscenza con Nicole e del loro matrimonio. La terza ed ultima parte è, secondo me, il romanzo vero e proprio, quello che viene dopo le due premesse fatte, il presente e il futuro di Dick, una sorta di alter ego dell’autore, che finisce per perdere tutto e cadere in una vita ordinaria e triste nell’America che tanto tempo prima aveva lasciato in cerca di fama.

Forse questo non è un romanzo che va letto in qualsiasi periodo della vita, credo che sia uno di quelli che devi leggere quando sei ben disposto. Non è semplice, spesso, immedesimarsi in personaggi che possono suscitarti repulsione e, in particolare, qui, l’immedesimazione non arriva subito, bisogna metterci un po’. Come ho già detto, le informazioni su Dick e gli altri arrivano poco alla volta, per questo è necessario andare avanti piano piano e fare il punto della situazione per arrivare a percepire quella malinconia che si nasconde tra le righe. Fitzgerald è davvero un grandissimo autore. E io che non avevo voluto leggerlo fino ad ora!

Titolo: Tenera è la notte
Autore: Francis Scott Fitzgerald
Traduzione:
 Vincenzo Latronico
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1934 (Con questo editore febbraio 2013)
Pagine: 490
Prezzo: 14 €
Editore: Mimimum Fax

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Un filo di fumo” di Andrea Camilleri

WP_003784Un filo di fumo è un romanzo del 1980 di Andrea Camilleri, pubblicato la prima volta da Garzanti e poi da Sellerio. Anche in questo libro l’autore confessa che l’ispirazione gli è arrivata dal ritrovamento, tra le carte di suo nonno, di un volantino che metteva in guardia contro le macchinazioni di un commerciante di zolfo disonesto. Allora cosa fa Camilleri? Con questa cornice storica, inventa tutta una storiella niente male e la condisce col suo famoso humor intriso di dialettalismi che così tanto piace non solo a noi italiani ma anche all’estero.

Siamo a Vigàta, nel 1890, e tutto il paese aspetta la rovina di Totò Romeres, detto Barbabianca (perché è un ex vasaio arricchito, e aveva sempre la barba sporca di materiale bianco), e della sua azienda che gestisce coi figli. Don Totò, tempo addietro, teneva nei suoi magazzini una certa quantità di zolfo affidatagli dalla ditta Jung, zolfo che poi un piroscafo russo sarebbe venuto a riprendere. Ma, avidi di guadagno, i Romeres si sono venduti la merce a metà prezzo, quindi, appena arriva ‘sta nave russa, che cosa le devono dare? I Barbabianca tentano di trovare lo zolfo perduto, per avere qualcosa da restituire, ma hanno contro tutta Vigàta tranne i Munda, che debbono molto a don Totò, che ha salvato dall’ergastolo Gerlando. Perfino don Angelino Villasevaglios, praticamente cieco, sta lì al balcone ad aspettare – come fosse l’ultima cosa da fare nella sua vita – quel filo di fumo che si vedrà dal porto e che sarà il segno che il piroscafo Tomorov è arrivato a decretare la definitiva disfatta dei Barbabianca, ma le cose vanno totalmente in maniera inaspettata.

La trama di questo romanzetto di 120 pagine è essenzialmente questa, ma la vicenda di base è inframmezzata da ogni tipo di pasticcio possibile: corna, bisticci, torinesi trapiantati in Sicilia, malumori e il bellissimo ritratto dell’umanità più varia. Camilleri scrive in un modo davvero divertente e se qualche parola non la capite, non abbiate paura, alla fine c’è un breve glossario in cui c’è la spiegazione di tutti i significati.
Per quanto mi riguarda continuo a sostenere che il miglior Camilleri è quello che non scrive di Montalbano, preferisco di gran lunga i suoi romanzi storici; il tono divertente e l’atmosfera del grosso pasticcio, comunque, si trovano in tutti i suoi romanzi e sono l’elemento che contraddistingue questo autore, che reputo tra i migliori del nostro paese.
Devo dire, però, che non è il migliore dei suoi libri, almeno di quelli che ho letto fino ad ora dell’autore di Porto Empedocle: La concessione del telefono resta imbattuto.

Di questo romanzo è stato fatto anche un carinissimo audiolibro letto da Fiorello, in alcuni punti a due voci con lo stesso Camilleri. Io personalmente non riesco a stare concentrata quando ascolto, preferisco leggere, ma credo che per chi fa lunghi viaggi in macchina sia un intrattenimento molto gradevole.

Titolo: Un filo di fumo
Autore:
 Andrea Camilleri
Genere: 
Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1980 (con questo editore 1997)
Pagine: 160
Prezzo: 8 €
Editore: Sellerio

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

“L’inconfondibile tristezza della torta al limone” di Aimee Bender

Perché io sento il sapore dei sentimenti
che le persone non sanno nemmeno di provare

 

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Confesso che il titolo di questo libro m’incuriosiva molto. Ad intrigarmi erano anche la bella foto della torta al limone che appare in copertina e il fatto che avevo raccolto diversi pareri positivi. Così, cercandolo ovunque e non trovandolo, mi sono intestardita fino a quando qualcuno non mi ha aiutata ad averlo, e me lo sono letto. Dire che sono rimasta delusa sarebbe un eufemismo, ma andiamo per gradi.

Rose, la protagonista, a 9 anni scopre di avere un dono: percepire le emozioni delle persone attraverso il cibo che esse stesse preparano. Se ne accorge il giorno in cui sua madre le dà una fetta della torta al limone che tanto le piace, e lei non solo capisce di riuscire a risalire alla provenienza di ogni singolo ingrediente, ma quello che sta gustando ha un forte sapore di infelicità e frustrazione. Apprende, così, dopo un po’ di tempo, che la mamma è fortemente insoddisfatta e quando nel cibo Rose sente i suoi miglioramenti d’umore capisce che sta vivendo una storia parallela con il suo capo. Ma la situazione della madre non ha particolari ripercussioni sull’andamento della famiglia.
La bambina non confessa praticamente a nessuno il suo “potere” speciale, tranne che a George, amico di suo fratello Joe, da cui è da sempre attratta e a cui si sente molto legata. Il ragazzo l’aiuta a capire bene come funziona, portandola in giro per panifici e pasticcerie per esercitarsi a sentire che cosa c’è nel cibo. Però non è facile fare i conti con le emozioni della gente, quindi Rose si riduce a mangiare cibi spesso preconfezionati dal forte sapore industriale, quei cibi imbustati dalle macchine in cui l’intervento dell’uomo si riduce davvero al minimo. Tutto questo sempre evitando di mangiare pietanze cucinate da se stessa.

Rose, come le ha detto George, deve riuscire a capire a che cosa serve il suo dono e come poterlo usare. Anche se a quanto pare non è la sola ad avere particolari abilità. Suo fratello Joe è un ragazzo molto strano che ha l’abitudine di sparire ogni tanto, e che sente il bisogno di allontanarsi dalla famiglia; l’unica cosa che sembra interessargli è lo studio, nello specifico le materie scientifiche. Che cosa nasconde davvero Joe? Rose riuscirà a scoprire questo ed altro, riguardante la sua famiglia.

Ecco, Rose lo scopre, ma a noi lettori la Bender sembra non volercelo fare capire.
È un libro leggero, pure troppo, e finisce per diventare proprio piatto. Onestamente non ho capito dove si conclude, mi sembra di essermi persa qualche pezzo, perché ad un certo punto c’è proprio un salto temporale slegato da tutto il resto della storia. E anche se lo stile dell’autrice non è poi malaccio, credo che l’idea, di per sé valida, non sia stata sviluppata al meglio. Credo sia un peccato, avrebbe potuto essere molto più carino e invece risulta estremamente noioso. Ci sono comunque persone a cui è piaciuto e che ci hanno trovato addirittura spunti di riflessione. Io non ne ho acchiappato neanche uno, ma chissà… Di certo c’è che L’inconfondibile tristezza della torta al limone è un libro che non colpisce.

Titolo: L’inconfondibile tristezza della torta al limone
Autore: Aimee Bender
Traduzione:
 Damiano Abeni e Moira Egan
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2010
Pagine: 332
Prezzo: 16,50 €
Editore: Mimimum Fax

Giudizio personale: spienasmezzasvuotasvuotasvuota

Da Ernest Hemingway a Fracis Scott Fitzgerald

Mi è piaciuto e non mi è piaciuto [Tenera è la notte]. Parte con quella descrizione meravigliosa di Sara e Gerald… Poi ti metti a giocare con loro… li fai diventare altre persone e questo, Scott, non lo puoi fare. Se prendi delle persone vere e scrivi su di loro non gli puoi dare genitori diversi da quelli che hanno… non gli puoi far fare cose che non farebbero. Puoi prendere me o Zelda o Pauline o Hadley o Sara o Gerald ma devono rimanere gli stessi… Inventare è la cosa più bella ma non puoi inventare quel che non può accadere… Potresti scrivere un bel libro su Sara e Gerald se li conoscessi meglio…

Il 28 maggio del 1934, un mese dopo l’uscita del romanzo Tenera è la notte, l’ipercritico Hemingway rimprovera l’amico Fitzgerald per aver scelto di ispirarsi a dei personaggi reali (Gerald e Sara Murphy) per i coniugi Diver, ed essersi poi allontanato dalla realtà nella loro descrizione. Per i Diver, Fitzgerald si era inoltre ispirato a se stesso e alla moglie Zelda.

Tra realtà e cinema: Francis Scott Fitzgerald e Zelda in foto vere e in alcuni fotogrammi del film “Midnight in Paris” di Woody Allen, in cui i due vengono interpretati da Tom Hiddleston e Alison Pill

“L’amante” di Abraham Yehoshua

4836_Yehoshua_1249834052Da circa un anno sto facendo tantissime esperienze con autori del vicino, del medio e pure del lontano oriente, cosa che non mi era mai passato per la testa di fare prima. Ad aprire le danze è stata l’estate scorsa la Yoshimoto, poi Grossman, Nevo e altri, fino a Yehoshua. Di quest’ultimo mi è stata regalata tempo fa una trilogia, Trilogia d’amore e di guerra, pubblicata da Einaudi, che raccoglie appunto tre romanzi: L’amante, Un divorzio tardivo e Cinque stagioni. Ci ho messo un po’ a prendere in mano questo librone di circa 1200 pagine, ma come sapete l’estate è per me un momento favorevole, e quindi ho fatto fuori il primo dei tre romanzi, di cui vi parlo adesso consigliandovi un’edizione in cui appare singolarmente.

L’amante è una storia a più voci, è tutto un alternarsi dei monologhi dei protagonisti sullo sfondo del conflitto arabo-israeliano nel 1973. E nonostante sia ambientato in un periodo che ci siamo lasciati alle spalle da circa 40 anni, il romanzo risulta attualissimo. Inizia tutto quando nell’autofficina di Adam si presenta Gabriel, un uomo con una macchina vecchissima e malandata che chiede che gli venga fatta una riparazione. Adam acconsente ma sa che quel lavoro costerà al cliente tantissimi soldi che non sembra avere. Infatti Gabriel, a lavoro finito, non può pagare e spiega perché: ha vissuto tantissimi anni a Parigi, ma è tornato ad Haifa perché la sua vecchia nonna sta morendo e vuole prendersi l’eredità. Adam non vuole lasciarlo andare, perché non può certo aver fatto un lavoro gratis, quindi tira Gabriel nella sua vita e lo fa diventare l’amante di sua moglie Asya, da sempre insoddisfatta e infelice. Un giorno, però Gabriel viene mandato in guerra e per diversi mesi non se ne sa più niente. Quando Adam, per capirci qualcosa, conosce la nonna dell’amante, Vaduccia Hermoso, scopre che non è morta, anzi si è ripresa e può tornare a casa sua; insieme alla donna decide di mettersi alla ricerca del nipote scomparso.

La storia è in gran parte incentrata sulla ricerca di Gabriel, che ne è stato? perché non torna? sarà morto o no? Ma l’elemento più bello credo sia l’intrecciarsi delle storie di Dafi, figlia quindicenne di Adam e Asya, e Na’im, coetaneo della ragazzina, operaio arabo nell’officina di Adam. I due sono molto diversi e provengono da realtà diverse. Sono, ovviamente, diversi anche i loro schieramenti nel conflitto arabo israeliano. La cosa sorprendente, però, è che i due sembrano rappresentare una sorta di conciliazione tra i due mondi: lei, convinta che tutti gli arabi odino gli ebrei, capisce con lui che ci sono delle eccezioni, e lui, convinto della stessa cosa, vede in Dafi una persona gentile e amabile che gli fa scoprire un mondo. Il tutto non senza fraintendimenti, che appaiono chiaramente in quei punti della storia che vengono visti un po’ con gli occhi di lei e un po’ con quelli di lui, e che rappresentano l’impossibilità di conoscersi davvero. Dafi e Na’im rappresentano l’unione dei due mondi in conflitto (un po’ alla Romeo e Giulietta) e forse l’autore cerca di proporre timidamente e umilmente una soluzione alla guerra: l’amore e la comprensione.

Abraham Yehoshua si mette nei panni di tante persone diverse per descrivere una situazione tragica e lo fa in maniera onesta, non difende nessuna posizione in particolare, anzi ne propone ben sei: Adam e Asya, una coppia ebrea e ricca caduta nella tristezza e nella monotonia, Dafi, giovane sognatrice e ribelle, Na’im, “l’arabetto” abituato a vivere nella povertà, Gabriel, ebreo ma non molto, interessato ai soldi, e Vaduccia, nostalgica dei tempi andati ma in fondo molto sola e bisognosa d’affetto. Ed è proprio questo il punto in comune tra i vari personaggi, la solitudine, o meglio le solitudini, diverse, che Yehoshua ci fa attraversare ed esplorare.

Se devo essere sincera, Abraham Yehoshua mi ha colpita molto più di Grossman (il paragone lo faccio perché, insieme ad Oz, stiamo parlando degli autori più rappresentativi dell’odierno Israele), perché ho trovato il suo stile molto più forte e “crudo” dell’altro che invece a volte si presenta più romanzato e attenuato. Qui è sempre questione di gusti personali, però. Nel mio caso devo dire che per toccare il mio cuore ci vuole roba forte (veramente forte) e nessun orpello, e questo libro mi ha presa davvero. Consigliatissimo!

Titolo: L’amante
Autore:
 Abraham Yehoshua
Traduzione:
 Arno Baher
Genere: 
Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1977 (2005 questa edizione)
Pagine: 436
Prezzo: 13,50 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

 

❗ Nel 1999 è stato realizzato un film basato su questo romanzo e diretto da Roberto Faenza, L’amante perduto.

“Un viaggio chiamato vita” di Banana Yoshimoto

coverUn viaggio chiamato vita è un libro di Banana Yoshimoto edito da Feltrinelli nel 2010. Non è un romanzo, anzi lo collocherei nel genere della saggistica. Mi è stato regalato quest’inverno e mi sono messa a leggerlo solo adesso perché funziona così: per prendere un libro in mano (ogni libro) e decidere di cominciarlo bisogna sentire l’ispirazione del momento.
La Yoshimoto ha scritto dei piccoli capitoletti di varia lunghezza (una, massimo quattro pagine) in cui racconta le sue impressioni sui viaggi che ha fatto o considerazioni varie su esperienze che ha vissuto in prima persona. Quelle sui viaggi sono più che altro nella prima parte e un po’ anche nella seconda. La terza invece si riferisce sostanzialmente alla sua vita privata: la morte del suo cane, la nascita del suo bambino, il rapporto coi genitori e con altre persone importanti che hanno incrociato il suo cammino di vita.
Devo dire che non mi è dispiaciuto affatto leggerlo, perché credo che offra molti spunti di riflessione, soprattutto per quanto riguarda la contrapposizione tra oriente e occidente, che l’autrice stessa sente in maniera molto forte. Ma la sente in negativo, perché sembra confessare (non lo dice chiaramente) ai lettori che i tantissimi viaggi che ha fatto per il mondo le hanno aperto la mente e le hanno permesso di capire quali sono i punti deboli del suo paese.
A tal proposito vi lascio un pezzo che mi ha colpita particolarmente e che si riferisce ad un suo viaggio in Sicilia, a Palermo, che è la mia città. Mi è piaciuto molto innanzitutto perché questa donna, asiatica e così lontana dal nostro modo di vivere, scende dall’aereo praticamente dall’altra parte del mondo e sembra introiettare fin da subito i sentimenti e le disposizioni d’animo di noi siciliani. In secondo luogo, pochi giorni fa sono andata a prendere in aeroporto una mia parente che veniva a trovarci da Roma e, ripensando alle parole della Yoshimoto, mi sono ritrovata a pensare, col sorriso sulle labbra, che vivo in un posto bellissimo e che chiunque venga qui se ne rende conto.

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Poco tempo fa, sono andata per la prima volta in Sicilia.

Siccome mi era stato detto da tutte le persone che conoscevano l’Italia che Palermo è una città pericolosa (persino alcuni italiani mi avevano detto che avrei fatto meglio a girare senza borsa, o con una borsa della quale non mi importava di essere derubata, e con dentro solo cose di scarso valore!), stavo in guardia più o meno come quando sono andata in Sud America. Ma nel momento stesso in cui ho messo piede a terra in aeroporto, mi sono resa conto che era tutto così bello che non mi importava più di niente. Il cielo azzurro e le montagne maestose. Di sera la strada che portava in città era bloccata dal traffico, ma nella luce di quel tramonto c’era una bellezza dimenticata, di cui avevo come nostalgia. La sensazione di pace quando la giornata volge al termine, la felicità di tornare a casa, e quindi la felicità di vivere in quella terra: doveva essere questo ciò che la gente provava. Era una bella serata. Quella sensazione mi aveva invaso il cuore. Circondati da quel sole e da quell’azzurro, è naturale che nasca quel gusto particolare per la ceramica azzurra e gialla. Quando la si trasferisce nell’umidità del Giappone, diventa fredda. Desideravo con tutto il cuore vivere in quella città, gustare il vino sul calar della sera, e mangiare insieme alle persone a cui voglio bene. Non erano tante le città che facevano scaturire in me simili pensieri. Senza contare che qualcuno del personale dell’albergo mi aveva detto che ultimamente furti e scippi erano diminuiti, e che ormai erano più pericolose Roma o Napoli.

Abbiamo passeggiato per la città, osservato strane chiese in cui diverse culture si mescolavano in modo bizzarro, ci siamo immersi nel silenzio dei chiostri, abbiamo partecipato ai festeggiamenti per la Pasqua, mangiato tra le risate, bevuto un po’ troppo, girato per i mercati. Le persone dei quartieri poveri si affacciavano alla finestra e mentre chiacchieravano si divertivano a guardare la strada. E gli immigrati osservavano in silenzio la loro fede, sotto quel cielo meraviglioso, chiaro nonostante fosse ormai sera.

Quel modo di vivere ha lasciato in me una sensazione che non dimenticherò facilmente. Ebbi l’impressione di vedere riconfermata la formula “questa è la vita che fa per me”. Perché in Giappone questo non succede? mi sono chiesta.

 

Tramonto da Capaci, foto di Rodolfo Castronovo

 

Titolo: Un viaggio chiamato vita
Autore:
 Banana Yoshimoto
Traduzione:
 Gala Maria Follaco
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2010
Pagine: 192
Prezzo: 13 €
Editore: Feltrinelli

Giudizio personale: spienaspienaspienasvuotasvuota

In breve: “Come un respiro interrotto” di Fabio Stassi

Ho letto Come un respiro interrotto di Fabio Stassi per #letturecondivise (se volete saperne di più cercate questo hashtag oppure #respirointerrotto su Twitter) perché lo avevo comprato e la mia prima esperienza con l’autore era stata più che positiva. Devo dire, però, che stavolta il libro non mi ha presa per niente. La storia è… non c’è una vera e propria storia, sono ricordi di tante persone su Soledad, una ragazza che faceva la cantante e un giorno misteriosamente sparisce, una ragazza che con la sua voce ammaliava tutti ma cantava la mancanza e la malinconia. Solo che spesso non si capisce di chi siano questi ricordi. Ho fatto fatica ad andare avanti, quando non riesci a staccarti dal libro capisci che è bello, ma quando trovi ogni scusa possibile e ti metti perfino a pulire invece di continuare la lettura, allora significa che non fa per te.

Non è un brutto libro, l’editore è di tutto rispetto (credo che anzi sia tra i migliori in Italia), l’autore pure ed è scritto bene; ma non ha incontrato il mio gusto perché l’ho trovato troppo intimista (forse anche in maniera forzata) e fumoso. Io di norma cerco concretezza, storie con trame ben definite e finali chiari, qui invece c’è un elenco di scene passate e ricordi legati alla protagonista di cui poi non si sa più nulla (oppure sì? finale aperto). Poi Soledad non mi è piaciuta troppo neanche come personaggio, mi è sembrata quasi indolente, come se fosse una che nella vita si trascina solamente, senza prendere decisioni o fare qualcosa perché lo vuole.
Ricordiamoci che i gusti sono personali, quindi a molti potrebbe piacere, questo è il mio giudizio e non è detto che sia uguale al vostro 😉

Titolo: Come un respiro interrotto
Autore:
 Fabio Stassi
Genere: 
Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 308
Prezzo: 16 €
Editore: Sellerio

Giudizio personale: spienaspienasvuotasvuotasvuota