“Passaparola” di Simon Lane

WP_003891Qualche giorno fa mi è stato segnalato questo nuovo libro edito da Ottolibri, realtà editoriale che abbiamo conosciuto qui poco tempo fa. Passaparola di Simon Lane è uscito da pochissimo, il 10 settembre, ed è una sorta di giallo (A murder mistery, come recita il sottotitolo), molto particolare. Il protagonista della storia, nonché voce narrante, è Felipe, che si trova a Parigi, nella sua cella di prigione, impegnato a discolparsi parlando in un registratore per qualcosa che dice di non aver commesso. Felipe è un domestico filippino ed è stato accusato della morte di uno dei suoi datori di lavoro, un procuratore generale, ma si dichiara innocente perché lui ha solo trovato il corpo una mattina che si è recato a casa dell’uomo per fare i soliti servizi.

Felipe è un personaggio strano, palesemente poco furbo e poco istruito, che ripete spesso e volentieri le stesse cose. Fa un lunghissimo racconto della sua vita, del suo rapporto col compagno (di casa e di vita), del modo in cui è arrivato a lavorare a casa di persone di un certo livello e di come, negli ultimi tempi, fossero cambiate molte cose. Felipe, senza accorgersene, narra chiaramente la storia di un imbroglio, perché tutto sembra far cadere la colpa su di lui, ma allo stesso tempo si capisce che molti di quelli con cui è stato a contatto lo hanno incastrato. Questo intrigo, però, non viene mai chiarito bene dall’autore, lasciandoci nel dubbio di quale sia la verità, perché in fondo è lui che si è portato monsieur Charles in giro per Parigi dentro un cassonetto della differenziata, per gettarlo nella Senna come aveva letto che facevano gli indiani col Gange.

Il titolo, Passaparola, deriva dal modo in cui il protagonista ha conosciuto le persone per cui lavorava, quasi come se gli eventi fossero stati studiati e messi in fila per arrivare all’omicidio e all’accusa di colpevolezza nei suoi confronti:

Mister Penfold è uno scrittore e un amico di madame Gregory. E madame Gregory è un’amica del senhor Ponte, gli ha raccolto del denaro per aiutare la gente in Brasile a fare lavori a maglia, almeno penso fossero a maglia. Comunque, dopo che stavo lavorando per il senhor Ponte da qualche mese, il senhor Ponte mi ha chiesto se fossi interessato a lavorare per madame Gregory, perché il domestico personale di madame Gregory non poteva più lavorare per lei, essendo andato in pensione. Così ho ringraziato il senhor Ponte e sono andato a trovare madame Gregory e madame Gregory mi ha assunto. E poi, qualche mese dopo, madame Gregory ha detto che conosceva qualcuno, un inglese di nome mister Penfold, che era uno scrittore e aveva bisogno anche lui di un domestico personale, non ne aveva mai avuto uno prima e, sebbene vivesse in un appartamento piccolo, questo aveva bisogno di qualcuno che glielo pulisse come d’altronde qualsiasi appartamento, piccolo o grande, ha bisogno di qualcuno che lo pulisca. È così che sono finito a lavorare per mister Penfold. Passaparola.

A me questo libro è piaciuto, come pausa da uno più grande (sto leggendo un librone, per ora) ti fa riposare il cervello. Comunque devo confessare che non mi ha entusiasmata, perché io di base mi aspetto sempre molto di più da un romanzo, forse troppo, onestamente. Purtroppo non è uno di quei libri che mi restano dentro dopo averli letti, ma è comunque un ottimo passatempo.

Titolo: Passaparola
Autore: Simon Lane
Traduzione:
 Cristina Ingiardi
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2014
Dimensioni: 1032 kb (formato Kindle)
Prezzo: 4,99 €
Editore: Ottolibri

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SIMON LANE nasce nel 1957 in Inghilterra. Artista poliedrico, scrittore, saggista, giornalista, fa una vita girovaga e leggendaria tra Stati Uniti ed Europa. Nel 1992 pubblica in Francia Le Veilleur (Ch. Bourgois, Parigi), cui seguono i romanzi Still-life with Books, Fear (Bridge Works Publishing, New York, 1993 e 1998), Twist (Abingdon Square Publishing, New York, 2010), e l’antologia The Real Illusion, (New York, 2009).
Nel 2001 si trasferisce a Rio de Janeiro, lavorando come corrispondente. Scompare prematuramente nel 2012.

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In breve: “Moonlight shadow” di Banana Yoshimoto

Prego con tutto il cuore che solo l’immagine della
ragazza che ero resti per sempre al tuo fianco.

Grazie di avermi salutato agitando la mano.
Grazie di avermi salutato agitando la mano
molte, molte volte.

 

41EjOEQvcwL._AA258_PIkin4,BottomRight,-42,22_AA280_SH20_OU29_Se avete poco tempo e volete leggere un romanzo leggero e che tocca il cuore, allora Moonlight shadow di Banana Yoshimoto è l’ideale. È uno degli ebook della collana Zoom Feltrinelli che ho preso l’anno scorso a 0,99 € e sono riuscita a leggerlo solo adesso. Solitamente questi libriccini li uso come intervallo tra le parti dei romanzi grandi. Ci ho messo un’oretta a leggerlo, di quanto è breve, ma mi è piaciuto molto.
La Yoshimoto, in questo romanzo che è la sua tesi di laurea ed è tratto da Kitchen, affronta il tema della morte e del distacco. La protagonista, Satsuki, un giorno ha perso improvvisamente il suo fidanzato Hitoshi e si trascina dietro il rimpianto di non avergli potuto dire addio. Il ragazzo è morto in un grave incidente mentre stava riaccompagnando a casa la ragazza di suo fratello Hiiragi, la dolcissima Yumiko, così Satsuki e Hiiragi si trovano soli a condividere questo grandissimo dolore: una ha perso il suo ragazzo, l’altro suo fratello e la sua fidanzata; una va a correre nel punto che le ricorda Hitoshi, l’altro continua ad andare a scuola con la divisa di Yumiko per ricordarla, e nessuno gli dice nulla perché tutti capiscono cosa prova.
Un giorno, però, spunta dal nulla Urara, una ragazza allo stesso tempo misteriosa e gioviale, che farà un grandissimo regalo a Satsuki, permettendole di chiudere (per quanto possibile) una ferita da troppo tempo aperta.

Ovviamente non è un libro per i lettori più sofisticati e la Yoshimoto sa benissimo di non essere una che scrive classici, ma a volte sorprende, perché magari in un determinato momento hai bisogno di qualcosa di diverso e lei te lo dà. Nella vita capita quasi a tutti di avere qualcosa in sospeso, in questo caso di non riuscire a dire addio (per vari motivi) a qualcuno che scompare improvvisamente dalla nostra esistenza non facendoci capire nemmeno perché. L’autrice cerca di dire che prima o poi il momento di mettere un punto arriva per tutti, solo che qui lo fa grazie ad una sorta di fenomeno atmosferico molto suggestivo, alle prime luci del giorno. Questo perché per quanto soffriamo dobbiamo comunque andare avanti, non possiamo restare aggrappati al passato perché ci perdiamo il futuro, e chi non c’è più di sicuro non vorrebbe questo.

Non è un libro che si ricorda a lungo, ma sul momento lascia delle belle sensazioni perché la storia si completa e infonde positività.

Titolo: Moonlight shadow
Autore: Banana Yoshimoto
Traduzione:
 Giorgio Amitrano
Genere:
 Romanzo breve
Anno di pubblicazione:
 2012
Dimensioni: 560 Kb, formato Kindle
Prezzo: 0,99 €
Editore: Feltrinelli – Collana Zoom

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Da oggi in libreria “Acqueforti di Buenos Aires” di Roberto Arlt

Nel mio percorso universitario, almeno in quello della specialistica, ho deciso di affrontare lo studio della letteratura ispanoamericana perché avevo voglia di “cambiare aria” e scoprire cose nuove, e in quel periodo sono entrata in contatto con un mondo particolarissimo, di cui faceva parte lo scrittore Roberto Arlt (1900-1942), autore di diversi romanzi come El juguete rabioso o Los lanzallamas. Ma Arlt non nasce come scrittore o drammaturgo (ha scritto anche delle pièce teatrali), bensì come giornalista specialmente per El mundo, quotidiano di Buenos Aires.
Quando ho saputo dell’uscita della traduzione italiana delle sue Aguafuertes porteñas mi sono subito incuriosita e ho voluto leggerle, perché ho avuto la possibilità di studiarne qualcuna in lingua originale ma, si sa, quando sei appassionata di traduzione e letteratura, quello di confrontare originale e tradotto è quasi un bisogno. Così mi sono messa a sfogliarle.

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Acqueforti di Buenos Aires esce in libreria oggi, tradotto da Marino Maiani e Alberto Prunetti per Del Vecchio editore, e raccoglie tutte quelle considerazioni e descrizioni che Roberto Arlt fa con taglio giornalistico e quasi documentaristico (ma con la bellezza e l’incisività dell’acquaforte, da cui prende il nome) della sua Buenos Aires in un periodo, quello del primo Novecento, che la vede cambiare sempre più. Pensiamo alla metamorfosi di una città che accoglie nuovi edifici, nuove tecnologie, tante novità in generale che vanno a contrastare con la povertà già presente che ha un peso troppo grande per non lasciare che qualcuno ne venga inghiottito senza via d’uscita. Arlt ci parla di ladri, sofferenza, stranezze di Buenos Aires, spesso e volentieri con toni forti, e sembra quasi chiedersi se la modernizzazione di quel mondo serva poi a qualcosa, se c’è gente che ne resta comunque fuori. Però deve esserci sempre qualcuno che racconti questa vita, perché, come dice lo stesso autore, uno scrittore così «sta con gli uomini. Questo è quel che conta: stare nell’anima di tutti, assieme a tutti. Da qui la grande allegria: sapere di non essere solo».

Buona lettura!

Roberto Arlt nasce a Buenos Aires nell’aprile del 1900, da una famiglia di origini prussiane. Scrittore, drammaturgo e giornalista, ha avuto una vita tormentata e ricca di eventi, segnata dalla sofferenza per l’educazione severa impostagli in famiglia e da un profondo conflitto con la figura paterna, che ritroviamo infatti in molte sue opere. Espulso a otto anni dalla scuola perché troppo indisciplinato, continuò a studiare da autodidatta, svolgendo i più disparati lavori: imbianchino, commesso, facchino, e cominciando poi a scrivere per diversi giornali, fino a fare del giornalismo la sua professione. Rese conto dei propri viaggi e degli eventi politici del suo tempo proprio nei reportage scritti per i giornali, e fu tra l’altro testimone in prima persona degli eventi della guerra civile spagnola. La sua scrittura romanzesca rompeva con il tradizionalismo e per un certo tempo fu osteggiata, diventando poi modello per gli scrittori della generazione del boom, tra i quali Gabriel García Márquez, Isabel Allende e Jorge Luis Borges. Tra i romanzi più famosi: Il giocattolo rabbioso e I sette pazzi, entrambi già tradotti in Italia. Di grande valore anche i suoi racconti brevi e le sue numerose pièce teatrali.

[Roberto Arlt, Acqueforti di Buenos Aires, 1933,
ed. Del Vecchio, settembre 2014,
collana Formebrevi, pp. 304, brossura, 15 €]

“Andorra” di Peter Cameron

WP_003848Non avevo letto mai nulla di Peter Cameron, così appena ho saputo che veniva a Palermo mi sono fiondata in libreria e ho comprato Andorra, che era giusto venuto a presentare. Lo ha scritto nel 1997 ma in Italia è inspiegabilmente uscito qualche mese fa con Adelphi. Un incontro molto carino, lui una persona alla mano e veramente simpatica, mi faccio dedicare la mia copia e torno a casa contenta. Il (mio personale) momento di leggerlo è arrivato pochi giorni fa e in tre, quattro giorni l’ho concluso e messo da parte. Penso di non riuscire a spiegarvi a parole la mia delusione.

Alexander Fox è uno statunitense che per motivi sconosciuti (poi li svelerà per caso alla fine) lascia l’America e vuole iniziare una nuova vita altrove. Il posto migliore per ricominciare gli sembra Andorra, luogo di cui ha letto tanti anni prima in un libro e che gli era quasi sembrato un paradiso, quindi prende armi e bagagli e si trasferisce. Appena arrivato alloggia in un albergo, ma solo momentaneamente perché deve pensare a trovare una casa in cui stabilirsi. Tutti sono gentilissimi con Alex, ma dietro questa gentilezza si celano tante stranezze e Andorra si rivela essere come una gabbia: tutto è controllatissimo e non puoi permetterti di fare neanche il minimo errore, altrimenti non ne esci più. Glielo dice pure un altro personaggio quando lui arriva (sembra una novella Macondo): è facile entrarvi, arriva un sacco di gente, ma è quasi impossibile lasciarla. Alex fa amicizia con la signora Ricky Dent e suo marito, anch’egli Ricky Dent, con la signora Quay, e con le figlie Jean e Nancy, ma anche con tanti altri. Con Ricky (lei) avrà una relazione dopo che Ricky (lui) si allontana perché è attratto anche dagli uomini, con Jean ci sarà un bacio, ma Alex si comporta con indolenza, come se fosse trascinato dagli eventi. Ma un giorno iniziano a comparire dei cadaveri e su chi cercherà di gettare la colpa la polizia? E Andorra è veramente così difficile da lasciare?

WP_003623Il romanzo è raccontato in prima persona da Alex sotto forma di diario, ma senza date, solo capitoli, perché quando si è appena trasferito decide di comprare un taccuino su cui scrivere tutto ciò che gli accade e di lasciare testimonianze della sua nuova vita. Ma, non capisco per quale motivo, tutti hanno nomi e cognomi anglosassoni, e in un posto come Andorra è molto strano. Con molta buona volontà mi viene in mente che potrebbe essere un tentativo dell’autore per dire che non ci si sbarazza mai completamente di un luogo solamente lasciandolo, c’è sempre qualcosa che ti porti dietro e a cui non puoi sfuggire, che poi è pure la morale del libro, che si capisce a pagina 232 di 236, quando già siete arrivati al punto di dire “ma dove va a parare tutto ciò???”.
Inizialmente è pieno, anzi strapieno di descrizioni, Alex ci racconta quasi per filo e per segno tutto ciò in cui s’imbatte, ci dice pure di che materiale erano le sedie che vedeva, di che colore erano le mattonelle e da quanti giorni la pianta X aveva fatto un fiorellino. Roba che ti viene da dire “no, basta, ti prego, vai avanti”. Anche qui, con tanta bontà, pensi che sia un modo di rendere lo stupore di quest’uomo che si trova davanti a tante novità e che, solo, in un posto nuovo, ha la smania di annotare tutto. Ma appena si ambienta, basta, descrizioni zero, azioni e dialoghi.

Questo personaggio ha suscitato in me una profonda antipatia. Capisco che abbia un passato oscuro e che voglia nasconderlo, ma fa delle cose senza volerle davvero. La sua relazione con Mrs. Dent, per esempio. Lui non sembra realmente preso da lei, ma questa cosa va avanti perché lei gli confessa (sbagliando) di essere innamorata di lui. Il suo amore per Jean? Dov’è? Le dice di amarla perché tutti lo spingono verso di lei o gli dicono che la famiglia ha quello scopo. Ma per fortuna quelli intorno a lui sembrano capirlo, anche se inizialmente sono tutti lì a volerselo ingraziare, come se fossero in cerca di amicizie o semplicemente di una faccia nuova per dare una svolta ad una vita monotona.

E il libro è come quella vita, monotono, non mi ha entusiasmata praticamente mai. L’ho trovata una storia scialba, senza colpi di scena (uno forse, ma si capiva già dalle prime pagine). Avete presente quando vi portano un bel piatto di pasta e si sono dimenticati di metterci il sale? Ecco, c’è qualcosa che manca.

Titolo: Andorra
Autore: Peter Cameron
Traduzione:
 Giuseppina Oneto
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 236
Prezzo: 18 €
Editore: Adelphi

Giudizio personale: spienasvuotasvuotasvuotasvuota

Amanti

Che mi riserva rivederti, amore,
quale viaggio t’hanno dato i venti?
L’oscuro avvolge questi giorni chiari,
circola forse in questa luce densa
qui dove a macchie dondolanti o ferme
filtra oro ed il vino matura.

Spicco dal cielo questo frutto splendido,
chiudo gli occhi su quel che porta seco,
o lo stare sulle spine
o il dirsi addio a cuore gonfio,
questo tempo nel tempo senza fine.

Da Onore del vero di Mario Luzi,
Neri Pozza, ed. 1957

“Tango a Istanbul” di Esmahan Aykol

Esmahan Aykol fino a poco più di un mese fa mi era totalmente sconosciuta, l’ho scoperta perché mi è stato regalato il suo ultimo libro pochi giorni dopo l’uscita. Devo dire che è stata una scoperta gradevole che mi ha permesso di passare due, tre giorni con una lettura divertente.

WP_003845Tango a Istanbul ha come protagonista Kati Hirschel, personaggio ricorrente della Aykol, che è mezza stambuliota e mezza tedesca ed è proprietaria di una libreria specializzata in gialli. Data la sua passione per questo genere letterario, come pensate che sia il carattere di questa donna? Appena si presenta l’occasione, cioè il delitto o la disgrazia che sia, inizia subito a comportarsi da brava detective e a voler risolvere il mistero. In questo caso, è successo che Nil, un’amica della sua dipendente Pelin, stava prendendo un caffè al bar con una sua compagna del corso di tango (si era iscritta perché stava scrivendo un libro sugli argentini e voleva conoscere meglio la loro cultura), e ha avuto all’improvviso un attacco di cuore con bava alla bocca. Una cosa difficile a 25 anni, a meno che tu non abbia assunto droghe. Appena saputa la notizia, Hakan, il fratello di Nil, si precipita in città e mentre cerca di scoprire una cosa sembra anche nasconderne tante altre. Kati, ficcanasando deliberatamente, riesce a farsi assumere come detective da Hakan e i due, aiutati da un bel gruppetto di gente (Pelin, Fofo, l’altro dipendente gay, e Lale, un’amica di vecchia data di Kati) iniziano a fare indagini e a chiedere in giro perché sono convinti che il malore di Nil non sia stato un caso o un incidente, loro ci vedono dietro altro, sospettano si tratti un omicidio. Poi è molto, molto strano che la mattina stessa della tragedia, Kati fosse andata da una veggente e questa le avesse predetto, con i fondi di caffè, la morte di una donna giovane e bella.
Alla fine risolveranno il caso, ma scopriranno anche tantissimo sulla vita di questa ragazza, o meglio, sulla sua vita nascosta, quella che c’era dietro al lusso di cui si circondava e non si sarebbe potuta permettere solo scrivendo articoli di moda. E Kati, forse, trova anche l’amore!

Dicevo che questo libro mi è piaciuto tanto. Ha uno stile frizzante e simpatico, con una chiarissima impronta femminile. Ci sono quegli autori che rimangono sempre un po’ lontani dal loro personaggio, che lo caratterizzano poco, invece la Aykol fa apparire Kati come una donna davvero carina e soprattutto arguta. Mi piace molto l’idea della libraia con la passione per il giallo, che con tutte le sue letture si fa una cultura quasi per affrontare il mestiere di investigatore, cosa che fa nel migliore dei modi contagiando tutti gli altri personaggi. Basti pensare che la sua amica Lale è convinta che le intercettino le telefonate!

Il romanzo è leggero, una lettura, come ho già detto, divertente e con cui ci si può distrarre da altre più pesanti. Sono questi i nuovi gialli, quelli per niente seriosi e, anzi, pieni di humour. Tra battute e commenti ironici, ci troviamo tra le strade di una città come Istanbul, a girare tra quartieri alti e bassi, ad assaporare pietanze orientali o semplici sandwich occidentali, è quasi un misto tra i due mondi. L’unico appunto che si può fare è il finale, secondo me casca un po’, nel senso che il lettore magari si aspetta chissà quale mistero e invece poi si risolve in maniera molto più soft di quanto si creda. Ma non è un grave danno, perché nonostante questo il mio parere resta più che positivo. Lo consiglio!

Titolo: Tango a Istanbul
Autore: Esmahan Aykol
Traduzione:
 Emanuela Cervini
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
2014
Pagine: 312
Prezzo: 14 €
Editore: Sellerio

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

Esmahan Aykol, nata nel 1970 a Edirne, Turchia, vive tra Berlino e Istanbul. Durante gli studi universitari in giurisprudenza ha lavorato come giornalista per radio e giornali turchi. Oggi, dopo una parentesi come barista, si dedica completamente alla scrittura. Della serie con protagonista Kati Hirschel Sellerio ha pubblicato Hotel Bosforo (2010), Appartamento a Istanbul (2011) e Divorzio alla turca (2012).

“Il profumo” di Patrick Süskind

Non riuscivano a sentire il suo odore.
Avevano paura di lui.

 

Devo fare una premessa. Il mio giudizio è personale, lo ribadisco perché non voglio turbare quanti sono convinti che il loro parere sia il più giusto e non ammettono che qualcuno possa pensarla diversamente. Capita, a volte, che dici che una cosa non ti piace e vieni aggredito perché sbagli, perché quella cosa è bellissima e sei tu a non averla capita. Possibile che io non abbia capito, ma esprimo comunque la mia opinione. E come sapete non sono una stroncatrice di professione, anzi qui ci sono più libri a 5 stelline di quelli con una stellina sola.

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Mi sono addentrata nella lettura di un altro libro considerato (quasi) unanimemente un capolavoro, tanto che ci hanno fatto anche un film con nientepopodimentoché Dustin Hoffman e Alan Rickman, che nei prossimi giorni vedrò per capirci un po’ di più: Il profumo, scritto dal tedesco Patrick Süskind nel 1985. Il romanzo, che è stato per me una grandissima delusione forse per le aspettative troppo alte, è tutto incentrato su odori, profumi ed essenze, quindi se come me non avete buon naso non ci capirete nulla. No, non è vero, scherzo. Però qualcuno che lo ha letto dice che addirittura riusciva a percepire quegli odori durante la lettura. Io ho sentito solo l’odore del mio Kindle.

Siamo nella Francia del XVIII secolo, Jean-Baptiste Grenouille appena nato (a Parigi, città mefitica) viene subito abbandonato dalla madre tra i rifiuti. È un bambino molto strano che incute timore e suscita ribrezzo perché non ha alcun odore: nessun profumo di bimbo, fetore di pupù, niente. È tuttavia dotato di un grandissimo olfatto ed è incapace di provare sentimenti nei confronti degli altri o di se stesso. Per farla breve viene allevato in un orfanotrofio, nella bottega di un conciatore e poi riesce a farsi assumere dal grande profumiere italiano Baldini, che lo istruisce sul mestiere e gli dà il diploma di garzone, ma in cambio sfrutta il finissimo naso del ragazzo per creare ottime essenze a suo nome. Grenouille, acquisite le conoscenze che gli servono (egli, infatti, prima conosceva praticamente tutti gli odori in natura, ma non sapeva come estrarli dalle materie prime e riprodurli o conservarli), parte alla volta di Grasse, dove, è risaputo, si usano tecniche più complicate, per migliorare la sua preparazione, ma lungo la strada fa una lunghissima sosta in un posto privo di odori, poi passa da Montpellier dove un marchese gli fa creare un profumo che riproduca l’odore dell’essere umano e finalmente raggiunge la sua meta. A Grasse si fa assumere nella bottega di Madame Arnulfi, diventando secondo garzone (il primo era Druot). Dopo un po’ iniziano a susseguirsi strani omicidi: tutte ragazze bellissime, adolescenti e vergini che vengono ritrovate nude e coi capelli tagliati. Richis, secondo console e padre di una giovinetta con quelle caratteristiche, decide di portare via la figlia per farla sposare, consumare il matrimonio e quindi toglierla dalle grinfie del misterioso omicida. Ma la storia non andrà affatto come ce la aspettiamo.

L’idea di fondo di questo libro secondo me è geniale, e non faccio alcuno spoiler, avrete capito tutti (anche se molti di voi lo hanno già letto sicuramente, o hanno visto il film) chi è l’assassino e perché uccide le ragazze. Il problema è che la storia non si sviluppa bene, l’ho trovato proprio scritto male. Innanzitutto l’autore indugia troppo nelle parti meno importanti, ad esempio quella in cui Grenouille vive nella caverna senza odori per sette anni e racconta pagine e pagine di visioni, sogni e allucinazioni. Secondo me, metà di queste divagazioni oniriche poteva benissimo risparmiarsele. Al contrario, liquida con troppa velocità i punti cruciali, l’omicidio di alcune ragazze, le scoperte sconvolgenti sulla creazione di certi odori. A me viene in mente che Süskind non volesse rischiare di cadere nel ridicolo o che proprio non sapesse andare più in profondità. Poi di scritto male ci sono anche le frasi, spesso lunghissime e piene di congiunzioni e, così piene che poi deve riprendere il filo e ripetere da quale parte dovevamo andare avanti perché noi lettori ci siamo già confusi.
Lo stile probabilmente vuole richiamare quello pomposo dell’epoca in cui Il profumo è ambientato, ma a mio parere non ci riesce affatto, anzi risulta forzato e anacronistico. Ma, superata la fatica della lettura, la parte che secondo me è la peggiore è il finale. Io ovviamente non ve lo svelo, e qualsiasi cosa io possa lasciarmi scappare, vi assicuro che non ci arrivereste mai, per il semplice motivo che è letteralmente ridicolo. Immaginatemi mentre il Kindle mi dice che sono arrivata all’80% del romanzo, tutta confusa, che penso “Ommamma, che libro lento, ma dove vuole andare a parare?”, e poi improvvisamente scoppio a ridere quando arrivo alla fine. Appena ho finito di sbellicarmi, mi sono detta “Mah!?”. Quel finale è assolutamente disgustoso e con il resto del libro non c’entra niente. Ci sono altri libri disgustosi, e il fatto di suscitare nausea può essere lo scopo dell’autore e può fare di un romanzo un capolavoro, ad esempio La metamorfosi di Kafka, o La peste di Camus. Qui no, mi pare un disastro.

Pareri positivi o negativi, il libro è comunque famoso e fa parlare di sé, si fa ricordare. In questo Patrick Süskind ha colto nel segno. Il profumo per me è stato una perdita di tempo, anche se mi piace fare anche brutte esperienze. Non vi dico di non leggerlo, a voi potrebbe piacere. Spesso capita che siamo così presi dalla foga del libro che non ci accorgiamo di quante falle ci siano “nel sistema” (Faletti docet). Purtroppo io questa foga non l’ho avuta e quindi ho avuto tutto il tempo per capire cosa c’era che non andava. Il mio non è un semplice “non mi piace”, ho cercato di spiegare i motivi per cui a mio parere non è un bel libro. Sempre motivare le proprie opinioni, no? 😉 Anzi, se lo avete letto, sono ben felice di confrontarmi con voi!

Titolo: Il profumo
Autore: Patrick Süskind
Traduzione:
 Giovanna Agabio
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1985 (questa edizione 2012)
Pagine: 272
Prezzo: 9,90 €
Editore: Longanesi – Collana: La Gaja scienza

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