Il 27 novembre 1891 nasceva Pedro Salinas

Ci incontreremo oltre le differenze
invincibili
oltre le sabbie le rocce gli anni
Ormai soli
nuotatori celesti
naufraghi del cielo.

Pedro Salinas y Serrano (Madrid, 27 novembre 1891 – Boston, 4 dicembre 1951), poeta spagnolo appartenente alla generazione del 1927.

I cento libri che rendono più ricca la nostra vita

Ieri sera ho incontrato questo simpaticissimo signore. Chi è?

2014-11-25 21.54.17

Non fate caso al fatto che io sembri uscita dal collegio e che mi tremavano le gambe per l’emozione. Incontrare un personaggio che stimo così tanto è stata una grande emozione. È venuto a Palermo per qualche giorno a presentare il suo libro I cento libri che rendono più ricca la nostra vita, una raccolta delle sue opinioni sui cento (e uno! perché ha aggiunto un racconto) romanzi che rappresentano meglio la tradizione letteraria mondiale e che dovrebbero essere letti da tutti. I libri sono divisi per tematiche: l’utopia negata (o distopia), la storia, la solitudine della vita contemporanea, e così via. L’autore si propone di segnalare i romanzi che hanno accompagnato l’evoluzione dell’uomo, perché si sa, una storia (più o meno inventata) è la rappresentazione di una data condizione o una reazione a qualcosa che si vive, e tutto ciò riflette i cambiamenti che l’umanità ha subito. Pensiamo, ad esempio, alla stigmatizzazione del regime comunista fatta metaforicamente da Orwell o alla voglia di rivalsa e di giustizia di Victor Hugo. Sono testi che, secondo il grande critico letterario e giornalista, possono aiutare anche gli insegnanti delle scuole, come consigli di lettura per i ragazzi, ma una lettura che non deve essere imposta, perché poi se ne perde il piacere. Questa lettura deve essere un momento di condivisione, non finalizzata a quantificare il numero delle metafore, e delle figure retoriche in generale, presenti in un libro, ma a confrontarsi, a fare tesoro di esperienze altrui, di momenti storici che non sono i nostri ma dai quali dovremmo imparare per non ripetere determinati errori, o dai quali prendere spunto per vivere meglio.

In un’era in cui le cifre riguardanti i lettori nel nostro Paese sono veramente vergognose, il signore che ho incontrato ieri sera (ad una conviviale del Rotary Club, dove per fortuna non c’era la ressa che ci sarebbe stata altrove) ci dice che non è vero che con la cultura non si mangia: la cultura è la sola cosa che ci può aiutare a prendere coscienza di quello che ci succede e che può darci le basi per uscire dalla crisi in cui ci troviamo. È stato un bellissimo incontro, reso più interessante anche da molte domande che sono state poste all’ospite dai presenti, dalle quali sono nate ulteriori riflessioni, anche sul fatto che la componente femminile degli autori citati nel libro è un po’ scarsa, soprattutto per quanto riguarda le italiane: c’è solo Elsa Morante con L’isola di Arturo. Sono stati volutamente esclusi quei romanzi considerati grandi classici, che vengono magari letti a scuola e che tutti, in teoria, dovremmo conoscere, ma allo stesso tempo sono state escluse anche altre autrici italiane, alcune delle quali vincitrici di Nobel, perché ormai quasi nessuno le legge più, come la Deledda o la Serao. Di autrici contemporanee, manco a parlarne, quelle valide sono veramente poche, e non è un atteggiamento sessista dire che spesso ci sono stati più uomini degni di valore che donne. Questo non significa, però, dimenticare grandi scrittrici che per forza di cose non rientrano ne I cento libri che rendono più ricca la nostra vita.

Allora, l’avete riconosciuto?

Ma su! È il grandissimo Piero Dorfles!

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“Storia di una capinera” di Giovanni Verga

storiadiunacapineraQuesta volta vi voglio parlare di un brevissimo romanzo che ho comprato l’anno scorso con le uscite Newton&Compton a 0,99 € ma che sono riuscita a leggere solo un paio di settimane fa. Me lo sono portato nel mio viaggio in Toscana per tre motivi principali: è piccolo e leggero, mi serviva qualcosa di breve dato che comunque sapevo che non avrei letto molto, e mi faceva sentire più vicina a casa. Casa? direte voi. Sì, perché questa volta restiamo nella mia terra e parliamo di Storia di una capinera, del catanese Giovanni Verga.

Io credo che prima di leggere tutti gli autori possibili e immaginabili si debba avere un’idea precisa della letteratura della propria nazione e soprattutto della propria regione, motivo per cui ho il proposito di conoscere bene tutti (o quasi) gli autori siciliani. Verga è uno che a scuola vi fanno odiare perché ve lo fanno sembrare pesante, ma poi vi mettete lì a leggerlo da soli e scoprite tante cose. In questo caso mi sono trovata davanti ad una storia struggente, quella di Maria che, costretta dalla famiglia, entra in convento contro la sua volontà. Inizialmente non capisce che quella non è la sua vocazione, ma quando l’epidemia di colera la porta a rifugiarsi a casa sua per un periodo e le permette di conoscere persone a cui si affeziona, i suoi propositi iniziano a vacillare, fino a quando non crolla definitivamente.

Giovanni Carmelo Verga (1840-1922)

Siamo tra Monte Ilice e Catania, Maria è orfana di madre e suo padre si è risposato. La matrigna non è esattamente amorevole con lei, ma la ragazzina, sui vent’anni, è ingenua, non si rende conto dell’amore che la donna non le dà, crede che la si rimproveri solo per il suo bene, che certe attenzioni le vengano negate per abituarla alla vita monacale. Quando arriva la famiglia Valentini, a rifugiarsi là vicino per sfuggire al colera come loro, per Maria si apre un mondo. Conosce delle persone che la trattano da pari, soprattutto Nino sembra provare un affetto speciale per lei, un affetto che la ragazza non può ricambiare perché sarebbe un tradimento nei confronti del suo sposo celeste. Ma man mano che passa il tempo per Maria è sempre più difficile capire quale sia la sua strada, ciò che per lei rappresenta il volere non coincide affatto col dovere e l’epilogo sarà tragico.

Storia di una capinera è un romanzo epistolare, fatto per il 95% di lettere inviate da Maria alla sua amica Marianna, un tempo compagna di convento, che però poi è uscita e si è sposata. Marianna rappresenta quello che Maria non può essere, un’ideale di libertà e incontro con l’amore a cui “la capinera” non ha la possibilità di aspirare. Le restanti lettere, invece, sono scritte da un’altra suora che, indirizzandosi a Marianna, le racconta che cosa ne è stato dell’amica.

Pare che la storia (pubblicata per la prima volta nel 1871, ma scritta nel 1869) sia in parte autobiografica, prende spunto da una vicenda vissuta dallo stesso Verga da ragazzo. Quando l’epidemia di colera arrivò a Catania tra il 1854 e il 1855, la famiglia Verga si rifugiò in un paesino dalle parti di Vizzini, a Tebidi, dove Giovanni che aveva solo quindici anni s’innamorò di Rosalia, una giovane educanda. 1

Il romanzo, che racconta la triste storia di Maria, costretta da altri ad un futuro che non ha scelto, ha avuto un tale successo da vendere circa ventimila copie in poco più di vent’anni. Verga ricalca perfettamente il linguaggio di una giovinetta che non ha mai potuto assaporare i piaceri della vita e non ha mai potuto essere uguale ai suoi coetanei. Maria si diverte tantissimo a correre nei prati, a raccogliere i fiori, cose che oggi ci potrebbero sembrare ridicole, ma che per lei rappresentano una libertà che non le è concessa. La ragazza è ingenua, ma dato che tutto il male non viene per nuocere, il colera le fa aprire gli occhi, le insegna che cosa è la vita vera, quella senza privazioni e accanto agli affetti. Ma a questo punto è un bene o un male? Magari per lei sarebbe stato meglio se non avesse mai scoperto nulla e avesse continuato a vivere nella bolla del suo convento. Probabilmente in quel caso avrebbe salvato la sua anima. E la sua storia suscita ancora più tristezza, se pensiamo che di ragazze come Maria, un tempo, ce n’erano davvero tante.

Adesso, se vi chiedete da dove venga il titolo, vi lascio l’introduzione in cui Giovanni Verga ci spiega tutto:

Avevo visto una povera capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia; ci guardava con occhio spaventato; si rifugiava in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell’azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi, non osava tentare di rompere il fil di ferro che la teneva carcerata, la povera prigioniera. Eppure i suoi custodi, le volevano bene, cari bambini che si trastullavano col suo dolore e le pagavano la sua malinconia con miche di pane e con parole gentili. La povera capinera cercava rassegnarsi, la meschinella; non era cattiva; non voleva rimproverarli neanche col suo dolore, poiché tentava di beccare tristamente quel miglio e quelle miche di pane; ma non poteva inghiottirle. Dopo due giorni chinò la testa sotto l’ala e l’indomani fu trovata stecchita nella sua prigione.

Era morta, povera capinera! Eppure il suo scodellino era pieno. Era morta perché in quel corpicino c’era qualche cosa che non si nutriva soltanto di miglio, e che soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete.

Allorché la madre dei due bimbi, innocenti e spietati carnefici del povero uccelletto, mi narrò la storia di un’infelice di cui le mura del chiostro avevano imprigionato il corpo, e la superstizione e l’amore avevano torturato lo spirito: una di quelle intime storie, che passano inosservate tutti i giorni, storia di un cuore tenero, timido, che aveva amato e pianto e pregato senza osare di far scorgere le sue lagrime o di far sentire la sua preghiera, che infine si era chiuso nel suo dolore ed era morto; io pensai alla povera capinera che guardava il cielo attraverso le gretole della sua prigione, che non cantava, che beccava tristamente il suo miglio, che aveva piegato la testolina sotto l’ala ed era morta.

Ecco perché l’ho intitolata: “Storia di una capinera”.

Buona lettura!

Titolo: Storia di una capinera
Autore: Giovanni Verga
Genere:
 Romanzo epistolare
Anno di pubblicazione:
 1871
Pagine: 128
Prezzo: 0,99 €
Editore: Newton&Compton

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena


  1. Federico de Roberto, Casa Verga e altri saggi verghiani, a cura di Carmelo Musumarra, Firenze, 1964. 

“Ho visto il film” di Dario Pontuale

1752242Oggi parliamo di un altro libro firmato Valigie Rosse, ovvero Ho visto il film di Dario Pontuale, uscito lo scorso 9 novembre. Purtroppo non sono riuscita a parlarvene il giorno stesso in cui è stato presentato e mi dispiace moltissimo, ma lo faccio adesso, anche se un po’ in ritardo. Non di molto, per fortuna!

Il sottotitolo di questo libro è Capolavori senza tempo raccontati a chi ha poco tempo. Immaginate l’opera come una compilation di “ritratti di libri” nati durante degli incontri che lo scrittore ha tenuto e in cui ha parlato di testi famosi che la gente conosceva per sentito dire o di cui aveva visto il film. Pontuale, sostanzialmente, ci presenta in ogni capitolo una recensione di un grande romanzo, raccontandoci spesso un po’ della vita dell’autore o qualche chicca sulla sua pubblicazione. Il tutto seguito quasi sempre da informazioni sulle relative trasposizioni cinematografiche, e dico quasi sempre perché in alcuni casi non ne esiste una, come ad esempio per Il giovane Holden, di cui Salinger non ha mai concesso i diritti (è stato realizzato solo un documentario di un paio d’ore). E forse è stato meglio così. Adoro troppo quel romanzo, l’ho letto tre volte, e probabilmente realizzarne un film significherebbe uccidere quel personaggio meraviglioso che è Holden Caulfield.

Ma andiamo avanti. I libri (e i film) di cui ci parla Dario Pontuale non sono affrontati in un ordine particolare, semplicemente seguono l’esperienza personale dell’autore con ognuno di essi. Ad esempio, Tre uomini in barca di Jerome Kapla Jerome, è un libro che sua madre soleva leggere durante la gravidanza e che si portò poi in sala parto. E forse questo romanzo conserva tuttora un significato particolare per Pontuale, tanto che l’illustrazione in copertina è relativa proprio ad esso.

Ogni capitolo è accompagnato da un’illustrazione raffigurante uno scrittore, realizzata da uno degli artisti che si sono resi disponibili alla creazione di questo libro molto interessante che ha permesso a Valigie Rosse di inaugurare la collana Fuoricampo. Alla fine vengono riportati due ritratti un po’ particolari di due personaggi che hanno a che vedere con la storia di questa realtà editoriale nata a cavallo fra il Premio musicale Piero Ciampi e l’associazione «il Cane di Zorro» attiva presso il Centro Franco Basaglia di Livorno.

Personalmente, molti dei libri citati da Pontuale non li ho letti, ed è stato interessante conoscerli in questo modo. La mia wishlist si è allungata di molto e per questo devo ringraziare Valigie Rosse!

Titolo: Ho visto il film
Autore: Dario Pontuale
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 114
Prezzo: 15 €
Editore: Valigie Rosse

Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota

“Lamento di Portnoy” di Philip Roth

Voi non potete nemmeno immaginare come reagiscono certi individui
dopo aver scontato una pena di quindici, vent’anni in obbedienza al
concetto che qualche idiota sciagurato si è fatto dell’idea del “bene”.

 

arton38901Finalmente riesco a scrivere la recensione di questo libro che ho letto insieme alle mie amiche e colleghe blogger Simona Scravaglieri ed Elena Tamborrino, ovvero @LeggendoLibri e @ExLibris2012, per #letturecondivise (lo abbiamo letto e commentato insieme su Twitter, se volete potete trovare tutto con l’hashtag #Portnoy). Si era deciso di leggerlo perché qualcuno lo aveva proposto, poi questo qualcuno non si è più unito a noi e siamo andate avanti insieme a qualcun altro che si è aggiunto strada facendo. Comunque ci facciamo sempre letture interessanti, insieme. E ci ho messo un po’ prima di scrivere qualcosa perché ho avuto di mezzo una vacanza e tanti pensieri, anche su questo libro che non sono riuscita a capire subito se mi è piaciuto o no.

Lamento di Portnoy è un monologo ininterrotto di Alexander Portnoy diretto al suo psicanalista, il dottor Spielvogel. Alex è un ragazzo ebreo sulla trentina che è stato cresciuto dalla sua famiglia in un regime di inibizione e repressione di qualsiasi istinto: chiedi scusa, ringrazia, questo si fa, quello non si fa, perché non sei come gli altri ragazzi ebrei? perché non ti sposi con una bella ragazza e fai tanti figli?, ecc.. Il padre è un agente assicurativo, il cui interesse primario è fare soldi, e che odia il suo capo ma pubblicamente lo venera. La madre, invece, è apprensiva, perfezionista e maniaca dell’ordine e della pulizia. Alex ogni tanto cerca di ribellarsi a tutta questa perfezione, ma poi viene sopraffatto e si trova sempre a chiedere scusa senza capire bene il perché. Ogni famiglia ha i suoi difetti, ma quando cresci in questo modo inevitabilmente da grande arrivi ad avere dei problemi.

Nello specifico Alex già da ragazzino inizia a non credere in Dio, non riesce a legarsi a nessuna ragazza nonostante sia stato con tantissime, e nell’adolescenza (ma anche dopo) è ossessionato dalle pugnette, è il suo modo di fuggire dalla perfezione che gli viene imposta, quasi una scappatoia. Va a rifugiarsi continuamente in bagno giustificando il tutto con dei problemi di stomaco destando la preoccupazione e i sospetti della famiglia, ma deve sfogarsi in qualche modo, a causa di una famiglia che ci ha messo così tanta costanza e dedizione nell’opprimerlo.

Ma che cos’altro erano, Le chiedo, tutte quelle norme e regole dietarie, proibito qui, proibito là, a cos’altro servivano se non a dare a noi piccoli bambini ebrei la possibilità di abituarci a essere repressi? Esèrcitati, tesoro, esèrcitati, esèrcitati, esèrcitati. Ma l’inibizione mica cresce sugli alberi, sa, – richiede pazienza, richiede concentrazione, richiede un genitore devoto, dédito, pronto a sacrificarsi, e un bambino attento, volonteroso, diligente, per creare nel giro di soli pochi anni un essere umano realmente a culo stretto, rattenuto.

Questa è stata la mia prima esperienza con Philip Roth, un autore che viene sempre messo in mezzo quando si fanno i pronostici per il Nobel, ma che ancora non lo ha vinto. Onestamente non ho mai parlato, perché non conoscendolo ho preferito non dire nulla, però questo libro non mi ha dato un’idea precisa dello scrittore. Ho gradito molto lo stile ironico e sottile, la simpatia del personaggio di Alex Portnoy, e ho un po’ cercato di mettermi nei suoi panni rifacendomi anche a persone che conosco oppure ho conosciuto. Credo che un individuo dovrebbe avere la libertà di svilupparsi e formarsi da solo, ecco, la famiglia dovrebbe limitarsi a dare delle basi, a spiegare come si progredisce, ma non dovrebbe metterti su dei binari da cui t’impone di non uscire. Il concetto di giusto e sbagliato è spesso soggettivo, ognuno di noi è un mondo a sé, e la logica conseguenza di un tale tipo di castrazione dell’identità di una persona è la devianza. In questo caso Alex si rifugia nell’ossessione per il sesso (mi si perdonino le tante s), ma si porta dietro la difficoltà ad avere rapporti stabili e normali con le persone in generale e con le donne in particolare.

Probabilmente la storia in sé, limitandosi a leggere il libro per quello che è, può risultare scialba e ordinaria, ma il punto di forza del Lamento di Portnoy è, secondo me, la sua inclusione in un contesto di epoche e tradizioni di un certo tipo. Qui il protagonista è ebreo, ma potrebbe benissimo avere un altro credo, perché le religioni, si sa, sono tutte un insieme di regole che ci si impone di seguire per guadagnarsi, poi, una ricompensa di qualche tipo. E il periodo è quello degli anni ’60, che anche se parliamo dell’America, non è caratterizzato comunque da una mentalità aperta come potrebbe essere quella di oggi.
Ma quasi dimenticavo di spiegarvi – come spesso faccio – il perché del titolo. La spiegazione la trovate all’inizio di qualsiasi edizione del libro, ma io ve la riporto qui di seguito (è come se fosse stata scritta proprio dal dottor Spielvogel dopo aver conosciuto Alex, primo a soffrirne):

Lamento di Portnoy [da Alexander Portnoy (1933 – )] Disturbo in cui forti impulsi etici e altruistici sono perennemente in conflitto con violenti desideri sessuali, spesso di natura perversa. Dice Spielvogel: “Gli atti di esibizionismo, voyeurismo, feticismo, autoerotismo e coito orale sono assai frequenti; tuttavia, in conseguenza della ‘moralità’ del paziente, né le azioni né le fantasie producono un’autentica gratificazione sessuale, ma contribuiscono piuttosto ad alimentare il senso di colpa e il timore di espiazione, particolarmente sotto forma di castrazione.” (Spielvogel, O. “The Puzzled Penis”, Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse, vol. XXIV, p. 909). Spielvogel ritiene che molti dei sintomi si debbano far risalire ai legami che si formano nel rapporto madre-figlio.

Lamento di Portnoy è una storia coinvolgente, un esempio di letteratura erotica leggera e divertente che vale proprio la pena di affrontare!

Titolo: Lamento di Portnoy
Autore: Philip Roth
Traduzione:
 Roberto C. Sonaglia
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1969 (2005 questa edizione)
Pagine: 240
Prezzo: 10,50 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

Come ti si dovrebbe baciare

Quando ti bacio
non è solo la tua bocca
non è solo il tuo ombelico
non è solo il tuo grembo
che bacio.
Io bacio anche le tue domande
e i tuoi desideri
bacio il tuo riflettere
i tuoi dubbi
e il tuo coraggio
il tuo amore per me
e la tua libertà da me
il tuo piede
che è giunto qui
e che di nuovo se ne va
io bacio te
così come sei
e come sarai
domani e oltre
e quando il mio tempo sarà trascorso.

Erich Fried

“Bacio davanti all’hotel De Ville” (Titolo originale: “Le Baiser de l’hôtel de ville” o, in inglese, “Kiss by the hotel de villeè”), fotografia di Robert Doisneau (Gentilly, 14 aprile 1912 – Montrouge, 1 aprile 1994).

“Milioni di milioni” di Marco Malvaldi

2945-3Un giorno non sai che cosa leggere, ma di certo non hai moltissimo tempo, vuoi divertirti e passare qualche momento di calma. Quindi, che fai? Vai a vedere nella pila di libri messi da parte (i cosiddetti “da leggere”, che si accumulano sempre di più) e vedi un bel Malvaldi che ti aspetta, messo lì proprio per questo tipo di occasioni. Lo prendi, lo leggi e ti senti appagato perché ti ha dato esattamente ciò di cui avevi bisogno.

A me è capitato di prendere Milioni di milioni, un romanzo del 2012 targato Sellerio che non avevo mai letto, pur essendo una grandissima fan dell’autore. Credo che leggere tutti i libri di qualcuno, ossessivamente uno dopo l’altro, l’autore te lo faccia odiare, o per lo meno te lo fa venire a nausea, per quanto bravo sia. Io li leggo a poco a poco, anche perché, come ho già detto, mi riservo queste chicche per momenti particolari.
Protagonisti della storia sono Piergiorgio Pazzi e Margherita Castelli, rispettivamente genetista e filologa, che vengono mandati dall’università di Pisa nel paesino di Montesodi Marittimo per svelare un grande mistero: la grande forza fisica di gran parte degli abitanti. Uno dovrebbe occuparsi di fare delle analisi di tipo medico, l’altra dovrebbe andarsi a spulciare alberi genealogici e varie per ricostruire parentele e discendenze. Ma inevitabilmente c’è il pasticcio: la signora Zerbi Palla, a casa della quale si è stabilito Piergiorgio per la durata del progetto, una sera sta guardando la televisione in poltrona e la mattina dopo non si sveglia perché è stata uccisa. Cosa stranissima, perché era l’unica che si era opposta al progetto dell’università in quanto – diceva lei – due terzi degli abitanti di Montesodi non sono realmente figli dei loro padri. Tra storie di corna, scappatelle, preti che s’innamorano di brave ragazze, i due studiosi riusciranno a ricostruire la vicenda e a capire chi è il colpevole dell’omicidio della povera Annamaria Zerbi.

Il paesino è disseminato di tipi strani e particolari, tutti descritti da Marco Malvaldi attraverso gli occhi di Piergiorgio. Soprattutto per quanto riguarda la tradizione della Festa della Panca, una cosa particolarissima e assurda che non vi racconto perché dovete scoprirla leggendo il libro. Lo stile dell’autore è ironico, ma di un’ironia intelligente e sottile, insomma, non ci trovate battutine sceme fini a se stesse.
Gli indizi sono sparsi qua e là tra le varie parti del romanzo e siamo noi lettori a doverli capire e mettere insieme per ricostruire il quadro finale. Piergiorgio da solo non ce la farebbe, se non fosse aiutato dall’istinto e dalla sagacia femminile di Margherita che sembra destreggiarsi bene in un tipico paesino pieno di donne che vanno in chiesa per il rosario, uomini coraggiosi che cacciano, feste, tradizioni e cose non dette.

Consiglio la lettura di questo libro a tutti, ne vale veramente la pena!

Titolo: Milioni di milioni
Autore: Marco Malvaldi
Genere:
 Romanzo 
Anno di pubblicazione:
 2012
Pagine: 208
Prezzo: 13 €
Editore: Sellerio

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena