La scuola del racconto: volumi 2 e 3

Ultimamente è stato un periodo un po’ strano e non mi trovo esattamente in pari con la lettura dei volumi de La scuola del racconto (di cui vi avevo parlato qui) che escono ogni giovedì col Corriere della Sera e che trovo molto interessanti. Colgo l’occasione per presentarvi brevemente il secondo e il terzo volume.

Vol. 2 – Scrivere e riscrivere. Con i racconti di Guy de Maupassant (uscito il 13 novembre)

Guido Conti, in questo libriccino, ci parla della tecnica delle riscrittura prendendo in esame uno dei padri del racconto breve, vissuto tra il 1850 e il 1893 tra gli eccessi: Guy de Maupassant, personaggio molto particolare, quasi fuori dagli schemi. Questo grande autore – non tutti lo sanno – amava riscrivere molti dei suoi racconti, anzi lo faceva periodicamente. Se un dato anno ne scriveva uno, qualche anno dopo lo riscriveva mantenendone il nocciolo e cambiando il resto. Conti ci vuol fare capire che rielaborare un proprio prodotto non significa essere a corto di spunti, ma è un puro esercizio creativo; l’originalità non sta necessariamente nel tema affrontato, ma nel modo in cui esso viene sviluppato, e in questo Maupassant è stato un genio.

Perché questo esercizio di riscrittura e di analisi delle variazioni del racconto vale così tanto, è così necessario, e si rivela, una volta entrati nel gioco, così appassionante? La risposta è semplice: perché tocca il cuore stesso del meccanismo creativo. (…) Per Maupassant si parla di variazioni sul tema. Non siamo di fronte a un autore a corto di idee, ma a un genio che ci mostra quanto uno stesso spunto possa valere per sviluppi ed esiti così diversi dal punto di vista letterario. (…) Non siamo di fronte ad un divertissement. (…) Maupassant ci insegna un’altra lezione, molto più importante: quella della prospettiva narrativa. L’identica vicenda di base può essere indagata in maniera molto diversa, con psicologie e significati lontani tra loro. Non è una variazione di stile ma un’indagine umana. (…) Uno stesso racconto può assumere forme e scritture differenti a seconda di come la nostra sensibilità lavora all’interno di quella storia. Il tema è quello dell’originalità dello scrivere: non c’è bisogno ogni volta di essere originale nell’idea.

(pp. 62-63)

E dopo tutto questo discorso, La scuola del racconto ci propone la lettura di alcuni racconti di Maupassant:  Storia di un cane (1881) che viene riscritto due anni dopo con il titolo La signorina Cocotte, Il matrimonio del tenente Laré (1878) riscritto ben due volte coi titoli Le idee del colonnello (1884) e Ricordo (1888), e infine La mano dello scorticato (1875) che nel diventa semplicemente La mano (1883).

Vol. 3 – Dall’idea alla pagina. Coi racconti di Nathaniel Hawthorne (uscito il 20 novembre)

Vi è mai capitato di avere un’idea particolarmente buona, uno spunto che, sviluppato, potesse portare a qualcosa di notevole? A Nathaniel Hawthorne è capitato tante volte, e lo si nota dai suoi appunti che molte volte rappresentano la perfetta sintesi dei suoi romanzi e racconti. Ma Guido Conti, prima di addentrarsi in questo discorso, parte dalla lettura dei classici, dei predecessori, che Giuseppe Pontiggia ha definito “contemporanei del futuro”. Perché? Questo apparente ossimoro descrive esattamente la letteratura:

annulla il tempo proprio nel momento in cui pone il racconto lontano non solo nel passato ma soprattutto nel futuro, consegnandolo alla lettura delle generazioni che verranno. Leggere ha il potere di rendere attuale ciò che non lo è, di ridare vita a un testo che viene a noi da un altro tempo.

Leggere gli autori precedenti significa conoscere altre epoche, altre situazioni, delle storie che ci sono lontane. E significa anche fare tesoro di determinati elementi. I manuali di letteratura che si usano a scuola spesso tendono a isolare le diverse correnti letterarie, dicendoci che in un dato periodo è stato scritto un dato romanzo, in un altro periodo un altro romanzo che apparentemente non c’entra niente col precedente, e così via. Ma la letteratura non si può ridurre in maniera così semplicistica ad un mero elenco di correnti e autori, ci sono degli intrecci, delle influenze che spesso sfuggono all’occhio e all’analisi di qualcuno che cerca di riassumere al meglio le opere e di collocarle nel tempo e nello spazio. A questo proposito, come potremmo spiegarci (se esistessero confini netti tra la produzione di uno scrittore e quella di un altro) la presenza di “trame” di altri autori negli appunti di Hawthorne? Appunti che George Steiner chiama “grammatica della creazione”.

Che cosa vi ricorda questo?

Il diario di un cuore umano nel corso d’una sola giornata in circostanze ordinarie. Le luci e le ombre che vi aleggiano, le sue vicissitudini interiori.

Quelli riportati nel volumetto, insieme ai racconti più importanti, sono dei frammenti che sono semi di migliaia di storie possibili, tessere che hanno un potenziale narrativo incredibili e che possono portare a sviluppi inattesi. Guido Conti dice: “Prendere appunti è un’ottima abitudine. Non bisogna avere paura di collezionare semi di idee; qualcuno, prima o poi, germoglierà”.

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