Da “Confessioni di un oppiomane”

L’ultimo libro letto nel 2014 è stato per me Confessioni di un mangiatore d’oppio (o Confessioni di un oppiomane), romanzo del 1821 di Thomas de Quincey, che racconta la sua personale esperienza di dipendenza da oppio e laudano. Per quanto mi riguarda l’ho trovato interessante, anche se devo dire che si dilunga troppo in alcuni punti mettendo da parte il tema principale che si è proposto di sviluppare, cioè l’effetto che l’oppio ha avuto sulla sua vita. Fa un po’ storcere il naso anche la sua aria di supponenza e il suo sottolineare continuamente la sua cultura e il divario che c’è tra lui e la gente che incontra sul suo cammino. Ad ogni modo è una testimonianza storica di una persona che, per colpa di un fortissimo mal di testa, è caduta nel vortice della droga e sembra esserne uscita, ma… Ne è uscito davvero?

Vi lascio qui parte dell’incipit, buona lettura!

AL LETTORE

COVERoppiomaneEccoti qua, cortese lettore, la storia di un notevole periodo della mia vita: e confido che sarà per te, come è stata per me, non solo una storia interessante, ma in qualche modo anche utile e istruttiva. L’ho scritta con questa speranza, e questa sia la mia scusa se son venuto meno a quel delicato, dignitoso riserbo che per lo più ci trattiene dall’esporre in pubblico i nostri errori e le nostre debolezze. Per la sensibilità inglese infatti non c’è nulla di più disgustoso dello spettacolo di un essere umano che impone alla nostra attenzione le sue piaghe, le sue cicatrici morali, e strappa quel «pietoso velo» che il tempo o l’indulgenza verso l’umana debolezza può avere steso su di esse. Di conseguenza, la più gran parte delle nostre confessioni (cioè delle confessioni spontanee, non di quelle fatte in tribunale) proviene da donne di dubbia riputazione, da avventurieri o da imbroglioni, e per un simile genere di autoumiliazione gratuita da parte di coloro che si possono supporre in regola con la società per bene, dotata di amor proprio, dobbiamo rivolgerci alla letteratura francese, o a quella sezione della tedesca ch’è guasta dalla sensibilità spuria e imperfetta dei francesi. Di tutto questo sono così consapevole e sono così sensibile a un rimprovero di questo genere, che per molti mesi ho esitato, domandandomi se fosse opportuno che questa o qualsiasi parte del mio racconto fosse data in pasto al pubblico prima della mia morte, quando per molte ragioni tutto quanto sarà pubblicato: e solo dopo una ansiosa ricapitolazione di tutti gli argomenti pro e contro questo passo, mi sono alla fine deciso a farlo.

“Confessioni di un oppiomane” di Thomas de Quincey,
trad. Filippo Donini,
Einaudi, ed. 1973 collana “Centopagine”

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