“L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery

Madame Michel ha l’eleganza del riccio:
fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza,
ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci,
animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari
e terribilmente eleganti.

 

Anche questa volta mi sono dedicata in grande e voluto ritardo alla lettura di un libro che qualche anno fa ha avuto grande successo. Non mi piace seguire la massa, perché spesso capita che il giudizio o l’entusiasmo degli altri possano in qualche modo influenzarti, quindi per scelta decido di accostarmi ad un’opera quando non se ne parla quasi più. E così ho iniziato a leggere, come secondo libro di questo 2015, L’eleganza del riccio di Muriel Barbery, romanzo francese del 2006 arrivato in Italia nel 2007, pubblicato da edizioni e/o.

WP_004330Vediamo incrociarsi le storie di due persone: Renée Michel, portinaia ultracinquantenne che non avendo potuto studiare da piccola si è fatta un suo (enorme) bagaglio culturale leggendo, informandosi, ascoltando buona musica e guardando buon cinema, ma che purtroppo è diventata snob nei confronti dei ricchi che abitano nel suo palazzo al numero 7 di rue de Grenelle, persone che – a detta di lei – sono insulse, vuote e indaffarate ad inseguire il nulla; e poi c’è Paloma, dodicenne, figlia di un ex ministro, che è troppo intelligente e brillante per la sua età e, insofferente a quasi tutto e tutti, decide di suicidarsi entro la data del suo compleanno, il 16 giugno. Le due protagoniste hanno una cosa in comune: fingono di essere ciò che non sono. Renée recita perfettamente la parte della portinaia grassoccia, sciatta e ignorante (s’impegna a fare di proposito certi strafalcioni per non dare nell’occhio) e Paloma quella della bambina scema, anche se ha qualche problema, perché quando – per sfuggire a tutti – vuole nascondersi la sua famiglia la crede matta e la porta da un terapeuta.

Ma un giorno, nel palazzo, arriva un nuovo condomino, monsieur Ozu, un sessantenne giapponese molto elegante e cortese, completamente diverso dagli altri inquilini che si comportano che se tutti dovessero inchinarsi al loro passaggio e obbedire ai loro ordini. Ozu conosce Paloma in ascensore e fanno amicizia grazie alla loro passione per i gatti, e poi smaschera Renée quando, ad un incontro in portineria,

«Lei conosceva gli Arthens? Mi hanno detto che era una famiglia decisamente straordinaria» mi chiede.
«No» rispondo sulle mie, «non li conoscevo particolarmente bene, era una famiglia come le altre qui».
«Sì, una famiglia felice» dice madame Rosen visibilmente spazientita.
«Vede, tutte le famiglie felici sono simili fra loro» borbotto per togliermi d’impaccio, «non c’è niente da dire».
«Ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo» mi dice lui guardandomi con aria strana, e di nuovo, all’improvviso, trasalisco.

Renée si tradisce e piano piano inizia a tirar fuori la sua vera personalità e a smettere di recitare la sua parte, esattamente come farà Paloma che sembra ringraziare Ozu per questo, poiché per lei è uno “che cerca le persone e che vede oltre, che guarda la gente con l’aria di dire: ‘ chi sei? vuoi parlare con me? mi fa proprio piacere stare con te'”. Ma come finirà questa storia, dopo che la donna e la bambina saranno uscite allo scoperto?

Questo è ciò su cui m’interrogo anch’io, perché un libro che decolla all’incirca a pagina 70 dopo essere stato noioso e che diventa quasi carino nel momento in cui i caratteri dei personaggi si ammorbidiscono non può finire come nei fatti finisce. Il finale è un pugno nello stomaco e mi sto ancora scervellando sul suo significato. Ovviamente non posso parlarne bene qui, perché farei un grossissimo spoiler, ma se volete ne possiamo parlare altrove. Dirò solo che ci sono due possibili motivazioni: o non sapeva come concludere e ha risolto in maniera sbrigativa, oppure questa fine rappresenta una condanna a chi vuole essere più di quello che è. Ma nel secondo caso, se accostassi i Malavoglia o il Verga a questo romanzetto sarei un’eretica, quindi forse è meglio non chiedersi il perché di certe scelte. Ad ogni modo, questa conclusione ha fatto sì che togliessi una stellina buona al mio giudizio finale. Ma andiamo avanti.

Ho trovato L’eleganza del riccio scritto molto bene, ma i personaggi non risultano molto credibili. Perché una portinaia colta e raffinata dovrebbe far finta di essere una buzzurra? E poi una dodicenne secondo me non si esprimerebbe come Paloma che sembra una cinquantenne. Sono comunque personaggi carini, anche se è difficile, a mio parere, che possano esistere nella realtà.
È un romanzetto che si può leggere senza applicarsi troppo, anche se l’autrice è stata docente di filosofia e si vede (eccome se si vede!): ci sono riferimenti a Nietzsche e al buddhismo, ma anche alla letteratura (specialmente quella russa, il gatto di Renée si chiama Lev e quelli di Ozu Kitty e Levin) e alla storia dell’arte. Ma è tutto molto leggero, niente paura!

Titolo: L’eleganza del riccio
Autore: Muriel Barbery
Traduzione:
 Emanuelle Caillat e Cinzia Poli
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2006 (2007 questa edizione)
Pagine: 321
Prezzo: 18 €
Editore: e/o

Giudizio personale: spienaspienaspienasvuotasvuota

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4 pensieri su ““L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery

    • Valentina ha detto:

      Ahahaha no, dai, è carino, possiamo dire. Ma bisogna prendere ogni cosa per quello che è. Non è alta letteratura, è un libretto da leggere per svago, sicuramente non è per chi si aspetta grandi cose. Il finale, però, distrugge completamente quell’atmosfera che si crea circa da pagina 70.

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