“La strage dei congiuntivi” di Massimo Roscia

WP_004413La strage dei congiuntivi è un altro libro che ho letto insieme a Simona, Elena e Nereia per #letturecondivise. In pratica, quando qualcuno fa una proposta di lettura decidiamo di affrontarla insieme e commentarla passo passo su Twitter (o sui nostri profili Facebook), riportando anche foto, stralci e citazioni che ci piacciono (se v’interessa vedere cosa abbiamo scritto e scriviamo cercate su Twitter #StrageCongiuntivi, è l’hashtag di riferimento che abbiamo scelto). Stavolta, dopo aver letto il titolo del libro proposto non mi sono fatta nessuna idea perché non conoscevo né il testo né l’autore, mai sentiti, quindi ho accettato volentieri e mi sono procurata il volumetto.
Forse l’ho finito prima degli altri, ma di certo non è stata una lettura facile e adesso vi spiego perché.

Innanzitutto l’autore: Massimo Roscia. Dal sito di Exòrma leggiamo:

È nato a Roma nel 1970 (qualcuno sostiene nel 1870). Scrittore, critico enogastronomico, docente, condirettore editoriale del periodico «Il Turismo Culturale». Autore di romanzi, saggi, ricerche, guide e vincitore di diversi premi letterari, ha esordito nel 2006 con “Uno strano morso ovvero sulla fagoterapia e altre ossessioni per il cibo”. L’originale noir sul rapporto cibo-nevrosi ha ottenuto in pochi mesi un grande successo di pubblico e di critica. Da qualche anno insegna comunicazione, tecniche di scrittura emozionale, editing, letteratura gastronomica e marketing territoriale. Nei minuti liberi continua a scarabocchiare e a chiedersi cosa fare da grande.

La storia, in poche parole, è questa. L’assessore alla cultura, Bill Gross Donkey, un uomo che data la sua ignoranza con la cultura non c’entra proprio niente, viene ucciso con un colpo di bastone di legno d’ulivo dopo il suo lunghissimo discorso filosofico. Ma chi lo ha ucciso? Sicuramente uno dei cinque personaggi, abbastanza stravaganti, che si ergono a difensori della cultura e della lingua e che per salvare il mondo dallo sfacelo linguistico/culturale, appunto, ucciderebbero. C’è chi è un ex bibliotecario licenziato dall’assessore e trasferito all’ufficio del cimitero, chi è nelle forze dell’ordine, chi è professore, ma tutti condividono la medesima idea: non bisogna arrendersi, non ci si può limitare ad indignarsi e a storcere il naso davanti a tali nefandezze, bisogna reagire e se è il caso, perché no?, togliere di mezzo qualcuno. E in questo caso è stato l’assessore, che viene stroncato da un bastone d’ulivo che ricorda un po’ quello di Atena.

Tutto qui, l’idea è sicuramente originale, come lo è anche la dedica all’inizio, su cui mi sono soffermata molto quando ho aperto il libro.

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Apprezzabile! In fondo bisogna dedicare qualcosa a tutti, anche a quelli a cui nessuno pensa mai.

Ma, per continuare il discorso, originali sono anche la struttura del libro e il modo di scrivere dell’autore. All’inizio di ogni capitolo c’è una piccola “dissertazione” sul numero corrispondente, ma durante la lettura, poi, spesso ci si perde un po’ perché non si capisce bene chi sia a parlare. Ogni capitolo è narrato da una persona diversa, la voce narrante non è sempre uguale. I personaggi risultano un po’ antipatici, ma recitano la parte che è stata assegnata loro da Roscia in quanto difensori all’estremo di una cultura e di una lingua (italiana, nonostante quasi nessun personaggio abbia un nome italiano) che vanno verso la rovina. Quindi, ad esempio, li troviamo impegnati a darsi dei soprannomi che non sono altro che i nomi di grammatici e filosofi dell’età classica, Partenio, Dionisio, Cratete e compagnia bella. E poi si mettono anche a parlare in una lingua che neanche il Petrarca…

Ma quello che ha fatto sì che il libro non mi riuscisse facile da leggere (e che quindi non mi conquistasse) è l’eccessiva quantità di note riscontrabile all’interno. Queste note non sono tutte autentiche, molte sono inventate e divertenti (più in basso ve ne riporto una), ma credo siano troppe, e rimandano a libri che l’autore ha letto (?) e cita. Ma sono davvero troppi, a volte sembra un po’ spocchioso, sembra che voglia fare uno sfoggio di erudizione per mostrarsi superiore. Ad ogni modo secondo me fanno perdere il filo, perché tu che leggi ti trovi continuamente a fare su e giù con gli occhi perché hai paura di perderti qualche chiarimento importante, e poi invece finisce che non le leggi più. E allora a che serve?

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La parte più divertente è sicuramente il lungo discorso dell’assessore Gross Donkey, infarcito di congiuntivi sbagliati, inventati o scambiati col condizionale, di accordi bislacchi tra aggettivi, pronomi e sostantivi corrispondenti, di occlusive sorde che diventano sonore e altre stramberie che voi comuni mortali non potreste nemmeno immaginare. E ci credo che lo fanno fuori, ad un certo punto! Porta davvero all’esasperazione un personaggio che parla così.

Insomma, onestamente a me non è piaciuto, non è stata una lettura adatta a me, ma se anche voi siete stanchi della violenza che si fa giornalmente ai danni della cultura e della nostra lingua magari vi può piacere.

Titolo: La strage dei congiuntivi
Autore: Massimo Roscia
Genere:
 Romanzo, Giallo, Noir
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 324
Prezzo: 15,50 €
Editore: Exòrma

Giudizio personale: spienasvuotasvuotasvuotasvuota

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