Intervista doppia su “Madame Bovary”

Madame Bovary è un libro che ho letto l’anno scorso e di cui ho parlato a suo tempo. C’è da dire che la lettura è sempre un’esperienza personale, quindi ciò che non piace a me può piacere a te. Non discuto sul fatto che sia un classico, ma ci sono cose che semplicemente non ti colpiscono perché non sono nelle tue corde, oppure prendi in antipatia il protagonista ed è finita.
Per questo motivo ho deciso di partecipare ad un’intervista doppia per il sito Leggeremania (con cui, lo sapete, collaboro di tanto in tanto). Vedrete che le mie risposte non sono in linea con quelle di Grazia, che di sicuro ha apprezzato molto più di più la personalità della protagonista, a differenza di me che ho semplicemente riconosciuto il valore del romanzo senza amarne i personaggi.

Intervista doppia di Domizia Moramarco su Madame Bovary, romanzo dell’autore francese Gustave Flaubert. Valentina Accardi e Grazia Spano si confrontano su uno dei classici più belli della letteratura.

Annoverato fra i classici intramontabili della letteratura contemporanea, Madame Bovary, romanzo pubblicato nel 1857 dall’autore francese Gustave Flaubert, continua tutt’oggi a ispirare diverse trasposizioni cinematografiche, la più recente è nella versione della regista franco-americana Sophie Barthes, presto nelle sale.

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“Una questione privata” di Beppe Fenoglio

Questo libro l'ho ricevuto tramite uno scambio, credo che l'edizione non sia più in commercio (è vecchia) quindi nella scheda ne ho indicato una più recente.

Questo libro l’ho ricevuto tramite uno scambio, credo che l’edizione non sia più in commercio (è vecchia) quindi nella scheda ne ho indicato una più recente.

Particolare, questo libro di Beppe Fenoglio. Una lettura non esattamente nelle mie corde che, però, ho voluto affrontare spinta dalla curiosità e dalla voglia di scoprire un autore italiano così importante. E ho scelto proprio un’opera che è stata pubblicata due mesi dopo la sua morte, esattamente nell’aprile del ’63. Non è una delle mie tipiche letture per il semplice motivo che parla di storia (anche se ultimamente mi sto appassionando a molti temi), e per di più parla di storia contemporanea, quando chi mi legge e mi conosce sa che i periodi che amo di più sono l’antica Roma e la Grecia classica.

Stavolta siamo tra il 1942 e il 1943, durante la guerra di resistenza partigiana nelle Langhe (in Piemonte, quindi). Milton, il nostro protagonista, è un giovane partigiano delle forze badogliane, innamorato di Fulvia, una ragazza torinese di buona famiglia sfollata per un periodo ad Alba. Un giorno, per nostalgia, si reca in visita alla villa in cui era solito passare dolci momenti con lei (che è a Torino a trovare la famiglia), ma la custode gli rivela che Fulvia ha una relazione con un suo compagno partigiano, Giorgio Clerici. Incredulo, Milton va a cercare il ragazzo per un chiarimento, ma scopre che dopo essersi allontanato dal suo gruppo è stato catturato dai fascisti, e decide di liberarlo cercando un prigioniero da scambiare coi nemici. E in effetti lo trova: una vecchia gli rivela che a Canelli un sergente fascista s’incontra segretamente con una sarta del paese. Lui organizza un agguato, lo cattura ma quello tenta di scappare e lui lo uccide. Era l’ultima speranza di salvare Giorgio. Milton ormai sembra inseguito dai nemici, scappa e…

Giuseppe Fenoglio detto Beppe (Alba, 1º marzo 1922 – Torino, 18 febbraio 1963)

Che cosa succede? Non si capisce bene. Né si sa se la reale conclusione del libro sia questa, perché Una questione privata è stato ritrovato tra le cose dell’autore quando è morto. Milton è per terra, ma Fenoglio non parla di ferite né di sangue, solo di cadute e di spari, che potrebbero benissimo essere andati a vuoto.
Secondo qualcuno il romanzo è incompiuto e io propendo per questa ipotesi. Anzi, mi chiedo come si sarebbe conclusa la vicenda se il libro fosse stato portato a termine. Magari Milton sarebbe stato effettivamente colpito e ucciso, oppure sarebbe riuscito a salvare se stesso e Giorgio e ad arrivare ad un chiarimento con Fulvia e l’amico/rivale in amore.
Ma se invece Fenoglio avesse voluto concludere così la sua storia? Magari il significato di tutto ciò è che nella guerra niente è sicuro e che spesso delle vite finiscono così, all’improvviso, nel nulla e nessuno viene a saperlo.

Lo stile di Beppe Fenoglio ad un lettore di oggi può sembrare un po’ datato, ci sono modi dire e termini usati che ormai risultano desueti. Confrontandomi con altri lettori, infatti, qualcuno mi ha confessato di aver avuto qualche difficoltà nella lettura di questo romanzo che a me è sembrato bellissimo. Mi sono dovuta fermare più volte a cercare sul vocabolario parole che non conoscevo, ma si trattava di parole appartenenti ai campi semantici della guerra (quindi particolari tipi di armi) o della descrizione del territorio in generale (avvallamenti del terreno, collinette…).

Ovviamente lascio fuori ogni questione politica, prendo questo libro come testimonianza storica di eventi che ci hanno toccato da vicino. Fa un certo effetto ritrovarsi nelle campagne piemontesi tra ragazzi – alcuni anche molto giovani – che usano nomi in codice, tra paesani e vecchietti eroici che aiutano questi giovanotti e si comportano quasi come spie o offrono loro un pasto e un nascondiglio sicuro.
Per me, ripeto, è stata una lettura molto piacevole e interessante.

Voi lo avete letto?

Titolo: Una questione privata
Autore: Beppe Fenoglio
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1963 (2006 questa edizione)
Pagine: 192
Prezzo: 10,20 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

Da “Il giovane Holden”

[…] scoprirai di non essere il primo che il comportamento degli uomini abbia sconcertato, impaurito e perfino nauseato. Non sei affatto solo a questo traguardo, e saperlo ti servirà d’incitamento e di stimolante. Molti, moltissimi uomini si sono sentiti moralmente e spiritualmente turbati come te adesso. Per fortuna, alcuni hanno messo nero su bianco quei loro turbamenti. Imparerai da loro… se vuoi. Proprio come un giorno, se tu avrai qualcosa da dare, altri impareranno da te. È una bella intesa di reciprocità. E non è istruzione. È storia. È poesia.

Il giovane Holden, J. D. Salinger
trad. Adriana Motti,
Einaudi, Torino, 1961

Prima edizione del libro (1951)

“Cinque stagioni” di Abraham Yehoshua

Tempo fa mi è stata regalata la Trilogia d’amore e di guerra di Abraham Yehoshua, un librone che racchiude tre romanzi che hanno in comune l’ambientazione e, in parte, la situazione politica d’Israele, ma non sono collegati, quindi si possono leggere in qualsiasi ordine. Come già saprete non amo affrontare più romanzi di uno stesso autore di seguito, perché poi mi viene a noia, quindi me li sono letti piano piano, due l’estate scorsa e uno la settimana scorsa. Dei primi due, L’amante e Un divorzio tardivo, abbiamo già parlato più o meno abbondantemente, adesso è la volta del terzo, Cinque stagioni. Il primo mi aveva appassionata, il secondo un po’ meno, ma era comunque bello, e il terzo, invece, mi ha lasciata indifferente.

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copLa storia, in soldoni, è questa. Molcho ha assistito la moglie per circa sette anni nella sua malattia, un tumore che era iniziato al seno, ma che dopo un’operazione che sembrava averlo sconfitto è ritornato e si è diffuso altrove. La moglie adesso è morta e lui sprofonda nel vuoto, deve iniziare a rifarsi la vita o a cercare di riprendere quella che conduceva precedentemente. È stato un infermiere impeccabile, ma adesso si ritrova solo con tre figli che, sebbene siano grandi, gli danno qualche preoccupazione. Allora, dopo pochissimo tempo dalla morte della moglie, tutti sembrano volergli trovare un’altra donna, anche perché ha solamente 51 anni. Prima gli si avvicina una consulente legale, con cui fa anche un piccolo viaggio, ma non succederà niente, poi un vecchio amico che non vedeva da tanto tempo gli propone di divorziare dalla moglie per darla in sposa a lui (e questo non mi è chiaro, perché nel romanzo sembra una cosa normalissima), e poi si ritrova invischiato nella storia di una russa che vuole essere rimpatriata.

Molcho in realtà non sa che cosa fare, perché sono gli altri a spingerlo verso nuove decisioni, dentro di sé non sente l’impulso di trovarsi una donna. Anche il desiderio, qualcosa che ormai ha dimenticato dovendo assistere una malata grave, ancora non torna. Dalla consulente viene addirittura accusato di aver fatto morire sua moglie con cure troppo amorevoli e assidue, di averla soffocata. In fondo sua moglie era completamente diversa da lui, era un’intellettuale, appassionata di arte, maniaca della pulizia, un po’ snob, mentre Molcho è l’esatto contrario. Leggendo il libro viene il dubbio che la consulente potesse avere ragione, che la moglie avesse annullato la sua personalità per far spazio al marito. Questo oltre al cancro, ovviamente.

E poi Molcho non è una bella persona, anzi è un personaggio che viene preso in antipatia facilmente, già quando, la moglie morta da poco, vuole rivendere le medicine che aveva comprato per lei e che non gli sono servite. È un uomo attaccato al denaro, un uomo che non fa quasi nulla perché lo vuole davvero, ma perché viene spinto dagli altri. Le persone gli fanno capire che può rifarsi una vita? Lui inizia a pensarci in quel momento, e quella sembra diventare la sua missione, anche se non capisce che cosa vuole realmente. Forse solo verso la fine riesce a capire che innanzitutto deve sentirsi pronto a ricominciare, quando si rende conto che qualsiasi cosa lui faccia la fa perché la moglie comanda ancora la sua mente, come se gli avesse dato delle regole da seguire per sempre: salutare tutti quelli che sono in casa la mattina prima di uscire, farsi la doccia sempre prima di andare a letto, non entrare in certi ristorantini perché sono sporchi, ecc..

Ma il punto centrale del libro credo sia questo: in seguito ad una perdita, dopo quanto tempo è lecito rifarsi una vita? Il momento X è troppo presto o troppo tardi? Si è portato il lutto per troppo poco? Molcho, anche se con altre parole, si fa queste domande, non sa se vuole davvero un’altra e soprattutto non sa se attirerà le critiche di qualcuno, specialmente di sua suocera che, sopravvissuta alla figlia, sta in una casa di riposo per anziani.

Cinque stagioni è diviso in cinque grandi capitoli che indicano proprio le stagioni dell’anno: inizia con l’autunno e finisce con l’autunno dell’anno successivo. Ognuna di queste parti racconta gli stati d’animo di quest’uomo che si trova ad affrontare qualcosa che non aveva pianificato e su cui non aveva riflettuto prima, il suo senso di inadeguatezza, ma anche la lotta che fa contro se stesso per ricominciare, per rinascere.
A me Yehoshua piace, come autore, ma se devo essere sincera questo libro non mi ha presa molto, e ciò è dovuto anche al fatto che la lettura non è per niente semplice per via dei troppi strafalcioni che non sono stati corretti. Ve ne riporto qualcuno:

  • Molcho fu stupito vedendola indossare abiti che l’aveva già vista portare in Israele (p. 860)
  • E così ritornarono alla scuola presso alla quale dei ragazzi giocavano al pallone (p. 957)

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Ovviamente le pagine indicate sono quelle della trilogia, non del romanzo in edizione singola. E questa cosa di “in fronte” al posto di “di fronte”, che sa molto di O sole mio sta ‘nfronte a te, si ripete più e più volte (più avanti, ad esempio, la stessa Ya’ara si siede in fronte alla tv). Io non sono la professoressa che deve correggere e quindi non le ho segnate tutte, ma davvero la lettura, con questi refusi/orrori non è affatto semplice e fluida. Einaudi, che mi combini? Io ti voglio bene! Comunque mi dicono dalla regia che chi ha letto il romanzo in edizione singola non ha trovato tutte queste bestialità, quindi si saranno drogati componendo la trilogia, ma solo con Cinque stagioni, perché i due precedenti erano impeccabili.

Detto quest, buona lettura, se avrete voglia di affrontare questo romanzo!

Titolo: Cinque stagioni
Autore: Abraham B. Yehoshua
Traduzione:
 Gaio Sciloni
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1987 (2007 questa edizione)
Pagine: 394
Prezzo: 12,50 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienasvuotasvuotasvuota

“L’uomo di Schrödinger” di Giovanni Marchese + piccola intervista all’autore

Ecco, diversi giorni fa mi sono svegliato
in un letto d’ospedale. O forse era una clinica privata,

un sanatorio, non saprei dirlo con precisione.
Non sapevo cosa ci facessi lì. Né chi ero o come mi chiamassi.
Cosa che in effetti non saprei esprimerle nemmeno 
adesso con esattezza, anche se di tanto in tanto mi
riesce di ricordare qualcuno degli episodi del mio
passato, talvolta collegati tra loro ma più spesso no.

WP_004480Oggi voglio parlarvi di un romanzo di Giovanni Marchese, edito da Verbavolant e uscito nel 2014, che racconta una storia molto particolare: L’uomo di Schrödinger.

In un paese che si trova nel bel mezzo della crisi economica e in cui stanno per arrivare gli extraterrestri, un uomo improvvisamente si sveglia senza ricordare nulla del suo passato. Non sa chi sia, non sa perché abbia la testa fasciata o di chi siano gli abiti che indossa. Ha in tasca i documenti di un asiatico, un uomo che vuole trovare per ricostruire la sua storia. Il suo è un percorso difficile e confuso: si muove tra cinema a luci rosse, attori di film pornografici, strane sette religiose, rettiliani e altri personaggi molto strani. L’unica cosa certa è che ha la testa dolorante perché ha una ferita e che ha alcuni flashback del suo passato quando viene a contatto con qualcosa che, da qualche parte dentro di sé, sa di aver conosciuto.

L’atmosfera di questa storia è cupa, confusa, e la scrittura di Giovanni Marchese ricalca perfettamente lo stato d’animo del protagonista, che non ha idea di cosa gli stia succedendo o di dove stia andando. E noi stessi – i lettori – non riusciamo mai a capire se ciò che lui vede sia reale o sia solo frutto di qualche allucinazione causata dalla ferita alla testa, perché tutto risulta assurdo e grottesco.

Ma andiamo al titolo. Perché L’uomo di Schrödinger? Vi rimando ad un passo in cui il protagonista ha uno scambio di battute con un altro personaggio e viene fornita la spiegazione che stiamo cercando.

“Conosce il paradosso del gatto di Erwin Schrödinger? Si rinchiude un gatto in una scatola d’acciaio insieme a un marchingegno infernale, che occorre proteggere dalla possibilità d’essere afferrato direttamente dal felino, un aggeggio composto di un contatore Geiger e di una minuscola quantità di plutonio, così poca che nel corso di un’ora forse uno dei suoi atomi si disintegrerà, ma anche, in modo parimenti probabile, nessuno; se l’evento si verifica il contatore lo segnala e aziona il relè di un martelletto che rompe una fiala con del cianuro che ucciderà il gatto. Dopo avere lasciato indisturbato questo intero sistema per un’ora, si direbbe che il gatto è vivo se nel frattempo nessun atomo si fosse disintegrato, mentre la disintegrazione atomica lo avrebbe avvelenato. La cosa porta ad affermare che il gatto vivo e il gatto morto esistono contemporaneamente. Fino al momento, per lo meno, in cui apriamo la scatola per controllare. Ebbene, lei è come quel gatto. E la sua mente è la scatola”.

Detto questo, non è una lettura particolarmente semplice e rilassante, e questo è il motivo per cui mi sono presa un po’ di tempo per rifletterci prima di recensire il libro. Quello che si prova mentre si legge è una forte angoscia, perché è impossibile non immedesimarsi nel protagonista, un uomo che non conoscendo il suo passato non riesce a vivere il suo presente e a costruirsi un futuro. Come lui, anche noi cerchiamo delle risposte.

E a proposito di risposte, ho voluto approfondire un pochino la conoscenza di questo romanzo e di chi lo ha scritto, quindi mi sono permessa di porre qualche domanda all’autore, che ringrazio per la disponibilità e la gentilezza.

Da cosa nasce l’idea di questo libro?
Lo spunto è stato pensare al senso di smarrimento che si vive oggigiorno negli anni cosiddetti del regresso e della crisi economica, della mancanza di punti di riferimento certi derivanti dal declino delle ideologie e delle credenze religiose tradizionali. Un personaggio che avesse perso la memoria costituiva una sorta di tabula rasa e un punto di vista stimolante da sviluppare in questa prospettiva. Ed è così che ho iniziato a comporre il testo. Certo, in seguito, chiaramente sono entrati in gioco anche altri fattori come, per esempio, il fatto che colloco le mie storie sempre un po’ più in là rispetto al tempo presente e la volontà di volere imbastire una narrazione strutturata in maniera tale da coinvolgere il lettore e condurlo in un viaggio attraverso un mondo misterioso e al tempo stesso familiare. Chi è il protagonista? Da dove viene? Cosa gli è successo? Perché nessuno lo sta cercando? Il lettore è partecipe rispetto alla ricerca che il personaggio compie su di sé ed è incitato a elaborare proprie congetture per svelare il mistero. Volevo quindi recuperare anche quella dimensione ludica della lettura e cercare di scrivere un libro che fosse piacevole da leggere.

Quali sono gli scrittori che ispirano Giovanni Marchese autore? Cioè, cosa legge Giovanni Marchese?
Parto dal presupposto che per me la lettura deve essere un piacere non un compito. Ciò premesso, le letture che trovo più interessanti sono quelle che stimolano l’immaginazione e la fantasia, che si muovono ai confini della realtà. Scrivendo non faccio altro che ribaltare queste cose sul versante della scrittura. Sono davvero tanti gli autori che mi ispirano, come lettore il mio imprinting è avvenuto in tenera età con Emilio Salgari, direi che negli ultimi anni Tommaso Landolfi, Dino Buzzati, Italo Calvino e Michele Mari sono stati dei punti di riferimento forti. Sul fronte estero potrei citare Philip K. Dick, Ray Bradbury ma anche quegli autori che da Edgar Allan Poe e H. P. Lovecraft fino a Stephen King hanno fatto grande il genere fantastico. Più in generale mi hanno appassionato anche letture spesso molto diverse tra loro che spaziano tra vari generi e contenuti, accomunate tuttavia dalla seduzione della scrittura o dalla suspence oppure dal fatto di muoversi in territori ai confini della realtà.

In una situazione come quella che trova il protagonista del tuo libro quando si sveglia, secondo te, è necessariamente una cosa negativa non ricordare nulla?
Potrei dire che se da un lato nella vita è sempre meglio sapere chi siamo, da dove veniamo e dove vogliamo andare, dall’altro forse ogni tanto dovremmo apprezzare il fatto che il nostro cervello riesce a dimenticare certe cose molto bene permettendoci di andare avanti e fare nuove esperienze ma anche, ahimè, nuovi errori.

Ci vuoi dare qualche chicca sul tuo romanzo? Qualcosa che ancora non è venuto fuori o qualche suggerimento per leggere o comprendere meglio L’uomo di Schrödinger?
Ci sarebbe una cosa a cui forse ancora nessuno ha fatto caso. Nel primo capitolo, assieme alle vicissitudini che danno il via al romanzo, c’è un incontro particolare tra il protagonista e un personaggio. Penso che quello sia un passaggio per certi versi rivelatore, se letto con la dovuta attenzione. E mi fermo qui per non spoilerare!

Buona lettura!

Titolo: L’uomo di Schrödinger
Autore: Giovanni Marchese
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 200
Prezzo: 13 €
Editore: Verbavolant

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

Giovanni Marchese è nato a Catania nel 1976.
Alcuni suoi racconti sono apparsi sulle riviste Nuova Prosa, Alibi, DoppioZero, Verde, L’Inquieto, MareNero e in antologie quali Storytellers e La Semana Negra di Gijon. Autore del saggio Leggere Hugo Pratt (2006), ha anche scritto soggetto e sceneggiatura dei graphic novel Ti sto cercando (2008), Nessun ricordo (2009) e Invito al massacro (2012), pubblicati da Tunué, e di alcuni fumetti brevi apparsi su varie raccolte. Dal 2010 cura Nerdelite, blog dedicato al fumetto e alla letteratura: http://nerd-elite.blogspot.it/

Il 12 marzo 1863 nasceva Gabriele D’Annunzio

Non temere! Accogli l’ignoto e l’impreveduto e quanto altro ti recherà l’evento; abolisci ogni divieto; procedi sicuro e libero. Non avere omai sollecitudine se non di vivere. Il tuo fato non potrà compiersi se non nella profusione della vita.

[Da “Le vergini delle rocce”]

Gabriele D’Annunzio, dal 1924 Principe di Montenevoso (Pescara, 12 marzo 1863 – Gardone Riviera, 1º marzo 1938), scrittore, poeta, drammaturgo, aviatore, militare, politico, patriota e giornalista italiano, simbolo del Decadentismo italiano, del quale fu il più illustre rappresentante assieme a Giovanni Pascoli, ed eroe di guerra.

#StregaDigitale ovvero: perché non allargare le candidature allo Strega anche agli ebook?

Condivido e sostengo l’iniziativa di Luca Fadda, che ha avuto l’idea di ammettere al premio Strega anche i libri in formato digitale, perché il pubblico ormai si è rivolto anche agli ebook, che anche se non si sono imposti come ci si sarebbe aspettato (perché continuiamo a preferire quasi tutti la carta) funzionano molto bene.

Gli hashtag per diffondere l’iniziativa sono #StregaDigitale, #PremioStrega, #unlibroèunlibro e #aie.

Per maggiori informazioni, qualora vogliate aderire e condividere, vi rimando all’articolo di Luca su Storie D’AltriMenti.

Gli e-book al Premio Strega: #StregaDigitale #PremioStrega #unlibroèunlibro #aie