“L’uomo di Schrödinger” di Giovanni Marchese + piccola intervista all’autore

Ecco, diversi giorni fa mi sono svegliato
in un letto d’ospedale. O forse era una clinica privata,

un sanatorio, non saprei dirlo con precisione.
Non sapevo cosa ci facessi lì. Né chi ero o come mi chiamassi.
Cosa che in effetti non saprei esprimerle nemmeno 
adesso con esattezza, anche se di tanto in tanto mi
riesce di ricordare qualcuno degli episodi del mio
passato, talvolta collegati tra loro ma più spesso no.

WP_004480Oggi voglio parlarvi di un romanzo di Giovanni Marchese, edito da Verbavolant e uscito nel 2014, che racconta una storia molto particolare: L’uomo di Schrödinger.

In un paese che si trova nel bel mezzo della crisi economica e in cui stanno per arrivare gli extraterrestri, un uomo improvvisamente si sveglia senza ricordare nulla del suo passato. Non sa chi sia, non sa perché abbia la testa fasciata o di chi siano gli abiti che indossa. Ha in tasca i documenti di un asiatico, un uomo che vuole trovare per ricostruire la sua storia. Il suo è un percorso difficile e confuso: si muove tra cinema a luci rosse, attori di film pornografici, strane sette religiose, rettiliani e altri personaggi molto strani. L’unica cosa certa è che ha la testa dolorante perché ha una ferita e che ha alcuni flashback del suo passato quando viene a contatto con qualcosa che, da qualche parte dentro di sé, sa di aver conosciuto.

L’atmosfera di questa storia è cupa, confusa, e la scrittura di Giovanni Marchese ricalca perfettamente lo stato d’animo del protagonista, che non ha idea di cosa gli stia succedendo o di dove stia andando. E noi stessi – i lettori – non riusciamo mai a capire se ciò che lui vede sia reale o sia solo frutto di qualche allucinazione causata dalla ferita alla testa, perché tutto risulta assurdo e grottesco.

Ma andiamo al titolo. Perché L’uomo di Schrödinger? Vi rimando ad un passo in cui il protagonista ha uno scambio di battute con un altro personaggio e viene fornita la spiegazione che stiamo cercando.

“Conosce il paradosso del gatto di Erwin Schrödinger? Si rinchiude un gatto in una scatola d’acciaio insieme a un marchingegno infernale, che occorre proteggere dalla possibilità d’essere afferrato direttamente dal felino, un aggeggio composto di un contatore Geiger e di una minuscola quantità di plutonio, così poca che nel corso di un’ora forse uno dei suoi atomi si disintegrerà, ma anche, in modo parimenti probabile, nessuno; se l’evento si verifica il contatore lo segnala e aziona il relè di un martelletto che rompe una fiala con del cianuro che ucciderà il gatto. Dopo avere lasciato indisturbato questo intero sistema per un’ora, si direbbe che il gatto è vivo se nel frattempo nessun atomo si fosse disintegrato, mentre la disintegrazione atomica lo avrebbe avvelenato. La cosa porta ad affermare che il gatto vivo e il gatto morto esistono contemporaneamente. Fino al momento, per lo meno, in cui apriamo la scatola per controllare. Ebbene, lei è come quel gatto. E la sua mente è la scatola”.

Detto questo, non è una lettura particolarmente semplice e rilassante, e questo è il motivo per cui mi sono presa un po’ di tempo per rifletterci prima di recensire il libro. Quello che si prova mentre si legge è una forte angoscia, perché è impossibile non immedesimarsi nel protagonista, un uomo che non conoscendo il suo passato non riesce a vivere il suo presente e a costruirsi un futuro. Come lui, anche noi cerchiamo delle risposte.

E a proposito di risposte, ho voluto approfondire un pochino la conoscenza di questo romanzo e di chi lo ha scritto, quindi mi sono permessa di porre qualche domanda all’autore, che ringrazio per la disponibilità e la gentilezza.

Da cosa nasce l’idea di questo libro?
Lo spunto è stato pensare al senso di smarrimento che si vive oggigiorno negli anni cosiddetti del regresso e della crisi economica, della mancanza di punti di riferimento certi derivanti dal declino delle ideologie e delle credenze religiose tradizionali. Un personaggio che avesse perso la memoria costituiva una sorta di tabula rasa e un punto di vista stimolante da sviluppare in questa prospettiva. Ed è così che ho iniziato a comporre il testo. Certo, in seguito, chiaramente sono entrati in gioco anche altri fattori come, per esempio, il fatto che colloco le mie storie sempre un po’ più in là rispetto al tempo presente e la volontà di volere imbastire una narrazione strutturata in maniera tale da coinvolgere il lettore e condurlo in un viaggio attraverso un mondo misterioso e al tempo stesso familiare. Chi è il protagonista? Da dove viene? Cosa gli è successo? Perché nessuno lo sta cercando? Il lettore è partecipe rispetto alla ricerca che il personaggio compie su di sé ed è incitato a elaborare proprie congetture per svelare il mistero. Volevo quindi recuperare anche quella dimensione ludica della lettura e cercare di scrivere un libro che fosse piacevole da leggere.

Quali sono gli scrittori che ispirano Giovanni Marchese autore? Cioè, cosa legge Giovanni Marchese?
Parto dal presupposto che per me la lettura deve essere un piacere non un compito. Ciò premesso, le letture che trovo più interessanti sono quelle che stimolano l’immaginazione e la fantasia, che si muovono ai confini della realtà. Scrivendo non faccio altro che ribaltare queste cose sul versante della scrittura. Sono davvero tanti gli autori che mi ispirano, come lettore il mio imprinting è avvenuto in tenera età con Emilio Salgari, direi che negli ultimi anni Tommaso Landolfi, Dino Buzzati, Italo Calvino e Michele Mari sono stati dei punti di riferimento forti. Sul fronte estero potrei citare Philip K. Dick, Ray Bradbury ma anche quegli autori che da Edgar Allan Poe e H. P. Lovecraft fino a Stephen King hanno fatto grande il genere fantastico. Più in generale mi hanno appassionato anche letture spesso molto diverse tra loro che spaziano tra vari generi e contenuti, accomunate tuttavia dalla seduzione della scrittura o dalla suspence oppure dal fatto di muoversi in territori ai confini della realtà.

In una situazione come quella che trova il protagonista del tuo libro quando si sveglia, secondo te, è necessariamente una cosa negativa non ricordare nulla?
Potrei dire che se da un lato nella vita è sempre meglio sapere chi siamo, da dove veniamo e dove vogliamo andare, dall’altro forse ogni tanto dovremmo apprezzare il fatto che il nostro cervello riesce a dimenticare certe cose molto bene permettendoci di andare avanti e fare nuove esperienze ma anche, ahimè, nuovi errori.

Ci vuoi dare qualche chicca sul tuo romanzo? Qualcosa che ancora non è venuto fuori o qualche suggerimento per leggere o comprendere meglio L’uomo di Schrödinger?
Ci sarebbe una cosa a cui forse ancora nessuno ha fatto caso. Nel primo capitolo, assieme alle vicissitudini che danno il via al romanzo, c’è un incontro particolare tra il protagonista e un personaggio. Penso che quello sia un passaggio per certi versi rivelatore, se letto con la dovuta attenzione. E mi fermo qui per non spoilerare!

Buona lettura!

Titolo: L’uomo di Schrödinger
Autore: Giovanni Marchese
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 200
Prezzo: 13 €
Editore: Verbavolant

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

Giovanni Marchese è nato a Catania nel 1976.
Alcuni suoi racconti sono apparsi sulle riviste Nuova Prosa, Alibi, DoppioZero, Verde, L’Inquieto, MareNero e in antologie quali Storytellers e La Semana Negra di Gijon. Autore del saggio Leggere Hugo Pratt (2006), ha anche scritto soggetto e sceneggiatura dei graphic novel Ti sto cercando (2008), Nessun ricordo (2009) e Invito al massacro (2012), pubblicati da Tunué, e di alcuni fumetti brevi apparsi su varie raccolte. Dal 2010 cura Nerdelite, blog dedicato al fumetto e alla letteratura: http://nerd-elite.blogspot.it/

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