Pagina 69: “La morte a Venezia”

Questo libro l’ho letto una decina di giorni fa, ma purtroppo non mi ha colpito molto. Di conseguenza – lo confesso – vi propongo la pagina 69 perché non mi è rimasto quasi nulla da dire, ho dimenticato un bel po’ di cose, ma non voglio che passi inosservato.
La storia, in poche parole, è questa: Gustav von Aschenbach è un autore cinquantenne che ha avuto molti riconoscimenti per la sua arte; rimasto vedovo gli viene voglia di viaggiare e prendersi una vacanza anche per migliorare la sua salute. Mentre si sta recando in un luogo sulla costa dell’Istria, gli viene una folgorazione e capisce che in realtà vuole andare a Venezia, dove prenderà una suite in un hotel al lido dell’isola di Venezia. Lì la sua attenzione viene attirata da un giovanotto di quattordici anni vestito alla marinara di nome Tadzio. Questo ragazzo è bellissimo e i suoi lineamenti richiamano quelli delle sculture greche, dell’arte classica e pura a cui Aschenbach si è sempre dedicato. Da qui, l’uomo sembra quasi impazzire di fronte al giovane, si rende conto di avere degli impulsi omosessuali che non aveva mai considerato, s’innamora e arriva a confessare a se stesso il suo amore per Tadzio. Ma questo sentimento arriverà a consumarlo.

Devo dirvi che non ho capito se il protagonista si fosse innamorato del ragazzino in sé, e quindi avesse impulsi omosessuali, o se in realtà fosse innamorato della bellezza nel suo senso più puro. Per vederci più chiaro ho iniziato a vedere il film di Luchino Visconti del 1971, ma ho dovuto spegnere dopo venti minuti perché era una tortura. Quasi due ore di film basati sul nulla: sguardi, occhiate, sussulti, sguardi, sussulti, occhiate… Due ore di film costruite su un racconto di circa 80 pagine. Ci ho rinunciato.
Come ho già detto, invece, il racconto lungo l’ho letto tutto, ma non mi ha lasciato niente. Voi che mi dite? L’avete letto?

La morte a Venezia di Thomas Mann

Fin dal pomeriggio dell’indomani egli compì, caparbio, un nuovo tentativo di forzare il mondo esteriore, e questa volta con pieno successo. Recatosi in Piazza San Marco, entrò nell’agenzia turistica inglese che là aveva sede, e cambiata una somma di denaro alla cassa, rivolse, col tono del forestiero diffidente, la fatale domanda all’impiegato che lo aveva servito. Era costui un inglese ancor giovane, vestito di lana, con la scriminatura nel mezzo e gli occhi ravvicinati; spirava quel senso di tranquilla franchezza che riesce così strano, così diverso in mezzo alla mariolesca agilità dei paesi del Sud.
«Non c’è ragione d’inquietarsi, Sir» cominciò: «una misura di nessuna gravità, provvedimenti come se ne prendono spesso per prevenire eventuali difetti antigienici del caldo e dello scirocco…». A questo punto alzò gli occhi azzurri e incontrò lo sguardo dello straniero: uno sguardo stanco e un po’ triste, diretto, con una sfumatura di disprezzo, alle sue labbra. L’inglese arrossì: «Questa» continuò a mezza voce e un po’ concitato «è la spiegazione ufficiale, quella su cui le autorità del luogo credono bene insistere. Ma, le dirò, c’è sotto qualcosa di diverso». Allora, nella sua piana lingua senza malizia, disse la verità.

Già da parecchi anni il colera asiatico aveva mostrano un’accentuata tendenza a diffondersi anche fuori della sua terra d’origine. Nato nei caldi acquitrini del delta del Gange, rinfocolato dall’alito mefitico di quel mondo primordiale e vanamente sontuoso – di quell’intrico d’isole selvagge che gli uomini disertano e dove, nei folti di bambù, s’appostano le tigri – il flagello aveva imperversato senza sosta e con eccezionale violenza su tutto l’Indostan, era penetrato a oriente in Cina, a occidente nell’Afghanistan e in Persia, e di qui, imboccate le grandi strade delle carovane, aveva portato i suoi orrori fino ad Astrachan e nella stessa Mosca. Ma mentre l’Europa sgomenta si aspettava che il morbo l’invadesse da quella parte, per via di terra, lo spettro invece aveva fatto la sua comparsa in vari porti mediterranei, attraversando il mare su navi mercantili di Siria; aveva alzato la testa a Tolone e a Malaga, mostrato più volte la sua grinta a Palermo e a Napoli, e già pareva non voler più staccarsi da tutte le Calabrie e le Puglie.

“La morte a Venezia” di Thomas Mann,
trad. Emilio Castellani,
Mondadori editore, ed. 1988

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5 pensieri su “Pagina 69: “La morte a Venezia”

  1. rodixidor ha detto:

    Ahahah vedo che non temi l’accusa di blasfemia nel parlar male di Thomas Mann e di un suo capolavoro. Apprezzo la tua sincerità e il tuo spirito critico. Ho letto tanti anni fa questo libro e mi è piaciuto. Mi ha lasciato l’atmosfera triste del declino di una vita in contrapposizione con la bellezza della gioventù che invece nasce a dispetto del colera e del contesto grigio. Anche io non ho capito se l’attrazione del vecchio verso il giovane è un impulso omosessuale oppure è l’attrazione verso la bellezza, forse l’autore vuole che il dubbio rimanga irrisolto.
    Riguardo al film di Visconti in b/n certo non è il massimo di allegria 🙂

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