“Storia della bambina perduta” (L’amica geniale vol. 4) di Elena Ferrante

Questa recensione esce, per caso, qualche giorno dopo che le votazioni che hanno portato Elena Ferrante nella cinquina dei finalisti del Premio Strega 2015. Per chi non sapesse di cosa sto parlando, Storia della bambina perduta è il quarto libro della saga de L’amica geniale di Elena Ferrante, un nome così misterioso e allo stesso tempo ricco di fascino.

Come ho già detto prima, ero scettica sulla fama di quest’autrice (se davvero di una donna si tratta), ma già dal primo volume della storia ho capito che il suo successo è davvero meritato, e ora che l’ho conclusa sono contenta di aver fatto questo percorso. Le vicissitudini di Lila e Lenuccia mi hanno completamente risucchiata e tenuta attaccata alle pagine. Anche se col terzo volume c’è stato un piccolo calo, l’ultimo è stato una grandissima conclusione. Ma dov’eravamo rimasti?
(Per rinfrescarci la memoria: parte 1parte 2parte 3)

Elena è fuggita con Nino, che crede sia l’amore della sua vita. Più avanti si rende conto che l’uomo si comporta allo stesso modo con tutte, sembra quasi che l’unica cosa che veramente gli interessa sia dimostrare alle donne di essere bravo a letto e, anzi, migliore degli altri. Non lascia mai sua moglie, perché non gli conviene, e intreccia storie parallele qua e là. Nel frattempo, Elena e Lila (che è diventata imprenditrice nel campo dell’informatica) rimangono incinte nello stesso periodo, e danno alla luce, rispettivamente, Imma e Tina, due bambine vivaci, intelligenti e solari che saranno la loro gioia fino al tragico evento, che segnerà la vita di Lila. La donna, abituata ad avere sempre il controllo di tutto e ad assistere allo smarginarsi degli altri, inizia a perdere se stessa, a non interessarsi a nulla, a voler lasciare che tutto vada in malora. Ma per Elena ci sarà sempre.

Questo libro, per me, rappresenta la conferma della bellezza del personaggio di Lila, più che di Elena. Lila dimostra di essere umana, fin troppo umana. Sopravvive praticamente a tutto, combatte, cerca di prendere il buono che c’è in ogni situazione, ma la vita le riserva un colpo durissimo proprio nel momento in cui, forse, sta aiutando la sua amica Elena, e da quel colpo non riuscirà a riprendersi mai. La Ferrante scrive in un modo tale che è impossibile non immedesimarsi in questa donna che lentamente perde ogni speranza e a cui non interessa più nulla, e dà alla storia una conclusione che, devo essere sincera, non mi aspettavo.
Dall’altra parte, invece, c’è Elena che tenta di riprendere in mano la sua vita, perché capisce che non può vivere sulle spalle di Pietro e Nino che l’aiutano economicamente, più che altro per le figlie. Inizia a scrivere articoli, un nuovo libro, e ad attivarsi sempre di più, ma così facendo spesso si perde momenti importanti della crescita delle figlie, che cominciano a non sentirsi più a loro agio a Napoli. Insomma, vanno tutti avanti a parte Lila che si ferma e si trascina.

C’è sempre quella storia d’Italia che fa da sfondo alle vicende dei personaggi che per quattro libri abbiamo amato e odiato, e c’è quell’altalena di sentimenti su cui ci ritroviamo leggendo: un po’ li ammiri, un po’ li detesti e vorresti prenderli a sberle (Nino su tutti!). C’è quella curiosità di scoprire chi sono i responsabili delle cose che succedono, e la curiosità di sapere se certi interrogativi avranno una risposta, prima o poi. C’è uno stile impetuoso e aggressivo, ma a tratti delicato di un’autrice che sa il fatto suo. Ma, soprattutto, c’è una degna conclusione ad una storia magica, il cerchio si chiude, anche se non completamente.

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Se ci fossero stati altri volumi li avrei letti, perché Elena Ferrante, per me, è stata una vera e propria rivelazione. Devo confessarvi che per quanto riguarda lo Strega tifo per lei, perché in fin dei conti non m’importa chi sia, quello che è veramente è importante sono i testi, quello che ci dà con le sue parole. A chi interessa se è uomo, donna, alta, magra, robusta, bassa? Dobbiamo per forza darle un volto? Ok, un po’ di curiosità c’è, ma solo perché fin dall’inizio ha mantenuto l’anonimato. Penso che se non l’avesse fatto, ce ne saremmo altamente infischiati. Personalmente, leggo tantissimi autori senza sapere che aspetto abbiano, e mi sta bene così, perché a noi lettori (almeno a quelli veri) interessa la mente di chi scrive, le sue parole.

Titolo: Storia della bambina perduta (L’amica geniale vol. 4)
Autore: Elena Ferrante
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 464
Prezzo: 19,50 €
Editore: e/o

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

Una marina di libri 2015

Come vi avevo anticipato, sono andata anche quest’anno ad Una marina di libri. Dire che per me è una bellissima manifestazione sarebbe riduttivo, mi sentivo proprio nel paese dei balocchi. Innanzitutto ringrazio il mio amico e socio di Altrapagina, Carlo, che mi ha gentilmente accompagnata e s’è dovuto un po’ subire il mio stordimento dovuto alla felicità di essere lì.
Il mio personale resoconto l’ho scritto su Altrapagina e lo condivido qui con voi, qualora vogliate leggerlo, ma voglio aggiungere qualcosa. Innanzitutto che ho avuto un incontro ravvicinato con Francesco Piccolo, ma appena me lo son visto vicino, data la storia delle cozze (ricordate?), sono fuggita a gambe levate. Poi c’era Antonio Manzini, che reputo bravissimo e simpaticissimo e che mi fa venire il sorriso. Poi, cosa importante, sono contenta di aver dato un volto a persone con cui avevo avuto solo contatti virtuali: Giovanni Marchese e Angelo Orlando Meloni. Sono davvero contenta, perché al di là degli scambi di mail, il conoscerli di presenza ha reso i rapporti reali.

Detto questo, vi rimando al mio articolo e… buona lettura!

Una marina di libri 2015

Una marina di libri è un festival del libro che ha luogo a Palermo ormai da sei anni, organizzato dal Consorzio Centro Commerciale Naturale Piazza Marina & Dintorni e dagli editori Navarra e Sellerio. Come ho detto l’altro giorno, parlando con altre persone, era incredibile che con editori del calibro di Sellerio e Navarra a Palermo non venisse organizzato nulla in quest’ambito. Finalmente anche noi, qui, abbiamo una buona occasione per riunire autori, lettori e appassionati di letteratura ed editoria in generale.La manifestazione, che adesso si svolge alla Galleria d’Arte Moderna a piazza Sant’Anna, prende il nome dalla precedente location…

Cosa abbiamo da dire oggi?

Ci sono dei periodi, nella nostra storia, in cui per guardare avanti bisogna voltarsi. Come ai tempi di Omero e come oggi. Achille, Ettore e Ulisse avevano qualcosa da dire a chi viveva mille anni dopo di loro e hanno qualcosa da dire ancora a noi, dopo che sono passati altri tremila anni. Qualcosa che né la televisione né il web né i vicini di casa saprebbero dirci.

[Sebastiano Vassalli, da “Terre Selvagge”,
Rizzoli, 2014]

Sebastiano Vassalli (Genova, 24 ottobre 1941), scrittore italiano.

Pagina 69: “La morte a Venezia”

Questo libro l’ho letto una decina di giorni fa, ma purtroppo non mi ha colpito molto. Di conseguenza – lo confesso – vi propongo la pagina 69 perché non mi è rimasto quasi nulla da dire, ho dimenticato un bel po’ di cose, ma non voglio che passi inosservato.
La storia, in poche parole, è questa: Gustav von Aschenbach è un autore cinquantenne che ha avuto molti riconoscimenti per la sua arte; rimasto vedovo gli viene voglia di viaggiare e prendersi una vacanza anche per migliorare la sua salute. Mentre si sta recando in un luogo sulla costa dell’Istria, gli viene una folgorazione e capisce che in realtà vuole andare a Venezia, dove prenderà una suite in un hotel al lido dell’isola di Venezia. Lì la sua attenzione viene attirata da un giovanotto di quattordici anni vestito alla marinara di nome Tadzio. Questo ragazzo è bellissimo e i suoi lineamenti richiamano quelli delle sculture greche, dell’arte classica e pura a cui Aschenbach si è sempre dedicato. Da qui, l’uomo sembra quasi impazzire di fronte al giovane, si rende conto di avere degli impulsi omosessuali che non aveva mai considerato, s’innamora e arriva a confessare a se stesso il suo amore per Tadzio. Ma questo sentimento arriverà a consumarlo.

Devo dirvi che non ho capito se il protagonista si fosse innamorato del ragazzino in sé, e quindi avesse impulsi omosessuali, o se in realtà fosse innamorato della bellezza nel suo senso più puro. Per vederci più chiaro ho iniziato a vedere il film di Luchino Visconti del 1971, ma ho dovuto spegnere dopo venti minuti perché era una tortura. Quasi due ore di film basati sul nulla: sguardi, occhiate, sussulti, sguardi, sussulti, occhiate… Due ore di film costruite su un racconto di circa 80 pagine. Ci ho rinunciato.
Come ho già detto, invece, il racconto lungo l’ho letto tutto, ma non mi ha lasciato niente. Voi che mi dite? L’avete letto?

La morte a Venezia di Thomas Mann

Fin dal pomeriggio dell’indomani egli compì, caparbio, un nuovo tentativo di forzare il mondo esteriore, e questa volta con pieno successo. Recatosi in Piazza San Marco, entrò nell’agenzia turistica inglese che là aveva sede, e cambiata una somma di denaro alla cassa, rivolse, col tono del forestiero diffidente, la fatale domanda all’impiegato che lo aveva servito. Era costui un inglese ancor giovane, vestito di lana, con la scriminatura nel mezzo e gli occhi ravvicinati; spirava quel senso di tranquilla franchezza che riesce così strano, così diverso in mezzo alla mariolesca agilità dei paesi del Sud.
«Non c’è ragione d’inquietarsi, Sir» cominciò: «una misura di nessuna gravità, provvedimenti come se ne prendono spesso per prevenire eventuali difetti antigienici del caldo e dello scirocco…». A questo punto alzò gli occhi azzurri e incontrò lo sguardo dello straniero: uno sguardo stanco e un po’ triste, diretto, con una sfumatura di disprezzo, alle sue labbra. L’inglese arrossì: «Questa» continuò a mezza voce e un po’ concitato «è la spiegazione ufficiale, quella su cui le autorità del luogo credono bene insistere. Ma, le dirò, c’è sotto qualcosa di diverso». Allora, nella sua piana lingua senza malizia, disse la verità.

Già da parecchi anni il colera asiatico aveva mostrano un’accentuata tendenza a diffondersi anche fuori della sua terra d’origine. Nato nei caldi acquitrini del delta del Gange, rinfocolato dall’alito mefitico di quel mondo primordiale e vanamente sontuoso – di quell’intrico d’isole selvagge che gli uomini disertano e dove, nei folti di bambù, s’appostano le tigri – il flagello aveva imperversato senza sosta e con eccezionale violenza su tutto l’Indostan, era penetrato a oriente in Cina, a occidente nell’Afghanistan e in Persia, e di qui, imboccate le grandi strade delle carovane, aveva portato i suoi orrori fino ad Astrachan e nella stessa Mosca. Ma mentre l’Europa sgomenta si aspettava che il morbo l’invadesse da quella parte, per via di terra, lo spettro invece aveva fatto la sua comparsa in vari porti mediterranei, attraversando il mare su navi mercantili di Siria; aveva alzato la testa a Tolone e a Malaga, mostrato più volte la sua grinta a Palermo e a Napoli, e già pareva non voler più staccarsi da tutte le Calabrie e le Puglie.

“La morte a Venezia” di Thomas Mann,
trad. Emilio Castellani,
Mondadori editore, ed. 1988