“Cosa sognano i pesci rossi” di Marco Venturino

11226175_1652735401606713_6918983968817245926_nLo scorso luglio, il giorno del mio compleanno, mi son voluta fare un regalo e ho preso Cosa sognano i pesci rossi di Marco Venturino su Amazon perché era in offerta a 1,99 €. Mi sono convinta ad acquistarlo perché molta gente me ne aveva parlato più che bene, quindi mi sono lanciata, anche perché se non mi fosse piaciuto ci avrei perso solo due euro.

Marco Venturino è direttore di divisione di Anestesia e terapia intensiva all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano e per scrivere questo libro si è fatto forte della sua competenza in ambito medico. In Cosa sognano i pesci rossi la narrazione è affidata ai due protagonisti che si alternano: Pierluigi Tunesi, malato, e Luca Gaboardi, medico. Pierluigi è un amministratore delegato di una grande azienda che, mentre la sua vita va a gonfie vele, scopre di avere un tumore al polmone che è così avanzato che nessuno vuole operarlo, tranne il dottor Fulgenzi, giovane chirurgo che mira più a tentare di aver successo che a interessarsi davvero della vita dei pazienti. Com’era prevedibile, Pierluigi si ritrova ko, con una tracheotomia, attaccato ad un respiratore e quasi immobile, ricoverato nel reparto di terapia intensiva in cui lavora Luca, un anestesista/intensivista che conduce una vita piatta. Divorziato, senza figli, si trascina avanti e indietro dalla casa al lavoro e ogni tanto esce con qualche collega giusto per non sentirsi completamente fallito, dato che non ha avuto il coraggio di puntare più in alto per fare carriera e si è fatto abbandonare dalla moglie in seguito ad una tresca con un’altra donna che poteva benissimo evitare.

Pierluigi è il pesce rosso, muto nella bolla del suo box in cui possono stare almeno tre malati: letto 6, letto 7 (il suo) e letto 8. Non riesce bene a parlare, non può scrivere sulla lavagnetta perché non ha la mano abbastanza ferma e quasi nessuno capisce cosa voglia dire. Vede passare davanti a sé per tutta la giornata medici e infermieri che gli fanno esami, lo girano, lo rigirano, lo lavano, ma non sanno realmente che cosa sta pensando, non sanno che appena gli sale la febbre precipita in un delirio silenzioso. Qualcuno è più gentile con lui, ma non può sapere come si sente davvero. Dall’altra parte Luca Gaboardi è un medico molto competente ed è l’unico a capire che Fulgenzi pensa solo al suo tornaconto, che dopo aver operato Tunesi senza successo (perché ha intaccato un vaso che non doveva toccare) se ne è tranquillamente lavato le mani parcheggiandolo in terapia intensiva e abbandonandolo alle cure di chi è abituato a queste situazioni.
Le vite di Pierluigi e Luca scorrono parallele, si guardano “da lontano” ma non riescono ad incontrarsi.

Cosa sognano i pesci rossi, se da un lato è un’ipotesi sui sentimenti non espressi dei malati attaccati alle macchine, rappresenta anche una denuncia nei confronti di alcuni medici da parte di uno che di quella categoria fa parte. Si rivolge soprattutto a quei dottori e infermieri che spesso fanno il loro lavoro dimenticando che tra le mani hanno delle persone e non delle cose, gente il cui interesse principale sembra accumulare dati nei trial per mettere su dei documenti di ricerca da mostrare ai congressi di medicina e vincere dei premi.
Devo essere onesta nel dire che questo libro non mi ha coinvolto poi più di tanto, ma dipende dal vissuto di ognuno di noi. Per quanto mi riguarda ho conosciuto determinate malattie, anche se non le ho provate sulla mia pelle, e sono anche una persona che non si commuove facilmente, ma reputo questo romanzo molto interessante, tanto da consigliarlo a chi inizia a lavorare negli ospedali e a chi magari ci lavora da tanto tempo e ha dimenticato il senso di un lavoro così importante.
Anche qui, l’importante non è come finisce il libro, ma i pensieri dei protagonisti.

Titolo: Cosa sognano i pesci rossi
Autore: Marco Venturino
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2006
Pagine: 245
Prezzo: 10 €
Editore: Mondadori

Giudizio personale: spienaspienaspienasvuotasvuota


Marco Venturino, (Torino, 1957), è direttore di divisione di Anestesia e terapia intensiva allo IEO, l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano. Nel 2005 ha pubblicato per Mondadori il suo primo romanzo, Cosa sognano i pesci rossi, libro amatissimo dai lettori e successo editoriale di lunga durata, cui è seguito nel 2008 Si è fatto tutto il possibile.

Annunci

“Vergogna” di J. M. Coetzee

Si fa l’abitudine a tutto,
anche al continuo peggioramento di ciò
che già era ai limiti della sopportazione.

IMG_20150812_144958Avevo Vergogna nella mia wishlist da tempo, volevo comprarlo ma alla fine sono riuscita ad averlo grazie ad uno scambio. Non so perché, questo libro m’ispirava molto e forse le mie aspettative erano troppo alte, dato che alla fine mi sono ritrovata un po’ delusa.
Il romanzo, scritto da John Maxwell Coetzee nel 1999, arriva in Italia nel 2000 grazie ad Einaudi che ce lo propone con la traduzione di Gaspare Bona. Il protagonista è David Lurie, un professore universitario con due divorzi alle spalle che «vive nei limiti del suo reddito, nei limiti del suo carattere, nei limiti delle sue capacità sentimentali. È felice? Secondo i normali criteri di valutazione, sì, ne è convinto». Un giorno incontra una sua studentessa e le propone di entrare a casa sua. Da lì all’inizio di una relazione intima il passo è breve. Solo che ad un certo punto qualcuno (la famiglia? una specie di fidanzato?) convince la ragazza, Melanie, a denunciarlo per molestie e David, non vergognandosi di nulla e non volendosi sottomettere ad un’assemblea giudicante troppo puritana, lascia il posto e va a stare per un po’ nella fattoria della figlia Lucy. Siamo nel Sud Africa post-apartheid e la ragazza sta cercando di gestire una specie di piccola azienda agricola, anche se il padre continua a chiamarla fattoria. Passano un paio di mesi e Lucy viene violentata in casa sua, mentre David, presente, viene aggredito. E da lì le cose, che già stavano iniziando a cambiare, cambiano del tutto.

Come ho già detto, David Lurie è un uomo superficiale, non profondo nei suoi sentimenti o nei suoi ragionamenti, ma quello che gli succede gli permette di crescere molto. Il primo sintomo di questo cambiamento è il fatto che lui cambi totalmente idea sugli animali: Lucy cerca di guadagnare qualche soldo in più mettendo a disposizione delle gabbie in cui i padroni possano lasciare per un po’ di tempo i loro cani mentre vanno in vacanza, per poi andarli a riprendere; per David questi sono soltanto bestie senza anima ma, quando non ha nulla da fare e si mette ad aiutare un’amica di Lucy nella sua clinica veterinaria, impara a guardare questi cani negli occhi, a capirne le sofferenze e anche ad aiutarli ad alleviarle. Decide, infatti, di occuparsi di quelli che stanno così male che devono essere soppressi, scegliendo di prendersi la responsabilità di questo trapasso, di fare loro l’ultima carezza.

Ma David cambia soprattutto quando riesce ad interpretare il non-detto di Lucy, quando riesce a capire da sé che la ragazza è stata stuprata e non semplicemente aggredita come lui. L’unica cosa che non riesce a capire è come lei riesca ad accettare la violenza subita e si comporti come se non fosse successo nulla, non capisce perché lei si vergogni e non voglia dir nulla. La vergogna, in questo libro, è tutta dalla parte sbagliata: David non la prova per aver esercitato violenza su Melanie (anche se non si parla di stupro) e Lucy la prova per averla subita. Ma sono due violenze diverse: la prima è quella di uomo che si prende una donna perché il suo corpo gliene fa sentire il bisogno, la seconda è qualcosa di strategico, uno strumento per sottomettere una donna sola alle leggi del territorio, per farle capire chi comanda. Una sorta di sfida: questo è per farti capire come ti devi comportare qui, ci appartieni.

Vergogna sembra quasi diviso in due parti, c’è uno stacco temporale: nella prima David in città con il suo lavoro, nella seconda lo stesso uomo che ormai non è più nessuno e cerca di cavarsela in campagna. Cambia il modus operandi dei personaggi, cambia il tipo vita, cambia la narrazione stessa. Se quando ho iniziato a leggerlo mi aspettavo molto, alla fine ero un po’ spiazzata e confusa. Ci sono tanti elementi che vengono lasciati in sospeso, avete presente quando avete la sensazione che qualcosa non torni? Ecco, io ho provato questo. Non saprei dire cosa ci sia che non mi quadra ma è come se fosse incompleto, come se in alcuni ambiti non avesse scavato abbastanza a fondo.

Non è assolutamente un brutto libro, ma nemmeno posso dire che mi sia piaciuto molto. Diciamo che non mi è dispiaciuto e che, questo è certo, ci dà un’idea di un paese che, dopo varie lotte, non ha ancora guarito le sue ferite.
Buona lettura!

Titolo: Vergogna
Autore: J. M. Coetzee
Traduzione:
 Gaspare Bona
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
1999 (2000 questa edizione)
Pagine: 229
Prezzo: 10 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota


J. M. Coetzee è nato in Sudafrica e attualmente vive in Australia. Di lui Einaudi ha pubblicato: Vergogna, Aspettando i barbari, La vita e il tempo di Michael K, Infanzia, Gioventú, Terre al crepuscolo, Nel cuore del paese,Foe, Il Maestro di Pietroburgo, Età di ferro, Slow Man, Spiagge straniere,Diario di un anno difficile, Lavori di scavo. Saggi sulla letteratura 2000-2005, Tempo d’estate, Doppiare il capo, L’infanzia di Gesù e Qui e ora, il carteggio con Paul Auster. Nel 2003 è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura.

In breve: “La sposa” di Mauro Covacich

IMG_20150813_185515Ho deciso di leggere La sposa di Mauro Covacich perché in tantissimi ne hanno parlato davvero bene, nonostante io non ami quasi per niente i racconti. Il libro, finalista del Premio Strega 2015, infatti, è composto da 17 racconti più o meno brevi che, però, non sono isolati ma legati da nessi molto chiari. Il primo, ad esempio, riguarda Pippa Bacca, artista milanese dedita all’arte performativa, che insieme a Silvia Moro ha preso parte alla performance itinerante Spose in viaggio, che consisteva nell’attraversare in autostop 11 paesi teatro di conflitti armati, vestita da sposa. La ragazza, nipote di Piero Manzoni, è morta nel 2008 a Gebze, dopo essere stata stuprata e uccisa da un uomo che le aveva dato un passaggio. Mauro Covacich ripercorre quelli che secondo lui sono stati gli ultimi attimi di vita di Giuseppina Pasqualino di Marineo (il suo vero nome), dal momento in cui sale in macchina con il tizio che la ucciderà.
Ma in altri racconti la ragazza riappare in diversi modi: c’è chi ha sentito della sua morte o chi, per esempio, l’ha ospitata nella sua casa. I nessi, nel libro, sono di questo tipo. E lei non è l’unico personaggio realmente esistito da cui prende spunto l’autore, ci sono anche Karol Wojtyla e un cantante italiano che magari in molti non abbiamo conosciuto e che molti avranno dimenticato, Alessandro Bono. Il racconto basato su quest’ultimo mi ha colpito davvero molto: Covacich parla di quando lui stesso va a casa di amici della sua compagna per commentare una serata del festival di Sanremo ’94 e c’è questo tizio, semisconosciuto, che canta una canzone molto particolare in maniera quasi goffa, con la voce tremolante e la tensione in viso. La compagnia ride di lui e poi ognuno se ne torna a casa sua, ma circa un paio di mesi dopo il protagonista legge sul giornale che quel ragazzo è morto di aids e la canzone, a quel punto interpretabile, era quasi il suo addio al mondo e alla vita.

Insomma, in questo libro è tutto vero: personaggi, esperienze vissute dall’autore, fatti conclamati (come la vicenda di unabomber). Non ci troverete storie inventate e credo che sia proprio questo il suo punto forte.
Devo dire che personalmente alcuni racconti mi hanno emozionato molto e altri quasi per niente, anche se lo stile è sempre e comunque incisivo, forte.

Buona lettura!

Titolo: La sposa
Autore: Mauro Covacich
Genere:
 Racconti
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 185
Prezzo: 16 
Editore: Bompiani

Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota

“Riti di morte” di Alicia Giménez-Bartlett

Brindiamo ai fiori – proposi -. 
Anche se hanno le spine – aggiunsi.

(traduzione mia)

11813436_10206470565474329_5607646572252799785_nHo comprato questo libro circa un anno e mezzo fa su Amazon perché le librerie di solito non hanno un buon reparto dedicato ai testi in lingua originale, così mi sono dovuta adattare e me lo son fatto spedire a casa. L’ho preso proprio in previsione dell’intervento di Alicia Giménez Bartlett a Una marina di libri 2014, infatti quando ha parlato del suo ultimo lavoro (che però non ho acquistato) sono andata lì ad assistere e a farmi autografare questo, che è il primo romanzo della serie con Petra Delicado. Inutile dire che è stato un incontro appassionante, l’autrice è una donna molto simpatica che s’è stupita vedendomi lì con un libro in spagnolo. Mi ha chiesto come mai e le ho risposto che, quando si può, credo sia meglio leggere in lingua originale per vedere il vero stile di uno scrittore senza la mediazione del traduttore. Lei mi ha sorriso e mi ha detto di continuare così, perché appena uno si ferma, appena smette di esercitare una lingua, se la dimentica. Mi ha stretto la mano e sono andata via.
E per un anno e mezzo il libro è stato lì nell’armadio in attesa di essere letto, ma la settimana scorsa è finalmente arrivato il suo momento.

In Riti di morte conosciamo Petra Delicado, un’ex avvocatessa che, al suo secondo divorzio, cambia casa e inizia un nuovo lavoro: è ispettore di polizia. Appena arrivata nel nuovo posto di lavoro viene chiamata a sostituire dei colleghi in un caso particolare: una ragazzina è stata stuprata e riporta sul polso un segno a forma di fiore. In questo incarico viene affiancata da Fermín Garzón, un uomo più avanti negli anni, grassottello, che a volte sembra eccessivamente moralista e misogino. Più avanti aumentano gli stupri e viene commesso qualche omicidio. I due poliziotti si vedono togliere il caso, poi se lo vedono restituire, ma continuano ad indagare sempre con tenacia, anche quando le vittime, i loro parenti e la stampa sembrano remare contro e mettere loro i bastoni tra le ruote. Scopriranno, alla fine, chi è lo stupratore e che legame c’è tra le violenze e gli omicidi.

Mi sono letteralmente innamorata di questi personaggi e sono sicura che andrò avanti con la serie, perché probabilmente è questo il tipo di poliziesco che mi piace di più. Il nome di Petra Delicado è quasi un ossimoro, Petra indica una persona forte, testarda, tosta, mentre il cognome Delicado ci fa capire che, in certe cose, è anche una donna fragile, che come tutti ha dei punti deboli. Il suo carattere all’inizio stride con quello di Garzón, ma è solo questione di tempo, devono conoscersi meglio e crescere insieme. Petra permette a Fermín di realizzare che nella sua vita ha solo seguito delle regole che una famiglia troppo rigida gli ha imposto: fare il bravo, sposare una donna molto religiosa, fare un figlio, comportarsi sempre bene. Probabilmente si pente di non essere mai uscito dai binari e lo capisce quando vede che la sua collega (e adesso amica) ha preso dalla vita ciò che voleva, fregandosene se fosse giusto o meno.

Ma Ritos de muerte è un libro che fa anche arrabbiare molto. Petra e Fermín indagano nei bassifondi di Barcellona, perché le prime vittime di stupro sono ragazzine di una classe sociale bassa, figlie di lavoratori, il cui unico interesse, però, sembra essere mantenere l’onore, per loro ogni macchia deve essere lavata via. Solo una è figlia di un uomo molto ricco, il quale infatti spedisce subito la ragazzina negli Stati Uniti per toglierla dal mezzo, perché nessuno pensi a cosa le è successo. Nessuno sembra aver fiducia nella polizia, tanto che questo signore, l’unico dei “colpiti” che possa permetterselo, ricorre ad un investigatore privato per trovare lo stupratore, mentre gli altri si lasciano pagare dai giornalisti per comparire in televisione, per far notizia e diffamare le forze dell’ordine. Qualche motivo per parlar male dei poliziotti, però, ce l’hanno, perché Petra qui è alle prime armi e ogni tanto perde il filo e fa qualche piccolo errore. Ma sono errori da cui impara molto e che sicuramente l’aiuteranno in futuro.

Non è un libro pesante e se vi piacciono i polizieschi potete leggerlo tranquillamente sotto l’ombrellone. Se volete provare in spagnolo potete star sicuri che non è poi così complicato, sepoffà. In ogni caso, per me, cinque stelline se le merita tutte perché mi ha fatto passare delle belle ore e l’ho trovato ben scritto. Nella scheda, comunque, vi indicherò la versione italiana pubblicata da Sellerio.

Buona lettura!

Titolo: Riti di morte
Autore: Alicia Giménez Bartlett
Traduzione:
 Maria Nicola
Genere:
 Giallo, Poliziesco, Noir
Anno di pubblicazione:
1996 (2002 questa edizione)
Pagine: 404
Prezzo: 13 €
Editore: Sellerio – La memoria

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena


Alicia Giménez-Bartlett (Almansa, 1951) è la creatrice dei polizieschi con Petra Delicado. I romanzi della serie sono stati tutti pubblicati nella collana «La memoria» e poi riuniti nella collana «Galleria». Ha anche scritto numerose opere di narrativa non di genere, tra cui: Una stanza tutta per gli altri (2003, 2009, Premio Ostia Mare Roma 2004), Vita sentimentale di un camionista (2004, 2010), Segreta Penelope (2006), Giorni d’amore e inganno (2008, 2011), Dove nessuno di troverà (2011, 2014) e Exit (2012). Nel 2006 ha vinto il Premio Piemonte Grinzane Noir e il Premio La Baccante nato nell’ambito del Women’s Fiction Festival di Matera. Nel 2008 il Raymond Chandler Award del Courmayeur Noir in Festival.

“Scritto sulla tua terra” di Mauro Libertella

È possibile diventare scrittori quando il nostro cognome
appartiene già a uno scrittore consacrato?

 

scrHéctor Libertella è stato un noto scrittore argentino ed è morto nel 2010 perché l’alcool, piano piano, lo ha consumato, anche se ad ucciderlo definitivamente è stato un cancro. Scritto sulla tua terra è un libro di Mauro Libertella, il figlio, anche lui autore, che sembra cercare una riconciliazione affettiva con quel padre tanto amato.
La narrazione ha inizio quattro anni dopo la morte di Héctor, avvenuta nel 2006 e, al contrario di quanto ci si possa aspettare, non è straziante o disperata, ma serena. Mauro elenca e lega tra loro i ricordi legati alla figura di suo padre, anche tornando indietro di molti anni, ci parla delle cose che facevano insieme, di come si sia accorto del suo vizio, ma senza giudicarlo. Non gli dà la colpa di essersi praticamente ucciso da solo, come invece fa chi gli dice “Tuo padre si è suicidato a rate”, frase che gli resterà impressa nella mente per sempre.

La cosa che colpisce tantissimo è che Mauro riflette sulla pubblicazione dell’autobiografia di suo padre, L’architettura del fantasma, avvenuta pochi giorni dopo la sua morte, che sembra quasi un’anticipazione del tragico evento. Un evento che, però, lui accetta e che probabilmente lo aiuta a sentirsi ancora più vicino ad Héctor, anche se lui non c’è più. Andare nei bar che lui frequentava, passare dalle zone in cui lui bazzicava, adesso ha tutto un altro significato, come anche incontrare i suoi vecchi amici oppure ordinare, nei locali, quello che beveva lui.
Ma se Mauro cerca in qualche modo di legarsi più a suo padre, tenta anche di affermare la sua identità individuale, di scindere se stesso dal mito del grande autore e di non essere il “figlio di”.

Ancora una volta Caravan edizioni ci dà la possibilità di scoprire, grazie alla traduzione di Vincenzo Barca, la letteratura sudamericana e con Scritto sulla tua terra riusciamo ad accostarci non a uno, ma a due autori argentini: Héctor e Mauro Libertella. Due autori legati da parentela ma che hanno due identità differenti.

Buona lettura!

Titolo: Scritto sulla tua terra
Autore: Mauro Libertella
Traduzione:
 Vincenzo Barca
Genere:
 (Auto)biografico
Anno di pubblicazione:
2015
Pagine: 112
Prezzo: 9,50 €
Editore: Caravan

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

“Odore di chiuso” di Marco Malvaldi

11012431_1648227348724185_4819547067985941101_nQuando non sai cosa leggere, prendi un libro di Marco Malvaldi e goditelo per bene. Questo è quello che faccio in quei casi in cui davvero non so che pesci pigliare perché sono troppo indecisa. Stavolta mi è capitato tra le mani Odore di chiuso, un giallo, divertentissimo come al solito, del 2011 nella classica veste blu Sellerio. Questo l’ho preso un paio d’anni fa, quando ho deciso che dovevo recuperare tutti i romanzi non letti di questo autore e mi son fatta fare un bel pacchetto con quelli che mi mancavano.

Diversamente dalle altre storie del chimico/scrittore pisano, questa è ambientata alla fine dell’Ottocento e vede come protagonista Pellegrino Artusi, un signore grande, grosso e baffuto che – magari qualcuno di voi lo sa già – è realmente esistito, e fu uno scrittore, gastronomo e critico letterario italiano, famoso per aver scritto La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene. L’Artusi viene invitato nella maremma toscana dal barone Romualdo Bonaiuti, nel suo castello, perché il nobile avrebbe una certa idea di rendere la sua dimora un albergo, per guadagnare qualcosa, dato che ha qualche problemino. Ma poco dopo il suo arrivo, succede il pasticcio: il maggiordomo Teodoro viene trovato morto avvelenato in una stanza chiusa dall’interno e subito dopo il barone viene ferito da una schioppettata. Che sta succedendo? È quello che cercheranno di scoprire il delegato di polizia e il signor Artusi con l’aiuto di altri simpatici personaggi come l’intelligente Cecilia, figlia del barone, la baronessa (nonna) Speranza e lo pseudofotografo Ciceri.

L’autore qui usa un linguaggio un po’ antiquato per rimanere fedele all’ambientazione, ma spesso interviene il Malvaldi degli anni 2000 a chiamare le cose con il proprio nome (ci siamo capiti, no?) e ad alleggerire il tutto. Mi sono divertita tantissimo con i protagonisti, quelli più perspicaci e quelli meno intelligenti, come ad esempio il povero Gaddo, figlio del barone, appassionato di poesia, che un giorno in una stradina crede di incontrare il sommo Giosuè Carducci che di punto in bianco si mette a fare pipì, dando vita ad un improbabile dialogo:

– Ma cosa diavolo state facendo? – disse con voce tremante di rabbia e di sorpresa.
Per nulla turbato, il poeta cominciò:

Non vedi, caro, che stai disturbando?
Su un portone, tranquillo, sto pisciando.
Io piscio dove mi pare e quando voglio,
piscio sopra l’aiuola e sullo scoglio.
Piscio sulla moneta, e sopra il foglio,
piscio sul Vaticano e in Campidoglio;
e se continui a rompermi i coglioni,
piscio sul muso a te, e anche ai tu’ padroni.

La cosa che mi ha molto colpito è il modo in cui Malvaldi fa risolvere il mistero ai suoi personaggi. Pellegrino Artusi s’è portato dietro un libro di Sherlock Holmes (che non viene mai nominato, ma si capisce chiaramente di chi si parla) e questo serve quasi da ispirazione. Tra una conversazione e l’altra il gastronomo cita al delegato una frase che gli è rimasta impressa nella mente, un principio basilare del grande investigatore: “Eliminate l’impossibile. Quello che resta, per quanto improbabile, dev’essere per forza la verità”.
Detto questo, se state cercando qualcosa di divertente da leggere sotto l’ombrellone, eccovelo servito!

Titolo: Odore di chiuso
Autore: Marco Malvaldi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2011
Pagine: 198
Prezzo: 13 €
Editore: Sellerio
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena