La contemporaneità dei classici

La contemporaneità non esiste. Non esiste, dopo la Relatività, nella fisica e non esiste, dopo la Storia, nell’arte. Che i classici siano nostri contemporanei è un conforto idealistico e una menzogna pubblicitaria. Questa però non è una conclusione, ma una premessa. L’esperienza dei classici ci dice il contrario. Non sono nostri contemporanei, siamo noi che lo diventiamo di loro. Dimenticarli in nome del futuro sarebbe il fraintendimento più grande. Perché i classici sono la riserva del futuro.

da I contemporanei del futuro. Viaggio nei classici,
Giuseppe Pontiggia
Mondadori, Milano, 1998

Giuseppe Pontiggia (Como, 25 settembre 1934 – Milano, 27 giugno 2003), scrittore, aforista e critico letterario italiano, nel suo studio milanese (ph. Leonardo Céndamo).

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Pagina 69: “Grandi speranze”

Ho letto Grandi Speranze di Charles Dickens qualche settimana fa e – magari può sembrare una bestemmia – non l’ho apprezzato. C’è da mettere in conto che sicuramente ho scelto un’edizione sbagliata, la Newton&Compton, ma mi è stato regalato e per non fare la schizzinosa ho letto quello che avevo. I caratteri sono troppo piccoli, trattandosi di un Minimammut, hanno cercato di fare un volume piccolo e compatto che sicuramente non è adatto a chi non ci vede bene o a chi è astigmatico (e si rifiuta di mettere gli occhiali) e fa fatica dopo un po’. Confesso di non amare troppo questo editore, sono convinta che dove i prezzi siano più bassi anche il livello qualitativo scenda parecchio. Ma la storia è quella e, messe da parte cura, traduzione, impaginazione e chi più ne ha più ne metta, la vicenda non mi ha conquistata.

Il protagonista è Pip, un ragazzino orfano che viene allevato dalla sua isterica sorella e dal marito. Quando è ancora piccolo gli capita di conoscere due persone che segneranno la sua vita: Abel Magwitch, un criminale fuggito dalla galera, e Miss Havisham, una strana vecchia signora molto ricca. Qualcuno ha “grandi speranze” per lui, vuole educarlo ad essere un giovanotto istruito e ricco, ma chi sarà? E a cosa dovrà rinunciare per questo? Dickens ci accompagna per le strade di Londra e dintorni, tenendoci quasi per mano in questo viaggio tra la sporcizia e le bassezze delle classi inferiori e le stranezze dei ricchi, senza mai dimenticare che in tutti c’è del buono. Pip si ritroverà cieco davanti ai casi della vita, ma imparerà tantissime cose importanti.

Dato che non l’ho apprezzato molto, ho scelto comunque di parlarvene riportando qui la pagina numero 69. Buona lettura!

Grandi speranze di Charles Dickens

11896192_1652735578273362_2195379939018969796_nLa stessa occasione mi servì per notare che Mr. Pumblechook sembrava sbrigare i suoi affari guardando, dall’altra parte della strada, il sellaio, il quale sembrava trattare i suoi affari tenendo d’occhio il costruttore di carrozze, che sembrava tirare avanti nella vita mettendosi le mani in tasca e osservando il fornaio, che a sua volta incrociava le braccia e fissava il droghiere, che se ne stava sulla porta e sbadigliava al farmacista. L’orologiaio, sempre diligentemente curvo su un tavolinetto con una lente d’ingrandimento all’occhio, e sempre sorvegliato da un gruppo di contadini che lo osservava diligentemente attraverso la vetrina del suo negozio, sembrava essere l’unica persona, sulla via principale, la cui attenzione fosse impegnata nella propria attività.
Io e Mr. Pumblechook facemmo colazione, alle otto, nel salottino situato nel retrobottega, mentre il commesso beveva la sua tazza di tè e mangiava il suo pezzo di pane e burro su un sacco di piselli nella parte anteriore del locale. Giudicai Mr. Pumblechook una compagnia deprimente. Oltre a essere posseduto dalla stessa idea di mia sorella, secondo la quale si doveva imporre un carattere mortificatorio e penitenziale alla mia dieta – oltre a darmi il più possibile di crosta insieme al meno possibile di burro, e a mettere talmente tanta acqua calda nel mio latte che sarebbe stato più onesto fare del tutto a meno del latte – la sua conversazione non consisteva di altro che di aritmetica. Quando io gli augurai educatamente il buon giorno, egli disse pomposamente: «Sette per nove, ragazzo!». E come avrei potuto essere in grado di rispondere, preso a tradimento in quel modo, in un luogo estraneo, a stomaco vuoto! Avevo fame, ma prima che avessi ingoiato un solo boccone, egli cominciò una serie di somme che si protrassero per tutta la durata della colazione. «Sette?» «E quattro?» «E otto?» «E sei?» «E due?» «E dieci?». E così via. E dopo che ogni numero era stato sistemato, avevo a malapena il tempo di dare un morso o di bere un sorso prima che arrivasse il seguente; mentre lui se ne stava seduto comodamente, senza dover indovinare niente, e mangiando avidamente la pancetta col suo panino caldo e (se mi si permette l’espressione) rimpinzandosi e ingozzandosi a più non posso.
Per tutti questi motivi fui molto felice quando arrivarono le dieci e ci avviammo verso la casa di Miss Havisham, anche se non mi sentivo affatto tranquillo sul modo in cui avrei dovuto comportarmi sotto il tetto di quella signora. In un quarto d’ora arrivammo alla casa di Miss Havisham, che era tutta costruita in vecchi mattoni, e lugubre, e circondata da molte sbarre di ferro. Alcune finestre erano state murate; delle rimanenti, tutte quelle più basse erano chiuse da sbarre arrugginite.

“Grandi speranze” di Charles Dickens
trad. Maria Felicita Melchiorri
Newton&Compton, ed. 2014

“L’importanza di chiamarsi Hemingway” di Anthony Burgess

Si deve sempre mantenere uno stato di grazia sotto la tensione,
non importa quanto sia pesante la tensione.

 

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Chi mi segue da più tempo sa bene della mia passione per Ernest Hemingway, autore americano che mi è entrato nel cuore nonostante non abbia ancora letto tutto ciò che ha scritto. Poco tempo fa mi è capitato di leggere sulla pagina Facebook di minimum fax la pubblicità del libro L’importanza di chiamarsi Hemingway di Anthony Burgess, nella collana Filigrana, e siccome ho parlato “troppo” è stato aggiunto a mia insaputa tra i miei regali di compleanno. E devo ringraziare davvero la persona che me lo ha regalato, perché ho letto un libro davvero stupendo!

Anthony Burgess, pseudonimo di John Burgess Wilson (Manchester, 25 febbraio 1917 – Londra, 22 novembre 1993)

Burgess, autore che tutti voi conoscerete per Arancia meccanica, ci racconta la vita di uno dei più grandi narratori del Novecento in modo spesso ironico, ma veritiero: ne riconosce i meriti ma ne descrive le follie e le stravaganze senza mai deriderlo. È per questo che leggendo ho scoperto tantissime cose che non sapevo sul suo conto e mi sono anche fatta un po’ di risate. Hemingway voleva essere uno spirito libero, ha avuto quattro mogli ma costringeva molte donne a chiamarlo “papà”, voleva apparire un uomo forte e rude ma probabilmente era per mascherare le sue debolezze. Ed era anche un po’ infantile a volte, specialmente quando riceveva delle critiche e rispondeva in maniera violenta o quando qualcuno gli faceva un torto e lui l’accusava di impotenza (mentre forse era lui ad avere qualche problema in tal senso).

Lo stile di Hemingway è crudo, oggettivo, non letterario. Raccontava le sue storie senza aver bisogno di infiocchettarle, di aggiungere orpelli e parole carine che colpissero i lettori, perché, appunto, la cosa più importante era la verità della trama. E questo suo stile Burgess lo ricollega alla passione per la boxe, che era il suo modo personale di sfogare esternamente il suo conflitto interiore:

(…) un grande sforzo per scrivere una «semplice, vera frase dichiarativa». Il fine artistico di Hemingway era originale come quello di qualunque altro intellettuale di avanguardia che dissertava nei caffè sui boulevard. Scrivere senza fronzoli, senza imporre il proprio modo di pensare, far sì che parola e struttura esprimano pensiero, sentimento e anche fisicità, sembra facile oggi, soprattutto perché Hemingway ci ha mostrato come farlo, ma non era facile quando «letteratura» significava ancora stile calligrafico in senso vittoriano, con abbellimenti neogotici, allusioni pedanti, una struttura intricata di frasi subordinate, la personalità dell’autore frapposta, timidamente o brutalmente, fra il lettore e l’opera scritta.

Questo suo stile gli permise di non essere mai uno scrittore politico, di non lasciarsi mai fuorviare dalle ideologie, di raccontare la pura verità. Lavorò come giornalista, inviato all’estero, cronista e fece diverse analisi politiche quasi profetiche, perché ebbe sempre la capacità di vedere in anticipo le forme emergenti di politiche e regimi. Cercò sempre di essere in prima linea nei conflitti che si svolgevano nel mondo, spesso anche in maniera forzata (quando non era esattamente autorizzato e s’industriava con una barchetta ed un pugno di uomini per “esserci e dimostrare di esserci stato”), e quello che scrisse nei suoi romanzi e racconti fu sempre dettato dall’esperienza personale: s’innamorò davvero di un’infermiera, come narra in Addio alle armi, assistette davvero alle corride e a strane storie d’amore e alcool come è raccontato di Fiesta. Del resto, «per impegnarsi nella letteratura, bisogna prima impegnarsi nella vita».

Tuttavia, ebbe anche lui degli alti e bassi, precisamente tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50, momento buio da cui venne fuori nel 1952 con Il vecchio e il mare, quando stava scrivendo un lungo romanzo di mare (come lo chiamava lui), Isole nella corrente, che poi decise di non pubblicare, ma dal quale staccò una piccola parte che gli fece vincere prima il premio Pulitzer (1953) e poi il Nobel (1954), con una motivazione che “ovviamente” lo fece arrabbiare. Il romanzo narra la storia di un pescatore cubano che s’intestardisce a pescare un grosso marlin quasi come se fosse una sfida tra l’uomo e l’animale, riesce a domarlo ma torna a riva con la carcassa del pesce che nel frattempo è stato sbranato dagli squali. È la metafora dell’uomo che ha avuto il coraggio di sfiorare la grandezza ma che poi viene punito per la sua hybris.

L’uomo non è fatto per la sconfitta. L’uomo può essere ucciso, ma non sconfitto.

Qui è tornato il grande Hemingway: non una parola di troppo, esercizio di pura “prosa dichiarativa”.
Ed è proprio per colpa di questo stile che i numerosi film tratti dalle sue opere non furono mai all’altezza dei libro. Le trasposizioni, nonostante la presenza di grandissimi attori come Rock Hudson o Jennifer Jones nel caso di Addio alle armi del 1958, non riuscirono mai a trasferire sullo schermo la particolarità della sua prosa. Prova ne fu la lunga serie di film mediocri ispirati alle sue storie. La natura del suo lavoro era essenzialmente letteraria.

Ma, mettendo da parte la sua opera, che è comunque inscindibile dalla sua vita, Ernest Hemingway fu un uomo sempre più depresso e frustrato, volle sempre essere all’altezza della sua fama e non sopportava i momenti di calo. Soffrì di un’impotenza sessuale che cercò di compensare con la caccia, la boxe e altre attività che potessero farlo apparire più virile agli occhi degli altri. «Si vantava sempre di avere i cojones: ma i cojones non hanno nulla a che fare con la capacità di sparare». Ad un certo punto questa malinconia che lo ha sempre attanagliato si trasformò in desiderio di morte: ebbe molte malattie, incidenti, la sua salute non era più quella di una volta e probabilmente non riusciva a rassegnarsi a questo declino, così la mattina del 2 luglio 1961, mentre l’ultima moglie Mary dormiva, si alzò di buon’ora si appoggiò la doppia canna alla fronte e sparò, svegliando tutta la casa.

L’importanza di chiamarsi Hemingway è un libro che, come avrete capito, mi ha appassionata molto perché non racconta solo le grandi gesta di uno dei miei autori preferiti, ma anche i suoi problemi, i suoi disturbi e soprattutto le sue amicizie con autori a lui contemporanei. Anthony Burgess, parlandoci dell’autore de Il vecchio e il mare, tratteggia anche un bel panorama della letteratura del primo Novecento, tra cui spiccano Gertrude Stein, James Joyce, Sherwood Anderson e Francis Scott Fitzgerald.
Davvero consigliato, da leggere! E, personalmente, cercherò altre pubblicazioni di questa collana di saggistica.

Titolo: L’importanza di chiamarsi Hemingway (leggi un estratto)
Autore: Anthony Burgess
Traduzione:
 Patrizia Aluffi
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2008
Pagine: 188
Prezzo: 13 €
Editore: minimum fax

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen #TwAusten

downloadAvevo già letto Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen all’università, sia in lingua originale che in italiano, quando abbiamo studiato l’autrice nel programma di letteratura inglese, ma ho voluto rileggerlo per partecipare all’attività di TwLetteratura intitolata #TwAusten. Io e tanti altri appassionati abbiamo letto, riscritto e commentato su Twitter quello che forse è il romanzo più famoso di Jane Austen, grande autrice inglese vissuta a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, che ha lasciato un segno molto importante nella storia della letteratura mondiale.

Orgoglio e pregiudizio ha tante chiavi di lettura: se in superficie può apparire un romanzo d’amore a lieto fine, il lettore più scaltro saprà scavare a fondo per trovare un testo di critica sociale. All’epoca della Austen, infatti, l’unica occupazione delle donne era civettare bene per accalappiare un uomo, meglio ancora se con un buon patrimonio. Lei invece, attraverso gli occhi della protagonista Elizabeth Bennet, ci dice quanto questo modo di vivere sia ridicolo. Lizzy ha quattro sorelle, di cui tre particolarmente sciocche, un padre che la ama molto perché diversa dalle altre figlie, e una madre che ogni volta che apre bocca fa venir voglia a tutti di mettere la testa sotto la sabbia per la vergogna. Un giorno, la tenuta di Netherfield, vicino casa loro, viene affittata da un ricco giovanotto, Bingley, che arriva con le sorelle e il suo amico Darcy. Si conoscono e Bingley subito s’innamora di Jane, la sorella maggiore di Lizzy, una ragazza bella, dolce e soprattutto incapace di pensar male di qualcuno. Darcy invece, che vede intorno a sé solo poveracci e bifolchi, riesce ad attirare su di sé l’antipatia di tutti, soprattutto quella di Elizabeth. Ma poi i giovanotti tornano a Londra e i rapporti si raffreddano. È solo questione di tempo, però, perché i ragazzi tornino sui loro passi e vedano le cose in maniera lucida.

Chi non conosce questa storia? Se non tutti hanno letto il libro, quasi tutti hanno visto almeno una delle tante trasposizioni cinematografiche serie o ironiche*. È un romanzo che appassiona soprattutto le donne perché purtroppo viene preso sempre in maniera superficiale, ed è ovvio che una storia d’amore sia seguita più dal gentil sesso. Io però ci vedo altro. Ci vedo la capacità di tornare sulle proprie posizioni, la forza di non sottostare alle regole non scritte ma imposte alle donne, il fregarsene se ci si sporca l’orlo del vestito quando si va a trovare la sorella che sta male. Ma soprattutto ci vedo la modernità di andare oltre la ricerca dei soldi e di un matrimonio solo per sentirsi stabili. Ma è davvero modernità? Come si può paragonare la modernità preromantica di Jane Austen a quella attuale, se ancora oggi, spesso, ci si sposa solo per garantirsi stabilità? Se lei era avanti per il suo tempo, allora molti di noi oggi sono rimasti indietro.

Il signor Darcy è un uomo a cui è stato insegnato ad essere altero, presuntuoso e orgoglioso, un uomo che ha conosciuto donne tutte uguali che passano la vita ad imparare a suonare il piano, disegnare e ricamare. Quando incontra Lizzy è convinto che sia una donna come tutte le altre, e in più non gli sembra neanche molto bella. Ma lei è una che ama leggere, è una persona spontanea che se ne infischia di passare le sue giornate a farsi bella con nastrini e merletti solo per trovare un uomo che se la sposi, nonostante abbia già 21 anni (sì, all’epoca a 21 anni le donne erano sulla buona strada per restare zitelle a vita). Darcy ed Elizabeth sono due personaggi che hanno bisogno di un po’ di tempo per capirsi. Immaginate come mai il primo titolo che la Austen ha dato al romanzo era First impressions.

Vi ho voluto evitare tutta la tiritera storico-letteraria, perché per molti può essere piuttosto noiosa. La raccomandazione che voglio farvi è una: evitate di leggere libri di autori che prendono in prestito i personaggi della Austen o che credono di poter scrivere dei sequel delle sue storie, evitateli come la peste perché sicuramente la vecchia Jane si sta rivoltando nella tomba. Mi è capitato anni fa di leggere una sorta di riscrittura di Orgoglio e pregiudizio dal punto di vista di Darcy e l’ho dovuta abbandonare dopo venti pagine perché quello non era affatto il personaggio creato dall’autrice inglese, era, piuttosto, una specie di damerino impegnato ad aggiustarsi il fazzoletto nel taschino e i capelli di fronte allo specchio.
Se volete rileggere qualcuno dei commenti su TwLetteratura non dovete fare altro che andare su Twitter e digitare #TwAusten, vi divertirete!

Buona lettura!

Titolo: Orgoglio e pregiudizio
Autore: Jane Austen
Traduzione:
 Giulio Caprin (1983)
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1813
Pagine: 464
Prezzo: 10 €
Editore: Mondadori

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena


*Vi consiglio, a questo proposito, di vedere Lost in Austen, storia di una ragazza particolarmente appassionata di Orgoglio e pregiudizio che a un certo punto finisce dentro la storia (mentre Lizzy rimane nella Londra Moderna) e combina un pasticcio dietro l’altro coi personaggi da lei tanto amati. Si tratta di una serie britannica del 2008 arrivata in Italia col titolo Il romanzo di Amanda, e potete tranquillamente trovarla su Youtube.

“Donne che amano troppo” di Robin Norwood

Il colore della copertina varia a seconda delle edizioni. Questa è rosa, ma ci sono quelle in celeste.

Il colore della copertina varia a seconda delle edizioni. Questa è rosa, ma ci sono quelle in celeste.

Ho iniziato a leggere Donne che amano troppo lo scorso maggio e l’ho finito solo pochi giorni fa perché, non essendo un romanzo, ho preferito accompagnarlo ad altre letture e centellinarlo. Mi aspettavo qualcosa di estremamente femminista e sentimentale, invece mi sono dovuta ricredere.

Robin Norwood è una psicoterapeuta americana specializzata in terapia della famiglia, che si è occupata principalmente di persone affette da dipendenza (tossicodipendenza, alcolismo, ecc.). Nel suo libro, che nella versione italiana riporta una bella presentazione di Dacia Maraini, espone, analizza e commenta diversi casi di donne che per i più svariati motivi hanno amato troppo e in maniera malata i loro uomini. Spesso quello che lega queste donne ai loro compagni è un amore malato, oppure non si tratta di amore, bensì di paura o solitudine. Sono donne incapaci di vivere un sentimento normale, e questo le porta a rovinare se stesse e i rapporti con gli altri. Le cause di tale comportamento, spiega la Norwood, sono di norma da ricercare nel loro passato: una ragazza che ha vissuto in casa con un padre alcolizzato crede di poter amare un uomo con una dipendenza (non necessariamente da alcool) perché crede di saperlo gestire e/o poterlo salvare. E così via.
Molto spesso succede anche che, una volta che l’uomo in questione è guarito perché ha scelto di salvare il suo lavoro, la sua famiglia e la sua vita, la donna che ama troppo sente che nella sua relazione non c’è più uno scopo, che il suo bisogno di aiutare non può essere soddisfatto e quindi lascia il suo compagno o diventa intrattabile e gli rende la vita impossibile, in modo che sia poi lui a lasciarla.

Robin Norwood specifica più volte, nel suo libro, che il fatto che si sia concentrata sulle donne non significa che siano solo loro ad amare troppo. Si è trovata a seguire più donne che uomini e poi, per una differenza di carattere – che, ammettiamolo, esiste! – le donne hanno una maggiore tendenza a portare all’estremo i loro sentimenti e a cadere nei tranelli di un amore malato. L’autrice, anche se in maniera non esplicita, tende a ribadire più volte il concetto che non tutti gli uomini causano questo danno alle donne. C’è un intero capitolo incentrato sugli uomini “amati” dalle donne che amano troppo, in cui questi raccontano che cosa hanno provato nel rapporto con le loro compagne, che cosa significa trovarsi in determinate situazioni. E si tratta di uomini che hanno conosciuto quelle donne dopo che sono uscite da rapporti malati, o dei cosiddetti “uomini sbagliati” che poi sono guariti e hanno ripreso in mano le loro vite.

Amare troppo
è calpestare, annullare se stesse
per dedicarsi completamente
a cambiare
un uomo “sbagliato” per noi
che ci ossessiona,
naturalmente senza riuscirci.

Amare in modo sano
è imparare ad accettare e amare
prima di tutto se stesse,
per poter poi costruire
un rapporto gratificante e sereno
con un uomo “giusto” per noi.

Non è detto che noi lettori dobbiamo per forza ritrovarci nelle situazioni esposte dalla Norwood, perché non a tutti capita di essere invischiati in storie di questo genere, ma quello che è certo è che Donne che amano troppo ci può insegnare tanto. Devo dire, in tutta onestà, che mi ha dato gli strumenti necessari per guardare la realtà da una prospettiva diversa, come se adesso riuscissi a mettermi da parte e vedere le cose da lontano, con maggiore lucidità. Il libro non è una critica al genere maschile, ma un messaggio per le donne: fate attenzione, lavorate su voi stesse, cercate di fare un’autoanalisi, di scoprire perché siete portate ad innamorarvi sempre dell’uomo sbagliato, cercate di capire perché reagite in un certo modo e, se vedete che certe situazioni vi fanno stare male, uscitene, lasciate quel compagno che vi sta rovinando la vita. Molto spesso noi donne abbiamo la sindrome della crocerossina, pensiamo che il prossimo possa essere aiutato, mentre non è così. Alcune persone non possono essere salvate (almeno, non a costo di rovinare anche noi stesse) e altre, invece, devono essere aiutate da chi è abituato – e abilitato – a gestire determinate cose (gruppi di sostegno, terapisti, medici, ecc.).

Credo che sia un libro che tutte le donne dovrebbero leggere, e non per una questione di femminismo perché, come sapete, io non sto molto dietro a queste cose, anzi quando diventa eccessivo m’infastidisce. No. Dovreste leggerlo per imparare a non sbagliare dall’esperienza di donne che hanno sbagliato amando troppo. Perché amare è bello, ma il “troppo” indica eccesso, e l’eccesso non è mai buono.

Titolo: Donne che amano troppo
Autore: Robin Norwood
Traduzione:
 Enrica Bertoni
Genere:
 Saggistica, psicologia
Anno di pubblicazione:
 1985 (in Italia prima edizione 1989)
Pagine: 306
Prezzo: 9 € (il prezzo varia a seconda delle edizioni, che sono tantissime)
Editore: Feltrinelli

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

“Sembrava una felicità” di Jenny Offill

Per anni ho tenuto un post-it sopra la mia scrivania:
“Pensa al lavoro, non all’amore!”.
Sembrava una felicità più consistente.

 

IMG_20150904_180833Avevo bisogno di un libro breve, perché entro pochi giorni avrei iniziato la lettura di un supermattone (di cui vi parlerò più in là), quindi, presa dall’entusiasmo collettivo per il nuovo editore milanese NN e per questo romanzo, mi sono letta Sembrava una felicità di Jenny Offill.

Un libriccino che si può benissimo leggere in un pomeriggio e che racconta la storia di una donna che voleva diventare un mostro d’arte, un mostro di scrittura e che non voleva sposarsi, ma che invece s’innamora, si sposa e ha una figlia, diventando così moglie e madre senza probabilmente volerlo davvero. Ma si sa che col tempo le persone e i rapporti cambiano, si evolvono, e la donna deve fare i conti con nuove situazioni, tradimenti, e una vita per cui forse non era portata.

Il mio piano era di non sposarmi mai. No, io volevo diventare un mostro d’arte. Le donne non diventano mai mostri d’arte, perché i veri mostri d’arte si preoccupano solo d’arte e mai di cose terrene. Nabokov non si chiudeva nemmeno l’ombrello, era Vera che gli leccava i francobolli.

La storia non è così lontana dalla realtà, è qualcosa di molto attuale che capita a tantissime persone. Ma ecco, se il tema è ordinario, il modo in cui è narrata la vicenda è completamente fuori dall’ordinario. Inizialmente vi troverete a leggere pezzi di racconto che vi sembreranno sconnessi, ma dopo un po’ riuscirete ad intravedere la storia di fondo e a capire come funziona il libro. Sembrava una felicità appare come qualcosa a metà tra un puzzle e uno zibaldone, Jenny Offill aggiunge di volta in volta un frammento diverso, che può essere un ricordo, una citazione più o meno esplicita, un biglietto, un aforisma, un appunto, una lettera o perfino una barzelletta, ma ognuno di questi piccoli pezzi ha la sua funzione specifica. L’autrice stessa chiama questa tecnica «”library roulette“: quando non riesce a scrivere va in biblioteca a sfogliare libri di ogni genere in cerca di spunti interessanti. (…) le citazioni disseminate nel testo fanno da contrappunto alla voce “pensante”, quasi a diventare una voce fuori campo».
Anche la punteggiatura è scarna, cosa che probabilmente ha fatto impazzire la traduttrice Francesca Novajra, che alla fine, nella nota del traduttore, confessa di aver fatto un lavorone nel tentativo di mantenersi il più fedele possibile al flusso di coscienza della protagonista del libro.

Devo dire che ho trovato tantissimi spunti di riflessione in questo libro, tanti brani che vorrei condividere con voi e sui quali mi piacerebbe che si riflettesse insieme, ma rischierei di copiare praticamente tutto il romanzo in questo post. Mi limiterò ad inserirne solo uno, ovvero quello che ai fini del testo mi sembra il più significativo:

Il decorso classico del matrimonio vede una diminuzione dell’amore passionale e un aumento dell’affetto profondo. Si pensa che questa reazione avvenga per tenere insieme la coppia abbastanza a lungo da poter avere e crescere dei figli. La maggior parte dei mammiferi non cresce i cuccioli insieme. Gli esseri umani, invece, lo fanno.

È proprio quello che succede alla protagonista del libro, una donna che non è assolutamente facile da gestire ma che per il bene comune fa la brava e si chiude nel suo ruolo di moglie e madre atipica. Atipica perché in fondo al suo cuore ha paura di essere inadeguata: il suo essere disordinata nella vita stride con la precisione di suo marito e delle altre mamme, che ad esempio fanno liste ordinate prima di andare a far la spesa, mentre lei dimentica tutto e alla fine torna a casa con della roba perfettamente inutile. E questo mette molta tristezza, perché dentro di sé non ha soltanto paura ma anche tanta frustrazione per non essere riuscita ad essere una donna adeguata a suo marito (che ne trova un’altra, «Più alta? Più magra? Più tranquilla? Più facile, dice lui.») e a scrivere il romanzo che desiderava, si è ritrovata a fare la ghostwriter di un tipo che crede di aver pensato una storia da best seller sulle missioni spaziali Voyager 1 e 2. E a condire il tutto, con ulteriore malinconia, c’è anche il titolo, che in lingua originale è Dept. of Speculation, letteralmente Dipartimento di Speculazione, che andrebbe meglio se fosse tradotto con Ufficio Pensieri, che fa pensare a qualcosa di ininterrotto, ai pensieri che non si fermano mai e si affastellano nella mente in maniera disordinata. Ma probabilmente l’ufficio serve proprio a mettere ordine in questo flusso di coscienza.

Detto questo, vi consiglio di leggere questo libro perché il successo che ha riscosso, e che continua a riscuotere, è proprio meritato! E poi, ve lo confesso, mi piace tantissimo l’immagine di copertina racchiusa dentro il simbolo NN dell’editore.

Titolo: Sembrava una felicità
Autore: Jenny Offill
Traduzione:
 Francesca Novajra
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 168
Prezzo: 16 €
Editore: NN

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

“Lacci” di Domenico Starnone

– Lacci di che tipo -, gli chiedo.
– Lacci per le scarpe. Mentre stavamo mangiando,
gli hai domandato se il mio modo di
allacciarmele l’avevo copiato da lui.

Una delle varie identità che vengono ipoteticamente attribuite ad Elena Ferrante è quella di Domenico Starnone, quindi, non avendo mai letto nulla di questo autore, giusto per informarmi ho letto Lacci, un suo romanzo del 2014 edito da Einaudi che affronta un argomento delicato e allo stesso tempo che può riguardare tutti.

Aldo e Vanda si sono sposati giovani e hanno avuto due figli, Sandro e Anna. Aldo, però, poco più che trentenne, conosce all’università in cui lavora una ragazza giovane, bella e spensierata, Lidia, con cui instaura una relazione sentimentale. Lo comunica alla moglie a cose fatte, quando ha già capito di essersi innamorato e addirittura lascia la sua famiglia per andare a vivere con la sua amante, benestante e per niente impegnativa. Lidia rappresenta per lui una fuga da una vita programmata troppo presto. Ma Vanda non fa altro che rinfacciargli di essersi sottratto alle sue responsabilità, soprattutto nei confronti dei figli che ormai, abitando addirittura in un’altra città, non vede quasi mai.

Lacci è diviso in più parti. La prima è rappresentata da una lunga lettera di Vanda ad Aldo, che si apre con «Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie». La donna non dà mai la colpa a Lidia per averle portato via il marito, ma sottolinea con rabbia tutti i suoi sbagli e il fatto di essere un perfetto irresponsabile. La seconda è narrata in prima persona da Aldo stesso che, ormai anziano, in occasione di un furto in casa scoperto al rientro delle vacanze, fa ordine tra le sue cose e tra i suoi pensieri, trovando le lettere che la moglie gli aveva scritto tanti anni prima e ritornando indietro con la mente per analizzare (e raccontarci) quello che ha fatto da giovane. Scopriamo così che Vanda deve averlo riaccolto in casa circa quattro anni dopo che lui è andato a vivere con Lidia, ma lo ha fatto per salvare le apparenze, l’onore o il matrimonio?
La terza parte, infine, è un lungo dialogo tra Sandro e Anna, i figli ormai grandi. Se lui è più pacato e – nonostante sappia molte cose che i genitori credevano fossero segreti – cerca di non creare questioni con la famiglia per quieto vivere, Anna, invece, è una ribelle, una donna arrabbiata sia col padre che con la madre per il male che entrambi, forse inconsapevolmente, le hanno fatto. Si trovano insieme nella casa di famiglia perché i genitori hanno chiesto loro di prendersi cura a turno del gatto mentre sono in vacanza.

Lacci è la storia di due persone che si legano troppo presto (forse non per l’epoca, ma per due caratteri di quel tipo) e che, anche se invecchiano insieme, lo fanno su due strade parallele: non s’incontrano mai, si guardano con diffidenza da lontano. È per questo motivo che Aldo s’innamora di un’altra, Vanda sarà una buona moglie e una buona madre, ma non è la sua compagna di vita. Ma alla “pesantezza” di Vanda fa da contrappeso la “pesante inconsistenza” del carattere di Aldo, un uomo che si risente perfino del fatto che la moglie si arrabbi perché se n’è andato con un’altra. Come dire: Vanda, ok, io mi sono innamorato di Lidia, sono andato a vivere con lei, ho lasciato te e i nostri bambini, ma c’è bisogno di farla tanto lunga? Ecco, un personaggio così, personalmente, suscita rabbia, e neanche poca.
I lacci di cui si parla nel libro sono «lacci invisibili che legano le persone le une alle altre», quelli familiari, coniugali, che «tengono in vita un matrimonio anche dopo l’amore», dopo che il marito torna a casa e si cerca di riprendere la vita da dove la si era interrotta un po’ di tempo prima.

Se devo essere onesta, Lacci mi ha lasciato molto perplessa, non mi è piaciuto. Credo che non scavi molto a fondo, che manchi di quella forza espressiva che ti fa appassionare ad una storia. È vero che fa detestare praticamente tutti i personaggi, ma non credo basti, perché la storia di fondo è semplice, ma quello che manca fa sì che resti una storia come tante, senza nulla di particolarmente esaltante.

Titolo: Lacci
Autore: Domenico Starnone
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 133
Prezzo: 17,50 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienasvuotasvuotasvuota