“Sembrava una felicità” di Jenny Offill

Per anni ho tenuto un post-it sopra la mia scrivania:
“Pensa al lavoro, non all’amore!”.
Sembrava una felicità più consistente.

 

IMG_20150904_180833Avevo bisogno di un libro breve, perché entro pochi giorni avrei iniziato la lettura di un supermattone (di cui vi parlerò più in là), quindi, presa dall’entusiasmo collettivo per il nuovo editore milanese NN e per questo romanzo, mi sono letta Sembrava una felicità di Jenny Offill.

Un libriccino che si può benissimo leggere in un pomeriggio e che racconta la storia di una donna che voleva diventare un mostro d’arte, un mostro di scrittura e che non voleva sposarsi, ma che invece s’innamora, si sposa e ha una figlia, diventando così moglie e madre senza probabilmente volerlo davvero. Ma si sa che col tempo le persone e i rapporti cambiano, si evolvono, e la donna deve fare i conti con nuove situazioni, tradimenti, e una vita per cui forse non era portata.

Il mio piano era di non sposarmi mai. No, io volevo diventare un mostro d’arte. Le donne non diventano mai mostri d’arte, perché i veri mostri d’arte si preoccupano solo d’arte e mai di cose terrene. Nabokov non si chiudeva nemmeno l’ombrello, era Vera che gli leccava i francobolli.

La storia non è così lontana dalla realtà, è qualcosa di molto attuale che capita a tantissime persone. Ma ecco, se il tema è ordinario, il modo in cui è narrata la vicenda è completamente fuori dall’ordinario. Inizialmente vi troverete a leggere pezzi di racconto che vi sembreranno sconnessi, ma dopo un po’ riuscirete ad intravedere la storia di fondo e a capire come funziona il libro. Sembrava una felicità appare come qualcosa a metà tra un puzzle e uno zibaldone, Jenny Offill aggiunge di volta in volta un frammento diverso, che può essere un ricordo, una citazione più o meno esplicita, un biglietto, un aforisma, un appunto, una lettera o perfino una barzelletta, ma ognuno di questi piccoli pezzi ha la sua funzione specifica. L’autrice stessa chiama questa tecnica «”library roulette“: quando non riesce a scrivere va in biblioteca a sfogliare libri di ogni genere in cerca di spunti interessanti. (…) le citazioni disseminate nel testo fanno da contrappunto alla voce “pensante”, quasi a diventare una voce fuori campo».
Anche la punteggiatura è scarna, cosa che probabilmente ha fatto impazzire la traduttrice Francesca Novajra, che alla fine, nella nota del traduttore, confessa di aver fatto un lavorone nel tentativo di mantenersi il più fedele possibile al flusso di coscienza della protagonista del libro.

Devo dire che ho trovato tantissimi spunti di riflessione in questo libro, tanti brani che vorrei condividere con voi e sui quali mi piacerebbe che si riflettesse insieme, ma rischierei di copiare praticamente tutto il romanzo in questo post. Mi limiterò ad inserirne solo uno, ovvero quello che ai fini del testo mi sembra il più significativo:

Il decorso classico del matrimonio vede una diminuzione dell’amore passionale e un aumento dell’affetto profondo. Si pensa che questa reazione avvenga per tenere insieme la coppia abbastanza a lungo da poter avere e crescere dei figli. La maggior parte dei mammiferi non cresce i cuccioli insieme. Gli esseri umani, invece, lo fanno.

È proprio quello che succede alla protagonista del libro, una donna che non è assolutamente facile da gestire ma che per il bene comune fa la brava e si chiude nel suo ruolo di moglie e madre atipica. Atipica perché in fondo al suo cuore ha paura di essere inadeguata: il suo essere disordinata nella vita stride con la precisione di suo marito e delle altre mamme, che ad esempio fanno liste ordinate prima di andare a far la spesa, mentre lei dimentica tutto e alla fine torna a casa con della roba perfettamente inutile. E questo mette molta tristezza, perché dentro di sé non ha soltanto paura ma anche tanta frustrazione per non essere riuscita ad essere una donna adeguata a suo marito (che ne trova un’altra, «Più alta? Più magra? Più tranquilla? Più facile, dice lui.») e a scrivere il romanzo che desiderava, si è ritrovata a fare la ghostwriter di un tipo che crede di aver pensato una storia da best seller sulle missioni spaziali Voyager 1 e 2. E a condire il tutto, con ulteriore malinconia, c’è anche il titolo, che in lingua originale è Dept. of Speculation, letteralmente Dipartimento di Speculazione, che andrebbe meglio se fosse tradotto con Ufficio Pensieri, che fa pensare a qualcosa di ininterrotto, ai pensieri che non si fermano mai e si affastellano nella mente in maniera disordinata. Ma probabilmente l’ufficio serve proprio a mettere ordine in questo flusso di coscienza.

Detto questo, vi consiglio di leggere questo libro perché il successo che ha riscosso, e che continua a riscuotere, è proprio meritato! E poi, ve lo confesso, mi piace tantissimo l’immagine di copertina racchiusa dentro il simbolo NN dell’editore.

Titolo: Sembrava una felicità
Autore: Jenny Offill
Traduzione:
 Francesca Novajra
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 168
Prezzo: 16 €
Editore: NN

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

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5 pensieri su ““Sembrava una felicità” di Jenny Offill

  1. LFK ha detto:

    Ciao Valentina, devo ammettere che abbiamo gusti abbastanza vicini. Bel libro e, soprattutto, mi fa impazzire l’idea di NN Editore di piazzare l’immagine di copertina come sfondo della doppia “N”, pratica che, se vai a curiosare, è in auge per tutte le copertine NN. Tra l’altro consiglio di scrutare il catalogo, perché è un qualcosa di diverso dal solito.

    • Valentina ha detto:

      Sìììì, l’ho visto! Infatti mi sto attrezzando per leggere anche altre pubblicazioni. Al momento mi sono appena impelagata in Infinite Jest, quindi mi sa che mi ci vorrà un po’ di tempo. Ma mi sto documentando 😀

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