“L’importanza di chiamarsi Hemingway” di Anthony Burgess

Si deve sempre mantenere uno stato di grazia sotto la tensione,
non importa quanto sia pesante la tensione.

 

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Chi mi segue da più tempo sa bene della mia passione per Ernest Hemingway, autore americano che mi è entrato nel cuore nonostante non abbia ancora letto tutto ciò che ha scritto. Poco tempo fa mi è capitato di leggere sulla pagina Facebook di minimum fax la pubblicità del libro L’importanza di chiamarsi Hemingway di Anthony Burgess, nella collana Filigrana, e siccome ho parlato “troppo” è stato aggiunto a mia insaputa tra i miei regali di compleanno. E devo ringraziare davvero la persona che me lo ha regalato, perché ho letto un libro davvero stupendo!

Anthony Burgess, pseudonimo di John Burgess Wilson (Manchester, 25 febbraio 1917 – Londra, 22 novembre 1993)

Burgess, autore che tutti voi conoscerete per Arancia meccanica, ci racconta la vita di uno dei più grandi narratori del Novecento in modo spesso ironico, ma veritiero: ne riconosce i meriti ma ne descrive le follie e le stravaganze senza mai deriderlo. È per questo che leggendo ho scoperto tantissime cose che non sapevo sul suo conto e mi sono anche fatta un po’ di risate. Hemingway voleva essere uno spirito libero, ha avuto quattro mogli ma costringeva molte donne a chiamarlo “papà”, voleva apparire un uomo forte e rude ma probabilmente era per mascherare le sue debolezze. Ed era anche un po’ infantile a volte, specialmente quando riceveva delle critiche e rispondeva in maniera violenta o quando qualcuno gli faceva un torto e lui l’accusava di impotenza (mentre forse era lui ad avere qualche problema in tal senso).

Lo stile di Hemingway è crudo, oggettivo, non letterario. Raccontava le sue storie senza aver bisogno di infiocchettarle, di aggiungere orpelli e parole carine che colpissero i lettori, perché, appunto, la cosa più importante era la verità della trama. E questo suo stile Burgess lo ricollega alla passione per la boxe, che era il suo modo personale di sfogare esternamente il suo conflitto interiore:

(…) un grande sforzo per scrivere una «semplice, vera frase dichiarativa». Il fine artistico di Hemingway era originale come quello di qualunque altro intellettuale di avanguardia che dissertava nei caffè sui boulevard. Scrivere senza fronzoli, senza imporre il proprio modo di pensare, far sì che parola e struttura esprimano pensiero, sentimento e anche fisicità, sembra facile oggi, soprattutto perché Hemingway ci ha mostrato come farlo, ma non era facile quando «letteratura» significava ancora stile calligrafico in senso vittoriano, con abbellimenti neogotici, allusioni pedanti, una struttura intricata di frasi subordinate, la personalità dell’autore frapposta, timidamente o brutalmente, fra il lettore e l’opera scritta.

Questo suo stile gli permise di non essere mai uno scrittore politico, di non lasciarsi mai fuorviare dalle ideologie, di raccontare la pura verità. Lavorò come giornalista, inviato all’estero, cronista e fece diverse analisi politiche quasi profetiche, perché ebbe sempre la capacità di vedere in anticipo le forme emergenti di politiche e regimi. Cercò sempre di essere in prima linea nei conflitti che si svolgevano nel mondo, spesso anche in maniera forzata (quando non era esattamente autorizzato e s’industriava con una barchetta ed un pugno di uomini per “esserci e dimostrare di esserci stato”), e quello che scrisse nei suoi romanzi e racconti fu sempre dettato dall’esperienza personale: s’innamorò davvero di un’infermiera, come narra in Addio alle armi, assistette davvero alle corride e a strane storie d’amore e alcool come è raccontato di Fiesta. Del resto, «per impegnarsi nella letteratura, bisogna prima impegnarsi nella vita».

Tuttavia, ebbe anche lui degli alti e bassi, precisamente tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50, momento buio da cui venne fuori nel 1952 con Il vecchio e il mare, quando stava scrivendo un lungo romanzo di mare (come lo chiamava lui), Isole nella corrente, che poi decise di non pubblicare, ma dal quale staccò una piccola parte che gli fece vincere prima il premio Pulitzer (1953) e poi il Nobel (1954), con una motivazione che “ovviamente” lo fece arrabbiare. Il romanzo narra la storia di un pescatore cubano che s’intestardisce a pescare un grosso marlin quasi come se fosse una sfida tra l’uomo e l’animale, riesce a domarlo ma torna a riva con la carcassa del pesce che nel frattempo è stato sbranato dagli squali. È la metafora dell’uomo che ha avuto il coraggio di sfiorare la grandezza ma che poi viene punito per la sua hybris.

L’uomo non è fatto per la sconfitta. L’uomo può essere ucciso, ma non sconfitto.

Qui è tornato il grande Hemingway: non una parola di troppo, esercizio di pura “prosa dichiarativa”.
Ed è proprio per colpa di questo stile che i numerosi film tratti dalle sue opere non furono mai all’altezza dei libro. Le trasposizioni, nonostante la presenza di grandissimi attori come Rock Hudson o Jennifer Jones nel caso di Addio alle armi del 1958, non riuscirono mai a trasferire sullo schermo la particolarità della sua prosa. Prova ne fu la lunga serie di film mediocri ispirati alle sue storie. La natura del suo lavoro era essenzialmente letteraria.

Ma, mettendo da parte la sua opera, che è comunque inscindibile dalla sua vita, Ernest Hemingway fu un uomo sempre più depresso e frustrato, volle sempre essere all’altezza della sua fama e non sopportava i momenti di calo. Soffrì di un’impotenza sessuale che cercò di compensare con la caccia, la boxe e altre attività che potessero farlo apparire più virile agli occhi degli altri. «Si vantava sempre di avere i cojones: ma i cojones non hanno nulla a che fare con la capacità di sparare». Ad un certo punto questa malinconia che lo ha sempre attanagliato si trasformò in desiderio di morte: ebbe molte malattie, incidenti, la sua salute non era più quella di una volta e probabilmente non riusciva a rassegnarsi a questo declino, così la mattina del 2 luglio 1961, mentre l’ultima moglie Mary dormiva, si alzò di buon’ora si appoggiò la doppia canna alla fronte e sparò, svegliando tutta la casa.

L’importanza di chiamarsi Hemingway è un libro che, come avrete capito, mi ha appassionata molto perché non racconta solo le grandi gesta di uno dei miei autori preferiti, ma anche i suoi problemi, i suoi disturbi e soprattutto le sue amicizie con autori a lui contemporanei. Anthony Burgess, parlandoci dell’autore de Il vecchio e il mare, tratteggia anche un bel panorama della letteratura del primo Novecento, tra cui spiccano Gertrude Stein, James Joyce, Sherwood Anderson e Francis Scott Fitzgerald.
Davvero consigliato, da leggere! E, personalmente, cercherò altre pubblicazioni di questa collana di saggistica.

Titolo: L’importanza di chiamarsi Hemingway (leggi un estratto)
Autore: Anthony Burgess
Traduzione:
 Patrizia Aluffi
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2008
Pagine: 188
Prezzo: 13 €
Editore: minimum fax

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

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11 pensieri su ““L’importanza di chiamarsi Hemingway” di Anthony Burgess

  1. amaranthinemess ha detto:

    Sai, non ho mai letto nulla di Hemingway nonostante mia madre sia una grande appassionata (e di conseguenza ha tutti, tutti i suoi romanzi). Magari potrei iniziare da questo di Burgess per farmi un’idea su di lui 🙂

    • Valentina ha detto:

      Non so, sai? Forse è meglio conoscerlo un po’, prima di leggere questo libro. Leggi un paio di romanzi e poi prova questo di Burgess 😉
      Se poi a casa ce li hai tutti, sfrutta la cosa!

  2. L'angolino di Ale ha detto:

    Sai che anch’io non ho mai letto Hemingway? Che vergogna!! Devo assolutamente rimediare 😦
    ps. Sono passata a farti un salutino…mica che poi mi mandi anche tu una mail come la mia “amica matta”!! Hahahahahah!! Baci e buon pomeriggio 🙂

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