Pagina 69: “Grandi speranze”

Ho letto Grandi Speranze di Charles Dickens qualche settimana fa e – magari può sembrare una bestemmia – non l’ho apprezzato. C’è da mettere in conto che sicuramente ho scelto un’edizione sbagliata, la Newton&Compton, ma mi è stato regalato e per non fare la schizzinosa ho letto quello che avevo. I caratteri sono troppo piccoli, trattandosi di un Minimammut, hanno cercato di fare un volume piccolo e compatto che sicuramente non è adatto a chi non ci vede bene o a chi è astigmatico (e si rifiuta di mettere gli occhiali) e fa fatica dopo un po’. Confesso di non amare troppo questo editore, sono convinta che dove i prezzi siano più bassi anche il livello qualitativo scenda parecchio. Ma la storia è quella e, messe da parte cura, traduzione, impaginazione e chi più ne ha più ne metta, la vicenda non mi ha conquistata.

Il protagonista è Pip, un ragazzino orfano che viene allevato dalla sua isterica sorella e dal marito. Quando è ancora piccolo gli capita di conoscere due persone che segneranno la sua vita: Abel Magwitch, un criminale fuggito dalla galera, e Miss Havisham, una strana vecchia signora molto ricca. Qualcuno ha “grandi speranze” per lui, vuole educarlo ad essere un giovanotto istruito e ricco, ma chi sarà? E a cosa dovrà rinunciare per questo? Dickens ci accompagna per le strade di Londra e dintorni, tenendoci quasi per mano in questo viaggio tra la sporcizia e le bassezze delle classi inferiori e le stranezze dei ricchi, senza mai dimenticare che in tutti c’è del buono. Pip si ritroverà cieco davanti ai casi della vita, ma imparerà tantissime cose importanti.

Dato che non l’ho apprezzato molto, ho scelto comunque di parlarvene riportando qui la pagina numero 69. Buona lettura!

Grandi speranze di Charles Dickens

11896192_1652735578273362_2195379939018969796_nLa stessa occasione mi servì per notare che Mr. Pumblechook sembrava sbrigare i suoi affari guardando, dall’altra parte della strada, il sellaio, il quale sembrava trattare i suoi affari tenendo d’occhio il costruttore di carrozze, che sembrava tirare avanti nella vita mettendosi le mani in tasca e osservando il fornaio, che a sua volta incrociava le braccia e fissava il droghiere, che se ne stava sulla porta e sbadigliava al farmacista. L’orologiaio, sempre diligentemente curvo su un tavolinetto con una lente d’ingrandimento all’occhio, e sempre sorvegliato da un gruppo di contadini che lo osservava diligentemente attraverso la vetrina del suo negozio, sembrava essere l’unica persona, sulla via principale, la cui attenzione fosse impegnata nella propria attività.
Io e Mr. Pumblechook facemmo colazione, alle otto, nel salottino situato nel retrobottega, mentre il commesso beveva la sua tazza di tè e mangiava il suo pezzo di pane e burro su un sacco di piselli nella parte anteriore del locale. Giudicai Mr. Pumblechook una compagnia deprimente. Oltre a essere posseduto dalla stessa idea di mia sorella, secondo la quale si doveva imporre un carattere mortificatorio e penitenziale alla mia dieta – oltre a darmi il più possibile di crosta insieme al meno possibile di burro, e a mettere talmente tanta acqua calda nel mio latte che sarebbe stato più onesto fare del tutto a meno del latte – la sua conversazione non consisteva di altro che di aritmetica. Quando io gli augurai educatamente il buon giorno, egli disse pomposamente: «Sette per nove, ragazzo!». E come avrei potuto essere in grado di rispondere, preso a tradimento in quel modo, in un luogo estraneo, a stomaco vuoto! Avevo fame, ma prima che avessi ingoiato un solo boccone, egli cominciò una serie di somme che si protrassero per tutta la durata della colazione. «Sette?» «E quattro?» «E otto?» «E sei?» «E due?» «E dieci?». E così via. E dopo che ogni numero era stato sistemato, avevo a malapena il tempo di dare un morso o di bere un sorso prima che arrivasse il seguente; mentre lui se ne stava seduto comodamente, senza dover indovinare niente, e mangiando avidamente la pancetta col suo panino caldo e (se mi si permette l’espressione) rimpinzandosi e ingozzandosi a più non posso.
Per tutti questi motivi fui molto felice quando arrivarono le dieci e ci avviammo verso la casa di Miss Havisham, anche se non mi sentivo affatto tranquillo sul modo in cui avrei dovuto comportarmi sotto il tetto di quella signora. In un quarto d’ora arrivammo alla casa di Miss Havisham, che era tutta costruita in vecchi mattoni, e lugubre, e circondata da molte sbarre di ferro. Alcune finestre erano state murate; delle rimanenti, tutte quelle più basse erano chiuse da sbarre arrugginite.

“Grandi speranze” di Charles Dickens
trad. Maria Felicita Melchiorri
Newton&Compton, ed. 2014

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2 pensieri su “Pagina 69: “Grandi speranze”

  1. amaranthinemess ha detto:

    Diciamo che davanti scrittori come Dickens uno si sente un po’ intimorito perchè è certamente un grande esponente della letteratura inglese ottocentesca ma sono fermamente convinta che non tutti i “classici” possano piacere a tutti. Personalmente di Dickens ho letto solo Oliver Twist (ah, e A Christmas Carol) e nonostante abbia apprezzato tutte le caratteristiche “tecniche” della scrittura, come libro, come puro “atto ricreativo” non mi è piaciuto più di tanto…

    • Valentina ha detto:

      Ma sai, a me “Oliver Twist” era piaciuto tantissimo, qui non è scattata la scintilla per niente. Bisogna sempre considerare periodo storico, stile, tecnica, come dici tu, ma come lettura di piacere non mi ha preso.

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