“I sette rimbalzi del destino” di Ferdinando Albertazzi e Paolo Garzella

12391048_10207308144773288_1482826379310944663_nCi sono delle tematiche che mi stanno molto a cuore, libri su certi argomenti che m’interessa molto leggere perché credo che la loro importanza, anche se il tempo passa, non diminuisca mai. Le storie della seconda guerra mondiale, sulla deportazione degli ebrei e sull’olocausto, nello specifico, sono per me continua fonte d’insegnamento e quando mi capita mi tuffo in questi temi che se hanno tanto da dare, fanno sempre e comunque molto male.
Qualche giorno fa, proprio prima di Natale, il portiere mi ha dato un pacchettino. Dato che non aspettavo nulla sono rimasta stupita nello scoprire che era passato per me un Babbo Natale che si chiama Pratibianchi edizioni, che ha voluto farmi dono di un libretto che esce in questi giorni, I sette rimbalzi del destino. Giorgio Perlasca fra le Stelle di David, di Ferdinando Albertazzi e Paolo Garzella e con illustrazioni di Roberto Tirelli.

Giorgio Perlasca (Como, 31 gennaio 1910 – Padova, 15 agosto 1992)

Ora, tutti sappiamo chi è Oskar Schindler, ma non tutti conoscono il meno famoso Giorgio Perlasca, l’italiano che salvò esattamente 5218 ebrei ungheresi dalla deportazione e quindi dalla morte spacciandosi per un console facente funzioni spagnolo. Perlasca era un commerciante che si trovò a lavorare nel ’42 in Ungheria in qualità di venditore per la SAIB (Società Anonima Importazione Bovini) ma dato che nel ’43 rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale di Mussolini fu ricercato dai tedeschi e si rifugiò presso l’ambasciata spagnola. L’ambasciatore Angel Sanz Briz lo aiutò ad ottenere una cittadinanza fittizia e un passaporto spagnoli, così iniziò a chiamarsi Jorge Perlasca. Nel ’44 Sanz Briz lasciò Budapest e Perlasca restò spacciandosi per il sostituto del console, in modo da continuare a gestire il traffico di centinaia di ebrei nascosti in case sicure.
Ne salvò 5218, ma una volta finita la guerra tornò in patria e continuò la sua vita senza troppi clamori. Fu solo nel 1987, oltre quarant’anni dopo, che delle donne ebree ungheresi, ormai trasferitesi in Israele, riuscirono a trovarlo e a dire al mondo chi era quel Giorgio Perlasca e che cosa aveva fatto, ma lui non se ne vantò mai. La sua fama durò solo poco più di quattro anni, perché morì nel 1992 per un attacco di cuore. Gli sono stati conferiti tantissimi riconoscimenti, e molti monumenti e simboli sono stati dedicati a quest’uomo che ha sfidato tutto per salvare delle vite.

Albertazzi e Garzella nel loro libro immaginano e ci raccontano degli aneddoti della giovinezza e anche della maturità di un uomo su cui tutti vorremmo sapere di più. Quello che mi ha colpito di più riguarda una discussione con l’ambasciatore Sanz Briz, in cui Perlasca decide di andare contro corrente (cioè contro i regimi) ispirato dai salmoni che risalgono la corrente senza venirne trascinati.

“Uno specchio di quanto sta succedendo agli ebrei: rastrellati in diverse città e paesi, vengono convogliati in quell’unico serpente che è il treno della deportazione” riflettè Giorgio.
Il console assentì, sconsolato.
“C’è una sola cosa, da fare subito”. Perlasca sentiva di dover agire in fretta.
“Sentiamo” lo incoraggiò Sanz Briz.
“Bisogna invertire il senso di quel percorso di morte, come se l’acqua del Danubio tornasse indietro per ramificarsi negli affluenti, restituendo loro l’identità”.
“Mi sembra improbabile che possa succedere…” dubitò Angel.
“L’acqua non può farlo, ma prendiamo i salmoni: risalgono la corrente, per andare a deporre le uova in posti sicuri e continuare ad esistere come specie. In certo modo, rendono possibile… l’impossibile” affermò Giorgio.

La stele dedicata a Giorgio Perlasca nel museo Yad Vashem di Gerusalemme (Israele). Fonte: wikipedia

I sette rimbalzi del destino riporta, alla fine, un’intervista a Luciana Amadio, moglie del figlio di Giorgio Perlasca che è presidente della Fondazione Perlasca, e un Alfabeto dei protagonisti, dei luoghi e degli eventi, in cui ad ogni lettera dell’alfabeto corrisponde una parola chiave che riguarda quel periodo tremendo.
Dalle pagine emerge il coraggio di un uomo che ha avuto il fegato di rischiare la propria vita e compiere atti illegali per salvare la vita di persone che senza alcuna colpa furono messe su dei treni e portate a morire. Del resto il Talmud riporta: “Chi salva una vita, salva il mondo intero”. Immaginiamo che ancora oggi c’è gente che nega che tutto questo sia avvenuto, cosa che fa rabbrividire.
Come ultima cosa vi voglio consigliare la visione del film Perlasca. Un eroe italiano, mandato in onda dalla RAI nel 2002 proprio nel giorno della memoria, in cui Giorgio Perlasca è impersonato da un bravissimo Luca Zingaretti. A me, ai tempi, piacque moltissimo e mi permise di scoprire questo grandissimo uomo.

Detto questo, con questa ultima recensione del 2015, vi auguro non solo buona lettura ma anche un felice anno nuovo. Spero che vi porti tanta fortuna e tante cose positive.

A presto!

Titolo: I sette rimbalzi del destino. Giorgio Perlasca fra le Stelle di David
Autore: Ferdinando Albertazzi, Paolo Garzella
Illustrazioni: Roberto Tirelli
Genere:
 Saggistica, Racconto
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 80
Prezzo: 9 €
Editore: Pratibianchi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

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In breve: “Come fu che cambiai marca di whisky” di Santo Piazzese

5874-3Oggi ho deciso di fare un piccolo intervallo dalle mie letture di Camus e Grossman e mi sono concessa un racconto di Santo Piazzese (in offerta pochi giorni fa a 0,99 €) estrapolato dalla raccolta Un Natale in giallo pubblicata da Sellerio nel 2011. Il racconto s’intitola Come fu che cambiai marca di whisky e vede come protagonista il nostro biologo Lorenzo La Marca che, prima di andare a passare la serata della vigilia di Natale con la sua fidanzata Michelle dalla sorella Maruzza, viene invitato a passare a casa del suo amico commissario Vittorio Spotorno. Mentre Michelle si mette a parlare amichevolmente con Amalia, la moglie del padrone di casa, i due uomini si appartano e Vittorio racconta una storia a Lorenzo, una vicenda del suo passato. Un giorno, durante un convegno di polizia criminale a Marsiglia, ha conosciuto un collega francese che lo aveva cercato per saperne di più su storie di mafia, ma col quale era nata anche una sorta di amicizia. Dopo qualche anno però i contatti si sono interrotti fino a quando non è apparsa una bottiglia di whisky.

È un racconto sul tema del Natale, non aspettatevi chissà quale storia lunga, ma passerete un’oretta o giù di lì con una bella lettura. A me è piaciuto molto. Quando l’ho comprato non sapevo fosse preso da una raccolta di qualche anno fa, Piazzese è uno dei tipici autori che prendo a scatola chiusa, mi fido e faccio sempre bene. La storia è ambientata a Palermo, con Lorenzo La Marca che attraversa le nostre strade conosciute e particolarmente trafficate. Se siete palermitani o conoscete la mia città capirete di cosa parlo, altrimenti leggere Piazzese è un bel modo di tuffarvi nel nostro meraviglioso caos. Sì, perché noi qui ci lamentiamo sempre di questa gran confusione, ma sappiamo che in fondo non ne potremmo fare a meno, se ci fosse ordine non sarebbe Palermo. E non mi voglio addentrare nella questione del tram che in questi giorni ci sta facendo impazzire (sì, forse ci stiamo un po’ civilizzando).
Lo stile colto e ironico di Piazzese, col suo grande uso di palermitanismi, vi conquisterà. Anche se non è uno dei suoi classici romanzi gialli e anche se qui non c’è il morto, è un ottimo assaggino della sua scrittura. A me piace tantissimo, non solo perché è mio conterraneo!

Buona lettura 🙂

Titolo: Come fu che cambiai marca di whisky
Autore: Santo Piazzese
Genere:
 Racconto
Anno di pubblicazione:
 2011
Pagine: 54
Prezzo: 1,99 €
Editore: Sellerio

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

“Piccolo bestiario indiano” di John Lockwood Kipling

Cari amici, avete passato bene il Natale? Sono arrivati libri in dono? Io ho ricevuto Panorama di Tommaso Pincio e La resistenza del maschio di Elisabetta Bucciarelli, entrambi firmati NN editore, che non leggerò subito perché sono appena arrivati, non è giusto che scavalchino tutti gli altri poveretti che aspettano da tempo di essere letti. C’è una fila ordinata che non si può rompere! Raccontatemi un po’ del vostro Natale libresco.

Nel frattempo, oggi, parliamo di un libro che è come caduto a fagiolo. Un bel giorno ero impegnata a pubblicizzare la prima lettura di #LeggoNobel, quella de Il libro della giunga di Rudyard Kipling, con cui cominceremo l’11 gennaio; mentre invitavo tutti i miei amici di Facebook mi ha scritto Silvia Bellucci (che si occupa di alcuni uffici stampa, tra cui quello di Exòrma) per chiedermi delucidazioni e informarmi che proprio quest’anno (a settembre, se non erro) Exòrma ha pubblicato un libro del padre di Rudyard, John Lockwood Kipling: Piccolo bestiario indiano. Io l’ho letto e vi posso dire che, in soldoni, è una raccolta di leggende, aneddoti, storie e curiosità sugli animali dell’India ai tempi delle colonie. L’elefante, La scimmia, Le vacche e i buoi, I rettili e I richiami degli animali sono alcuni capitoli del volume Beast and Man in India scritto nel 1904.
Qui ve lo presenta direttamente Silvia, in un’intervista per Book in town, il salone-off del Pisa Book festival.

J. L. Kipling fu, con questo libro, fonte d’ispirazione per il figlio e anche una sorta di editor. Egli fu un grandissimo conoscitore delle tradizioni, degli usi e costumi indiani, dato che praticamente appena sposato si trasferì a Bombay, dove nacque Rudyard, e poi a Lahore, dove fu curatore del museo locale e dove rimase fino alla pensione, prima di ritornare in patria.
Leggere la sua opera prima di affrontare quella del figlio, che è quindi, in un certo qual modo, collegata ad essa, credo sia una cosa importante da fare. Personalmente la considero come una sorta di introduzione (e che introduzione!) a quello che andremo a scoprire a gennaio.

Vi lascio qui un’anteprima, presa direttamente dal sito di Exòrma, che riguarda gli elefanti.

Nel suo procedere lentamente, ancheggiando, somiglia più che a ogni altra creatura a quegli anziani e robusti pescatori che trascinano la sciabica a riva nelle località di mare inglesi i cui capaci pantaloni – un caso unico in fatto di abbigliamento – possiedono la stessa rugosa abbondanza orizzontale.
Fu Dickens a dire, tanto tempo fa, che l’elefante si serve dai peggiori sarti del mondo. Eppure quelle grinzose colonne hanno suggerito ai poeti orientali una sorta di grazia femminile, tal che l’espressione “ancheggiare come l’elefante” è la suprema e tipica descrizione dei voluttuosi movimenti muliebri: “La voce dolce del Koil, l’andatura sensuale dell’elefante; il vitino del leone, l’occhio dell’antilope” sono esempi di una lunga serie di varianti descrittive della beltà muliebre.
Né appartengono solo alla poesia tradizionale, ché anzi sono tanto comuni oggi quanto una volta; nel camminare dietro a un elefante, o a una donna, ho colto anch’io, di tanto in tanto, il senso dell’allusione di quelle immagini poetiche, anche se quel paragone, come tanti altri della poesia orientale, è una pura convenzione letteraria.
Il nostro bestione avanza così lentamente che sembra scivolare; al tempo stesso i suoi movimenti hanno qualcosa dell’ondeggiare ritmico e del nobile incedere di una formosa donna indù.

Buona lettura!

Titolo: Piccolo bestiario indiano
Autore: John Lockwood Kipling
Traduzione e cura: Alessandra Contenti
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 144
Prezzo: 13,50 €
Editore: Exòrma

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

“Teoria delle ombre” di Paolo Maurensig

Lo scorso 6 dicembre (lo so, sono un disastro, ve ne sto parlando oggi che ne abbiamo 23) ho avuto l’occasione di assistere alla mia libreria di fiducia ad un incontro con Paolo Maurensig, autore che tutti voi conoscerete ad esempio per La variante di Lüneburg o Canone inverso, per la presentazione della sua ultima fatica, Teoria delle ombre. Lo ha introdotto e ha dialogato con lui la bravissima Beatrice Monroy, nota scrittrice e giornalista palermitana, e devo dire che l’incontro è stato davvero piacevole. Io ero molto curiosa, siccome ultimamente ho preso moltissimi libri volevo stare un po’ attenta agli acquisti, ma mi sono lasciata conquistare, ho pensato “Che sarà mai uno in più? Poi con un tale autore qui…!”,  e l’ho comprato.

Beatrice Monroy e Paolo Maurensig. Libreria Modusvivendi di Palermo

12365947_10207232689486953_961226388336187726_oTeoria delle ombre, come La variante di Lüneburg, è ambientato nell’universo degli scacchi, molto caro all’autore. Al centro della storia c’è Alexandre Alekhine (la traslitterazione francese di Aleksandr Aleksandrovič Alechin), uno scacchista russo vissuto nella prima metà del Novecento e considerato spesso uno dei più grandi giocatori di sempre. Alekhine però è un personaggio ambiguo che, date le sue conoscenze (il governatore della Polonia Hans Frank, o i seguaci di Hitler) e i suoi avversari “particolari” fu accusato di essere un collaborazionista intorno agli anni della seconda guerra mondiale. Il narratore è uno scacchista dilettante che (nel 2012) vuole indagare sul passato del grande campione, trovato morto ad Estoril il 24 marzo 1946, seduto su una poltrona nella sua camera d’albergo con un cappotto indosso. Il cadavere aveva un pezzo di carne cruda tra le mani (si dice che amasse mangiucchiare pezzi di carne prendendoli dal piatto mentre giocava, per non distrarsi dalla partita). Dissero che fu un attacco di cuore, poi che fu un suicidio per una grossa perdita al casinò, e poi dichiararono che un pezzo di carne gli aveva ostruito le vie respiratorie e lo aveva soffocato.

Alekhine nella sua camera d’albergo ad Estoril, 24 marzo 1946. Foto della polizia

L’uomo che parla nell’introduzione si spaccia per giornalista e indaga nei posti che Alekhine frequentava, cercando di incontrare anche chi lo aveva conosciuto, tentando di ricostruire l’ultimo periodo della vita del campione. Cerca anche di dare una soluzione al mistero della sua morte, ma di questo non vi dico nulla, dovrete arrivare alla fine.
Paolo Maurensig, con lo stile elegante che lo contraddistingue, racconta la storia di un uomo che non vuole far apparire simpatico. Alexandre Alekhine ebbe quattro mogli e quattro divorzi, alcune erano parecchio più grandi di lui e tutte erano così ricche da assicurargli una notevole stabilità economica, pronte a soddisfare le sue necessità. Non era un marito amorevole e presente, se ne andava in giro per il mondo a fare tornei di scacchi e si dichiarava un artista, perché che cosa sono gli scacchi se non una grande arte? Ed era un uomo abbastanza scomodo, oltre che antipatico. Nel libro sembra quasi una persona che vorrebbe avere qualche amico ma che si comporta come se nessuno ne fosse all’altezza e tutti fossero lì a tendergli una trappola. Il classico atteggiamento sospettoso dello scacchista che deve prevedere ogni mossa dell’avversario prima di mettere in atto la sua strategia. L’unico che gli sta accanto e sembra volergli essere amico è il violinista Neumann, uno dei primi avventori dell’albergo, insieme al protagonista. E Neumann è l’unico col quale Alekhine mostra la sua fragilità, smettendo per un attimo di essere quella persona odiosa che si dimostra nei confronti di tanti altri.

Già, perché all’inizio del romanzo Alekhine è l’unico ospite dell’Hotel do Parque a Estoril, tanto che nei primi giorni non incontra praticamente nessuno, a parte il cameriere che gli porta la colazione in camera. Si respira un’atmosfera di calma piatta, ma una calma pericolosa, perché si va insinuando nel protagonista come nel lettore il sospetto che di lì a poco debba succedere qualcosa. E in effetti, parallelamente al riempimento dell’albergo da parte dei clienti cresce anche la tensione che, una volta accumulatasi, esplode, verso la fine, durante il banchetto organizzato in onore del campione di scacchi. Questo il soldoni, perché le cose in realtà sono abbastanza più complicate e Alekhine è pure un uomo abbastanza spaventato, che vede sempre più vicino a sé il momento di fare i conti col passato. La scena del banchetto – praticamente il capitolo più lungo del libro – rappresenta quasi un processo, c’è l’accusa, c’è la difesa, c’è l’arringa. Ma quanto c’è di vero, di immaginato o di sincero?

Il libro è molto bello, all’inizio un po’ lento perché la scrittura ricalca perfettamente l’andamento della situazione, infatti man mano che si va avanti il ritmo diventa più serrato. Come gran parte degli Adelphi, anche Teoria delle ombre è una garanzia. Io mi son fatta fare la dedica a questo e anche a La variante di Lüneburg, confessando a Maurensig che quello è il primo libro che ho letto dei suoi, che me lo fecero leggere a scuola e fu l’inizio della “conoscenza” con lui. Avevo visto che c’era una gran coda per le dediche e poi ho capito il motivo: stava disegnando a tutti noi il cavallino degli scacchi nella dedica, una cosa che trovo molto carina e particolare. Ho saputo in seguito che anche per lui quest’incontro è stato parecchio piacevole.

Ultima chicca, ci ha detto che l’anno prossimo dovrebbe uscire al cinema il film de La variante di Lüneburg con nientepopodimenoche Colin Firth nei panni del protagonista. Maurensig ha studiato insieme a chi sia occupa della regia la trama e la sceneggiatura e dice che si manterrà molto fedele al libro. Quindi mi sa che l’anno prossimo ci si vede tutti al cinema.

Nel frattempo, buona lettura di Teoria delle ombre e tantissimi auguri di buon Natale a tutti voi che avete la pazienza di leggere le mie opinioni libresche, perché vedo che ci siete e mi fa tanto tanto piacere! Fatemi sapere, poi se avete regalato qualche libro o se ne hanno donati a voi, e ditemi anche quali, sono curiosissima.
A presto!

Titolo: Teoria delle ombre
Autore: Paolo Maurensig
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2015
Pagine: 200
Prezzo: 18 €
Editore: Adelphi
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

“Le nove renne di Babbo Natale” di Ferdinando Albertazzi

Te l’avevo detto che è già tutto pronto,
ma senza le renne… Che disastro!

 

renne_0Il libro di cui vi parlo oggi è perfettamente in tema natalizio (per questo motivo mi sto affrettando a farlo oggi), ma è un po’ diverso da quelli che leggo di solito. Mi è stata data l’occasione di leggere questo racconto per i più piccoli, cosa che mi ha permesso di farmi un’idea sulla letteratura infantile. Le nove renne di Babbo Natale di Ferdinando Albertazzi è stato pubblicato da Euno edizioni, una casa editrice a Leonforte, in provincia di Enna. Nella mia bella Sicilia, dunque.

Il piccolo Nicola si trova in un villaggio freddissimo con la madre e il padre che sono andati lì per fare degli scavi, erano andati “a scavare dei buchi nel terreno con delle specie di coni: lo studiano e scoprono un sacco di cose”. Nel frattempo lui si fa un giretto e incontra un signore grande e grosso con un cappello rosso in testa, disperato perché non riesce a trovare le sue renne. Nicola ci mette poco a capire che quello è Babbo Natale e che le sue renne gli servono per trainare la slitta con cui andrà a consegnare i regali ai bambini di tutto il mondo. Non sono fuggite, né sono state rubate. Dove saranno? A quel punto Nicola incontra altri otto bambini provenienti da altre parti del mondo, e tutti e nove troveranno il modo di aiutare Babbo Natale con la consegna dei regali, per far sì che nessun bambino rischi di non trovare nulla sotto l’albero.

Ferdinando Albertazzi da quarant’anni scrive storie per bambini e ragazzi. Su La biblioteca di Babele lo abbiamo già conosciuto quando abbiamo parlato di Scomparso, uscito proprio quest’anno per Mondadori Electa. Le nove renne di Babbo Natale, invece, è un bel racconto natalizio dedicato ai più piccoli. Credo che possa essere un bellissimo regalo di Natale non solo per quei bambini che già leggono e si sono già appassionati ai libri, ma anche per quelli più piccolini, per iniziare a far capire loro quante sorprese e quanta magia ci possano dare questi strani oggetti con le pagine.
Tra l’altro, come voi lettori più forti ben sapete, ogni libro nel bene e nel male ci fornisce degli insegnamenti, ci fa imparare qualcosa di importante. A maggior ragione questo succede nei romanzi e nei racconti per bambini: in quello di Albertazzi si insegnano l’importanza e la gioia della condivisione, soprattutto nel periodo di Natale in cui dovremmo essere tutti più buoni. Chissà che questo racconto non possa dare un aiutino proprio ai piccoli!

Buona lettura!

Titolo: Le nove renne di Babbo Natale
Autore: Ferdinando Albertazzi
Illustrazioni: Matteo Cordero
Genere: Racconto
Anno di pubblicazione: 2015
Pagine: 64
Prezzo: 6 €
Editore: Euno Edizioni

“Buchi nella sabbia” di Marco Malvaldi

Lo scorso 2 dicembre sono finalmente riuscita ad assistere alla presentazione di un libro di Marco Malvaldi, autore che mi piace moltissimo. Si trattava, nello specifico, di Buchi nella sabbia, l’ultimo suo lavoro uscito il 5 novembre, che io avevo acquistato praticamente subito ma non avevo ancora potuto leggere. Adesso, che l’avevo pure autografato, potevo cominciarlo.
L’incontro, come c’era da aspettarsi, è stato divertentissimo sotto tanti punti di vista. Innanzitutto, a presentarlo c’era Santo Piazzese, altro autore della scuderia Sellerio che mi fa letteralmente impazzire per la sua bravura e la sua simpatia, e poi c’è poco da fare, quando nell’aria c’è tanta allegria e hai a che fare con una persona dalla battuta pronta le cose non possono che andare nel migliore dei modi.

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Santo Piazzese e Marco Malvaldi alla Feltrinelli di Palermo, 2 dicembre 2015

.facebook_1449761599727Malvaldi, dopo essersi documentato su vari incidenti avvenuti durante le opere a teatro, ha scoperto che la stragrande maggioranza di questi pasticci è accaduta mentre si stava interpretando la Tosca. Parliamo di Tosca che si getta da un muro ma atterra su un tappeto elastico e continua a rimbalzare (Metropolitan di New York), di Tosca (stavolta la Callas) a cui, dopo che ha ucciso Scarpia, prende fuoco la parrucca così che il morto deve risorgere per spegnergliela o, infine, Cavaradossi che deve essere fucilato per finta e invece gli si spara per davvero.
Da qui, l’autore inventa una storia ambientata a teatro: siamo a Pisa, 1901, e c’è da rappresentare la Tosca di Puccini (ovviamente), si sceglie la compagnia, i protagonisti Giustina Tedesco e Ruggero Balestrieri e ci si prepara tutti a fare questo grande spettacolo a cui assisterà nientepopodimenoche il re. Ma proprio durante la rappresentazione, al momento dell’uccisione di Cavaradossi, qualcuno uccide veramente il tenore Balestrieri. A questo punto, parallelamente alle forze dell’ordine e facendosi largo tra storie di anarchici e segreti che non devono essere svelati, entra in scena un particolare testimone: Ernesto Ragazzoni, poeta e giornalista de La Stampa.

Ragazzoni, personaggio stravagante, è stato realmente un giornalista tra fine ‘800 e inizio ‘900. Fu direttore della Gazzetta di Novara e lavorò per La Stampa, il Tempo e il Resto del Carlino. Gli piaceva bere (morì di cirrosi epatica a cinquant’anni) e spesso forse non c’era da fidarsi perché non era troppo lucido. Anche se le sue poesie erano particolari e da una di queste prende il titolo il libro del Malvaldi: Buchi nella sabbia.
Ernesto Ragazzoni, però, in questo libro, sembra essere il più vigile di tutti: è quello a cui non sfuggono determinati particolari, quello che riesce a cogliere il non detto e a fare due più due quando serve. E fortunatamente le forze dell’ordine, anche se in maniera inizialmente non troppo convinta, si lasciano aiutare.

Mavaldi aveva già messo da parte i suoi vecchietti del BarLume nel 2011, quando pubblicò Odore di chiuso, ambientato alla fine dell’Ottocento. Ritorna qui con atmosfere antiquate e personaggi simpaticissimi e ci dimostra che s’intende pure di opera. Ma non abbiate paura, non occorre che siate esperti di lirica o che abbiate visto, nello specifico, la Tosca, perché l’autore spiega le vicende in maniera chiara e in ogni caso non ci si addentra troppo nell’argomento.
Buchi nella sabbia è un romanzo blu divertentissimo, con il classico capitolo pazzo che si è intrufolato tra gli altri, questa volta tra il sei e il sette, e si chiama a rappresentare la quadratura del cerchio (l’indizio è: stai attento a questo capitolo, ci ho messo qualcosa che ti farà riflettere).

Non voglio dirvi altro, perché dovete scoprire questo romanzo divertentissimo da soli (anche se nella scheda vi lascio il link ad un piccolo estratto). Mi sono limitata a fare qualche premessa. Io mi son fatta fare una dedica, una tantum perché avrei portato tutti i suoi romanzi per farmeli autografare, ma sarebbe stato alquanto scomodo per tutti, quindi “questa soltanto” in rappresentanza di tutte quelle mancate.

Buona lettura!

Titolo: Buchi nella sabbia (Leggi le prime pagine)
Autore: Marco Malvaldi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 5 novembre 2015
Pagine: 256
Prezzo: 14€
Editore: Sellerio
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Chopin” di Eva Polanski

12307993_10207136959293758_5855346921257622043_oGuardando il catalogo Piemme sono stata attirata subito da una copertina con sopra un magnifico gattino grigio, un certosino, allora non ho resistito e ho dovuto per forza leggerlo. Solo che (come vi ho già detto nel post dell’altro giorno su Marian) poco prima di finirlo mi sono accorta che l’autrice, Eva Polanski, aveva già pubblicato un altro romanzo con gli stessi personaggi, precedente a quello che avevo tra le mani. Per questo motivo mi sono subito messa a leggere quell’altro, in modo tale da fare uscire in ordine almeno le recensioni.

Chopin è un libro fresco fresco, edito da Piemme il 17 novembre 2015. La protagonista è proprio Eva Polanski, ma dato che all’inizio è specificato che si tratta di un’opera di fantasia e che ogni riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale, la consideriamo un’autobiografia fittizia. Eva narra in prima persona una storia leggera ma che conquista il lettore. Tutto ha inizio quando si trova dalle parti di Deauville in macchina con la sua amica Ingrid e la sua gatta Marian, una gatta che non ha bisogno di trasportino perché sta sempre con lei, una micia che rappresenta il suo nume protettore esattamente da quando l’ha salvata dalle acque del Tamigi anni prima. In lontananza vedono un uomo sulla spiaggia col suo cane, Marian fugge subito verso di loro e si mette a giocare col bracco. Così le ragazze fanno amicizia con l’uomo, Pierre, che incontreranno anche nella loro prossima tappa.
All’Ile d’Oléron Ingrid non c’è più, è fuggita senza dire niente ad Eva, che è lì per un lavoro di traduzione per la moglie di un professore. Eva si ritrova completamente sola, dato che Marian si è volatilizzata facendola sprofondare nello sconforto più totale. Marian per lei non era solo una compagna di vita ma quasi una guida spirituale, un essere superiore. A quel punto la cerca dappertutto e non riesce a trovarla, si fa aiutare anche dal bracco di Pierre, il quale è lì per un concerto (fa il liutaio). Pierre, con cui intreccia una relazione. Ma proprio in quei giorni Eva trova un gattino che ha bisogno delle sue cure, un certosino (da quelle parti sembrano essere tutti amanti dei certosini, razza speciale) che la considera la sua mamma e che si mette a danzare tutto contento ogni volta che sente Chopin, da cui di conseguenza prenderà il nome.

Eva nel suo viaggio conosce tante persone sagge, invidiose, competitive, gentili, viene a contatto con le cose brutte della vita, sperimenta la solitudine. Ma da quando trova Chopin ritorna in pista. Nonostante i primi tempi sia convinta di tradire Marian dando affetto a Chopin, capirà l’insegnamento che qualcuno le ha dato: non si ama una sola volta, ci si può affezionare ad altri, e dopo una grande batosta si può amare anche meglio e più di prima. Ritroverà la sua amica Ingrid e comincerà una nuova vita.

Questo romanzo mi è piaciuto davvero molto e non solo perché si parla di gatti. È una storia leggera, semplice, senza fronzoli che non scade mai nel melenso. E poi stavo anche leggendo un saggio di Camus, quindi immaginate che sollievo sia stato per me fare degli intervalli e tuffarmi in Chopin!
La protagonista qualche anno prima ha avuto una brutta delusione d’amore e si è chiusa a riccio, non ammette che si possa lasciar andare il passato ed aprirsi al futuro. Tutti le spiegano che forse Chopin è stato un regalo lasciatole da Marian per farle capire che deve andare avanti, senza più in testa quel George che le aveva fatto tanto male e senza la sua stessa gatta. Quante volte succede anche a noi? Non si può vivere contemporaneamente nel passato e nel presente, perché altrimenti non ci sarà mai un futuro. Ma per quanto siamo legati alle nostre brutte storie prima o poi accade qualcosa per cui decidiamo che bisogna riaprire gli occhi e riprendere da dove eravamo rimasti.

C’è una cosa che non ho capito, però. L’autrice in diversi punti accenna ad eventi che accadranno in un futuro imprecisato, ma poi taglia corto dicendo qualcosa come “Ma non ancora è il momento, ne parleremo dopo”. Questo mi fa pensare che ci sarà un altro volume in uscita, o almeno lo spero perché questa storia e questi personaggi mi piacciono davvero moltissimo.

Chopin è arrivato in un momento in cui anche a me sono sparite due gattine (qualcuno di voi saprà che ne ho tanti), forse qualcuno me le ha prese dal giardino pensando che fossero delle randagine. Per questo motivo l’ho preso un po’ sul personale e mi ha aiutato anche nel mio dispiacere. Ma non parliamo dei fatti miei. Vi consiglio questo libro se siete amanti degli animali e avete voglia di una bella storia.

Buona lettura!

Titolo: Chopin
Autore: Eva Polanski
Genere:
 Romanzo 
Anno di pubblicazione:
 17 novembre 2015
Pagine: 429
Prezzo: 18,50 €
Editore: Piemme – Voci

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza