“Terapia di coppia per amanti” di Diego De Silva

Questo è amore, ti dici senza mezzi termini,
altro che chiacchiere.

 

Poco tempo fa ho saputo che tra i vari incontri della libreria che frequento, la Modusvivendi (molto attiva e conosciuta a Palermo), ci sarebbe stato quello con Diego De Silva che sarebbe venuto il 28 gennaio a presentare il suo ultimo romanzo, Terapia di coppia per amanti. Non avevo mai letto nulla di questo autore e ho deciso che avrei partecipato. Di solito, quando non conosco l’autore compro il libro durante o dopo la presentazione, invece questa volta, dati i moltissimi pareri positivi che si andavano accumulando, mi sono lasciata trascinare e l’ho comprato la settimana scorsa, con la speranza di riuscire a leggerlo prima dell’incontro con De Silva. E in effetti ce l’ho fatta, perché l’ho finito praticamente subito e ieri sapevo bene di cosa si stesse parlando.

FB_IMG_1454009446072Viviana e Modesto, i protagonisti, sono entrambi sposati (ma non fra loro), entrambi hanno un figlio, e sono amanti da tre anni. In tutte le relazioni, ufficiali e non, ci può essere un momento di crisi, e a loro due capita proprio questo: sentono che qualcosa non va, ma affrontano la questione in due modi diversi. Modesto (che di cognome fa Fracasso, e di questa bella accoppiata nome-cognome bisogna solo ringraziare quel birbone di suo padre Ferdinando), musicista, è semplice, chiaro, fa ragionamenti lineari e continua a vivere la storia nel presente, preoccupandosi poco di dove si andrà a parare; Viviana, così idealista, complicata, contraddittoria, ipersensibile, così donna, insomma, ci pensa, ci ripensa, se la prende con lui non facendogli capire nemmeno il motivo del suo risentimento, ed elabora un pensiero geniale: bisogna andare a fare terapia di coppia. Ché mica è specificato da qualche parte che questa “coppia” a cui si riferisce la terapia debba essere ufficiale, anche Viviana e Modesto sono una coppia. Quindi si rivolgono (in realtà è lei che ci trascina lui) ad uno psicanalista noto anche in televisione, Vittorio Malavolta, che è bravissimo nel suo mestiere, ma evidentemente lo beccano in un momento sbagliato della sua vita, in quanto anche lui è sposato e impantanato in una relazione clandestina con una venticinquenne schizzata. Roba che per farlo ingelosire manda a lui messaggini indirizzati ad altri facendo finta di sbagliare destinatario. Mentre lui sta lavorando coi nostri due eroi che battibeccano.

Il romanzo è a due voci, Modesto e Viviana si alternano nella narrazione (in prima persona) fornendoci due visioni molto diverse di una stessa questione. Ad un certo punto si aggiunge pure quella di Malavolta, che dovrebbe rappresentare una sorta di arbitro, uno che sappia indicare ai due quale strada prendere e come andare avanti, ma che, invece, è più confuso di loro e fa una figura barbina quando ce li ha entrambi davanti, gli arriva il messaggino della sua Nina e impallidisce. Immaginate le reazioni diverse dei due amanti in terapia: Modesto pensa “stiamo a posto, questo sta nguajato di suo e dovrebbe aiutare noi?”, mentre Viviana lo vede più umano, più sensibile e quindi più capace di aiutarli.

IMG_20160128_184210

In realtà Viviana e Modesto sono davvero innamorati, ma si trovano in una situazione difficile: entrambi, presi dalla loro relazione, non si accorgono di non esistere più nelle loro rispettive case, di essere due presenze quasi trasparenti nelle loro famiglie. E sono Eric (come Clapton), il figlio di Modesto, e Paolo, il marito di Viviana, a metterli davanti a questa situazione. Sono svagati, assenti, con la testa sempre altrove. Perché probabilmente hanno iniziato una relazione fatta di momenti rubati e incontri fugaci per combattere il grigiore delle loro vite, ma non avrebbero mai pensato che a distanza di tre anni sarebbero stati ancora lì, inseparabili e, seppur con qualche problemino da risolvere, innamorati e forti. È l’amore che li ha messi nei guai, perché non è così facile lasciare un matrimonio e una casa perché non ci si sta più bene. Hanno smesso da tempo di amare i rispettivi coniugi, ma nessuno dei due chiede all’altro di lasciare il marito o la moglie per sposarsi insieme. Chissà, magari ci sarebbe il rischio di ritrovarsi punto e a capo, magari il loro rapporto è così bello perché non soggetto ai regimi di una classica vita matrimoniale, senza regole.

IMG_20160128_202857

Nella mia copia del libro si è staccata la bandella e l’ho usata come segnalibro.

Terapia di coppia per amanti è un libro particolare, secondo me, si traveste da romanzo divertente e leggero ma in realtà al suo interno nasconde tantissimi spunti di riflessione. Ci si ritrova un po’ in entrambi i protagonisti e ci si mette nei loro panni. Io, personalmente, ho adorato Modesto, simpaticissimo e innamorato, che quando si ritrova incasinato va a chiedere consigli al padre Ferdinando (traditore seriale, tanto che la moglie lo ha buttato fuori di casa diversi anni addietro), cinico fino al midollo, che alla fine non lo aiuta poi tanto.
L’incontro con l’autore è stato davvero molto bello, sono stati affrontati diversi aspetti del libro, si è parlato insieme dell’amore, del matrimonio dentro cui spesso ci si chiude solo per stare al sicuro, e di tantissime altre cose che di certo verranno in mente anche a voi quando leggerete questo romanzo che mi ha permesso di scoprire Diego De Silva. Adesso mi tocca recuperare tutto il resto della sua produzione perché sono rimasta proprio folgorata!

Buona lettura!

Titolo: Terapia di coppia per amanti
Autore: Diego De Silva
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 278
Prezzo: 18 €
Editore: Einaudi
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

Annunci

“L’accademia dei sogni” di William Gibson

12509338_10207407173048933_6793553700823900588_nDi solito mi definisco una lettrice coraggiosa, perché non ho paura di addentrarmi in generi che non conosco, anzi mi piace il gusto della scoperta di autori e libri che mi risultano nuovi. Questa volta l’occasione me l’ha data un’amica che mi ha regalato L’accademia dei sogni di William Gibson, che pare sia considerato uno dei maestri del cyberpunk e del techno-thriller. Conoscevo l’autore solo per sentito dire, ma non avevo mai letto nulla. Ebbene, adesso l’ho fatto.

La protagonista della nostra storia è Cayce (leggi Casey) Pollard, una giovane americana ipersensibile ai marchi che sfrutta questo suo “problemino” per fare da consulente alle aziende che vogliono creare o cambiare i loro loghi. Si trova a Londra per lavoro, quando le viene offerto un nuovo incarico che nulla ha a che fare con la sua occupazione. Cayce è un’appassionata di sequenze, spezzoni di video che vengono periodicamente rilasciati in rete chissà da chi e chissà perché, e che probabilmente, collegati a dovere, potrebbero anche formare un film. Qualcuno pensa che possa essere una geniale operazione di marketing virtuale, altri che sia opera della mafia russa. La ragazza, comunque, è tra gli estimatori di queste sequenze insieme a tante altre persone da tutto il mondo che si scambiano informazioni su un forum. Quello che viene chiesto di fare a Cayce dal capo dell’azienda per cui ha svolto un precedente lavoro è di risalire al creatore di questi frammenti video. A questo punto comincia la missione di Cayce che si muoverà tra continenti diversi, farà i conti col suo passato (padre scomparso nell’attacco dell’11 settembre), verrà pedinata da qualcuno che vuole ostacolarla, ma verrà anche aiutata da amici fidati, come il suo amico virtuale Parkaboy (alias Peter) a cui finalmente potrà dare un volto.

Devo confessare che all’inizio ho fatto un po’ di fatica ad immergermi in un universo dominato dalla tecnologia, io che con questa tecnologia non ci vado poi molto d’accordo (a parte l’essenziale), e in un linguaggio così particolare. Vi capita mai che, mentre leggete, le atmosfere e le vicende descritte vi facciano associare un colore al libro che avete in mano? Ecco, L’accademia dei sogni mi ha fatto venire in mente il grigio-blu scuro; insomma, leggendo questo libro non penserete al sole che splende ma alla rete dei circuiti virtuali, allo spionaggio aziendale fatto in rete e in maniera silenziosa.

L’aspetto che forse mi ha colpito di più in questo libro è il ruolo della rete nella società di oggi, che Gibson sottolinea continuamente. Al giorno d’oggi, grazie ai computer e alla connessione, è semplicissimo trovare persone che hanno interessi comuni ai nostri ed entrare in contatto con loro, formare dei veri e propri gruppi da cui poi nascono delle sub-culture. Se pensiamo che il libro è stato scritto nel 2003, ben tredici anni fa, dobbiamo riconoscere che l’autore sapeva guardare lontano.
Ma Gibson non si perde nella rete per tutta la durata della storia, presta anche moltissima attenzione ai dettagli: i colori, le forme, la marca o il paese di provenienza di un dato oggetto, cose che aiutano il lettore a immaginare meglio l’ambiente in cui si muovono i personaggi ma che danno anche un’idea dello stato d’animo della protagonista che, come sappiamo, prova delle sensazioni diverse a seconda del marchio a cui si trova davanti. Un esempio è quello dell’omino Michelin che le provoca quasi panico. Anche se alla fine del libro molte cose cambiano, forse l’avventura che Cayce vive l’aiuterà un po’ a conquistare la tranquillità e a guarire (magari non del tutto, ma comunque in maniera significativa) dalla sua ipersensibilità ai loghi.

Come ho detto precedentemente, all’inizio non ero molto spedita con la lettura, ma poi ho iniziato ad andare come un treno. Non so se sia così per tutti o abbia fatto quest’effetto solo a me, ma credo che, in generale, L’accademia dei sogni non parta col botto ma poi si dimostri davvero un bel libro.
Buona lettura!

Titolo: L’accademia dei sogni
Autore: William Gibson
Traduzione:
 Daniele Brolli
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2003
Pagine: 357
Prezzo: 10 €
Editore: Mondadori
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota


William Gibson, americano di nascita, vive a Vancouver. Ha debuttato assai presto nel mondo della fantascienza con La notte che bruciammo Chrome. Il suo romanzo Neuromante è considerato il manifesto del movimento cyberpunk. A lui si deve la coniazione del termine “cyberspazio” e il grande merito di aver saputo immaginare Internet e la realtà virtuale prima che esistessero. Ha pubblicato tra l’altro Giù nel Cyberspazio, Monna Lisa cyberpunk, Luce virtuale, Aidoru,American Acropolis e L’accademia dei sogni.

 

Da “I tre moschettieri”

Un birbante non ride allo stesso modo di un galantuomo; un ipocrita non piange allo stesso modo di un uomo leale. Ogni falsità è una maschera e, per quanto la maschera sia ben fatta, si riesce sempre, con un po’ di attenzione, a distinguerla dal viso che ricopre.

[Alexandre Dumas, “I tre moschettieri”, 1844,
trad. Giuseppe Belli Martino,
Salani, 2011]

Alexandre Dumas

“I tre moschettieri” di Alexandre Dumas

«E ora, signori (…), tutti per uno e uno per tutti:
è questo il nostro motto, non è vero?»

 

12486043_10207370025720273_6372050001928090270_oQuesta volta ho avuto la meravigliosa idea di iniziare il nuovo anno col botto scegliendo una lettura tosta, quindi ho preso I tre moschettieri, che ho avuto tramite uno scambio e che aspettava messo da parte da almeno un annetto. Non potevo fare di meglio, probabilmente, perché, nonostante alcuni giorni abbia dovuto saltare il mio appuntamento col libro per vari motivi, mi sono trovata a leggere un libro meraviglioso, ricco di colpi di scena e scritto in uno stile che ormai non esiste più. Non ve ne ho parlato subito perché ho avuto tante, tante cose da fare e il tempo scarseggiava.

I tre moschettieri, di Alexandre Dumas (padre) con la collaborazione di Auguste Maquet, è un romanzo d’appendice (significa che uscì a puntate, nello specifico sul giornale Le Siècle) del 1844. Anche se, grazie alle varie trasposizioni sul grande e piccolo schermo, la storia la conosciamo tutti, facciamo un breve riassunto, brevissimo perché la vicenda è molto lunga e gli avvenimenti sono così tanti che non basterebbe un solo post se volessimo essere troppo precisi. Siamo in Francia, nell’anno 1625: il giovane D’Artagnan parte dalla Guascogna e si dirige a Parigi con un cavallo, pochi spiccioli e una lettera di raccomandazioni del padre (che però gli viene rubata) da far vedere al signor de Tréville, capo dei moschettieri. Il ragazzo, infatti, ha lo scopo di entrare nel corpo di guardia speciale del re Luigi XIII, ma, nonostante il capo dei moschettieri lo accolga anche senza la lettera, inizialmente non viene preso. Allora se ne va un po’ in giro e incontra casualmente Athos, Porthos e Aramis, i moschettieri più famosi del re che, sentendosi provocati, lo sfidano a duello. D’Artagnan, dovendo sostenere tre combattimenti, si ritrova invece a stringere amicizia con i tre ex-nemici, tanto che alla fine arrivano a combattere insieme contro le guardie del cardinale Richelieu e vengono lodati da Tréville.
Ma in questo romanzo succede di tutto: la regina Anna d’Austria ha un amante inglese, il duca di Buckingham, e il cardinale Richelieu, che vuole conquistare il trono di Francia, fa di tutto per mettere da parte Luigi XIII e incastrare sua moglie servendosi di una diabolica complice, Milady, una donna dalle varie identità che sembra essere un vero e proprio demonio in un corpo di fanciulla. D’Artagnan, che più avanti riuscirà a diventare moschettiere, con i suoi amici Athos, Porthos e Aramis (e i loro coraggiosi e fedeli domestici), per tutto il romanzo cercherà di compromettere le missioni di Milady (di cui anche Richelieu poi ha paura, capendo che è una mina vagante) e di punirla per tutte le cose orribili che ha fatto. Moriranno molte persone, si darà il via ad una guerra, ma si scopriranno anche tanti segreti: chi è Milady? qual è il passato di Athos? chi è l’amante di Aramis? chi è il famoso uomo con la cicatrice che ha rubato la lettera a D’Artagnan e continua ad apparire nei luoghi più impensati?

Alexandre Dumas padre (Villers-Cotterêts, 24 luglio 1802 – Puys, località di Dieppe, 5 dicembre 1870) Fonte: Wikipedia

Di Alexandre Dumas avevo già letto altro e considero Il conte di Montecristo non solo il mio romanzo preferito, ma anche uno dei più belli, complessi e geniali che siano mai stati scritti. Confesso anche che sono un’amante della letteratura francese dell’Ottocento, quindi quando ho cominciato questo libro sapevo già di andare sul sicuro. A parte la grande abilità nel caratterizzare i personaggi, va riconosciuta la maestria dell’autore nel creare una fitta rete di eventi in cui nulla viene lasciato al caso e, anzi, tutto viene approfondito: ogni cerchio che viene aperto poi si chiude, ogni storia viene portata a termine, ogni personaggio che fa il suo ingresso nella vicenda viene accompagnato alla fine in modo tale che sappiamo dov’è finito e cosa gli è successo. Ma soprattutto, ogni nodo viene sciolto. E questo è un bene per me che non amo i finali aperti. Voglio sapere tutto, non mi piace dovermi trovare ad immaginare come finirà il libro perché non amo il dubbio, voglio certezze, voglio che sia tu, autore, a dirmi che succede ai tuoi personaggi. E questo Dumas lo fa egregiamente.

La descrizioni dei luoghi in cui D’Artagnan, i suoi amici e i suoi nemici si muovono sono così particolareggiate da far sentire il lettore parte della vicenda. Alexandre Dumas ci racconta la sua storia alternando momenti di serietà a momenti di ironica leggerezza, strappandoci qualche sorriso.
Per quanto riguarda i personaggi, quelli che mi sono piaciuti di più sono Athos e Milady, protagonisti di una delle tante “storie celate” (leggendo capirete perché): lui così misterioso, affascinante, leale, tutto d’un pezzo, lei così perfettamente malvagia, calcolatrice e infida. Sono personaggi perfetti e diametralmente opposti: uno positivo, l’altra negativa.
Per quanto riguarda l’edizione Salani devo dire che mi è piaciuto molto il formato in copertina rigida e che ho trovato la traduzione molto precisa. Ovviamente non ho letto l’originale francese ma, essendo pignola, sono stata molto attenta e non c’è nulla che stoni.

Adesso guarderò il film del 1973, perché quello del 2011 l’ho visto e non mi piace particolarmente. Successivamente mi dedicherò alla ricerca di Vent’anni dopo (1845) e Il visconte di Bragelonne (1850), romanzi storici che completano la trilogia del ciclo dei moschettieri. E sono sicura che anche lì avrò delle bellissime sorprese.

Voi avete letto I tre moschettieri? Se non lo avete ancora fatto, prendetelo!
Buona lettura!

Titolo: I tre moschettieri
Autore: Alexandre Dumas
Traduzione:
 Giuseppe Belli Martino
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1844
Pagine: 767
Prezzo: 13,90 €
Editore: Salani

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Che tu sia per me il coltello” di David Grossman

Amore è il fatto che tu sei per me il coltello
col quale frugo dentro me stesso.

(Ripreso da “Lettere a Milena” di Kafka)

 

12377764_10207275472236495_7826730866705230007_oDavid Grossman rappresenta per me una sicura oasi di pace, lo tengo lì da parte per i momenti bui. Poco tempo fa mi sono trovata mentalmente stressata, ho affrontato tante letture complicate e non sempre piacevoli, quindi ho dovuto concedermi un attimo di tregua leggendo Che tu sia per me il coltello, pescato a caso tra i libri di questo autore. Il romanzo non è proprio recentissimo, ma è stato scritto nel 1998 ed è arrivato in Italia nel ’99 grazie a Mondadori.
La storia è molto semplice: Yair un giorno, in un gruppo di persone, vede una donna che cerca di isolarsi dagli altri, Myriam, e qualche giorno dopo le scrive una lettera proponendole di instaurare un rapporto epistolare. Sembra un vero colpo di fulmine tra le loro anime: iniziano a conoscersi in maniera particolare, aprendo il loro cuore all’altra persona. Il problema è che a lungo andare questa cosa sembra sfuggire di mano a Yair, il quale sente che le parole di Myriam aprono un solco dentro di lui, costringendolo ad una svolta.

Entrambi sono sposati, entrambi hanno un figlio, ma riescono a tirar fuori la loro vera essenza solo attraverso le lettere che si scambiano. La cosa importante in questo romanzo non è un incontro finale tra i due protagonisti, ma il modo in cui un foglio di carta e una penna riescano ad essere una cura contro il grigiore della vita. Non c’è vergogna, né pudore o falsità tra Yair e Myriam, ma trasparenza e profondità. Chissà, probabilmente in un’altra vita sarebbero potuti essere una coppia. O forse, invece, no.
Il libro è diviso in tre parti: nella prima (che forse all’inizio è un po’ più difficile da superare) ci sono le lettere di Yair, dalle quali però si evincono le risposte di Myriam. E c’è, ovviamente, la prima lettera, quella da cui tutto ha inizio.

Myriam,
tu non mi conosci e, quando ti scrivo, sembra anche a me di non conoscermi. A dire il vero ho cercato di non scrivere, sono già due giorni che ci provo, ma adesso mi sono arreso.
Ti ho vista l’altro ieri al raduno del liceo. Tu non mi hai notato, stavo in disparte, forse non potevi vedermi. Qualcuno ha pronunciato il tuo nome e alcuni ragazzi ti hanno chiamato “professoressa”. Eri con un uomo alto, probabilmente tuo marito. È tutto quello che so di te, ed è forse già troppo. Non spaventarti, non voglio incontrarti e interferire nella tua vita. Vorrei piuttosto che tu accettassi di ricevere delle lettere da me.

Come ho detto prima, è un vero e proprio colpo di fulmine tra anime, Yair non riesce a non scriverle, non può trattenersi perché dall’espressione e dai gesti di quella donna capisce che lei, con la sua penna, può essere il coltello con cui colpire nel vivo delle sue ferite per tirare fuori il vero se stesso.
La seconda parte del romanzo è dedicata a Myriam, che scrive su un quaderno le parole che vorrebbe dire al suo amico, mentre nella terza le parti dei due protagonisti s’incastrano e si sovrappongono fino a quando tutta la tensione che si accumula sembra essere rilasciata in maniera esplosiva.
Yair e Myriam scoprono l’importanza dell’immaginazione, scoprono quanto possano essere importanti le parole. Ma attraverso queste lettere si può anche mentire, si può nascondere la parte peggiore di sé, anche perché non è detto che quel lato della nostra personalità sia necessariamente il più importante.

Come vorrei pensare a noi come due persone che si sono fatte un’iniezione di verità, per dirla, finalmente, la verità.

Che tu sia per me il coltello è un libro che lascia dentro una marea di sensazioni che si confondono tra loro, tra le quali è particolarmente difficile mettere ordine. O, almeno, a me ha fatto quest’effetto. Ho lasciato passare un po’ di tempo prima di parlarne, l’ho addirittura finito prima di capodanno, e nonostante ciò non sono riuscita a dire tutto quello che avrei voluto. Credo sia una lettura un po’ complicata per chi nei libri cerca svago o leggerezza, è un romanzo che cattura, in cui bisogna fare molta attenzione, perché non bisogna seguire la trama ma soppesare le parole, capire l’importanza di ognuna di esse.

Buona lettura!

Titolo: Che tu sia per me il coltello
Autore: David Grossman
Traduzione:
 Alessandra Shomroni
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1998
Pagine: 330
Prezzo: 10 €
Editore: Mondadori – Oscar

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

2015 in books

Salve a tutti e benvenuti nel nuovo anno! Sarebbe stato bello (e magari anche più opportuno) scrivere questo post due giorni fa ma mi sono lanciata in altre attività e non ho avuto il tempo materiale di mandare avanti questa baracca. Ma raccontatemi qualcosa, avete ricevuto bei libri per Natale? Io due bei romanzi di NN editore di cui vi parlerò più in là, La resistenza del maschio di Elisabetta Bucciarelli e Panorama di Tommaso Pincio. Nel 2015 questo editore è stato una piacevole scoperta con Sembrava una felicità di Jenny Offill, quindi ho voluto approfondire meglio la conoscenza concedendomi altre due storie. Solo due perché se fosse per me comprerei tutti i libri che quotidianamente escono; o meglio, forse non tutti, avete sentito parlare dei libri distillati editi da Centauria? Il concetto del distillato è questo: non avete abbastanza tempo per leggere un libro che magari è un po’ lunghetto? Benissimo, adesso quel libro lo trovate sfoltito, alleggerito delle parti che potevano essere lunghe e noiose, senza che la storia ne risenta. Immaginate un po’ di leggere Lo Hobbit di Tolkien senza tutte quelle infinite camminate e le canzoncine dei protagonisti, vi restano venti pagine belle e buone. Qualcuno mi spieghi il senso di questa scelta editoriale, perché onestamente mi è poco chiaro. Se voglio leggere un libro e non ho molto tempo lo leggo piano piano oppure non lo leggo affatto, perché dovrei leggerne una specie di riassunto? Ad ogni modo, seguiremo queste pubblicazioni per vedere che riscontro avranno tra il pubblico.

bilancio2015

In questo 2015 ho letto 73 libri (Goodreads mi dice così) per un totale di 19.344 pagine. Ho letto un paio di libri in meno rispetto all’anno scorso ma mi sono lanciata alla scoperta di volumoni come Infinite Jest di David Foster Wallace che mi hanno tenuta occupata per un bel po’ di tempo e che valgono almeno quattro volte altri libri più piccoli, questo per dire che non sempre il numero di titoli è indicativo, perché un romanzo può avere duemila o trenta pagine, ma sempre un titolo solo spunta nella lista. A proposito di Infinite Jest devo chiarire qualcosa. Non avete letto la mia recensione per il semplice motivo che non l’ho scritta: la lettura non è stata facile, mi ha mandato il cervello in pappa e mi sono distratta moltissime volte. Definito il più grande romanzo americano, tratta innumerevoli temi e descrive e critica l’America e il mondo moderno attraverso una metafora sulle gerarchie in un’accademia di tennis. Questo solo in soldoni, perché chi di voi lo ha letto saprà che è difficile riassumere in poche righe un volumone del genere, e che, a meno che non si voglia scrivere un trattato di critica letteraria, se ne deve parlare per forza in maniera semplicistica. Non ve ne ho parlato, dicevo, ma sono intenzionata a rileggerlo prima o poi perché sono convinta di non averlo apprezzato come avrei dovuto.

IMG_20150907_192346

Sì, ho cercato di farmi dare una zampetta da Mimmina per leggere questo romanzo difficile. Probabilmente lei ci ha capito più di me.

Ho letto una buona dose di libri che mi hanno delusa, compresi i due abbandonati a metà strada La settima onda (seguito di Le ho mai raccontato del vento del nord di Daniel Glattauer) e Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo, ma ho anche scoperto romanzi bellissimi che vi segnalerò nel listone, in cui troverete evidenziati in grassetto i migliori dieci. Quelli di Grossman ovviamente li trovate tutti segnalati perché è un autore che amo in particolar modo e raramente mi delude, ma A un cerbiatto somiglia il mio amore merita una menzione speciale perché in quelle ottocento pagine circa si trova l’intero mondo dei sentimenti umani, ed è un libro particolarmente sentito dall’autore stesso. Ho scoperto, poi Chi manda le onde di Fabio Genovesi, divertente e triste allo stesso tempo, che racconta di come per sentirsi meno soli si debba condividere la propria solitudine con quella di un altro; Follia di Patrick McGrath, osannato da tutti, che mi sono finalmente decisa a leggere e che mi ha presa fin dalla prima riga, una storia di amore e follia che tiene incollati alle pagine; L’uccello dipinto di Jerzy Kosinski, una storia cruda e straziante di un bambino polacco durante la seconda guerra mondiale, che forse è una specie di autobiografia dell’autore; L’importanza di chiamarsi Hemingway di Anthony Burgess, bellissima biografia in chiave un po’ ironica del mio autore del cuore; il piccolissimo Basta poco per sentirsi soli di Grazia Cherchi, che nelle sue poche pagine offre tantissimi spunti di riflessione; Terre selvagge, romanzo di Sebastiano Vassalli, scomparso da pochissimo, che narra della battaglia tra i Romani e i Cimbri. Non trovate evidenziata, ma avrebbe dovuto esserlo, la saga de L’amica geniale di Elena Ferrante, composta da quattro libri davvero coinvolgenti che narrano l’amicizia molto particolare tra Elena e Lila, partite da un rione di Napoli e diventate adulte in un mondo che ha subito tanti, troppi cambiamenti.
Ma ecco la lista (di quasi tutti trovate la recensione scrivendo il titolo nella casella della ricerca sulla barra laterale):

  1. Il canotto insanguinato di Augusto De Angelis
  2. L’eleganza del riccio di Muriel Barbery
  3. Qualcuno con cui correre di David Grossman
  4. I cento libri che rendono più ricca la nostra vita di Piero Dorfles
  5. Marilyn. Gli ultimi tre giorni di Elisabetta Villaggio
  6. Ma le stelle quante sono di Giulia Carcasi
  7. Scrivere una favola (La scuola del racconto)
  8. La strage dei congiuntivi di Massimo Roscia
  9. L’amica geniale di Elena Ferrante
  10. La selva oscura di Francesco Fioretti
  11. L’uomo di Schrödinger di Giovanni Marchese
  12. Cinque stagioni di Abraham Yehoshua
  13. Una questione privata di Beppe Fenoglio
  14. Suite francese di Irène Némirovsky
  15. Precariopoli di Fabio Lastrucci
  16. Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo (ABBANDONATO)
  17. Purtroppo ti amo di Federico Pacini
  18. Traviesa – Trucho
  19. L’infinito nel palmo della mano di Gioconda Belli
  20. Storia del nuovo cognome di Elena Ferrante (L’amica geniale 2)
  21. Fatherland di Robert Harris
  22. Storia di chi fugge e di chi resta di Elena Ferrante (L’amica geniale 3)
  23. La settima onda di Daniel Glattauer (ABBANDONATO)
  24. La morte a Venezia di Thomas Mann
  25. Giuda di Amos Oz
  26. Donne che amano troppo di Robin Norwood
  27. Storia della bambina perduta di Elena Ferrante (L’amica geniale 4)
  28. Amore, dieci anni dopo di Julian Barnes
  29. La fiera verrà distrutta all’alba di Angelo Orlando Meloni
  30. Tristano di Thomas Mann
  31. La cameriera di Artaud di Verónica Nieto
  32. Follia di Patrick McGrath
  33. L’uccello dipinto di Jerzy Kosinski
  34. Un’opera di bene di Gianfranco Martana
  35. La ragazza del treno di Paula Hawkins
  36. A un cerbiatto somiglia il mio amore di David Grossman
  37. L’esatto contrario di Giulio Perrone
  38. Chi manda le onde di Fabio Genovesi
  39. Odore di chiuso di Marco Malvaldi
  40. Scritto sulla tua terra di Mauro Libertella
  41. Ritos de muerte di Alicia Giménez Bartlett
  42. Vergogna di J. M. Coetzee
  43. La sposa di Mauro Covacich
  44. Grandi speranze di Charles Dickens
  45. Cosa sognano i pesci rossi di Marco Venturino
  46. Basta poco per sentirsi soli di Grazia Cherchi
  47. Lacci di Domenico Starnone
  48. Sembrava una felicità di Jenny Offill
  49. L’importanza di chiamarsi Hemingway di Anthony Burgess
  50. Infinite Jest di David Foster Wallace
  51. A pesca nelle pozze più profonde di Paolo Cognetti
  52. L’anticristo di Friedrich Nietzsche
  53. Memoria delle mie puttane tristi di Gabriel García Márquez
  54. Nascita e morte delle stelle di Giuseppina Micela
  55. I Middlestein di Jami Attenberg
  56. Cuccette per signora di Anita Nair
  57. Fisiologia del fumatore di Théodose Burette
  58. Scomparso di Ferdinando Albertazzi
  59. Terre selvagge di Sebastiano Vassalli
  60. Holden, Lolita, Živago e gli altri di Fabio Stassi
  61. Il procuratore della Giudea di Anatole France
  62. Racconti dell’età del jazz di Francis Scott Fitzgerald
  63. Acqua nera di Joyce Carol Oates
  64. L’uomo in rivolta di Albert Camus
  65. Cronaca di una morte annunciata di Gabriel García Márquez
  66. Chopin di Eva Polanski
  67. Marian di Eva Polanski
  68. Buchi nella sabbia di Marco Malvaldi
  69. Teoria delle ombre di Paolo Maurensig
  70. Le nove renne di Babbo Natale di Ferdinando Albertazzi
  71. Che tu sia per me il coltello di David Grossman
  72. Come fu che cambiai marca di whisky di Santo Piazzese
  73. I sette rimbalzi del destino di Ferdinando Albertazzi e Paolo Garzella

Adesso ho cominciato il 2016 con I tre moschettieri di Alexandre Dumas e mi sono riproposta di essere meno ingorda e leggere meno porcherie, perché va bene che la vita è lunga, ma non è giusto sprecare il proprio tempo.
Vi ricordo che tra qualche giorno, lunedì 11 per l’esattezza, cominceremo con la prima lettura di #LeggoNobel (QUI trovate tutte le spiegazioni se ve lo siete perso). Vi aspettiamo numerosi per leggere insieme Il libro della giungla di Rudyard Kipling. Forza!

Buone letture a tutti e buon 2016!