“Mancarsi” di Diego De Silva

Il dolore e la felicità sono fatti soprattutto di cianfrusaglie,
paccottiglia, ingombri da soffitta di cui non riusciamo
a disfarci anche quando abbiamo smesso definitivamente di usarli
ed escludiamo che ci possano tornare utili.

 

12747254_10207660294576813_4007834954022227363_oLo so, ho scoperto Diego De Silva molto tardi, ma dopo Terapia di coppia per amanti mi sono messa in testa di recuperare, quindi, dato che per ora sto leggendo Troppa felicità della Munro per #LeggoNobel (e mi sono riproposta di seguire il ritmo di un racconto al giorno) ho pensato di leggiucchiare Mancarsi, romanzo breve del 2012, che volevo centellinare, ma che ho finito in poche ore.
Di che cosa parla? Di Irene e Nicola, due persone, ognuna col proprio vissuto, che non si conoscono e di conseguenza non sanno di essere fatte l’una per l’altra. Lei con (almeno) una relazione importante alle spalle, vuole di più, vuole qualcosa per cui valga la pena buttarsi; lui, vedovo, vuole la stessa cosa. Irene e Nicola frequentano la stessa zona e soprattutto lo stesso bistrot: lei perché lo trova accogliente e ci si sente a casa, lui perché era solito andarci con sua moglie (con cui aveva dei problemi, ma con la quale continuava comunque a stare) ed è convinto che seduto al “loro” tavolo possa sentire meno la mancanza di lei. In quel bistrot Irene e Nicola, sebbene ad orari diversi, hanno sempre preso lo stesso tavolo; loro non lo sanno, ma il cameriere Pavel sì. Irene e Nicola gravitano intorno ad uno stesso luogo, ma continuano a mancarsi, non nel senso che provano nostalgia, bensì perché non si trovano, non riescono a far coincidere i loro tempi, a incontrarsi davvero.
Ma, come nel libro di questo autore che ho affrontato precedentemente, De Silva sul finale introduce quell’elemento di speranza che potrebbe cambiare tutto o niente.

Di Mancarsi ho letto la versione digitale. Se avessi avuto quella cartacea di certo mi sarei ritrovata a sottolineare praticamente tutte ogni riga di ogni pagina, invece ho evidenziato tutto il file sul mio Kindle. Perché? Perché in questo libro al centro di tutto non c’è la trama, ma le considerazioni dei due personaggi principali sulla vita, sull’amore, sulle relazioni, e credo di avervene data un’idea con il mio post precedente.
Quando ho partecipato ad un incontro con l’autore mi sono fatta la mia idea, che è stata ampiamente confermata da quest’ultima lettura: Diego De Silva è una persona molto intelligente, un acuto osservatore della realtà e di certe dinamiche, che se in un primo momento ci fornisce le sue opinioni personali sulle storie che crea, poi lascia a noi lettori il compito di interpretarle, di inventare un finale. Ma soprattutto riempie la sua opera di spunti di riflessione che magari sul momento non cogliamo, ma che ci restano dentro costringendoci poi a rimuginare su varie questioni.

Trovo che Diego De Silva sia molto bravo ad indagare sia nell’animo femminile che in quello maschile, in Mancarsi lo fa in maniera magistrale sottolineando soprattutto ciò che di solito non esprimiamo a parole e che probabilmente nemmeno sappiamo di sapere. Mi riferisco principalmente all’analisi di comportamenti che siamo soliti adottare senza averne piena coscienza. Ma attenzione, Irene e Nicola non sono modelli di comportamento, non tutte le donne sono Irene e non tutti gli uomini sono Nicola. Semplicemente sono due personaggi come tanti, che hanno caratteristiche comuni alla maggior parte di noi, e a partire da questi l’autore crea una storia che avrà o meno una sua evoluzione, perché: il finale è un punto d’arrivo o può essere un punto di partenza? Sta a voi scoprirlo.

Titolo: Mancarsi
Autore: Mancarsi
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2012
Pagine: 96
Prezzo: 10 €
Editore: Einaudi
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

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Da “Mancarsi”

Riporto un passo (è un po’ lunghetto questa volta, non me ne voglia nessuno), che mi è piaciuto in particolar modo, dal libro che ho appena finito di leggere, Mancarsi di Diego De Silva, autore che ho scoperto da poco ma che già apprezzo tantissimo.
Condividete questa riflessione?

– Mi dispiace tanto per la signora. Le volevo telefonare, quando ho saputo, – dice Pavel, mentre Nicola gli lascia la mano e il ricordo di Walter Chiari sfuma insieme all’immagine di lui che lo saluta dalla macchina.
– E perché non l’hai fatto? Ne sarei stato contento.
– Non ho il suo numero.
– Potevi cercarmi sull’elenco, il mio nome lo sai. A proposito, piantala di darmi del lei, mi chiamo Nicola.
Pavel esita, come trattenesse le parole o non trovasse quelle che gli servono.
E Nicola, di rincalzo, gli cerca gli occhi per capire.
– Se non lo faccio subito si offende? – domanda timidamente il ragazzo.
In che senso, scusa?
– È solo che, come le posso dire, non mi viene così da un momento all’altro. Magari la prossima volta?
Nicola annuisce ripetutamente, man mano che il concetto espresso da Pavel prende forma e si dilata, diventando più ampio di quello che comunica.

La gente ha paura di dire quello che pensa. Perché se ne vergogna. Specie se le capita di farsi delle domande un po’ bislacche, ma belle. Tipo perché certe cose vanno in un modo anziché in un altro. E vorrebbe inalberarsi un attimo, ma non lo fa. Vive molto più tranquilla se si associa al pensiero comune, che poi è l’interpretazione ufficiale della realtà, il bugiardino delle relazioni umane. Invece, chi ha pensieri sghembi e si permette addirittura di esprimerli, si complica la vita. Rischia di non piacere. Di essere frainteso, o rifiutato. Di offendere, addirittura. È per questo che le persone nascondono quel che pensano, e in questo modo finiscono per fare quello che non vogliono (e poi non si piacciono): tipo dare del tu a qualcuno così a comando, invece di dire, senza che ci sia niente di male nel dirlo (come ha appena fatto Pavel, appunto) che il passaggio dal lei al tu, specie se il lei è durato a lungo, richiede un clic che o ti scatta o non ti scatta, e non è affatto detto che ti scatti solo perché l’altro te l’ha chiesto; e tu nemmeno hai detto di no, anzi hai tutta l’intenzione di dire sì, solo vorresti che ti venisse spontaneo, vorresti sentirtelo nelle orecchie quel clic.

Invece la pratica delle relazioni sociali è fatta di queste reciprocità dovute all’istante, di adesioni immediate; e se tu ti prendi del tempo o ti limiti anche solo a pensarci prima di dire sì, io mi sento in diritto di biasimarti, anzi addirittura mi offendo.

Funziona così anche nell’amore, dove si tace molto più di quanto si dica. Persino nell’amicizia, che dovrebbe essere il luogo dove la parola non conosce inibizioni e divieti. Ci censuriamo continuamente per paura di deludere, offendere, restare soli. Non difendiamo i nostri pensieri e li svendiamo per poco o niente, barattandoli con la dose minima di quieto vivere che ci lascia in quella tollerabile infelicità che non capiamo nemmeno di cosa sia fatta, esattamente. Siamo piuttosto ignoranti in materia d’infelicità, soprattutto della nostra.

È per via di questa reticenza che quando ritroviamo i nostri pensieri nei libri, sembra che ce li tolgano di bocca con tutte le parole. Allora li rivalutiamo. Ci viene voglia di riprenderceli, di difenderli. In un certo senso, cominciamo a parlare.
Uno scrittore, sta pensando adesso Nicola, fa quello che ha appena fatto Pavel.

[Diego De Silva, “Mancarsi”,
Einaudi, 2011]

“Nessuno scompare davvero” di Catherine Lacey

Marito moltiplicato per silenzio uguale un altro paese.

 

IMG_20160208_120420Nessuno scompare davvero di Catherine Lacey è uscito in libreria l’11 febbraio, ma io e altri abbiamo potuto acquistarlo in anteprima la settimana precedente. Avrei voluto parlarvene prima dell’uscita, giusto per essere sul pezzo, ma proprio non ce l’ho fatta (in questo periodo sono stranamente a terra, non riesco proprio a stare sveglia o ad essere lucida). Comunque, diciamo che non è proprio nuovo nuovo, perché l’originale Nobody is ever missing è stato pubblicato nel 2014. Io l’ho comprato lasciandomi trasportare dall’entusiasmo altrui, senza rifletterci poi troppo, perché mi piace scoprire cose nuove e sorprendermi. Solo che questa volta non è successo.

Elyria è una giovane donna di ventotto anni che vive a New York, ha un lavoro stabile, un marito e una bella casa, ma improvvisamente un giorno decide di lasciare tutto e partire alla volta della Nuova Zelanda. Passa molto tempo a vagare qua e là in autostop per raggiungere la fattoria di un signore che una volta l’aveva invitata, e strada facendo incontra personaggi molto particolari. Ma la vita che la ragazza si è lasciata alle spalle era perfetta solo in apparenza: la madre era alcolizzata, la sorella adottiva Ruby si è suicidata diversi anni prima e suo marito non è altro che il professore di cui la sorella suicida era assistente. Elyria, dentro di sé, ha tutta una serie di questioni irrisolte che la portano ad essere scostante e mai serena, dice di avere dentro di sé un bufalo inferocito che non riesce a placare. Ma la definizione migliore di questo malessere la dà un altro personaggio, che le dice chiaramente che lei è una di quelle persone che hanno bisogno di stare dove nessuno ha bisogno di loro, che non vogliono sentirsi indispensabili.

Nel cervello di ogni essere umano c’è una parte insofferente che non ce la fa ad andare avanti, non riesce a stare seduta composta e a guardare la gente dritto negli occhi e a sopportare il ticchettio del tempo che scorre, non ce la fa a mangiare il panino che ha nel piatto, non ce la fa a leggere il giornale, non ce la fa a vestirsi e uscire, a essere sposata, a vedere lo stesso uomo ogni giorno e a farsi guardare dallo stesso uomo ogni giorno senza volergli ficcare in gola una minuscola bomba e poi farla esplodere e toglierlo di mezzo, senza voler tornare indietro nel tempo per non avvicinarsi mai più a quell’uomo che ti guarda e vive con te ed è così felice di amarti ed essere amato, e capita a tutti ogni tanto di volersene andare via come se non fosse mai successo niente.

In questo romanzo, la narrazione la definirei quasi disturbante, perché la protagonista è instabile e in alcuni momenti addirittura paranoica. È Elyria a parlare in prima persona e a raccontarci la sua strana storia, sottolineando spesso i difetti e gli errori degli altri ma senza preoccuparsi di risolvere i suoi problemi. Probabilmente crede che invece di affrontare determinate questioni sia meglio fuggire, lasciarsi tutto alle spalle e aggirare in questo modo l’ostacolo. E sono proprio questi aspetti del suo carattere che me l’hanno resa antipatica. Non è nemmeno alla ricerca di sé stessa, vaga cercando chissà cosa e sembra dare la colpa quasi esclusivamente a suo marito, che anni prima ha sposato perché era l’unica cosa che placava il suo bufalo interiore ma che adesso non è che una presenza in casa. Quest’uomo, chiamato per tutto il romanzo Marito (alla fine scopriamo il suo nome), ha subito anche lui i suoi traumi, tanto che la notte, nel sonno, le mette le mani al collo come se volesse strangolarla. È più vecchio di lei di circa dieci anni, ed è una persona molto particolare: al contrario di Elyria cerca di mantenere una sorta di autocontrollo.

Come avrete capito, Nessuno scompare davvero non mi ha conquistata, andavo avanti nella lettura ma era come se non si arrivasse mai al punto. Non fidatevi troppo, però, del mio parere perché sta piacendo praticamente a tutti quelli che lo hanno letto o lo stanno leggendo. Probabilmente sono io che ho gusti parecchio differenti dagli altri.
Ultima nota: la traduzione e la revisione non mi hanno fatta impazzire, c’è qualche piccolo pasticcetto qua e là che non dovrebbe esserci.

Buona lettura!

Titolo: Nessuno scompare davvero
Autore: Catherine Lacey
Traduzione:
 Teresa Ciuffoletti
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 243
Prezzo: 16,50 €
Editore: SUR
Giudizio personale: spienaspienasvuotasvuotasvuota

#LeggoNobel | “Il libro della giungla” di Rudyard Kipling

“Nessuno può starmi a pari!” dice il Cucciolo, orgoglioso
della sua prima preda; ma la giungla è grande e piccolo
il Cucciolo: che rifletta e stia calmo.

Proverbi di Baloo

 

12469566_10207430829320325_1569956342286476846_oVi ricordate del progetto #LeggoNobel di cui vi ho parlato un po’ di tempo fa? Bene, si è conclusa da poco la prima lettura di gruppo e sono convinta che sia andata bene. L’autore che abbiamo affrontato è Rudyard Kipling con Il libro della giungla, un libro che solitamente si legge da piccoli ma che a seconda dell’età, secondo me, si vede con sguardo diverso. Sì, perché non parliamo semplicemente delle avventure di Mowgli, il cucciolo d’uomo allevato dai lupi (come la Disney, col suo bellissimo cartone, ci ha un po’ abituati a fare), ma anche di tanti altri animali e dei rapporti tra loro o tra loro e gli umani.
Per quanto mi riguarda, ho letto solamente la prima parte (pubblicata nel 1894), riservandomi di dedicarmi alla seconda (del 1895) più in là, mentre qualcuno ha continuato.

Rudyard Kipling nacque in India, vi passò gran parte dell’infanzia e vi ritornò a circa vent’anni per lavorarvi come giornalista. Per questo motivo ebbe modo di conoscere molto bene il mondo animale e di carpire le leggi che lo governano. Dalle prime pagine entriamo in un mondo che sembra così lontano da noi, un mondo in cui gli animali della giungla trovano un bambino ancora molto piccolo e, invece di sbranarlo, lo adottano. È Mamma Lupa, uno dei personaggi più affascinanti de Il libro della giungla, che decide di voler tenere quel cucciolo d’uomo e salvarlo dal nemico (uno fra tutti la tigre Shere Khan). Questa lupa dimostra che la maternità non è solo mettere al mondo un essere vivente, ma anche prendersene cura, insegnargli a vivere in quel mondo, proteggerlo.

“Vuoi ancora tenerlo, Mamma?”
“Tenerlo!” ansimò. È venuto di notte, nudo, solo e affamato; eppure senza paura. Guarda, ha già spinto via uno dei miei piccoli. E quel macellaio zoppo avrebbe voluto ucciderlo, per scappare poi al Waingunga mentre gli abitanti dei villaggi di questo territorio, per vendicarlo, avrebbero organizzato una battuta scacciandoci dai nostri rifugi! Tenerlo? Certo che voglio tenerlo. Stai buono, ranocchietto. O Mowgli, perché Mowgli il Ranocchietto ti chiamerò, verrà il giorno in cui darai la caccia a Shere Khan come lui l’ha data a te”.

Per questo Mowgli sarà sempre fedele al branco, crescendo imparerà a ricambiare l’amore e la protezione che i lupi gli hanno dato quando era ancora in fasce. Incontrerà altri personaggi bellissimi come Akela, il capo dei lupi, l’orso Baloo che insegna le leggi della giungla ai cuccioli, il leale serpente Kaa, o la pantera Bagheera, coraggiosa ed estremamente protettiva nei suoi confronti.
Ma come ho già detto, Il libro della giungla non è solamente la storia di Mowgli, Kipling ci fa incontrare altri animali come la foca bianca Kotick che, vista come strana da tutte le altre foche (che non sono bianche), si allontana per andare a cercare un posto che sia sicuro per tutti, che sia in grado di accogliere tutti per sfuggire al massacro che avviene periodicamente ad opera degli umani. Un massacro di cui l’autore parla con naturalezza, come se fosse una cosa normalissima, mentre oggi al solo pensiero rabbrividiamo (purtroppo, quasi) tutti. C’è la mangusta Rikki-Tikki-Tavi, che viene accolta da una famiglia e ricambierà le loro cure con la protezione dai serpenti Nag e Nagaina. Le manguste, infatti, sembra che siano delle grandi nemiche dei serpenti, sono in grado di sconfiggerli. La storia, vista da qualcuno come una metafora del colonialismo inglese che libera il popolo indiano dalla tirannide dei precedenti padroni per sostituire la libertà con il clima di terrore in cui è abituato a vivere, è stato inizialmente pubblicato sul Pall Mall Magazine e sul St Nicholas Magazine nel 1983 e incluso l’anno dopo nella raccolta de Il libro della giungla.

Non essendo più esattamente una bambina, non mi sono lasciata ammaliare dalle avventure e dalla bellezza degli animali. Ho letto questo libro con piglio analitico e mi ha stupito il fatto che non l’ho considerato per niente un libro per bambini, anzi!
L’edizione che ho scelto per #LeggoNobel è Einaudi Ragazzi, 2009, con una traduzione di Piero Pieroni e illustrazioni di Philippe Mignon. La cosa divertente è stata che, tra tutti i partecipanti alla lettura di gruppo (da cui sono venuti fuori spunti di riflessione e bei commenti, e qualcuno ha anche affrontato la lettura insieme ai suoi alunni a scuola), non si sono trovate due persone che avessero tra le mani la stessa edizione.
Adesso che questa lettura si è conclusa passeremo alla seconda. Ne approfitto per fare un po’ di pubblicità: dal 15 febbraio cominceremo a leggere insieme Troppa felicità di Alice Munro, per chi volesse partecipare ecco qui l’evento a cui partecipare tramite Facebook altrimenti va benissimo farlo anche da Twitter con l’hashtag #LeggoMunro. Speriamo di divertirci insieme anche questa volta.

Nel frattempo, come sempre, buona lettura e buona domenica!

Titolo: Il libro della giungla
Autore: Rudyard Kipling
Traduzione:
 Piero Pieroni
Genere:
 Racconti
Anno di pubblicazione:
 1894
Pagine: 232
Prezzo: 11 €
Editore: Einaudi Ragazzi
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

In breve: “Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes

image_bookHo letto nei giorni passati Frammenti di un discorso amoroso, un saggio di Roland Barthes pubblicato nel 1977 e tradotto per la prima volta in italiano da Renzo Guidieri due anni dopo. In questo libro, l’autore analizza il percorso dell’innamorato che attraversa le varie fasi dell’amore, affiancando ad ogni tema (o step, potremmo dire) qualche riferimento a opere o grandi autori, come il Werther di Goethe o il Simposio di Platone. Accompagneremo così l’innamorato X (che può essere uno qualsiasi di noi) durante le fasi del rapporto o discorso amoroso, messe in ordine alfabetico e non cronologico da Barthes, perché ogni amore segue una strada diversa. Conosceremo l’attesa della persona amata, l’assenza, le dinamiche del cuore, la gelosia e l’io-ti-amo, insieme a tanti altri temi che vengono trattati in maniera critica.

Quello che viene proposto è, se si vuole, un ritratto; ma questo ritratto non è psicologico, bensì strutturale: esso presenta una collocazione della parola: la collocazione di qualcuno che parla dentro di sé, amorosamente, di fronte all’altro (l’oggetto amato), il quale invece non parla.

Mi sono dedicata a questa lettura con tanta curiosità, ma se inizialmente ho trovato i Frammenti un libro molto interessante, a lungo andare ho provato anche un po’ di noia e sono riuscita a finirlo in maniera abbastanza forzata. Credo sia uno di quei libri troppo lunghi per mantenere la loro originalità. D’altro canto questi aspetti dell’amore andavano considerati tutti, e non solo una parte, quindi probabilmente è un problema mio, il fatto di stancarmi dopo un po’ che la solfa non cambia. Io non l’ho nemmeno letto troppo velocemente, ho pensato di leggerne un pezzettino ogni tanto, perché le varie parti si possono affrontare separatamente.
Detto questo, qualcuno sicuramente non si troverà d’accordo con me, dato che questo libro viene considerato un classico. Vi lascio, comunque con una citazione di Pier Vittorio Tondelli, che magari vi farà venire voglia di leggerlo.

Non si tratta di un manuale: non vi dirà come comportarvi né che cosa fare per togliervi dall’affanno e dall’ingombro di un abbandono. Non ha trama, se non quella dell’indagine dei movimenti amorosi. Ogni capitolo è indipendente: potete leggerne uno oggi e il seguente fra cinque anni, Roland Barthes vi darà comunque uno specchio bellissimo per riflettere, pensare, decidere, paragonare la vostra storia a quella di Werther o a un haiku giapponese; vi darà un respiro più ampio in cui emettere il vostro rantolo e, improvvisamente, la coscienza del vostro amore si rafforzerà.

Titolo: Frammenti di un discorso amoroso
Autore: Roland Barthes
Traduzione:
 Renzo Guidieri
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 1977
Pagine: 258
Prezzo: 12 €
Editore: Einaudi
Giudizio personale: spienaspienasmezzasvuotasvuota

“Fahrenheit 451” di Ray Bradbury

Forse i libri possono aiutarci a uscire un po’ da queste tenebre.
Potrebbero impedirci di ripetere sempre gli stessi errori pazzeschi! (…)
Dio, Millie, non vedi? Un’ora al giorno, due ore, con questi libri, e forse…

 

Immaginate di vivere in un mondo in cui v’insegnano a pensare e ad agire in un certo modo. Voi non vi ponete nemmeno il problema se fare determinate cose sia giusto o meno, deve essere giusto per forza, perché lo dice la legge. Un giorno, però, incontrate una persona che provoca uno squarcio nelle vostre certezze, i dubbi iniziano ad affollare la vostra mente e s’insinua in voi il germe della ribellione.

12525597_10207547063586109_2008238742075024548_oÈ un po’ quello che succede a Guy Montag, un uomo di circa trent’anni che fa il milite del fuoco in un mondo in cui i pompieri appiccano gli incendi, invece di spegnerli. Ormai le case sono tutte antincendio, ad essere bruciati sono i libri e la carta stampata in generale. Nessuno si ribella, la cultura non esiste. L’addestramento per i pompieri viene fatto tramite film e i cittadini, nelle loro case, hanno sulle pareti enormi schermi televisivi che riempiono le loro giornate. Non c’è più il gusto di fare una passeggiata, di sentire il profumo dei fiori o di guardare il cielo azzurro, in strada si va solo in macchina, sfrecciando perché tanto non c’è nessuno che attraversa. La gente corre, fa lavori di routine, è passiva e indifferente, un po’ come Mildred, la moglie di Guy, che non è altro che una presenza che si aggira per casa. Ma un giorno l’uomo passa qualche momento con Clarisse, un’adolescente sua vicina di casa che sembra molto stravagante perché passeggia, parla di uno zio che ricorda i tempi in cui c’era la carta, annusa i fiori ha il piacere di chiacchierare con gli altri.
Dopo un po’ la ragazza misteriosamente scompare, dicono che sia morta, ma quel poco di tempo passato con lei è servito a far nascere in Montag un sentimento nuovo, tanto che un bel giorno, chiamato ad appiccare il fuoco in casa di una vecchia donna che preferisce morire bruciata insieme ai suoi libri piuttosto che abbandonarli, ruba uno di quei volumi e se lo porta a casa. L’uomo, da lì, non riuscirà più a vivere secondo le regole che gli hanno sempre imposto e cercherà di combattere secondo le sue possibilità.

«Cercavo d’immaginarmi» riprese Montag «che cosa si deve provare, a vedere i vigili del fuoco, intendo, bruciare la nostra casa, i nostri libri.»
«Noi non abbiamo libri di sorta.»
«Ma, e se li avessimo?»

Avevo da tanto tempo Fahrenheit 451 nella mia lista personale, ma me lo hanno regalato quest’estate e sono riuscita a leggerlo solo adesso. Ray Bradbury ambienta la sua storia fantascientifica in un futuro imprecisato sicuramente posteriore al 1960. Descrive una realtà distopica, cioè una realtà in cui mai vorremmo trovarci a vivere perché ci spaventa. Ed è proprio questo che Fahrenheit 451 provoca nel lettore: un senso di paura e angoscia, perché è impossibile non mettersi nei panni del protagonista.
Furono tante le cose che ispirarono Bradbury nella scrittura di questo romanzo così particolare. Innanzitutto, l’annientamento della cultura messo in atto con la distruzione della Biblioteca di Alessandria, con il rogo dei libri durante il regime nazista o durante le Grandi Purghe con la repressione guidata da Stalin, in cui anche molti scrittori e poeti furono arrestati e giustiziati. Per quanto riguarda i media, invece, l’autore li vide sempre (soprattutto la televisione) come una minaccia verso la cultura, li considerava una sorta di distrazione dalle cose più importanti. Sviluppò una certa avversione che viene rappresentata in Fahrenheit 451 nelle figure di Mildred e delle sue amiche, che sono quasi completamente succubi degli enormi schermi che hanno nelle loro case. Addirittura uno dei sogni più grandi di Millie è quello di avere tutte e quattro le pareti del suo salotto completamente ricoperte da questi schermi, quasi a creare l’effetto di sentirsi dentro casa i personaggi che appaiono in televisione.

Il titolo di questo libro si riferisce alla temperatura che secondo Bradbury doveva raggiungere la carta per bruciare. In realtà ci sono tantissimi tipi diversi di carta a seconda dello spessore. Questo non viene mai spiegato nel testo, il numero appare solamente sull’elmetto del protagonista Montag.
Quando consideriamo che a Montag basta qualche breve colloquio con una ragazzina per sentir nascere dentro di sé il dubbio se il suo sia un modo di vivere giusto o sbagliato, capiamo che non doveva essere poi così convinto di ciò che gli è sempre stato insegnato. Le sue convinzioni non dovevano essere così forti da farlo sentire al sicuro e felice. Bradbury descrive una realtà sicuramente portata all’estremo (purtroppo nel mondo reale niente è impossibile), ma il protagonista della sua storia a mio avviso vuole rappresentare la speranza che in certe situazioni non tutto è perduto, che spesso ci comportiamo in un certo modo solo per abitudine e perché non ci fermiamo a riflettere. Ma abbiamo sempre e comunque la capacità di pensare, probabilmente ci serve un piccolo input. In questo momento non possono non tornarmi alla mente gli eventi recenti della distruzione di opere d’arte in siti archeologici molto importanti tra Iraq e Siria, ad opera di gente che ha determinate convinzioni. Magari anche tra loro, un giorno, verrà fuori un Guy Montag a cui verrà qualche dubbio su quale sia il giusto modo di agire.

Per quante volte un uomo può andare a fondo e rimanere vivo? Io non posso più respirare.

 Buona lettura!

Titolo: Fahrenheit 451
Autore: Ray Bradbury
Traduzione:
 Giorgio Monicelli
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1953
Pagine: 180
Prezzo: 9 €
Editore: Mondadori
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza