Da “Mancarsi”

Riporto un passo (è un po’ lunghetto questa volta, non me ne voglia nessuno), che mi è piaciuto in particolar modo, dal libro che ho appena finito di leggere, Mancarsi di Diego De Silva, autore che ho scoperto da poco ma che già apprezzo tantissimo.
Condividete questa riflessione?

– Mi dispiace tanto per la signora. Le volevo telefonare, quando ho saputo, – dice Pavel, mentre Nicola gli lascia la mano e il ricordo di Walter Chiari sfuma insieme all’immagine di lui che lo saluta dalla macchina.
– E perché non l’hai fatto? Ne sarei stato contento.
– Non ho il suo numero.
– Potevi cercarmi sull’elenco, il mio nome lo sai. A proposito, piantala di darmi del lei, mi chiamo Nicola.
Pavel esita, come trattenesse le parole o non trovasse quelle che gli servono.
E Nicola, di rincalzo, gli cerca gli occhi per capire.
– Se non lo faccio subito si offende? – domanda timidamente il ragazzo.
In che senso, scusa?
– È solo che, come le posso dire, non mi viene così da un momento all’altro. Magari la prossima volta?
Nicola annuisce ripetutamente, man mano che il concetto espresso da Pavel prende forma e si dilata, diventando più ampio di quello che comunica.

La gente ha paura di dire quello che pensa. Perché se ne vergogna. Specie se le capita di farsi delle domande un po’ bislacche, ma belle. Tipo perché certe cose vanno in un modo anziché in un altro. E vorrebbe inalberarsi un attimo, ma non lo fa. Vive molto più tranquilla se si associa al pensiero comune, che poi è l’interpretazione ufficiale della realtà, il bugiardino delle relazioni umane. Invece, chi ha pensieri sghembi e si permette addirittura di esprimerli, si complica la vita. Rischia di non piacere. Di essere frainteso, o rifiutato. Di offendere, addirittura. È per questo che le persone nascondono quel che pensano, e in questo modo finiscono per fare quello che non vogliono (e poi non si piacciono): tipo dare del tu a qualcuno così a comando, invece di dire, senza che ci sia niente di male nel dirlo (come ha appena fatto Pavel, appunto) che il passaggio dal lei al tu, specie se il lei è durato a lungo, richiede un clic che o ti scatta o non ti scatta, e non è affatto detto che ti scatti solo perché l’altro te l’ha chiesto; e tu nemmeno hai detto di no, anzi hai tutta l’intenzione di dire sì, solo vorresti che ti venisse spontaneo, vorresti sentirtelo nelle orecchie quel clic.

Invece la pratica delle relazioni sociali è fatta di queste reciprocità dovute all’istante, di adesioni immediate; e se tu ti prendi del tempo o ti limiti anche solo a pensarci prima di dire sì, io mi sento in diritto di biasimarti, anzi addirittura mi offendo.

Funziona così anche nell’amore, dove si tace molto più di quanto si dica. Persino nell’amicizia, che dovrebbe essere il luogo dove la parola non conosce inibizioni e divieti. Ci censuriamo continuamente per paura di deludere, offendere, restare soli. Non difendiamo i nostri pensieri e li svendiamo per poco o niente, barattandoli con la dose minima di quieto vivere che ci lascia in quella tollerabile infelicità che non capiamo nemmeno di cosa sia fatta, esattamente. Siamo piuttosto ignoranti in materia d’infelicità, soprattutto della nostra.

È per via di questa reticenza che quando ritroviamo i nostri pensieri nei libri, sembra che ce li tolgano di bocca con tutte le parole. Allora li rivalutiamo. Ci viene voglia di riprenderceli, di difenderli. In un certo senso, cominciamo a parlare.
Uno scrittore, sta pensando adesso Nicola, fa quello che ha appena fatto Pavel.

[Diego De Silva, “Mancarsi”,
Einaudi, 2011]

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