“Io sono Kurt” di Paolo Restuccia

Abbiamo vent’anni solo per ricordarli quando ne avremo quaranta.

 

12898332_10207992008909464_7703647607778975725_oAndrea Brighi è un popolare dj sulla quarantina e uno dei proprietari del famoso Blue Flash di Roma, insieme alla moglie Rita e al fratello di lei, Tiziano, che gli ha affidato dei soldi da depositare in un conto in Svizzera. Ma, durante il tragitto, Andrea decide di deviare verso la pensione Ghega a Trieste facendo sì che tutto il suo passato riaffiori e quasi lo catturi. Vent’anni prima infatti, lui era Kurt, un giovane dj che lavorava per Diavolo Biondo (Stefano Zanchi) a Radio Punto Nord e spesso faceva serate in discoteca tra donne, alcool e droghe. Zanchi gli ha rubato dieci milioni di vecchie lire e Andrea vorrebbe trovarlo per farseli restituire, ma si trova invischiato in un giro di delinquenti, prostitute e strani personaggi che lo terranno bloccato in quella pensione ad ore in cui da ragazzo alloggiava.

La cosa particolare di Io sono Kurt è il continuo alternarsi di presente e passato: i numerosi flashback non solo stridono con ciò che vive adesso il protagonista, ma allo stesso tempo sembrano anche essere una copia più squallida e invecchiata di quello che ha fatto in gioventù. Nadia, la ragazzina ribelle che lo seduce e lo catapulta nei suoi affari loschi, ricorda tanto Anna, la studentessa di matematica di cui era innamorato vent’anni prima, una ragazza molto strana e dalla dubbia moralità. Il cognato Tiziano e Diavolo Biondo sono entrambi uomini che non si fanno problemi quando si tratta di guadagnare soldi, e in effetti sono diventati molto ricchi, anche se hanno due personalità molto diverse. Il soggiorno alla pensione Ghega serve ad Andrea Brighi a rivedere il suo passato, forse per capirlo davvero doveva tornare vent’anni dopo nello stesso luogo in cui tutto era iniziato.

Andrea da ragazzo aveva scelto come nome d’arte Kurt, ma più che uno pseudonimo questo era per lui una parte della sua personalità, una persona diversa da Andrea Brighi, più trasgressiva e spensierata di lui. E a quarant’anni, al suo ritorno a Trieste, Kurt, messo da parte per tanto tempo, viene fuori di nuovo e cerca quasi di prendere il sopravvento sull’uomo più pacato e adulto. Quando c’è Andrea non c’è Kurt, e quando c’è Kurt non c’è Andrea.

I capitoli, molto brevi, sono scanditi dalla musica: è impossibile leggere questo libro senza percepire questa sorta di colonna sonora che ci accompagna per circa 270 pagine (potete trovare le canzoni del libro su questa pagina o cercare la playlist “Io sono Kurt” del profilo fazieditore su Spotify). Anche l’evoluzione della musica è un aspetto molto importante di questo romanzo, le canzoni che Kurt passava alla radio o sceglieva per le serate, per la maggior parte, oggi sembrano obsolete, dimenticate, vecchie esattamente come un quarantenne che giochi a fare il ragazzino e tenti disperatamente di sentirsi giovane. Ovviamente non vale per tutte le canzoni citate da Paolo Restuccia, perché ci sono anche dei veri capolavori. Quello che mi ha lasciato davvero un segno perché ha un valore quasi profetico nell’ambito della storia è Perfect day di Lou Reed, con la frase che resta in mente ad Andrea e che si ripete alla fine della canzone:

You’re going to reap just what you sow.
(Raccoglierai solo ciò che hai seminato)

Io sono Kurt di Paolo Restuccia è un romanzo uscito il 17 marzo per Fazi, che fa parte della collana Darkside di cui vi ho parlato nel post di qualche giorno fa. In effetti, può essere considerato un noir un po’ particolare più per le atmosfere che per gli eventi: lo squallore della pensione Ghega, la sporcizia del luogo e di molti personaggi, la trasgressione e la disillusione del protagonista hanno sulla nostra immaginazione un effetto molto più potente del furto della borsa coi soldi di Tiziano o del rapimento di uno strano individuo da parte di Nadia e dei suoi scagnozzi.
Buona lettura!

Titolo: Io sono Kurt
Autore: Paolo Restuccia
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 17 marzo 2016
Pagine: 272
Prezzo: 16 €
Editore: Fazi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota


Paolo Restuccia – È il regista del noto programma satirico di Radio2 Il ruggito del coniglio, in cui è amichevolmente definito “The genius”. Lavora alla Rai dal 1987: dal 1991 al 1993, ha condotto 3131 e, come regista, autore e conduttore, ha preso parte a diversi programmi radiofonici, tra i qualiDentro la sera, A che punto è la notte, Luna permettendo, Buono Domenico, Permesso di soggiorno, Coniglio Relax. Insieme a Enrico Valenzi, è il fondatore della Scuola di scrittura Omero di Roma, la prima aperta in Italia, attiva dal 1988. Ha pubblicato il manuale La palestra dello scrittore, le parole e la forma (Omero, 2010) e il romanzo La strategia del tango (Gaffi, 2014).

 

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“Il sesto giorno” di Rosanna Rubino

La legge della sopravvivenza,
l’unica che Ronnie conosceva.

 

921327_10207948538902741_5211008236516278220_oRecentemente l’editore Fazi ha presentato Darkside, una nuova collana dedicata alle varie sfumature del giallo – dal noir al thriller, dal crime alla mistery fiction – e che mira ad investigare la natura controversa dell’uomo senza filtri né censure. Io ho letto due dei romanzi appena pubblicati, del primo parliamo oggi, dell’altro più avanti. Il sesto giorno di Rosanna Rubino è la storia di Ronnie Rosso, un trentacinquenne nigerino fuggito dalla sua terra e arrivato in Italia su un barcone a dodici anni. Ronnie, nella casa famiglia dove ha abitato per un po’ di tempo, si è appassionato ai linguaggi di programmazione e, una volta adulto, ha creato una piattaforma web di audio sharing, Talentik, che oggi è uno dei siti più visitati dopo Facebook, Youtube e Google. Nel giro di sei giorni, Talentik verrà quotato in borsa, rendendo Ronnie uno degli uomini più ricchi del pianeta, ma nel frattempo il protagonista incontrerà Ragazzo, un aspirante giornalista a cui racconterà la sua vera storia e a cui affiderà il segreto che si porta dentro da diversi anni.

Ronnie non dimentica mai il suo passato, soprattutto Anna, la donna italiana che quando era piccolo faceva la volontaria nel suo villaggio e che è stata uccisa in Niger durante un’operazione di pulizia etnica. Anna gli raccontava sempre che a Milano aveva una figlia, Mirjam, e quando lui è fuggito ha portato con sé la foto della bambina, più piccola di lui di pochi anni. Oggi vuole trovarla, come per chiudere il cerchio, per raccontarle di sua madre e di quello che aveva fatto per lui. Le due donne, madre e figlia, sembrano essere l’unica cosa importante per Ronnie, dal momento che solo loro tre vengono indicati nel romanzo col loro nome proprio, mentre tutti gli altri sono qualificati dal loro lavoro o da qualche caratteristica particolare: Ragazzo, Giornalista, Avvocato, Cameriera, Guardia del corpo. Questo è uno degli elementi che mi hanno colpito di più, insieme al modo che ha l’autrice di indagare nell’animo di Ronnie e di svelare i suoi segreti tramite l’intervista che l’uomo decide di rilasciare a Ragazzo (di cui alla fine si saprà il nome, quasi come se il giovane fosse diventato importante per Ronnie).

«La prima cosa da fare, se vuoi capirci qualcosa di un uomo, è scoprire che bambino è stato», disse Ronnie. «Conosci i segreti del bambino e avrai l’adulto in pugno».

Questo è quello che dice Ronnie a Ragazzo quando gli racconta la sua storia, una storia che non si trova su alcun sito internet né in alcun giornale, perché non è mai stata condivisa con nessuno. Ragazzo ha l’esclusiva e la possibilità di diventare famoso molto rapidamente per essere il primo a diffondere certe verità.
Ronnie è un uomo freddo e forte, che nella vita ha imparato che i soldi sono la cosa più importante, che se non ce li hai non puoi vivere bene; ma il suo vissuto personale gli ha insegnato pure che, anche se perdesse tutto, potrebbe comunque ricominciare da zero: lo ha già fatto una volta, può rifarlo. In un’Italia che va verso la recessione, in una Milano in cui le proteste infuriano per le strade, Ronnie vuole mantenersi distaccato ma qualcosa lo turba così tanto da non lasciarlo dormire un attimo per cinque giorni. Ma per quanto sia freddo, mostra un reale interessamento per Mirjam, probabilmente per devozione nei confronti della madre, e per Ragazzo (che non se la passa proprio benissimo): è come se in qualche modo sentisse il bisogno di fare qualcosa per loro ma temesse di farlo.

Rosanna Rubino indaga nell’animo di Ronnie con uno stile e un linguaggio che contribuiscono anche a creare l’atmosfera cupa del noir e dei dialoghi rapidi che ne accelerano il ritmo. L’impressione è quella di trovarsi in una città grigia, polverosa e caotica, ma di stare in una bolla silenziosa insieme al protagonista che psicologicamente è sempre distante da tutto e tutti.
Il romanzo è diviso in cinque capitoli più un epilogo, in cui seguiamo le giornate di Ronnie con le indicazioni degli orari: la sua corsa mattutina, le sue conversazioni con Voce (la sua assistente personale), il suo Avvocato che gli porta rancore da tempo, la sua ricerca di Mirjam e i suoi racconti in prima persona per l’intervista a Ragazzo.

Ho trovato Il sesto giorno un romanzo molto interessante, la voglia di scoprire che cosa sarebbe successo alla fine del quinto giorno, praticamente, ha fatto sì che divorassi questo libro.
Buona lettura!

Titolo: Il sesto giorno
Autore: Rosanna Rubino
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 17 marzo 2016
Pagine: 256
Prezzo: 16 €
Editore: Fazi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota


Rosanna Rubino – Nata a Napoli, vive a Milano. Architetto, specialista in marketing e comunicazione, consulente nel settore real estate, ha collaborato con il Politecnico di Milano, la Comunità Europea e l’Istituto Europeo di Design. Ha esordito nel 2013 con il romanzo Tony Tormenta (Fanucci), ottenendo un grande successo di critica. È mamma di Sophie, una bimba di sei anni.

“La metà di niente” di Catherine Dunne

Piano, piano. Ogni giorno ha la sua pena.
Quanto basta per arrivare a sera.

 

905678_10207890042120358_2692007786149954239_oCapita molto spesso di partire prevenuti, quando si comincia un nuovo libro, ma che poi la lettura si riveli piacevole. È quanto è successo a me con La metà di niente (titolo originale In the beginning), romanzo del 1997 ed esordio dell’autrice irlandese Catherine Dunne, che ho avuto tramite uno dei miei scambi e ho iniziato perché “ho letto troppi libri belli di fila, magari adesso ne posso prendere uno incerto”. In realtà non mi è sembrato un libro meraviglioso, ma di certo non è brutto: l’ho trovato gradevole e direi che è abbastanza.

Rose Holden è una casalinga irlandese di circa quarant’anni che una mattina, mentre sta preparando la colazione per tutta la famiglia, vede entrare in cucina suo marito Ben che, con una valigia in mano, le dice che non la ama più, che sta partendo per circa due settimane ma che pensa che la rottura sarà definitiva. A quel punto il mondo di Rose, fatto di stabilità economica, routine quotidiana, educazione dei figli e pulizia della casa, crolla e la donna capisce che, mentre per anni ha fatto da contorno alla vita di Ben sacrificando tutto, adesso è lei che deve prendere le redini della famiglia e scopre anche di esserne capace. Innanzitutto trova un grande alleato in Damien, il figlio maggiore che ha diciassette anni, un ragazzo che capisce le difficoltà della madre e si comporta da adulto, aiutandola quasi a prendere il posto del padre (per cui provava anche un leggerlo odio). I più piccoli, Brian e Lisa, inizialmente reagiscono male: il maschietto si chiude in se stesso, diventa scontroso e problematico; la femmina invece precipita nella paura di perdere anche sua madre (quando da scuola chiede all’insegnante di chiamare a casa e non risponde nessuno, la bambina è terrorizzata che anche la mamma l’abbia abbandonata).

Rose cresce, ogni giorno fa un passo avanti e conquista la propria indipendenza. Sfruttando la sua grande abilità in cucina si trova un lavoro come fornitore di focacce, quiche e prodotti da forno fatti in casa per il ristorantino di una conoscente; si preoccupa di cercare un avvocato e farsi aiutare a fare il punto della sua situazione; inizia ad odiare l’uomo che l’ha abbandonata e a capire che ha sempre fatto quello che voleva lui e che gliene ha perdonate troppe; scopre che la vita non è tutta pulizia, accompagnare i figli a scuola e stare in casa perché a Ben non piace uscire con altre coppie di amici, ma che c’è spazio anche per le amicizie vere; ma la cosa più importante è che adesso c’è Rose Kelly, non Rose Holden col cognome del marito. E così quando lui si fa vivo e crede di essere il centro del mondo, l’unico dal quale dipende la rottura o la riparazione del matrimonio, non trova la donna che ha lasciato due settimane prima: Rose non è disposta a lasciar decidere lui, lei non è quella che accetta passivamente le decisioni di uno che pensa che tutto dipenda da lui. E così la nuova vita della protagonista può finalmente cominciare.

Mi è piaciuto molto, in questo libro, il fatto che il “trauma” venga presentato immediatamente, nella prima pagina, è un inizio forte che dà una scossa al lettore. Ed è molto interessante anche il racconto di questa crescita che avviene giorno per giorno, alternando momenti del presente a momenti del passato in cui Rose ha conosciuto e poi sposato Ben; questi flashback aiutano moltissimo a capire da cosa sia nato il rapporto che i due hanno creato e portato avanti nel tempo, sembra che non ci sia mai stato un sentimento reale, se non una voglia da parte di lui di sistemarsi e creare una famiglia con una ragazza che lo assecondasse in tutto e che si prendesse le colpe quando fosse servito. Detto questo, la parte centrale poteva essere sfoltita perché è ripetitiva: troppo tempo perso in descrizioni della protagonista che cucina, che pensa a nuove pagnotte da portare ai gestori del ristorante, a fare liste di progetti. Sicuramente si potevano risparmiare un po’ di pagine, ma è un romanzo d’esordio e quindi glielo perdoniamo.

I personaggi sono caratterizzati in maniera impeccabile, arriviamo a conoscerli come le nostre tasche. La voce narrante segue i movimenti e i pensieri di Rose la maggior parte del tempo, ma indaga anche negli affari del marito e di Caroline, la moglie di Barry, collega di Ben, e questo ci porta a capire meglio le dinamiche della rottura della coppia. Il personaggio che ho amato più di tutti è Damien, il figlio maggiore, un ragazzo che capisce di essere diventato grande e che quello è il momento per comportarsi da adulto. È il primo a cui Rose dice la verità sul viaggio di Ben, ed è quello che si prende diverse responsabilità, tra cui badare ai fratelli più piccoli, tenerli tranquilli ed essere una spalla per la madre.
Riesce, poi, particolarmente facile immedesimarsi nella protagonista, patire insieme a lei le sofferenze di un abbandono, arrabbiarsi con lei e alla fine trovare la forza per rinascere.

Nonostante non lo abbia trovato un libro che lascia il segno, credo sia comunque un ottimo passatempo e vale la pena leggerlo. Buona lettura!

Titolo: La metà di niente
Autore: Catherine Dunne
Traduzione: Eva Kampmann
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1997
Pagine: 292
Prezzo: 5 €
Editore: Tea (Catalogo Guanda)

Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota


Catherine Dunne è nata a Dublino nel 1954, dove risiede. Ha studiato letteratura inglese e spagnola al Trinity College e ha lavorato come insegnante. Ha cominciato a scrivere dopo la morte del suo secondo figlio, esordendo in campo letterario nel 1997 con il romanzo dal titolo La metà di niente, uscito in Italia nel 1998. Ha pubblicato numerosi romanzi, tutti di grande successo, e ha parallelamente continuato a insegnare presso l’University College, dove tiene corsi di scrittura creativa.

“Bella era bella, morta era morta” di Rosa Mogliasso

Lo sguardo si abbassò rapido sull’ostacolo:
si trattava di un corpo silente e immobile.

Donna.
Bella.
Elegante.
E morta.
Sicuramente morta.
Che fare?

 

12113383_10207878729277544_6960654322939656062_oCome ho scritto giorni fa, non seguo tutte le ultime uscite ma lascio che siano i libri ad arrivare a me, conscia del fatto che prima o poi inevitabilmente lo faranno. Bella era bella, morta era morta è uno di quei libri che ho messo in lista da quando ho saputo della sua uscita (è stato pubblicato a maggio 2015 da NN Editore) e che casualmente qualche giorno fa era in offerta su Amazon a 1,99 €. Che dovevo fare? Lasciarlo lì? Giammai! L’ho acquistato e, non avendo letture in corso in quel momento, mi sono messa a leggerlo il giorno stesso. Questo romanzo di Rosa Mogliasso prende un paio d’ore, se vogliamo essere particolarmente “rilassati” possiamo dire che ci fa passare in allegria un pomeriggio. Ma passiamo alla storia.

Lo scenario è quello di un parco, in cui è ambientato il novanta per cento del romanzo. Tra i cespugli c’è il cadavere di una donna che sembra molto bella ed elegante. A quel punto entrano in azione i nostri eroi personaggi, che passano vicino alla morta ma – ognuno per un motivo diverso – non ne denunciano il ritrovamento. Carlotta è una commessa di Hermes sui trent’anni che è andata lì per far fare al suo cane la passeggiatina del mattino ma quando vede la donna morta tira via il cane e se ne torna a casa; Jacopo e Valentina sono due ragazzini che hanno marinato la scuola per andare a pomiciare nel parco, ma quando lei, terrorizzata, vorrebbe chiamare la polizia (dopo aver vomitato per il turbamento), lui, invece, preferisce non farlo perché nello zaino ha un po’ di marijuana; un uomo mentalmente instabile che vive per strada è convinto che la donna sia quella che un po’ di tempo prima gli aveva regalato un piumone e dei soldi; Alfonso, un pranoterapeuta omosessuale, che prima pensa bene di aiutare l’anima della signora ad andare per la sua strada, ma che poi si ricorda che il suo fidanzato Luigi è in galera e se ne va via per non compromettersi.

Ognuno di questi personaggi ha un motivo per non sporcarsi le mani, perché si sa, anche chi trova il cadavere prima o poi va a finire nell’elenco degli indagati. Tutti passano al cespuglio dove si trova la donna, e anche più di una volta, ma nessuno di loro decide di far qualcosa, tanto sicuramente poi passerà qualcun altro e il giorno dopo leggeranno la notizia che qualcuno l’ha trovata. C’è in loro un piccolo barlume di senso del dovere: ritornano in un secondo momento al parco per vedere se la signora è ancora lì, ma probabilmente poi sarà troppo tardi.
Se devo essere onesta, tutto questo mi ricorda un po’ l’atteggiamento che tutti più o meno adottiamo oggi, fatto di “chissenefrega, se non lo faccio lo farà sicuramente un altro” e di “mi faccio i fatti miei, non voglio guai”, che purtroppo sfocia molto spesso nell’indifferenza più totale. Tutto questo misto alla paura di restare invischiati in qualcosa che non ha niente a che fare con noi ma in cui ci siamo tuffati per puro senso civico.

Ora, la questione era molto semplice: fare finta di niente, richiamare il cane all’ordine, proseguire e leggere la notizia sul giornale. Oppure telefonare al 113 e, magari, ritrovarsi a passare la giornata, che già era cominciata male, in questura.
Decise di proseguire, non era il momento giusto, non poteva davvero affrontare altre forme di stress, lo stress invecchia, imbruttisce e, soprattutto, orrore: ossida!

I personaggi di Rosa Mogliasso hanno dei caratteri ben delineati, portati dall’autrice all’estremo per creare quel senso di ridicolo e grottesco che li contraddistingue tutti, chi per un motivo, chi per un altro, e per far emergere l’ipocrisia e le paure umane di ognuno di noi. Quello che mi è piaciuto di più è sicuramente Alfonso, le cui vicende personali fanno sorridere ma lasciano un retrogusto amaro. Tra tutti, comunque, è difficile capire chi sia l’assassino o se realmente uno di loro possa esserlo. E veniamo adesso al finale che per me è davvero geniale. Ho passato circa due ore a spostare i miei sospetti da un personaggio all’altro, cercando di capire ognuno di loro mentisse, se conoscesse la vittima, se ci fossero dei buchi temporali tra una vicenda e l’altra, se uno dei personaggi secondari potesse entrarci qualcosa. Tempo perso, insomma, perché la spiegazione alla fine, nelle ultime pagine, vi lascerà di stucco. È un escamotage a cui nessuno di noi penserebbe mai e che quindi mi ha stupito molto, non essendo per niente scontato. E poi, be’, ho imparato una cosa nuova, ma capirete solo leggendo Bella era bella, morta era morta, di cui vi lascio le indicazioni per la lettura tipiche di ogni pubblicazione NN.

Questo libro è per chi ama “I soliti ignoti”, per chi cerca la verità in una risata, per chi cammina lungo i fiumi al mattino e si ferma ad ammirare il volo geometricamente perfetto che gli uccelli disegnano nel cielo.

Buona lettura!

Titolo: Bella era bella, morta era morta
Autore: Rosa Mogliasso
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 21 maggio 2015
Pagine: 144
Prezzo: 13 €
Editore: NN Editore

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena


Rosa Mogliasso è nata a Susa e vive a Torino. Laureata in storia e critica del cinema, da alcuni anni si dedica al teatro delle ombre e alla scrittura. Tra i suoi romanzi, tutti pubblicati da Salani, L’assassino qualcosa lascia (Premio Selezione Bancarella 2010), La felicità è un muscolo volontario, L’amore si nutre d’amore, Chi bacia e chi viene baciato. Nel 2015 è tra le autrici dell’antologia noir Il cuore nero delle donne (Guanda).

“Fontamara” di Ignazio Silone

«Quando le leggi del Governo non sono più valide
e quelli che dovrebbero farle rispettare sono i primi a violarle,
allora si torna alla legge del popolo.»

 

silone-fontamara-mondadoriFontamara è il primo e più celebre romanzo dello scrittore e politico abruzzese Ignazio Silone, pseudonimo (ma dagli anni Sessanta anche nome legale) di Secondo Tranquilli. Fu scritto nel 1930 ma venne pubblicato per la prima volta in italiano nel 1933 in Svizzera e arrivò in Italia solo nel 1945, a causa di un contenuto non gradito dal regime fascista. Tra la prima edizione in italiano degli anni Trenta e quella definitiva del 1949 curata da Mondadori ci sono moltissime differenze dovute ai cambiamenti che Silone fece al testo.

Il romanzo fu scritto quando Silone si trovava in esilio ed è uno dei libri con cui l’autore porta avanti il suo impegno politico e civile mediante la letteratura. La storia è ambientata a Fontamara, un paesino nei pressi di Avezzano, nella Marsica, un luogo fittizio che potrebbe essere benissimo un altro e che molti identificano proprio con Pescina, il paese natale di Silone. La storia è raccontata da un narratore che all’inizio ci avverte che, quando una sera è tornato a casa, si sono presentati alla sua porta tre personaggi, Giuvà, sua moglie Matalè e il loro figlio, per comunicargli quanto era successo poco prima. Queste tre persone si alternano nella narrazione che viene fatta in italiano perché venga compresa da tutti, ma – avvisa il narratore – i tre sono dei cafoni, quindi il loro racconto in teoria sarebbe stato fatto nel dialetto del luogo.
Ma chi sono i cafoni? Va detto che la gente che abitava i paesini di campagna, a quel tempo, si divideva in piccoli proprietari, che avevano un pezzo di terra o qualcosa che rappresentasse una piccola rendita, e cafoni, gente che non aveva praticamente nulla a parte un asino o un mulo, viveva del lavoro dei campi e nella più profonda ignoranza. E cafone è uno dei protagonisti del romanzo, Berardo Viola, che rappresenta la rivolta dei cafoni contro i ricchi.

La vicenda, ispirata a fatti realmente accaduti in provincia di Chieti nel 1906, è questa: un giorno si presenta a Fontamara un uomo ricco e ben vestito, il cavalier Pelino, che convince gli abitanti a firmare una carta dicendo loro che “non c’è niente da pagare”. In realtà si scoprirà dopo che con la loro firma i fontamaresi acconsentivano a far deviare il corso del ruscello (che portava l’acqua ai loro orti e al loro paese) verso la città. Allora i cafoni, o meglio le loro mogli, insorgono e vanno a chiedere spiegazioni in città, dove scoprono che tante cose sono cambiate – grazie al fascimo, ma loro non lo sanno – e che non c’è più un sindaco, ma uno che tutti chiamano l’Impresario (il podestà), in quanto è un uomo molto ricco che a Fontamara ha scoperto l’America perché s’è comprato tutto e tutti. Le donne vengono mandate prima da una parte, poi dall’altra e alla fine incontrano l’Impresario che, insieme ad altri personaggi furbi, giocando sull’ignoranza dei fontamaresi, dichiara che tre quarti del fiume saranno diretti verso Fontamara e tre quarti verso la città. Quando, tempo dopo, scoprono l’inganno i fontamaresi chiedono giustizia, e vengono avvisati che l’Impresario potrà beneficiare del flusso del fiume per dieci lustri. Non sapendo che cosa sia un lustro, si mettono tutti l’anima in pace.

Ignazio Silone (Pescina, 1º maggio 1900 – Ginevra, 22 agosto 1978), scrittore, drammaturgo e politico italiano.

Ma Berardo Viola, trentenne turbolento e che si fa sempre giustizia da solo, non è più un ragazzino, vuole andare a Roma a cercare lavoro per sposare la bella Elvira e smetterla di ribellarsi. Vuol fare le cose per bene, ma quando prova ad uscire da Fontamara trova sempre un impedimento: ci vuole la tessera, non si può cercare lavoro fuori, non può fare questo e quest’altro. Il seguito del romanzo è rappresentato dalla battaglia di Berardo e dei Fontamaresi per uscire dalla trappola del fascismo, per non essere vittima dei soprusi e delle violenze.

Tutto il libro è una rappresentazione dello sfruttamento della povera gente negli anni del fascismo, anni in cui squadre di persone con le camicie nere e dei teschi disegnati sopra (che pareva quasi dei morti) si presentavano nei paesini, rubavano quello che volevano e violentavano le donne a loro piacimento. È un romanzo di denuncia in cui spicca la figura di Berardo Viola, l’eroe di Fontamara, un uomo che simboleggia la necessità di passare all’azione, tanto che tutti i compaesani pendono dalle sue labbra e aspettano un suo cenno per muoversi. Berardo è un sogno destinato ad andare in fumo, perché i potenti hanno sempre fatto affidamento sull’ignoranza di un popolo da tenere a bada lasciandolo all’oscuro di tutto ciò che succede nel mondo.

Una breve nota sui personaggi. I loro nomi non sembrano essere scelti a caso: Innocenzo La Legge è il messo incaricato di comunicare in città i nuovi ordinamenti; Don Circostanza è un signore che aiuta e allo stesso tempo spesso inganna i fontamaresi adeguandosi alle circostanze in base alla propria convenienza; Don Abbacchio il prete ricorda il verbo “abbacchiare” (buttare giù, sfinire); Teofilo il sagrestano; Don Carlo Magna è un ricco proprietario.

Come ho già detto, anche se Fontamara è scritto in italiano, la lingua usata si adatta alla povera gente di cui si parla nel libro; ci troviamo, così, di fronte ad un linguaggio semplice e umile, ricco di modi di dire e di frasi ripetute perché sentite dire da altri, come “Ha scoperto l’America!” ripetuta dalla narratrice Matalè che probabilmente non sa nemmeno che cosa sia l’America.
Fontamara è un libro che, come il titolo stesso sembra suggerire, lascia l’amaro in bocca, che trasmette tristezza in particolar modo perché parla di soprusi realmente subiti dal popolo negli anni del fascismo. I cafoni si sono trovati praticamente in trappola perché non hanno mai avuto gli strumenti per ribellarsi o far valere le loro ragioni, se non l’uso della violenza che, però, veniva ugualmente vanificato dalle forze dell’ordine, più potenti ed organizzate dei poveri contadini. Inizialmente ai fontamaresi viene tolta la luce elettrica, in seguito vengono privati dell’acqua per far comodo ad un ricco proprietario che la vuole tutta per sé, poi le loro giornate lavorative vengono pagate una miseria e piano piano vengono spogliati di tutto. Ma, seppur romanzata, è una testimonianza storica e, come tale, credo sia una lettura molto importante che tutti dovremmo fare, quanto meno per conoscere un po’ del nostro passato.

Buona lettura!

Titolo: Fontamara
Autore: Ignazio Silone
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1933
Pagine: 167
Prezzo: 11 €
Editore: Mondadori

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

“La sorella cattiva” di Véronique Ovaldé

11062714_10207815306212007_7374617527551854362_oLa sorella cattiva di Véronique Ovaldé è un altro libro che l’hanno scorso ha riscosso un grandissimo successo e a cui, quindi, io sono arrivata quando è scemata l’euforia collettiva. In realtà, di norma, non sono una persona che va troppo dietro alle ultime uscite o che si lascia trascinare troppo dall’entusiasmo altrui, quindi quando un libro m’intriga mi appunto il titolo sul mio taccuino/wishlist consapevole che sarà questione di tempo prima che quel libro mi trovi. E infatti si è presentata l’occasione: la Ovaldé mi ha trovata e io me la sono letta.

Maria Cristina Väätonen quando aveva diciassette anni approfittò di una borsa di studio per lasciare il suo paesino sperduto tra i boschi del Canada e trasferirsi negli Stati Uniti, scappando da una casa rosa culo dove abitava con una madre bigotta, un padre cronicamente infelice (leggi depresso) e una sorella rimasta all’età mentale di quattordici anni. Oggi Maria Cristina vive a Santa Monica ed è diventata una scrittrice, dopo aver lavorato come assistente del famoso scrittore Rafael Claramunt (con cui ha avuto una storia) e aver lanciato il suo primo romanzo che parla di ciò che ha vissuto in Canada. È lei la sorella cattiva, in quanto è responsabile dello stato mentale della sorella Meena: quando erano adolescenti, M. C. (come la chiama oggi la sua amica Joanne) si è fatta accompagnare da Meena a guardare dei serpenti, ma quella si è spaventata così tanto che è corsa via e ha avuto un incidente che l’ha costretta a rimanere per sempre, dentro di sé, una ragazzina. Un giorno, dopo anni, la madre le chiede di tornare per occuparsi del figlio di Meena e, nonostante in un primo momento lei voglia rifiutare, alla fine accetta e si reca al suo paese natale. Maria Cristina tornerà a fare i conti con una realtà che aveva abbandonato e una vita che le stava troppo stretta, e dovrà tenere a bada i sensi di colpa che hanno fatto di lei una sorella cattiva.

Il libro è una sorta di biografia di Maria Cristina, l’autrice parla di lei come se stesse scrivendo una sorta di documentario. Ci narra di come è arrivata negli Stati Uniti, di ciò che ha dovuto patire a casa sua per colpa di una madre per la quale anche depilarsi le gambe significava inneggiare al diavolo, e di come ha iniziato a conoscere il mondo grazie ad un mentore/seduttore di diversi anni più grande di lei. Ma nessuno può entrare nell’intimo di un personaggio più del personaggio stesso, quindi, essendo una biografia e non un’autobiografia, non riusciamo a svelare i misteri del suo animo, ci fermiamo fino ad un certo punto. Che non è la superficie, perché comunque la Ovaldé scava abbastanza in profondità, ma non fino in fondo.

La storia non viene raccontata in maniera continua dall’inizio alla fine, ma ci troviamo di fronte a spezzoni che non sempre sono messi in ordine cronologico. Ma ciò che forse conta davvero non sono le vicende raccontate nei capitoli, ma quanto non viene detto, quanto sta negli spazi vuoti tra un evento e l’altro. Il fatto che Maria Cristina abbia dentro di sé questo terribile senso di colpa per ciò che ha provocato alla sorella non viene ribadito continuamente, ma l’autrice ce lo fa percepire in ogni momento, ci fa capire che ovunque la protagonista si trovi e qualsiasi cosa stia facendo si comporta come una persona segnata da qualcosa di terribile che le è accaduto molto tempo prima. Quando conosce Claramunt e lui la seduce, quando va a vivere con la stravagante Joanne, quando scrive il suo primo romanzo (soprattutto!), Maria Cristina appare come una persona che avanza con il freno inserito, un piccolo freno che probabilmente lei mette per evitare di creare altri problemi.

Se in un primo momento La sorella cattiva non mi ha entusiasmato, devo dire che piano piano sono riuscita ad entrare nel meccanismo della narrazione di Véronique Ovaldé. Mi sono resa conto che dietro tutti gli eventi, dietro tutti i personaggi che incrociano il suo cammino, c’è sempre la piccola Maria Cristina. Nonostante sia cresciuta e abbia conosciuto il mondo – come mai avrebbe potuto dal suo paesino canadese – forse anche lei è rimasta all’età che aveva quando Meena ebbe l’incidente: adesso è una donna, ma anche quando si mostra forte e dura, si percepisce sempre quella fragilità e quello spaesamento di una ragazzina che lascia la sua casa rosa culo per affrontare il resto del mondo.

Buona lettura!

Titolo: La sorella cattiva
Autore: Véronique Ovaldé
Traduzione:
 Lorenza Pieri
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 265
Prezzo: 15 €
Editore: minimum fax – Leggi un assaggio del libro

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota


Véronique Ovaldé (1972) è autrice di romanzi tradotti in tutto il mondo, tra cui Stanare l’animale, E il mio cuore trasparente e Gli uomini in generale mi piacciono molto, pubblicati in Italia da minimum fax, e Quello che so di Vera Candida e Vivere come gli uccelli, usciti per Ponte alle Grazie.

 

#LeggoNobel | “Troppa felicità” di Alice Munro

12698643_10207658627855146_2402765333191822675_oAlice Munro è una di quegli autori che (credo) mai avrei preso in considerazione se non fosse stato per #LeggoNobel. Sì, questo progetto, insieme ad Elena Tamborrino, è gestito anche da me, quindi potreste obiettare: “Ma perché te lo autoimponi se in altre circostanze non lo avresti mai letto?”. Perché, nonostante io non ami per niente i racconti, lei ha vinto il Nobel per la letteratura nel 2013 perché ritenuta maestra del racconto contemporaneo, quindi un tentativo va fatto. E poi chi lo sa? Magari questi tentativi possono riservare belle sorprese.

E in un certo senso con Troppa felicità è stato così, perché, se in un primo momento sono partita prevenuta aspettandomi racconti smielati di una tipica donna che parla d’amore, mi sono trovata davanti a dieci storie che parlano di donne – ma non solo – le cui vite scorrono tranquille fino a un certo punto ma vengono improvvisamente destabilizzate da qualcosa di più o meno terribile. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di realtà complicate, situazioni estremizzate al fine di impressionare il lettore e colpirlo nel profondo. Un esempio è la prima storia, Dimensioni, che ha come protagonista Doree, una giovane donna sposata con un uomo pazzo e violento che le dà la colpa di tutto, anche dell’atto orribile che lui stesso commetterà per farle del male.

– Sai quando ho chiamato, ieri sera? – disse Lloyd. – Quando ho chiamato, era già successo.
– È stata tutta colpa tua, – disse.

E questo è uno dei racconti che mi hanno impressionata di più perché mi ha ricordato chiaramente molte storie attuali di donne che non riescono a ribellarsi a uomini terribili, che non riescono a venir fuori da certe situazioni o che ci riescono quando forse è troppo tardi. Ma la Munro, nelle sue storie, tocca diversi temi: dall’adulterio in Racconti alla cattiveria insita nell’essere umano in Bambinate, dal rapporto madre-figlio di Buche profonde al modo di seguire le proprie passioni e realizzarsi nella vita di Troppa felicità. E proprio quest’ultimo, che dà il nome all’intera raccolta, è il racconto romanzato della vita di Sof’ja Kovalevskaja, prima donna russa a diventare matematico e fisico e ad ottenere una cattedra universitaria (in Svezia, nel 1889). In un’epoca in cui per le donne era difficile essere indipendenti, Sof’ja per continuare gli studi fuori sposò Vladimir Kovalevskij per convenienza e potè frequentare l’università di Heidelberg (senza il consenso del padre o di un marito una donna non poteva frequentare università europee o laurearsi). Quest’uomo le permise di realizzare il suo sogno, con l’appoggio anche di grandi matematici che per le sue doti la presero sotto la loro ala protettrice.
Credo che questa sia la storia che tra tutte mi sia piaciuta di più, forse perché è dedicata ad un personaggio realmente esistito e che io non conoscevo affatto, una donna che aveva tanto da dare e che è riuscita a farlo quando per tutta la categoria la vita era abbastanza dura.

Bambinate, invece, mi ha fatto molta impressione, perché siamo sempre tutti bravissimi a dire che l’essere umano nasce, per natura, con un cuore puro, ma spesso la vita ci dimostra che non è così. In questo caso si parla di due ragazzine che si accaniscono contro una coetanea con una sorta di ritardo mentale perché provano ribrezzo, quasi schifo nei suoi confronti. È l’atteggiamento di chi non si sa relazionare col diverso e non si sa mettere nei suoi panni. Quindi il comportamento eccessivamente appiccicoso e l’euforia “sgangherata” di una ragazza che vuole solo fare amicizia e dimostrare affetto ad una sua conoscente vengono scambiati per sintomi pietosi e ripugnanti di una malattia che andrebbe debellata.

I bambini, si sa, sono mostruosamente convenzionali, subito pronti a respingere ciò che è sbilenco, mal funzionante, ingestibile.

Non so se leggerò altro di Alice Munro, perchè, come ho già detto, non riesco ad apprezzare al meglio i racconti, ma sicuramente è un’autrice che merita attenzione, lo dimostra il fatto che le sue storie mi abbiano molto colpita (a parte un paio a cui sono rimasta indifferente). Nel frattempo vi comunico che lunedì 21 partiremo con la terza lettura prevista per #LeggoNobel: inizieremo a leggere Lo straniero di Albert Camus. Sarete dei nostri?

Titolo: Troppa felicità
Autore: Alice Munro
Traduzione:
 Susanna Basso
Genere:
 Raccolta di racconti
Anno di pubblicazione:
 2009 (questa edizione 2011)
Pagine: 332
Prezzo: 20 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota