“I gatti non hanno nome” di Rita Indiana

12771532_10207742661355931_8428371878982322797_oLo scorso fine settimana mi sono dedicata alla lettura di un libro che già mesi prima della sua uscita mi aveva incuriosita tantissimo, e non solo perché ci sono di mezzo i gatti, il mio punto debole. Si tratta de I gatti non hanno nome di Rita Indiana, uscito il 18 febbraio per NN editore, che abbiamo conosciuto qualche mese fa a proposito di un altro bel romanzo, Sembrava una felicità di Jenny Offill. In realtà ho altri due romanzi pubblicati da loro che aspettano nell’armadio tra i libri da leggere, me li sono fatti regalare a Natale e ancora non ho potuto metterci mano.

Di solito, quando scrivo una recensione, cerco di riassumere il più brevemente possibile la trama, giusto per non darvi troppe anticipazioni su quello che andrete a scoprire leggendo il libro che vi segnalo, ma questa volta vi confesso che non saprei da dove partire. Andiamo per gradi. C’è una protagonista: un’adolescente sui quattordici anni che lavora come segretaria nella clinica veterinaria di suo zio Fin mentre i suoi genitori hanno deciso di andare allegramente in giro per l’Europa. Questa ragazzina non ha un nome, o meglio, ce l’ha ma l’autrice non lo ritiene un dettaglio da tenere in conto, quindi non ce lo dice. Di lei sappiamo che passa le sue giornate ad annotare su un quaderno – ispirata da gente che incontra, situazioni assurde in cui si trova o letture stravaganti – possibili nomi per un gatto che gironzola per la clinica, ma senza concentrarsi troppo, perché

I gatti non hanno nome, questo lo sanno tutti. Ai cani, invece, qualunque cosa va bene, si buttano lì una o due sillabe a caso e gli rimangono appiccicate con il velcro: Wally, Furia, Pelusa, ecc. Il problema è che senza un nome i gatti non rispondono, e perché mai dovremmo volere un animale che non viene quando lo si chiama? Ci si adatta: diciamo Aníbal, Aprile, Pelusa e i nomi rimbalzano come acqua sul pelo del gatto. Diciamo Merlín, Alba, Jesús e i gatti, come se non li riguardasse, vanno a leccarsi il culo in direzione opposta. Da buttarsi dalla finestra.

La protagonista è un’adolescente che forse è in cerca di se stessa, che prova a capire chi è veramente. Insomma, a quell’età un po’ tutti provano a formarsi una propria identità, no? E i personaggi da cui si trova circondata contribuiscono moltissimo alla sua crescita, personaggi che ad un lettore non avvezzo alla letteratura del Sud America potrebbero sembrare strampalati, ma che uno più cosciente invece trova perfettamente inseriti nel loro contesto. Lo zio Fin Brea, veterinario più interessato al buddhismo che agli animali, che a volte se ne va all’improvviso dalla sua clinica e altre volte sta tutto concentrato a meditare; la zia Celia, una donna di polso, a volte maniaca del controllo, che ha delle scritte al neon che le appaiono sulla fronte quando è parecchio arrabbiata; Radamés, un ragazzo di Haiti che prima lavora come operaio per Celia e poi come assistente di Fin e che ha la voce (dolce?) come uno sciroppo per la tosse; Vita, una compagna di scuola e amica della protagonista (che però nutre per lei un interesse particolare) che viene dall’Italia e ha uno stile di vita un po’ strampalato. Ma quelli che credo siano i più rappresentativi del genere sono sicuramente Armenia e Derecho.

Armenia, la donna delle pulizie, che da bambina aveva un metodo unico – e realisticamente magico – di curare la tubercolosi: metteva un cucchiaio bagnato di alcool nel corpo di un malato disteso ed estirpava il male in forma di vermi, pietre e ricci; poi s’infilava in bocca questo cucchiaio e ingoiava molluschi neri fumanti appena estratti dal seno di una signora, come se fossero biscotti al cioccolato.
Derecho, che aveva abbandonato la scuola e si era interessato così tanto al mestiere di tappezziere che aveva imparato ad usare la macchina da cucire, a regolarne il ritmo e a carpirne i segreti. E ormai non aveva più bisogno di stare lì seduto a filare, per individuare le forbici con cui erano state tagliate le persone e il punto in cui, inevitabilmente, si sarebbero scucite quando fosse arrivata la loro ora.

Lo stile di Rita Indiana è fluido, giovanile e ricchissimo di metafore, con note pop e (citando El País) un fraseggio da poesia di strada. Se all’inizio ci troviamo proiettati in un’atmosfera un po’ polverosa ma familiare, piano piano iniziano a farsi strada le differenze tra il nostro mondo quello sudamericano, di cui non cito autori di rilievo perché non voglio lasciarmi andare a paragoni che potrebbero risultare, a seconda dei gusti, opinabili. Sembra un linguaggio molto semplice, quello usato in questo libro, ma nei fatti non lo è, e ce lo spiega in maniera esaustiva la traduttrice Vittoria Martinetto (che insegna Lingua e Letterature Ispanoamericane all’università di Torino) in una nota del traduttore alla fine del libro. È un linguaggio colloquiale, quello di Rita Indiana, ma l’errore più grande che possiamo fare è pensare che il colloquiale sia la perfetta trascrizione del parlato, invece è qualcosa che viene costruito appositamente per apparire il più naturale possibile; per un traduttore questa è una grande sfida, perché – ve lo assicuro, dato che anch’io ho studiato traduzione – sul colloquiale ci cascano in tanti. La Martinetto, infine, ha seguito le direttive dell’editore, avvicinando il lettore al testo e rendendogli accessibili termini propri della cultura sudamericana.
Detto questo, apprezzo davvero il fatto che NN lasci spazio, alla fine, ad una nota del traduttore (o storie di straordinaria visibilità) perché questi possa uscire allo scoperto e metterci la faccia, quando spesso nemmeno viene citato e, invece, è grazie a lui che il lettore italiano ha la possibilità di leggere un testo straniero.

Vi lascio, infine, le indicazioni che lo stesso editore riporta sulla quarta di copertina, dei consigli per il lettore ideale de I gatti non hanno nome.

Questo libro è per chi adora raccontare le storie cambiando di volta in volta il finale, per Zazie, che non ha mai preso il metrò, per chi vorrebbe avere i capelli profumati al gelsomino, e per chi ha capito che niente dura per sempre ma si ostina a chiudere gli occhi per veder apparire le stelle sotto le palpebre.

Buona lettura!

Titolo: I gatti non hanno nome
Autore: Rita Indiana
Traduzione:
 Vittoria Martinetto
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 18 febbraio 2016
Pagine: 176
Prezzo: 16 €
Editore: NN

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota


Rita Indiana è nata nel 1977 a Santo Domingo. Figura chiave della letteratura caraibica contemporanea e leader della band di merengue alternativo Rita Indiana y los Misterios, ha scritto romanzi e racconti, tradotti negli Usa, tra cui Ruminantes, Ciencia succión e Papi (di prossima pubblicazione per NNE). Blogger, conduttrice radiofonica, Rita è attivista del movimento per i diritti lbgt.

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7 pensieri su ““I gatti non hanno nome” di Rita Indiana

  1. Bruna Athena ha detto:

    Come sai, anche a me attira da quando, a dicembre, allo stand di NN ho visto che sarebbe stato pubblicato a febbraio. Devo ancora procurarmelo, ma lo farò presto 🙂

  2. Elisa ha detto:

    Io sono follemente innamorata dei consigli per il lettore ideale che scrive NN. Mi fanno sempre venire una voglia matta di leggere il libro.

    I gatti non hanno nome mi è piaciuto molto! Ci ho ritrovato tutto quello che amo della letteratura sudamericana, unito a una nota di novità e freschezza di cui la letteratura di quei luoghi ha bisogno.

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