In breve: “L’offesa” di Ricardo Menéndez Salmón

Eccolo lì, pensò allora,
il mondo esattamente com’era il 2 gennaio 1941;
il mondo con i suoi odori, i suoi sapori e la sua consistenza;
il mondo perduto prima dell’orrore,
il mondo perduto della belva bionda.

 

succulenteIo sono una che i consigli di lettura qui li dà, ma raramente li accetta da altri, più che altro perché ho sempre un numero infinito di libri impilati che aspettano di essere letti e se ne aggiungo di nuovi devono essere veramente validi. Comunque, un paio d’anni fa mi è capitato di leggere una recensione bellissima di un libro dello spagnolo Ricardo Menéndez Salmón, L’offesa, pubblicato per la prima volta nel 2007 e uscito in Italia l’anno successivo con Marcos y Marcos, una casa editrice con cui purtroppo ho un rapporto strano: non mi capita di leggerne molti e quelli che leggo non mi fanno impazzire. Ma sicuramente devo trovare il libro che fa per me. Comunque, di questo romanzo vi parlo in breve proprio perché non mi è piaciuto, quindi non ho moltissimo da dire.

La storia è questa: Kurt Crüwell è un giovane sarto tedesco, che nel 1939 viene chiamato alle armi perché è scoppiata la guerra. Per lui non si tratta di un’esperienza troppo traumatica perché viene impiegato come autista dell’ufficiale Löwitsch, ma quando, due anni dopo, alcuni suoi compagni vengono assassinati, l’ufficiale decide di vendicare questo massacro con un altro massacro: con Kurt e altri soldati va in un piccolo villaggio francese, rinchiude novantacinque persone in una chiesa e appicca il fuoco. Questa scena sconvolge Kurt a tal punto che perderà la capacità di provare sentimenti e viene mandato in Bretagna, dove verrà curato dal dottor Lasalle e dall’infermiera Ermelinde. Quando arriveranno dei partigiani in ospedale per fare una carneficina, Lasalle darà il suo passaporto a Kurt e lo aiuterà a fuggire con Ermelinde. Kurt, spacciandosi per Lasalle, inizia una nuova vita con la ragazza, e apparentemente è guarito, ma succederà qualcosa che sconvolgerà definitivamente la sua esistenza.

L’idea di questo libro è molto interessante e io ho voluto leggerlo perché mi piacciono le storie che hanno a che fare con la seconda guerra mondiale o comunque sono ambientate in quel periodo. Purtroppo le mie aspettative sono state disattese e ho letto un libro noioso, che non mi ha coinvolta più di tanto. Mi sono mangiata le mani perché percepivo che la storia, dietro le parole, era bella, ma le parole usate per raccontarla, appunto, non le rendevano giustizia. Ogni tanto s’intravede un barlume di patos, specialmente quando all’inizio Kurt ha una storia con una ragazza ebrea e capisce che non la rivedrà mai più.

Ad averlo saputo, che era l’ultima volta che vedeva la dattilografa viva, forse Kurt si sarebbe girato a guardarla dal portone.
Perché Rachel Pinkus stava per essere divorata dall’orrido mostro della storia.
Era ebrea.

Nemmeno alla fine, quando al protagonista capita qualcosa di incredibile che lo farà crollare, si sente davvero la sua sofferenza; c’è la descrizione dello sconvolgimento, ma non mi ha colpito, non mi ha fatta sentire parte della storia e non mi ha permesso di condividere il suo stato d’animo, cosa che un libro veramente bello di solito fa.
Detto questo, devo però ribadire che quando un libro a me non piace non è detto che non piaccia neanche a voi, e soprattutto una mia recensione negativa non significa che “non dovete leggere quel libro”. Magari l’ho letto in un momento sbagliato, con poca attenzione, o ci possono essere tanti altri fattori. Meditate e… buona lettura, qualsiasi cosa decidiate di leggere!

Titolo: L’offesa
Autore: Ricardo Menéndez Salmón
Traduzione:
 Claudia Tarolo
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2007
Pagine: 152
Prezzo: 13,50 €
Editore: Marcos y Marcos

Giudizio personale: spienasmezzasvuotasvuotasvuota

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“Le cose dell’orologio” di Mario Borghi

Nessuno si è accorto che il mondo,
per l’ennesima 
volta, si è capovolto,
e tutti gli orologi stanno 
marciando al contrario.

7843380Un giorno, all’improvviso, la routine di una piccola stazione ferroviaria viene interrotta da un fatto pressoché assurdo: è stato rubato l’orologio, quello stesso orologio che aveva segnato momenti importanti delle vite dei cittadini, arrivi, partenze, saluti, ultimi baci. È proprio sparito, ma chi sarà il ladro? Il capostazione e il sindaco si mettono alla ricerca del possibile colpevole insieme alle forze dell’ordine, con l’intervento non richiesto della signorina Piccionetti, una donna che più sta in mezzo e più felice sembra essere. Una bambina di terza elementare addirittura scrive un tema commovente sulla scomparsa di quest’orologio così caro a tutti e lo invia al Presidente del Consiglio. Insomma, è una faccenda seria, roba che dovrebbe perfino arrivare in televisione.

Ma parallelamente a questa storia, Mario Borghi ce ne racconta un’altra, quella del ladro, un ragazzo che a volte ruba le cose semplicemente perché ne ha voglia (e probabilmente perché vuol vedere l’effetto che provoca nelle persone) e che tiene l’orologio sul soppalco del proprio loft. L’unica a saperlo, oltre il giovane, è Anna, la tipa delle pulizie, una ragazza un po’ fuori di testa che organizza nel loft feste immaginarie, con amici immaginari e stuzzichini immaginari. Ma si fa i fatti suoi.

Vide l’orologio, ma non si scompose. Tra noi vigeva un tacito accordo: lei vedeva e taceva, io sapevo e tacevo.

Le cose dell’orologio è una storia grottesca in cui si muovono personaggi comuni ma sopra le righe, con caratteristiche volutamente esagerate, come ad esempio la signorina Piccionetti, estremamente battagliera, che crea comitati, sottocomitati e ficca il naso in qualsiasi faccenda che riguardi il paese.
Il fatto che fin dall’inizio il lettore sappia chi è il ladro non rappresenta una grande rivelazione, perché il romanzo prenderà tutt’altra piega. Come le lancette dell’orologio, ad un certo punto, cominceranno a fermarsi e a girare al contrario, anche il senso della giustizia andrà dalla parte sbagliata. Borghi usa come pretesto il furto dell’orologio di una stazioncina di paese per fare le sue considerazioni sul mondo attuale e lasciare qua e là qualche pillola di filosofia spicciola.

Il finale mi ha ricordato un po’ qualche romanzo di Camilleri in cui, dopo il misfatto, l’importante sembra essere trovare un colpevole e non “il” colpevole, non per forza perché la verità sia scomoda per qualcuno ma, più che altro, per inettitudine di chi porta avanti le indagini. La ricerca del ladro diventa ancora più difficoltosa perché il ragazzo, oltre che stare attento a non farsi scoprire, deve fare i conti anche con altri pasticci combinati nel suo passato, con le questioni che ha da regolare con altra gente. Il mistero, quindi, nonostante la confessione del ladro rivolta solo a noi lettori, si risolve per tutti gli altri personaggi praticamente da solo, nel modo più comodo per tutti, ché poi è quello l’importante: serve una soluzione che faccia contenti tutti, come riconosce anche  Gaia Conventi, blogger e autrice, nella sua prefazione.

Le cose dell’orologio è un noir ironico e fresco ma per niente banale, che dietro un fatto grottesco nasconde tantissimi spunti di riflessione. Buona lettura!

Valutate bene se e come fidarvi delle apparenze, anche se tutto questo potrebbe essere, più o meno, successo. Più più che meno.

Titolo: Le cose dell’orologio
Autore: Mario Borghi (prefazione di Gaia Conventi)
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 febbraio 2016
Pagine: 112
Prezzo: 11 €

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza


Mario Borghi (1964) è nato a Sanremo ma vive a Sassari. Dopo alcuni testi teatrali, nel febbraio del 2016 ha pubblicato il suo primo romanzo, Le cose dell’orologio. Nella vita, oltre a scrivere e a gestire il blog Diario di un cialtrone, si occupa di servizi editoriali con PB Servizi Editoriali.

Domenica 24 aprile alle 11 Davide Longo a Palermo presenta “Maestro Utrecht”

Cari amici lettori, oggi scrivo molto velocemente per informarvi di un evento che avrà luogo domani a Palermo e che vede come protagonista un libro di cui abbiamo parlato pochissimo tempo fa qui su La Biblioteca di Babele e che è stato scelto come libro del mese del circolo di lettura Modusclub. Vi riporto il comunicato dell’evento stesso organizzato dalla libreria ModusVivendi di Palermo, che io frequento abbastanza spesso e molto volentieri perché è molto attiva in città per quanto riguarda l’interazione tra libri, autori e pubblico. Avrò il piacere, domani, di presentare insieme a delle compagne di avventura Davide Longo, autore di Maestro Utrecht.

Una grande colazione con Davide Longo, autore di “Maestro Utrecht” (NN editore). Con l’autore discutono Valentina Accardi, Francesca Maccani e Daniela Mauceri. Letture di Silvia Vitali.

Dalle 9,30 colazione con caffé biscotti e quotidiani a disposizione.

Alle 10,30 incontro con Angelo Di Liberto, fondatore di Billy il vizio di leggere, su “Modus legendi”.

Alle 11 presentazione+modusclub su “Maestro Utrecht”. Sarà presente l’autore.

Maestro Utrecht parla ai bambini, conosce gli alberi, disegna gli uccelli e si muove a piedi di paese in paese. Lascia deboli tracce del suo passaggio, come in filigrana, e anche il suo corpo diventa sempre più esile.
Davide Longo è a Utrecht quando si imbatte nella storia di Stefano M***, un italiano trovato morto sotto il ponte dell’autostrada, un mucchietto d’ossa del peso di dieci chili. Nessuno si presenta al suo funerale, ma un poeta del luogo scrive per lui un elogio funebre ricevendo in risposta una mail di ringraziamento anonima, forse da una donna. Maestro Utrecht e Stefano M*** sono gli specchi del racconto di una vita. Il romanzo di Davide Longo ci accompagna in un viaggio alle radici di una storia e della sua scrittura.

“Gli uomini sono misteri. I misteri, che crescono nelle vite, sono storie. Spesso le storie sono indagini geografiche. Un uomo indaga su un uomo, uno scrittore insegue la storia di un maestro fra Nord Italia e Olanda. Alla fine, il racconto svela più cose su colui che indaga che sul fantasma oggetto dell’indagine”. Gian Luca Favetto

Davide Longo è nato a Carmagnola nel 1971 e vive a Torino dove insegna scrittura presso la Scuola Holden. Scrittore, regista di documentari, autore di testi teatrali, radiofonici e per bambini, nel 2001 è uscito il suo primo romanzo Un mattino a Irgalem (Marcos y Marcos). A questo sono seguiti Il mangiatore di pietre (Marcos y Marcos), L’uomo verticale (Fandango), Ballata di un amore italiano e Il caso Bramard (Feltrinelli).

Sponsor tecnici:
Vini Tasca D’Almerita
The Hotel Sphere – Hotel Plaza Opéra e Hotel Principe di Villafranca

“Il professore” di Charlotte Brontë

Metterò una tazza sotto questo continuo stillicidio;
resterà lì ferma immobile.
Quando sarà piena, traboccherà, nel frattempo pazienza.

 

il-professore-683x1024Qualche giorno fa, il 14 aprile, Fazi ha pubblicato, in occasione dei duecento anni dalla nascita della grande autrice inglese, Il professore, primo romanzo di Charlotte Brontë che uscì postumo nel 1857. Il libro, già edito nel 1961 dalla casa editrice Capitol con il titolo Quel dolce sorriso (non chiedetemi perché), torna adesso con una nuova traduzione più attuale che però non offende il linguaggio di un’epoca ormai lontana. Io l’ho letto molto velocemente perché, non l’ho mai nascosto, sono una grande amante della letteratura inglese, soprattutto di quella dell’Ottocento e, come volevasi dimostrare, l’ho trovato magnifico.

Il giovane William Crimsworth ha la possibilità di diventare un ecclesiastico ed assicurarsi una rendita, ma dato che non è quello che vuole rifiuta la proposta dello zio, il quale gli toglie anche la possibilità di accedere al patrimonio di famiglia. Incontra quindi il ricco fratello Edward, l’unico parente che gli è rimasto dopo aver terminato gli studi in collegio, ma tra i due non corre affatto buon sangue. Edward è un uomo spregevole, però accetta di assumere William come contabile nella sua azienda nello Yorkshire, rendendolo soggetto a continue umiliazioni. Un giovane dell’alta società, il signor Hunsden, s’interessa a William e, anche se in maniera non troppo gentile, gli fa capire che deve liberarsi da un parente così irrispettoso perché sicuramente troverà di meglio; gli consiglia, quindi, di andare in Belgio dove, grazie ad una sua raccomandazione firmata, incontrerà un signore che lo aiuterà a trovare un nuovo impiego. A Bruxelles diventa professore (da qui il titolo) in un collegio maschile diretto dal signor Pelet, ma la sua fama arriva alle orecchie della signorina Reuter, direttrice della vicinissima scuola femminile, che lo vorrà anche nel suo istituto. Qui conosce Frances Henri, una ragazza molto dotata che per vivere insegna a riparare merletti; s’innamorerà di lei ma le difficoltà che i due dovranno affrontare saranno tantissime.

Come ci tiene a sottolineare la stessa Charlotte Brontë in una breve introduzione, Il professore è il suo primo romanzo, ma lei non era affatto inesperta, la sua mano si esercitava già da anni, e direi che, leggendo questo libro, si avverte in maniera molto forte che non è stato scritto da una novellina. Anche qui, come ad esempio in Jane Eyre, il protagonista è una persona che non ha grandi mezzi e che tenta, con grandi sforzi, di migliorare la propria condizione sociale nel più onesto dei modi. A William serve solo una piccola spinta, che gli arriva dal signor Hunsden, il personaggio – a mio parere – più bello del romanzo: un uomo estremamente sincero ed estremamente buono che maschera queste sue belle qualità comportandosi da pungente provocatore.

Si preparava a recitare la parte del vero gentiluomo, anche perché in effetti nell’intimo lo era davvero, nonostante il rude guscio che gli piaceva indossare come fosse un soprabito.

William deve molto a Yorke Hunsden, perché probabilmente è l’unica persona (prima di Frances) che abbia realmente voluto il suo bene: gli consiglia di fuggire dalle grinfie di un fratello invidioso e cattivo, gli fornisce diverse raccomandazioni, quando Edward si trova in ristrettezze e vende la casa e tutto ciò che contiene lui acquista il ritratto di sua madre e lo regala al ragazzo. E sarà comunque una presenza importante anche quando a William le cose andranno meglio.

È normale che in un romanzo in cui c’è un eroe che deve riscattarsi e crescere socialmente ci siano tanti personaggi che vogliono mettergli i bastoni fra le ruote. Una è la signorina Reuter, la direttrice della scuola femminile, che lo fa innamorare per metterlo in ridicolo, perché poi William scoprirà che è legata da tempo al signor Pelet con cui si sposerà. Quando il ragazzo non la degna più di attenzione perché si sente offeso e perché si è pure innamorato di Frances, lei licenzia la ragazza dalla scuola e si rifiuta di comunicargli il suo indirizzo perché gli sia impossibile rintracciarla.
Per quanto riguarda Frances, invece, è una ragazza orgogliosa (ma in senso buono), volenterosa, gran lavoratrice e con una gran voglia di imparare perché sa che con una buona istruzione le cose per lei saranno molto più facili. Ha grandi progetti e con grande impegno li vuole realizzare. Caratterialmente è timida ma quando un argomento le interessa s’infiamma facilmente per vergognarsi e arrossire un attimo dopo. Probabilmente è la tipica ragazza dell’epoca, il cui comportamento stride molto con quello delle ragazze di oggi. Per questo forse potrebbe sembrare un po’ troppo arrendevole, anche se può essere per una questione di mezzi (non osa perché non può).

Ne Il professore c’è un continuo scontro tra la cultura inglese e quella francese/belga. William lascia lo Yorkshire e s’immerge in un mondo francofono in cui la sua occupazione è quella di insegnare inglese ai giovani. Per questo ci sono diversi dialoghi in francese con traduzione nelle note dove la comprensione non risultasse immediata. Il protagonista non rimpiange troppo di aver lasciato la sua terra e lo stesso Hunsden non fa altro che dire di vivere in un paese corrotto e sporco. Di contro, Frances è da sempre innamorata dell’Inghilterra e nutre la speranza di trasferirsi in quel paese che ha dato i natali a sua madre.
Vi è anche, in questo romanzo, una profonda critica dell’autrice nei confronti della cultura cattolica, influenzata dalle vicissitudini dei regnanti inglesi di quell’epoca. Ma la cosa più importante da dire è che vi è una componente autobiografica, nel libro in questione: Charlotte Brontë fu docente in Belgio per un certo periodo e s’innamorò del suo maitre. Per questo motivo (anche se con un protagonista maschile) l’autrice riesce a descrivere così bene sentimenti, luoghi e caratteri dei personaggi.

Buona lettura!

Titolo: Il professore
Autore: Charlotte Brontë
Traduzione:
 Martina Rinaldi
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 304
Prezzo: 18 €
Editore: Fazi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

In breve: “Nudi e crudi” di Alan Bennett

«Vi hanno davvero lasciato in mutande»
commentò Croucher, il suo assicuratore.

«No» disse Mr Ransome. «Si sono portati via anche quelle».

 

aaf148babb5180d9243759d907e8ffdc_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyOggi vi parlo brevissimamente di questo piccolo Adelphi che ho letto qualche giorno fa per ingannare il tempo in attesa di cominciare (domani) la nuova avventura di #LeggoNobel con Canetti. Nudi e crudi è un romanzo dell’autore britannico Alan Bennett pubblicato nel 2001, che racconta dello strano furto che i coniugi Ransome, Maurice e Rosemary, subiscono mentre, una sera, si trovano a teatro. Arrivati a casa scoprono che il loro appartamento è stato completamente svaligiato, si sono portati perfino la moquette e la carta igienica, non hanno lasciato nulla. Decidono di chiamare la polizia, che arriva coi suoi tempi e non sembra prenderli sul serio, e successivamente s’imbattono in strani personaggi che permetteranno loro di scoprire se si sia trattato di uno scherzo del destino o della beffa di qualcuno che magari può avercela con Maurice, che di mestiere fa l’avvocato.

Una storia ironica, ma di un’ironia tutta all’inglese, elegante e pungente come solo i britannici sanno essere. La ricerca della refurtiva sembra una sorta di rompicapo che porterà i Ransome su due strade diverse ma parallele: Maurice, sempre sobrio e contrario agli sprechi, cercherà di non buttarsi sull’acquisto compulsivo di ciò che prima non avevano e che ora potrebbero comprare, ma la sua unica passione, quella per la musica, lo porta a concentrarsi unicamente sul desiderio di rinnovare l’impianto stereo; Rosemary invece si accorge che per far contento il marito, nella vita, ha sempre rinunciato a tante cose e che questo furto può rappresentare per lei (e per loro) un modo di riempire la casa, ma anche la nuova esistenza, in maniera diversa. Una delle cose che colpiscono di più i due protagonisti è la rivelazione (audio) della possibilità di amarsi in modi non freddi, la scoperta di una passione che lui, uomo austero e freddo ha sempre allontanato, e che lei, invece, avrebbe desiderato. Insomma, quando non hai più niente e devi ricominciare tutto da capo, il destino ti dà la possibilità di scegliere se ripercorrere le stesse strade o se cambiare tutto e provare qualcosa di diverso. Rosemary cresce, si evolve, e prende il furto come una seconda possibilità che la vita le ha dato, nonostante prima non si fosse mai lamentata di niente ma, anzi, avesse sempre compiaciuto Maurice.

Sulle raffinate note di Mozart, la passione di Mr. Ransome, questo furto e questa situazione grottesca offrono a Bennett l’occasione perfetta per indagare nel rapporto dei protagonisti, nel non detto, nei loro desideri celati e mai esauditi. Si scoprono segreti, si cerca di scavare a fondo dei tabù di una coppia elegante e benestante che forse ha sempre messo da parte certe cose perché “non sta bene”. Ma, dopo le risate che inevitabilmente vi farete, rimarrà il retrogusto amaro della realtà a cui non tutti riescono ad abituarsi.

Vi informo, qualora già non lo sapeste, che Adelphi fino al 15 maggio fa una promozione del 25% sui tascabili, e questo libro lo trovate scontato. Io di Adelphi mi fido e quindi mi sa che metterò da parte una bella scorta di libri.
Buona lettura!

Titolo: Nudi e crudi
Autore: Alan Bennett
Traduzione:
 Giulia Arborio Mella e Claudia Valeria Letizia
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2001
Pagine: 95
Prezzo: 9 €
Editore: Adelphi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

“Premessa per un addio” di Gian Luca Favetto

Una vita è libera e plurale, e anche l’altra lo è.
E questa non è, forse, la premessa per un addio?

 

12916955_10208158944122740_7756426123296024281_oPremessa per un addio è un romanzo di Gian Luca Favetto che uscirà per NN Editore il 21 aprile, la prossima settimana, e che ho avuto la possibilità di leggere in anteprima. Questo libro chiude la serie ViceVersa, una collana inaugurata da Tommaso Pincio col suo Panorama (ma che su questo blog abbiamo conosciuto con Rosa Mogliasso e Davide Longo)  e ideata e accompagnata dallo stesso Favetto. «I Libri ViceVersa sono tessere che formano un disegno da usare a piacere: come uno specchio, una traccia, un catalogo di storie che partono da un vizio o una virtù e arrivano dove il racconto li conduce». Nello specifico, il romanzo di cui parliamo oggi affronta il tema dell’ira.

Tommaso Techel, il protagonista, è un geografo, misura le distanze. In realtà all’inizio si era iscritto a Giurisprudenza, ma poi ha cambiato idea e ha studiato Geografia, perché questa si occupa di uomini più che di montagne e fiumi, di popoli e culture più che di confini, e non ha leggi ma costumi e tradizioni. Dopo aver passato molto tempo a mettere da parte ricordi e accumulare desideri, capisce che è arrivato il momento di dare una svolta alla sua vita e decide di fare un viaggio a New York per ritrovare se stesso, così sale su un aereo con la sua rabbia alla volta degli Stati Uniti. Durante il volo conosce l’elegante Alma Berlin, che ritroverà più avanti. Arrivato a destinazione, trova nella casa in cui alloggia un libro, Foreword for a Farewell, che si porterà dietro nel suo peregrinare per le strade di questa città così grande e in cui lui non è altro che uno straniero fra gli stranieri.

Per vincere la rabbia e il vuoto che la rabbia crea, bisogna dimenticare (…) e per dimenticare bisogna avere un rifugio dove assentarsi prima di ripartire. Il naufragio è fatto, bisogna trovare l’isola dove approdare.

Tommaso ha bisogno di stare per un po’ in un luogo in cui nessuno lo conosca e in cui possa riprendere fiato senza che nessuno si aspetti niente da lui. A New York riuscirà a ritornare alla vita e, grazie anche a Cora, una bellissima donna che lo aiuterà a lasciarsi andare, ripartirà da dove si era fermato.

Già dalla prima pagina di questo romanzo si capisce quanto il protagonista abbia bisogno di staccare la spina, quanto sia stanco del mare e della sua salsedine, come un naufrago, e abbia bisogno di stare per un po’ sulla terraferma. In un turbine di ricordi che gli attraversano la mente, Tommaso analizza la sua vita cercando di capire quali siano gli errori che ha commesso e da cosa debba ripartire: il rapporto con i suoi genitori, con la figlia, il suo lavoro, la voglia di libertà, così forte da quando ha iniziato a sentirsi imprigionato in un’esistenza che ora gli sta stretta.
La storia di Tommaso è intervallata, a tratti, da parti del libro che si porta dietro, un libro la cui lettura sembra essere per lui un rito di purificazione per liberarsi di quella rabbia non sfogata che ha sempre dentro di sé. Gli fa da compagno. Servono a questo i libri, a non sentirsi soli e a essere contemporaneamente in più luoghi, più tempi, più situazioni. Ed è proprio questo libro che in qualche modo lo conduce da Cora, ad abbandonarsi al desiderio. È una meta? È un nuovo punto di partenza? Forse entrambe le cose, perché, come nella geografia studiata dal punto di vista di Tommaso, spesso e volentieri i confini sono abbastanza sfumati.

La mia copia è piena di post-it attaccati praticamente in tutte le pagine, perché trovo che Favetto, lasciandosi guidare dal suo personaggio alla ricerca di se stesso, riesca ad analizzare tanti aspetti della vita e a riassumere in brevi frasi concetti importanti. Ci sono libri in cui non mi va di sottolineare perché mi sembra di rovinarli, soprattutto quando sono freschi di stampa; con quelli più vissuti è un’altra storia. Comunque, questi bei passi cui ho appena accennato non posso citarveli tutti qui perché davvero rischierei di ricopiare tutto il libro, ma sono sicura che, leggendo Premessa per un addio, rimarrete anche voi folgorati dalle parole dell’autore e vi troverete inevitabilmente a riflettere sui rapporti umani e sul rapporto tra l’uomo e i suoi desideri.

Questo libro è per chi ama leggere a voce alta, per chi vorrebbe ballare un valzer alla Grand Central Station, per chi non porta mai l’orologio e sbircia l’ora dove capita, e per chi vorrebbe lasciare andare tutte le domande sull’acqua, come si lasciano andare le illusioni.

Buona lettura!

Titolo: Premessa per un addio
Autore: Gian Luca Favetto
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 21 aprile 2016
Pagine: 190
Prezzo: 13 €
Editore: NN editore

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota


Gian Luca Favetto, scrittore, poeta e giornalista, vive a Torino e collabora con “la Repubblica” e Radio Rai. Tra i suoi libri recenti: Se dico radici dico storie (Laterza), Mappamondi e corsari (Interlinea), La vita non fa rumore (Mondadori) e Il giorno perduto (66thand2nd, con Anthony Cartwright).

#LeggoNobel | “Lo straniero” di Albert Camus

In fondo non c’è idea cui non si finisca per fare l’abitudine.

 

3144077-9788845277634Conoscevo Albert Camus, premio Nobel per la letteratura 1957, già con La peste e L’uomo in rivolta: il primo, anni fa, lo amai tanto, il secondo, abbastanza difficile e filosofico, mi ha confusa fin troppo quando l’ho letto qualche mese fa con il gruppo di lettura Scratchmade gestito da Maria Di Biase. Per la terza “puntata” di #LeggoNobel, che vedeva come protagonista questo grande autore, scelto dal pubblico tramite votazione (era arrivato secondo dopo la Munro nella tripletta proposta), abbiamo scelto di leggere Lo straniero, un libro che, se all’inizio ci ha po’ fatto storcere il naso per il carattere del protagonista, alla fine ha fatto sì che il messaggio di Camus passasse.

Meursault è un uomo di origine francese che vive ad Algeri. La storia comincia con la morte della madre in un’ospizio che si trova fuori città, un luogo che deve raggiungere per partecipare ai funerali. Fin dai primi momenti si capisce quanto Mersault sia indifferente alle emozioni: non gli interessa vedere la madre morta, non prova tristezza, anzi considera l’evento – che dovrebbe essere triste per tutti – come un intoppo, qualcosa che gli impedisce di condurre la sua vita normale. Ma, per fortuna, si tratta solo di pochi giorni, poi potrà tornare a lavorare ad Algeri. Dopo il funerale incontra una sua ex collega, Marie, con cui intreccia una relazione amorosa, anch’essa arida, almeno per lui. Lei lo ama e vorrebbe sposarlo, ma lui prova solo desiderio fisico, nient’altro.
Un giorno si trova, quasi senza accorgerne, a commettere un delitto. Verrà messo in prigione e sottoposto ad un processo (la parte più bella del libro), in cui più che l’omicidio sembra si stia giudicando la sua indifferenza nei confronti del mondo.

Ognuno dei capitoli iniziali di questo romanzo sembra affrontare l’indifferenza di Mersault verso un oggetto diverso. Vediamo che non gli interessa niente della famiglia e nello specifico della morte di sua madre, per lui è solo un contrattempo. Non gli interessa nemmeno l’amicizia, ad esempio con le persone che abitano nel suo palazzo o con i colleghi. L’amore, poi, è qualcosa di sconosciuto: è indicativa la scena in cui Marie gli chiede se la ama e se voglia sposarla e lui risponde che non sa, forse non la ama, ma se vuole possono sposarsi, tanto non è nulla di importante, se glielo chiedesse un’altra lui le direbbe la stessa cosa. Non gli importa nemmeno della vita, la vede come qualcosa di transitorio e insignificante; quando il capo gli propone di trasferirsi lontano per dirigere un nuovo ufficio, lui risponde che in fondo fa lo stesso, qui o lì, che tanto non si cambia mai di vita e tutte le vite si equivalgono. Ma al processo accade qualcosa: mentre tutti, più che l’omicidio commesso, sembrano condannare la sua freddezza, un sentimento emerge dal ghiaccio, e cioè la rabbia. Meursault si arrabbia, è furioso, e questo indica che sotto sotto anche lui deve avere un’anima.

Ciò che è inevitabile nella lettura de Lo straniero è un cambiamento di prospettiva da parte del lettore. Il punto di vista da cui è narrata la storia è quello del protagonista, ma se in un primo momento detestiamo lui e il suo nichilismo, dopo un po’ (circa a metà del romanzo) riusciamo quasi a comprenderlo, a capire le sue ragioni. Non si fa altro che ribadire quanto sia arido dentro, ma chi dice che questo non sia l’unico modo di salvarsi davvero? È consapevole che ogni avvenimento più o meno triste non ha praticamente nessun effetto su un mondo che continuerà sempre ad andare avanti. Ogni cosa brutta verrà dimenticata, ogni crimine verrà superato e ogni pagina verrà voltata. Inevitabilmente. A che serve strepitare tanto, se poi tutti verremo dimenticati? Le emozioni, soprattutto quelle forti, i legami, i sentimenti ci danno l’impressione di vivere davvero la nostra vita, ma secondo me tutti abbiamo pensato almeno una volta che il non provare nulla in un certo senso ci preservi e ci tenga al sicuro dai crolli. Poi magari non riusciamo a farlo, perché questo non è un comportamento che ci possiamo autoimporre di adottare ma, specialmente dopo qualche duro colpo, abbiamo fatto tutti una riflessione del genere.

Forse nemmeno allo stesso Camus piaceva tanto il suo protagonista, oppure sì, chi può saperlo? Fatto sta che Lo straniero è un romanzo geniale che ci permette di vedere le cose da una prospettiva diversa, se ci lasciamo trasportare dalle parole. Perché credo che per capire appieno un libro, e il messaggio che mediante questo un autore vuole trasmettere, ci si debba immergere completamente nella storia, lasciando da parte i giudizi, le antipatie e i preconcetti.
Sono sicura che molti di voi lo avranno letto. Ma mi rivolgo a tutti, anche a chi non lo ha mai letto: che cosa ne pensate di un comportamento del genere? Mi piacerebbe discuterne insieme.

Intanto, se vorrete partecipare alla nostra prossima lettura di gruppo, iscrivetevi all’evento #LeggoNobel: affronteremo seguendo delle tappe Auto da fé di Elias Canetti, premio Nobel per la letteratura 1981. Vi aspettiamo!

Buona lettura!

Titolo: Lo straniero
Autore: Albert Camus
Traduzione:
 Sergio Claudio Perroni (Introduzione di Roberto Saviano)
Genere:
 Romanzo filosofico
Anno di pubblicazione:
 1942 (questa edizione 2015)
Pagine: 157
Prezzo: 12 €
Editore: Bompiani

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena