In breve: “L’offesa” di Ricardo Menéndez Salmón

Eccolo lì, pensò allora,
il mondo esattamente com’era il 2 gennaio 1941;
il mondo con i suoi odori, i suoi sapori e la sua consistenza;
il mondo perduto prima dell’orrore,
il mondo perduto della belva bionda.

 

succulenteIo sono una che i consigli di lettura qui li dà, ma raramente li accetta da altri, più che altro perché ho sempre un numero infinito di libri impilati che aspettano di essere letti e se ne aggiungo di nuovi devono essere veramente validi. Comunque, un paio d’anni fa mi è capitato di leggere una recensione bellissima di un libro dello spagnolo Ricardo Menéndez Salmón, L’offesa, pubblicato per la prima volta nel 2007 e uscito in Italia l’anno successivo con Marcos y Marcos, una casa editrice con cui purtroppo ho un rapporto strano: non mi capita di leggerne molti e quelli che leggo non mi fanno impazzire. Ma sicuramente devo trovare il libro che fa per me. Comunque, di questo romanzo vi parlo in breve proprio perché non mi è piaciuto, quindi non ho moltissimo da dire.

La storia è questa: Kurt Crüwell è un giovane sarto tedesco, che nel 1939 viene chiamato alle armi perché è scoppiata la guerra. Per lui non si tratta di un’esperienza troppo traumatica perché viene impiegato come autista dell’ufficiale Löwitsch, ma quando, due anni dopo, alcuni suoi compagni vengono assassinati, l’ufficiale decide di vendicare questo massacro con un altro massacro: con Kurt e altri soldati va in un piccolo villaggio francese, rinchiude novantacinque persone in una chiesa e appicca il fuoco. Questa scena sconvolge Kurt a tal punto che perderà la capacità di provare sentimenti e viene mandato in Bretagna, dove verrà curato dal dottor Lasalle e dall’infermiera Ermelinde. Quando arriveranno dei partigiani in ospedale per fare una carneficina, Lasalle darà il suo passaporto a Kurt e lo aiuterà a fuggire con Ermelinde. Kurt, spacciandosi per Lasalle, inizia una nuova vita con la ragazza, e apparentemente è guarito, ma succederà qualcosa che sconvolgerà definitivamente la sua esistenza.

L’idea di questo libro è molto interessante e io ho voluto leggerlo perché mi piacciono le storie che hanno a che fare con la seconda guerra mondiale o comunque sono ambientate in quel periodo. Purtroppo le mie aspettative sono state disattese e ho letto un libro noioso, che non mi ha coinvolta più di tanto. Mi sono mangiata le mani perché percepivo che la storia, dietro le parole, era bella, ma le parole usate per raccontarla, appunto, non le rendevano giustizia. Ogni tanto s’intravede un barlume di patos, specialmente quando all’inizio Kurt ha una storia con una ragazza ebrea e capisce che non la rivedrà mai più.

Ad averlo saputo, che era l’ultima volta che vedeva la dattilografa viva, forse Kurt si sarebbe girato a guardarla dal portone.
Perché Rachel Pinkus stava per essere divorata dall’orrido mostro della storia.
Era ebrea.

Nemmeno alla fine, quando al protagonista capita qualcosa di incredibile che lo farà crollare, si sente davvero la sua sofferenza; c’è la descrizione dello sconvolgimento, ma non mi ha colpito, non mi ha fatta sentire parte della storia e non mi ha permesso di condividere il suo stato d’animo, cosa che un libro veramente bello di solito fa.
Detto questo, devo però ribadire che quando un libro a me non piace non è detto che non piaccia neanche a voi, e soprattutto una mia recensione negativa non significa che “non dovete leggere quel libro”. Magari l’ho letto in un momento sbagliato, con poca attenzione, o ci possono essere tanti altri fattori. Meditate e… buona lettura, qualsiasi cosa decidiate di leggere!

Titolo: L’offesa
Autore: Ricardo Menéndez Salmón
Traduzione:
 Claudia Tarolo
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2007
Pagine: 152
Prezzo: 13,50 €
Editore: Marcos y Marcos

Giudizio personale: spienasmezzasvuotasvuotasvuota

“Le cose dell’orologio” di Mario Borghi

Nessuno si è accorto che il mondo,
per l’ennesima 
volta, si è capovolto,
e tutti gli orologi stanno 
marciando al contrario.

7843380Un giorno, all’improvviso, la routine di una piccola stazione ferroviaria viene interrotta da un fatto pressoché assurdo: è stato rubato l’orologio, quello stesso orologio che aveva segnato momenti importanti delle vite dei cittadini, arrivi, partenze, saluti, ultimi baci. È proprio sparito, ma chi sarà il ladro? Il capostazione e il sindaco si mettono alla ricerca del possibile colpevole insieme alle forze dell’ordine, con l’intervento non richiesto della signorina Piccionetti, una donna che più sta in mezzo e più felice sembra essere. Una bambina di terza elementare addirittura scrive un tema commovente sulla scomparsa di quest’orologio così caro a tutti e lo invia al Presidente del Consiglio. Insomma, è una faccenda seria, roba che dovrebbe perfino arrivare in televisione.

Ma parallelamente a questa storia, Mario Borghi ce ne racconta un’altra, quella del ladro, un ragazzo che a volte ruba le cose semplicemente perché ne ha voglia (e probabilmente perché vuol vedere l’effetto che provoca nelle persone) e che tiene l’orologio sul soppalco del proprio loft. L’unica a saperlo, oltre il giovane, è Anna, la tipa delle pulizie, una ragazza un po’ fuori di testa che organizza nel loft feste immaginarie, con amici immaginari e stuzzichini immaginari. Ma si fa i fatti suoi.

Vide l’orologio, ma non si scompose. Tra noi vigeva un tacito accordo: lei vedeva e taceva, io sapevo e tacevo.

Le cose dell’orologio è una storia grottesca in cui si muovono personaggi comuni ma sopra le righe, con caratteristiche volutamente esagerate, come ad esempio la signorina Piccionetti, estremamente battagliera, che crea comitati, sottocomitati e ficca il naso in qualsiasi faccenda che riguardi il paese.
Il fatto che fin dall’inizio il lettore sappia chi è il ladro non rappresenta una grande rivelazione, perché il romanzo prenderà tutt’altra piega. Come le lancette dell’orologio, ad un certo punto, cominceranno a fermarsi e a girare al contrario, anche il senso della giustizia andrà dalla parte sbagliata. Borghi usa come pretesto il furto dell’orologio di una stazioncina di paese per fare le sue considerazioni sul mondo attuale e lasciare qua e là qualche pillola di filosofia spicciola.

Il finale mi ha ricordato un po’ qualche romanzo di Camilleri in cui, dopo il misfatto, l’importante sembra essere trovare un colpevole e non “il” colpevole, non per forza perché la verità sia scomoda per qualcuno ma, più che altro, per inettitudine di chi porta avanti le indagini. La ricerca del ladro diventa ancora più difficoltosa perché il ragazzo, oltre che stare attento a non farsi scoprire, deve fare i conti anche con altri pasticci combinati nel suo passato, con le questioni che ha da regolare con altra gente. Il mistero, quindi, nonostante la confessione del ladro rivolta solo a noi lettori, si risolve per tutti gli altri personaggi praticamente da solo, nel modo più comodo per tutti, ché poi è quello l’importante: serve una soluzione che faccia contenti tutti, come riconosce anche  Gaia Conventi, blogger e autrice, nella sua prefazione.

Le cose dell’orologio è un noir ironico e fresco ma per niente banale, che dietro un fatto grottesco nasconde tantissimi spunti di riflessione. Buona lettura!

Valutate bene se e come fidarvi delle apparenze, anche se tutto questo potrebbe essere, più o meno, successo. Più più che meno.

Titolo: Le cose dell’orologio
Autore: Mario Borghi (prefazione di Gaia Conventi)
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 febbraio 2016
Pagine: 112
Prezzo: 11 €

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza


Mario Borghi (1964) è nato a Sanremo ma vive a Sassari. Dopo alcuni testi teatrali, nel febbraio del 2016 ha pubblicato il suo primo romanzo, Le cose dell’orologio. Nella vita, oltre a scrivere e a gestire il blog Diario di un cialtrone, si occupa di servizi editoriali con PB Servizi Editoriali.

Domenica 24 aprile alle 11 Davide Longo a Palermo presenta “Maestro Utrecht”

Cari amici lettori, oggi scrivo molto velocemente per informarvi di un evento che avrà luogo domani a Palermo e che vede come protagonista un libro di cui abbiamo parlato pochissimo tempo fa qui su La Biblioteca di Babele e che è stato scelto come libro del mese del circolo di lettura Modusclub. Vi riporto il comunicato dell’evento stesso organizzato dalla libreria ModusVivendi di Palermo, che io frequento abbastanza spesso e molto volentieri perché è molto attiva in città per quanto riguarda l’interazione tra libri, autori e pubblico. Avrò il piacere, domani, di presentare insieme a delle compagne di avventura Davide Longo, autore di Maestro Utrecht.

Una grande colazione con Davide Longo, autore di “Maestro Utrecht” (NN editore). Con l’autore discutono Valentina Accardi, Francesca Maccani e Daniela Mauceri. Letture di Silvia Vitali.

Dalle 9,30 colazione con caffé biscotti e quotidiani a disposizione.

Alle 10,30 incontro con Angelo Di Liberto, fondatore di Billy il vizio di leggere, su “Modus legendi”.

Alle 11 presentazione+modusclub su “Maestro Utrecht”. Sarà presente l’autore.

Maestro Utrecht parla ai bambini, conosce gli alberi, disegna gli uccelli e si muove a piedi di paese in paese. Lascia deboli tracce del suo passaggio, come in filigrana, e anche il suo corpo diventa sempre più esile.
Davide Longo è a Utrecht quando si imbatte nella storia di Stefano M***, un italiano trovato morto sotto il ponte dell’autostrada, un mucchietto d’ossa del peso di dieci chili. Nessuno si presenta al suo funerale, ma un poeta del luogo scrive per lui un elogio funebre ricevendo in risposta una mail di ringraziamento anonima, forse da una donna. Maestro Utrecht e Stefano M*** sono gli specchi del racconto di una vita. Il romanzo di Davide Longo ci accompagna in un viaggio alle radici di una storia e della sua scrittura.

“Gli uomini sono misteri. I misteri, che crescono nelle vite, sono storie. Spesso le storie sono indagini geografiche. Un uomo indaga su un uomo, uno scrittore insegue la storia di un maestro fra Nord Italia e Olanda. Alla fine, il racconto svela più cose su colui che indaga che sul fantasma oggetto dell’indagine”. Gian Luca Favetto

Davide Longo è nato a Carmagnola nel 1971 e vive a Torino dove insegna scrittura presso la Scuola Holden. Scrittore, regista di documentari, autore di testi teatrali, radiofonici e per bambini, nel 2001 è uscito il suo primo romanzo Un mattino a Irgalem (Marcos y Marcos). A questo sono seguiti Il mangiatore di pietre (Marcos y Marcos), L’uomo verticale (Fandango), Ballata di un amore italiano e Il caso Bramard (Feltrinelli).

Sponsor tecnici:
Vini Tasca D’Almerita
The Hotel Sphere – Hotel Plaza Opéra e Hotel Principe di Villafranca

“Il professore” di Charlotte Brontë

Metterò una tazza sotto questo continuo stillicidio;
resterà lì ferma immobile.
Quando sarà piena, traboccherà, nel frattempo pazienza.

 

il-professore-683x1024Qualche giorno fa, il 14 aprile, Fazi ha pubblicato, in occasione dei duecento anni dalla nascita della grande autrice inglese, Il professore, primo romanzo di Charlotte Brontë che uscì postumo nel 1857. Il libro, già edito nel 1961 dalla casa editrice Capitol con il titolo Quel dolce sorriso (non chiedetemi perché), torna adesso con una nuova traduzione più attuale che però non offende il linguaggio di un’epoca ormai lontana. Io l’ho letto molto velocemente perché, non l’ho mai nascosto, sono una grande amante della letteratura inglese, soprattutto di quella dell’Ottocento e, come volevasi dimostrare, l’ho trovato magnifico.

Il giovane William Crimsworth ha la possibilità di diventare un ecclesiastico ed assicurarsi una rendita, ma dato che non è quello che vuole rifiuta la proposta dello zio, il quale gli toglie anche la possibilità di accedere al patrimonio di famiglia. Incontra quindi il ricco fratello Edward, l’unico parente che gli è rimasto dopo aver terminato gli studi in collegio, ma tra i due non corre affatto buon sangue. Edward è un uomo spregevole, però accetta di assumere William come contabile nella sua azienda nello Yorkshire, rendendolo soggetto a continue umiliazioni. Un giovane dell’alta società, il signor Hunsden, s’interessa a William e, anche se in maniera non troppo gentile, gli fa capire che deve liberarsi da un parente così irrispettoso perché sicuramente troverà di meglio; gli consiglia, quindi, di andare in Belgio dove, grazie ad una sua raccomandazione firmata, incontrerà un signore che lo aiuterà a trovare un nuovo impiego. A Bruxelles diventa professore (da qui il titolo) in un collegio maschile diretto dal signor Pelet, ma la sua fama arriva alle orecchie della signorina Reuter, direttrice della vicinissima scuola femminile, che lo vorrà anche nel suo istituto. Qui conosce Frances Henri, una ragazza molto dotata che per vivere insegna a riparare merletti; s’innamorerà di lei ma le difficoltà che i due dovranno affrontare saranno tantissime.

Come ci tiene a sottolineare la stessa Charlotte Brontë in una breve introduzione, Il professore è il suo primo romanzo, ma lei non era affatto inesperta, la sua mano si esercitava già da anni, e direi che, leggendo questo libro, si avverte in maniera molto forte che non è stato scritto da una novellina. Anche qui, come ad esempio in Jane Eyre, il protagonista è una persona che non ha grandi mezzi e che tenta, con grandi sforzi, di migliorare la propria condizione sociale nel più onesto dei modi. A William serve solo una piccola spinta, che gli arriva dal signor Hunsden, il personaggio – a mio parere – più bello del romanzo: un uomo estremamente sincero ed estremamente buono che maschera queste sue belle qualità comportandosi da pungente provocatore.

Si preparava a recitare la parte del vero gentiluomo, anche perché in effetti nell’intimo lo era davvero, nonostante il rude guscio che gli piaceva indossare come fosse un soprabito.

William deve molto a Yorke Hunsden, perché probabilmente è l’unica persona (prima di Frances) che abbia realmente voluto il suo bene: gli consiglia di fuggire dalle grinfie di un fratello invidioso e cattivo, gli fornisce diverse raccomandazioni, quando Edward si trova in ristrettezze e vende la casa e tutto ciò che contiene lui acquista il ritratto di sua madre e lo regala al ragazzo. E sarà comunque una presenza importante anche quando a William le cose andranno meglio.

È normale che in un romanzo in cui c’è un eroe che deve riscattarsi e crescere socialmente ci siano tanti personaggi che vogliono mettergli i bastoni fra le ruote. Una è la signorina Reuter, la direttrice della scuola femminile, che lo fa innamorare per metterlo in ridicolo, perché poi William scoprirà che è legata da tempo al signor Pelet con cui si sposerà. Quando il ragazzo non la degna più di attenzione perché si sente offeso e perché si è pure innamorato di Frances, lei licenzia la ragazza dalla scuola e si rifiuta di comunicargli il suo indirizzo perché gli sia impossibile rintracciarla.
Per quanto riguarda Frances, invece, è una ragazza orgogliosa (ma in senso buono), volenterosa, gran lavoratrice e con una gran voglia di imparare perché sa che con una buona istruzione le cose per lei saranno molto più facili. Ha grandi progetti e con grande impegno li vuole realizzare. Caratterialmente è timida ma quando un argomento le interessa s’infiamma facilmente per vergognarsi e arrossire un attimo dopo. Probabilmente è la tipica ragazza dell’epoca, il cui comportamento stride molto con quello delle ragazze di oggi. Per questo forse potrebbe sembrare un po’ troppo arrendevole, anche se può essere per una questione di mezzi (non osa perché non può).

Ne Il professore c’è un continuo scontro tra la cultura inglese e quella francese/belga. William lascia lo Yorkshire e s’immerge in un mondo francofono in cui la sua occupazione è quella di insegnare inglese ai giovani. Per questo ci sono diversi dialoghi in francese con traduzione nelle note dove la comprensione non risultasse immediata. Il protagonista non rimpiange troppo di aver lasciato la sua terra e lo stesso Hunsden non fa altro che dire di vivere in un paese corrotto e sporco. Di contro, Frances è da sempre innamorata dell’Inghilterra e nutre la speranza di trasferirsi in quel paese che ha dato i natali a sua madre.
Vi è anche, in questo romanzo, una profonda critica dell’autrice nei confronti della cultura cattolica, influenzata dalle vicissitudini dei regnanti inglesi di quell’epoca. Ma la cosa più importante da dire è che vi è una componente autobiografica, nel libro in questione: Charlotte Brontë fu docente in Belgio per un certo periodo e s’innamorò del suo maitre. Per questo motivo (anche se con un protagonista maschile) l’autrice riesce a descrivere così bene sentimenti, luoghi e caratteri dei personaggi.

Buona lettura!

Titolo: Il professore
Autore: Charlotte Brontë
Traduzione:
 Martina Rinaldi
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 304
Prezzo: 18 €
Editore: Fazi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza