“Maestro Utrecht” di Davide Longo

Da una parte la persona, dall’altra il personaggio.

 

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Di solito non leggo mai libri di uno stesso autore o editore di seguito, cerco di variare, ma questa volta c’è stata una concatenazione di eventi che mi ha portata a fare una full immersion di NN. Il libro di cui vi parlo oggi, Maestro Utrecht, è stato scelto per il gruppo di lettura della libreria che frequento (la ModusVivendi di Palermo) e l’autore verrà ospitato in un incontro il 24 aprile; per quanto riguarda Kent Haruf, hanno annunciato l’uscita del terzo romanzo della sua trilogia per la prima parte di maggio, così sto recuperando i primi due; infine, ci sarà un altro libro di cui parlerò nei prossimi giorni ma di cui non anticipo nulla.
Faccio questa premessa a scanso di equivoci.

Ma andiamo al dunque. Davide Longo ci presenta la ricostruzione romanzata della vita di un uomo conosciuto (tra tutti gli altri nomi che usa) come Maestro Utrecht, una persona che interagisce molto bene coi bambini, conosce gli alberi, s’intende di uccelli ma li disegna come se avesse quattro anni, e si sposta a piedi da un posto all’altro. L’autore si trova a Utrecht anche per scrivere qualcosa sulla famosa Pace di Utrecht del 1713, quando casualmente viene a sapere della storia di un uomo che viene trovato, qualche mese dopo la morte, sotto un ponte, ridotto ad un mucchietto di ossa di circa dieci chili e con un documento d’identità a brandelli che riporta il nome di Stefano M***. Gli unici a presentarsi al suo funerale sono due rappresentati di un’associazione olandese chiamata Lonely Funeral, che si occupa di dare omaggio a quelle persone di cui nessuno s’interessa o che erano sole al mondo. Longo cerca di andare più a fondo della questione e riesce a risalire al mittente di un’email anonima di ringraziamento che arriva al poeta che ha scritto l’elogio funebre di Stefano; arriva, così, ad una persona che ha conosciuto Stefano e che darà una svolta alle sue ricostruzioni, fino a quel momento ipotetiche.

La frase che ho scelto come primo assaggio del libro riassume sia l’essenza che la struttura di questo piccolo gioiello pubblicato lo scorso febbraio: Davide Longo, intrecciandole, fa incontrare una fiaba con la realtà che si cela dietro di essa (perché dietro la finzione c’è sempre una realtà di riferimento). Così vediamo alternarsi i capitoli in cui l’autore, in prima persona, racconta delle sue ricerche, degli articoli che deve scrivere e delle vicende personali, e i capitoli in cui si va sviluppando il racconto della vita di Maestro Utrecht, un uomo che – seguendo testimonianze e documenti vari – compare in alcuni paesi, scompare per un po’ e misteriosamente riappare altrove lasciando degli spazi vuoti. Maestro Utrecht e Stefano M*** sono due facce della stessa medaglia, un personaggio e una persona, due vite che vanno di pari passo ma vengono osservate da due punti di vista diversi. Ne emerge che il primo è un uomo buono, gentile, innocuo, una specie di bambino mai cresciuto, un fiore (lo definisce l’autore anche se ammette che di solito questo si dice di una donna, ma comunque non sminuisce la sua virilità), e il secondo, invece, è un sognatore, forse un narcolettico, un uomo non troppo legato alle cose materiali e che è sempre disposto ad aiutare gli altri.

La prima parola che insegnava loro era cane. La seconda, pace.
Dovevano scriverla dieci volte al giorno, cinque in corsivo prima di andare a letto e cinque in stampatello appena svegli. Recitarla entrati in classe al posto di «Buongiorno, maestro» e al suono della campanella, invece di «Arrivederci, maestro».
La terza, quarta e quinta erano il proprio nome, viaggio e Utrecht. Poi venivano: cavallo, canale, albero, montagna, Svizzera, uccelli, Germania, antenato, plenipotenziario, musica, Olanda e il verbo essere al presente e al passato remoto. Il verbo avere e volere non hanno bisogno di essere spiegati, diceva, perché, come l’erba cattiva, crescono da soli.

(dall’incipit)

Ma tra la storia di Maestro Utrecht e quella di Stefano viene fuori anche e soprattutto quella dell’autore che, come riconosce Gian Luca Favetto nel suo commento, finisce più per scoprire se stesso che l’uomo su cui indaga. Davide Longo diventa così, suo malgrado, uno dei protagonisti di questo romanzo dai toni poetici che non possiamo leggere senza avere a portata di mano uno strumento che ci permetta, a nostra volta, di fare ricerche. Sì, perché innanzitutto c’è il problema di capire il vero cognome di Stefano M*** che differisce per una sola lettera da quello di un antenato di Maestro Utrecht, il conte Annibale, che a quanto pare intervenne come delegato del ducato di Savoia al congresso di Utrecht (ogni dettaglio è una tessera di un puzzle che Longo tenta di ricostruire). E poi inevitabilmente ogni lettore si chiederà se davvero l’autore sia stato in Olanda, se abbia scritto quegli articoli, se abbia indagato sulla morte di Stefano e se lo stesso Stefano M*** sia mai esistito.

Maestro Utrecht è un libro che ho fatto fatica a non sottolineare quasi per intero per non rovinarlo, ma che ho comunque riempito di post-it perché trovo che sia pieno di perle di saggezza disseminate qua e là. Una delle più interessanti è a mio avviso la metafora della formica tagliafoglie, un animaletto a cui lo stesso Davide Longo si sente di assomigliare. Queste formiche sono «dotate di robuste mandibole e due denti laterali simili alle chele di un granchio» che usano per ritagliare geometricamente grosse foglie, portate infine nelle tane; a differenza di ciò che possiamo pensare, esse non si cibano delle foglie, ma le mettono in un luogo le cui condizioni di clima e luce permettono la proliferazione sulla loro superficie di un fungo, ovvero del loro effettivo cibo. E lo scrittore è un po’ come questa formichina: non sfrutta immediatamente tutto il materiale esperienziale della propria o dell’altrui vita, ma mette tutto in una sorta di cassettino, aspettando che da quei brandelli in decomposizione nascano da sole le storie.

Maestro Utrecht racchiude al suo interno una storia ma anche – passatemi il gioco di parole – la storia di com’è nata questa storia. È un libro in cui la favola e la realtà s’incontrano e si scontrano di continuo.
In attesa di partecipare il 24 aprile all’incontro con l’autore, che sicuramente contribuirà ad arricchire la mia esperienza, vi auguro buona lettura!

Questo libro è per chi conserva biglietti di cinema, teatro e concerti in un cassetto, per chi ama viaggiare a piedi e fermarsi nelle piazze ad ascoltare le voci in sottofondo, per chi gioca a pallaspugna sui muri di casa e per chi crede di aver trovato finalmente il luogo dove vuole restare.

Titolo: Maestro Utrecht
Autore: Davide Longo
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 18 febbraio 2016
Pagine: 156
Prezzo: 13 €
Editore: NN editore

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza


Davide Longo è nato a Carmagnola nel 1971 e vive a Torino dove insegna scrittura presso la Scuola Holden. Scrittore, regista di documentari, autore di testi teatrali, radiofonici e per bambini, nel 2001 è uscito il suo primo romanzo Un mattino a Irgalem (Marcos y Marcos). A questo sono seguiti Il mangiatore di pietre (Marcos y Marcos), L’uomo verticale (Fandango), Ballata di un amore italiano e Il caso Bramard (Feltrinelli).

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