#LeggoNobel | “Auto da fé” di Elias Canetti

13002542_10208232191873888_5425568501244467327_oIl 22 maggio in teoria sarebbe dovuta terminare la lettura di gruppo di #LeggoNobel, ma questa volta il romanzo scelto ha causato un po’ di problemi a tutti, quindi alcuni lo stanno ancora leggendo. Io, nonostante tutto ho finito il libro, anche se con qualche difficoltà, perché Elias Canetti col suo Auto da fé mi ha dato del filo da torcere sia per il linguaggio usato sia per il suo modo di narrare. Il romanzo è bello corposo, quasi 550 pagine, almeno nella mia edizione Adelphi, ma non è stato questo a renderlo difficile. Mi è sembrato pieno di elementi da decifrare, molti dei quali forse non ho nemmeno colto, ma mi consola il fatto di non essere stata l’unica a trovarlo pesante. Nonostante questo, però, sono contenta di averlo letto.

La storia vede come protagonista Kien, uno studioso quarantenne che disprezza i professori ma viene chiamato professore da tutti. Kien ha un appartamento completamente adibito a biblioteca, figuratevi che non ha nemmeno un letto su cui dormire, ma riposa sul divano; non ama avere contatti col mondo, gli interessano solo i suoi libri, di cui peraltro va fiero perché è convinto di avere volumi rari e importantissimi che rendono la sua biblioteca unica al mondo. Ma per difendere e curare questi libri bisogna preoccuparsi pure di trovare una signora che gli faccia le pulizie nel modo giusto, che sappia rispettare il suo tesoro. Assume, così, Therese, una donna sulla cinquantina che sembra essere molto delicata coi libri, così premurosa che alla fine Kien se la sposa. Ma l’uomo non sa a cosa va incontro, perché in realtà Therese è il suo opposto, la donna rappresenta ciò che di peggio si può incontrare nel genere umano, un contenitore di tutte le qualità negative che ci possano essere. Kien in un primo tempo accontenterà ogni sua richiesta, poi comincerà a capire che deve reagire e così i due non faranno altro che scontrarsi violentemente. Sembra che ci sia solo bisogno di qualcuno che arrivi a mettere ordine, prima dell’epilogo che forse è l’unica conclusione possibile.

Era già capitato con gli amici di #LeggoNobel di leggere libri belli ma con personaggi odiosi, come ad esempio Lo straniero di Camus, ma qui la lettura si è rivelata pesante (già dalla seconda delle tre parti) sotto diversi aspetti, primo tra tutti il clima che si respira nella storia, questa follia che aleggia su tutto il romanzo e che ha confuso un po’ tutti. In realtà alla fine di Auto da fé (titolo originale Die Bledung, L’accecamento) c’è un piccolo saggio di Canetti che spiega la nascita del romanzo: l’autore lo ha scritto a circa vent’anni grazie anche ad un soggiorno berlinese che gli permise di conoscere personaggi importanti come Brecht e Kraus, di vedere da vicino la follia umana (alloggiava di fronte lo Steinhof, la città dei pazzi, un ospedale psichiatrico), e di conoscere una padrona di casa molto singolare che gli ha ispirato il personaggio di Therese.

Elias Canetti (Ruse, 25 luglio 1905 – Zurigo, 14 agosto 1994), scrittore, saggista e aforista bulgaro naturalizzato britannico di lingua tedesca, insignito del Nobel per la letteratura nel 1981.

Ma il tema che lo ha ossessionato più è sicuramente quello della massa, della moltitudine, fin dal momento in cui assiste ad una sparatoria in cui alcuni operai vengono uccisi e in seguito gli assassini vengono assolti. Da tutte le zone della città partono cortei di lavoratori che vanno a incendiare il Palazzo di Giustizia, poi la polizia spara e rimangono uccise novanta persone. Là comincia a capire meglio il significato di massa, sente di far parte di qualcosa che è più grande di lui: questo argomento cercherà di svilupparlo in tutto il resto della sua produzione, ma probabilmente il risultato più importante sarà Massa e potere, un’opera di saggistica che oscilla tra filosofia, scienze ed etnologia.
Nel suo saggio alla fine di Auto da fé, Canetti racconta inoltre che un giorno ha visto sulla strada un uomo con degli opuscoletti che urlava disperato che stavano bruciando tutti i fascicoli; l’autore allora ha ribattuto che era meglio che bruciassero i fascicoli piuttosto che le persone, ma quell’uomo i suoi fogli dovevano essere parecchio importanti.

Da qui nacque Kien, l’uomo dei libri, che in una prima versione si chiamava Brand (“incendio”, nome molto evocativo, prefigurava l’epilogo) e poi aveva cambiato nome in Kant; Kien è una delle diverse figure “esagerate, portate all’estremo” che Canetti aveva abbozzato e sulle quali doveva sviluppare dei romanzi: l’Uomo della Verità, il Visionario, il Fanatico Religioso, l’Uomo dei Libri, il Collezionista, lo Scialacquatore, l’Attore e il Nemico della Morte. L’autore aveva il progetto di realizzare una Comédie humaine dei folli, ma non portò a termine l’intero progetto perché l’Uomo dei libri spiccava troppo sugli altri, catturò completamente il suo interesse e nel 1935 si trasformò in Peter Kien, il protagonista di Auto da fé (titolo che l’autore scelse personalmente per varie edizioni tra cui quella italiana).

Parlare di questo libro è abbastanza difficile, non è un libro di facile lettura, quindi se volete leggerlo dovete essere consapevoli di ciò a cui andate incontro. Non preoccupatevi se non vi dovesse piacere, Thomas Mann, quando Canetti gli inviò la prima copia, si rifiutò perfino di leggerlo, forse non gli piaceva nemmeno il titolo. Non piacque nemmeno al regime nazista che lo bandì (non ricevette troppa attenzione fino a quando non fu ripubblicato negli anni Sessanta). Ciononostante, credo sia una lettura che almeno chi si considera un lettore forte debba fare, quindi anche se è stata una faticata ne è proprio valsa la pena!

Buona lettura!

Titolo: Auto da fé
Autore: Elias Canetti
Traduzione:
 Luciano e Bianca Zagari
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1935 (2012 questa edizione)
Pagine: 548
Prezzo: 15 €
Editore: Adelphi – Gli Adelphi
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

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La famosa invasione degli scrittori a Palermo

Anche quest’anno, per la sua quarta edizione, si terrà ad Ivrea il festival letterario “La grande invasione”, che vede protagonisti moltissimi autori famosi a livello internazionale. La novità, però, è che approfittando della loro presenza in Italia si è pensato di dar vita ad una sorta di succursale o spin-off di questo festival a Palermo: è nata così La famosa invasione degli scrittori a Palermo.

Dal 4 all’8 giugno Palermo, grazie alla libreria Modusvivendi, sarà orgogliosa di ospitare Jenny Offill, Catherine Lacey e Jón Kalman Stefánsson. Ecco il minicalendario:

  • Sabato 4 giugno alle ore 18 firmacopie di Jenny Offill col suo nuovo romanzo Le cose che restano (NN editore, trad. Gioia Guerzoni) alla libreria Modusvivendi. Alle 19 presentazione del romanzo con la traduttrice e la giornalista Sara Scarafia all’Hotel Plaza Opéra.
  • Martedì 7 giugno alle ore 18,30 alla Modusvivendi presentazione di Grande come l’universo (Iperborea, trad. Silvia Cosimini) di Jón Kalman Stefánsson. Con l’autore dialoga Concetta Giliberto, docente di Filologia germanica all’Università di Palermo. Interverranno Angelo Agnello e Federico Ferina.
  • Mercoledì 8 giugno alle ore 18,30 alla Modusvivendi Catherine Lacey presenterà Nessuno scompare davvero (BigSur, trad. Teresa Ciuffoletti).

Insomma, direi che vale proprio la pena partecipare!

Foto di Modusvivendi Libreria

“Il più grande uomo scimmia del Pleistocene” di Roy Lewis

Il libro che avete tra le mani è uno dei più
divertenti degli ultimi cinquecentomila anni.

Detto così alla buona è il racconto comico della
scoperta e dell’uso, da parte di una famiglia di uomini
estremamente primitivi, di alcune delle cose più potenti e
spaventose su cui la razza umana abbia mai messo le mani:
il fuoco, la lancia, il matrimonio e così via.

 

13235183_10208457623949549_222527602991344527_oOggi parliamo di un libro che avevo nella mia lista desideri da molto tempo e che è entrato in mio possesso in una maniera molto singolare. Ho partecipato a fine aprile ad un gioco organizzato da Maria Di Biase (del blog Scratchbook, se non la conoscete seguitela perché è proprio brava) in occasione della giornata internazionale del libro, Regaliamo(ci) un libro, in cui ogni partecipante doveva inviare a lei delle liste di 10 libri che avrebbe voluto ricevere, col proprio nome, cognome e indirizzo. Lei, a questo punto, ha fatto gli accoppiamenti e ad ognuno di noi partecipanti qualche giorno dopo è arrivato un libro preso da quella lista, in regalo da una persona che non sapevamo chi fosse, quindi alla fine sono stati una sorpresa sia il libro, sia il mittente. Io ho ricevuto Il più grande uomo scimmia del Pleistocene di Roy Lewis, da parte di una ragazza carinissima che si chiama Adriana e che oltre al libro mi ha mandato un bel bigliettino e una serie di gadget libreschi che mi hanno resa parecchio contenta.

Fatta questa premessa (che non era necessaria, ma a cui tenevo molto sia perché il gioco di Maria mi ha divertita molto, sia perché ho gradito tantissimo il pacchetto che mi ha mandato Adriana), parliamo di questo libro, scritto dall’autore britannico Roy Lewis nel 1960 ed edito in Italia da Adelphi con una traduzione di Carlo Brera. Questo romanzo che si legge in un soffio racconta la storia di un gruppo di uomini scimmia dell’Africa centrale, nella Rift Valley, verso la fine del Pleistocene (la prima delle due epoche del Quaternario, circa 3 milioni di anni fa). Non vorrei sparare castronerie perché non sono esperta del settore, ma i nostri protagonisti dovrebbero essere un gradino più in basso rispetto all’homo sapiens. Comunque, questi personaggi sono molto particolari perché parlano in modo forbito, sanno a che punto dell’evoluzione si trovano, conoscono le glaciazioni, le ere, sanno che se ci sono ancora gli hipparion il Pleistocene non si è ancora concluso, e tante altre cose. Ma il più grande uomo scimmia del Pleistocene è proprio il capo di questa tribù, Edward, un uomo scimmia che vuole essere scienziato, esploratore, inventore e che rappresenta il progresso; infatti scopre il fuoco andandolo a prendere su un vulcano, poi impara a fabbricarlo anche se con qualche difficoltà a contenere la sua potenza, poi inventa l’esogamia (manda i suoi figli a cercarsi le ragazze in un’altra tribù, lasciando stare le proprie sorelle), costruisce armi capendo le caratteristiche di ogni tipo di pietra e di canna o ramo. Insomma, Edward è avanti.

«Il segreto dell’industria moderna è l’uso intelligente dei sottoprodotti» affermava, ma già si accigliava, e di colpo afferrava un bambino piccolo che si muoveva a gattoni, lo sculacciava sonoramente, lo tirava su e aggrediva le mie sorelle: «Quando lo capirete, che a due anni devono già camminare diritti? Vi ripeto che bisogna stroncare la tendenza istintiva a tornare alla locomozione a quattro zampe. Se non perdiamo quel vizio, tutto è perduto! Mani, cervello, tutto! Abbiamo cominciato con la stazione eretta nel lontano Miocene, e se pensate che io tolleri che un branco di ragazzotte neghittose distrugga milioni di anni di progresso, vi sbagliate di grosso. Fate stare in piedi quel marmocchio, signorine, o vi prenderò a legnate sul posteriore; e badate che non scherzo».

Tutto ciò che ho ricevuto insieme al libro.

Contrapposto a lui c’è, però, lo zio Vania, il fratello maggiore di Edward, che di evolversi non ne vuole sapere, lui sta sugli alberi, ha paura del fuoco anche se non gli dispiace scaldarsi un po’ durante l’inverno, e non vuole nemmeno stare in posizione eretta perché gli sembra un abominio. Vania è un reazionario, un conservatore: quando Edward e suo figlio Alexander scoprono il fuoco lui è terrorizzato, dice che quella è colpevole superbia e che dovrebbero stare al loro posto nel percorso dell’evoluzione. E c’è pure un altro fratello, zio Ian, che è un esploratore, gira per il mondo e porta alla sua famiglia notizie di altri clan, delle cose che hanno inventato “all’estero”, ma muore cercando di cavalcare un hipparion.
A raccontare la storia in prima persona, però, è Ernest, uno dei tanti figli di Edward, che riconosce la grandezza di suo padre, i tanti insegnamenti che è riuscito a dare alla sua famiglia durante la sua vita e quasi gli rende omaggio dopo che è morto per uno stupido quanto tragico “errore” durante il collaudo di una sua stessa invenzione.

Ogni capitolo sembra essere dedicato ad un passo avanti dell’uomo durante la sua evoluzione: il fuoco, le armi, le unioni, la difesa personale, la cottura dei cibi e la dieta onnivora, l’allevamento, ecc.. E a quanto pare potrebbe esserci qualche errore dal punto di vista della ricostruzione storica, se vogliamo essere precisi; nella sua presentazione aggiunta nel 1988, infatti, Terry Pratchett scrive che il celebre biologo e naturalista Théodore Monod scrisse per segnalare un paio di errori tecnici, ma precisando che comunque non importava perché «la lettura del libro lo aveva fatto ridere così tanto che era caduto da un cammello nel bel mezzo del Sahara». Quindi Pratchett ci invita a sederci su qualcosa di stabile, prima di leggerlo.
E proprio per lo stile di Lewis (1913-1996), ma anche per i temi seri trattati con grande ironia, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene è un romanzo difficile da inserire in un determinato sottogenere letterario, anche se quello più gettonato sembra la fantascienza. Pubblicato in origine con tre titoli diversi, The evolution man, Once upon an ice age e What we did to father, il romanzo di Roy Lewis è una storia troppo divertente per non essere letta, secondo Fruttero e Lucentini «l’anacronismo a scopi comici è stato usato di frequente in letteratura, ma non ricordiamo esempi più riusciti di questo».

Buona lettura!

Titolo: Il più grande uomo scimmia del Pleistocene
Autore: Roy Lewis
Traduzione:
 Carlo Brera
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 (1960) 2015 questa edizione
Pagine: 178
Prezzo: 10 €
Editore: Adelphi – Gli Adelphi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena


roy-lewisRoy Lewis (Felixstowe, 6 novembre 1913 – 1996) è stato uno scrittore, giornalista ed editore inglese. Ha lavorato molti anni come giornalista per il «Times» e per l’«Economist». Di Lews, oltre a Il più grande uomo scimmia del Pleistocene (apparso per la prima volta nel 1960), Adelphi ha pubblicato La vera storia dell’ultimo re socialista (1993) e Una passeggiata con Mr Gladstone (1995).

“Crepuscolo” di Kent Haruf

Intanto all’esterno della casa, fuori dalla stanza silenziosa
in cui erano seduti, il buio iniziò ad avvolgere le strade.
Presto i lampioni si sarebbero accesi tremolando, sfarfallando,
per illuminare tutti gli angoli di Holt.

 

13198657_10208421007154152_1258669204688872481_oL’aspettavo con ansia e finalmente è arrivato: l’ultimo capitolo della Trilogia della pianura di Kent Haruf, Crepuscolo, è uscito in libreria il 12 maggio scorso, l’ho comprato subito e qualche giorno dopo lo avevo già finito. Chi di voi mi legge già da un po’ avrà presente quel bilancio che faccio a fine dicembre con tutti i libri letti durante l’anno e i più belli segnalati in grassetto; ecco, questi tre di Haruf sicuramente li troverete fra i migliori letti nel 2016 perché questo autore americano è stato davvero una grandissima scoperta per una lettrice come me che non ama i paroloni e l’aggettivazione eccessiva e che adora follemente le storie narrate senza particolari abbellimenti o fronzoli.
[Il mostriciattolo azzurro è un corner bookmark, o segnalibro ad angolo, che mi son fatta da sola in preda ad un raptus creativo la scorsa settimana. In rete trovate tantissimi tutorial per farveli come più vi piacciono.]

In Crepuscolo ritroviamo alcuni dei personaggi che avevamo conosciuto in Canto della pianura che nel frattempo sono andati avanti con le loro vite perché capiamo che da quelle vicende sono passati circa due anni. I fratelli Harold e Raymond McPheron sono sempre alle prese con la loro fattoria e con la vendita dei vitelli; la ragazza che avevano preso in casa, Victoria Roubideaux, ha dato alla luce una bellissima bambina, Katie, e adesso sta per iniziare i corsi all’università a Fort Collins; Tom Guthrie porta avanti la sua storia con Maggie Jones e sembra che tutto vada per il verso giusto; e poi c’è il dottor Martin – sì, il medico di Holt che aveva seguito la gravidanza di Victoria – che ciccia fuori ogni tanto ma sempre per il suo mestiere. Ma Haruf ci presenta storie nuove, come ad esempio quella di DJ, un ragazzino orfano che si prende cura del vecchio nonno; quella di Mary Wells che viene lasciata dal marito, sola con le sue bambine, Emma e Dena; o, infine, quella di Betty e Luther Wallace, con i figli Joy Rae e Richie, che vivono tutti in una roulotte e sono seguiti dall’assistente sociale Rose Tyler in quanto non se la passano proprio benissimo anche a causa dello zio Hoyt.

Queste storie piano piano si vanno intrecciando, dando vita ad una celebrazione della vita che esalta la pienezza dei sentimenti. Lo stile è sempre quello asciutto dell’autore che mi aveva già conquistata con Benedizione, uno stile fatto di frasi brevi, concise in cui ogni parola si trova esattamente nel punto in cui deve stare; ma non ci sono più i toni parecchio drammatici di quel romanzo. Non si tratta di 320 pagine di eventi allegri, beninteso, ma l’atmosfera non è cupa, anzi si avverte la volontà di ogni personaggio di andare avanti con la propria vita senza lasciarsi schiacciare dalle brutte situazioni in cui si viene a trovare. C’è un momento, nello specifico (e non vi posso nemmeno dire quale perché vi rovinerei il piacere della lettura), in cui Haruf ci racconta qualcosa che noi che abbiamo letto Canto della pianura non avremmo mai voluto leggere, una sorta di terribile colpo di scena in negativo davanti al quale, però, i protagonisti della nostra storia si piegano ma non si spezzano, anzi capiscono che bisogna rialzarsi e combattere, senza mai dimenticare, ovviamente.

Leggendo Crepuscolo capita in diversi punti di ritrovarsi con qualche lacrimuccia che tenta di scendere giù, anche per una come me che per commuoversi ha bisogno di roba di un certo spessore (e questo libro lo è). Ma non solo. Vi capiterà di provare emozioni di volta in volta diverse: malinconia, per quanto riguarda Dj, il ragazzino che si occupa del vecchio nonno, cucina, pulisce, va a scuola, fa i compiti e qualche lavoretto per i vicini in cambio di pochi dollari; rabbia, per il comportamento di Hoyt Raines, un uomo che in preda ai fumi dell’alcol e forte di convinzioni sbagliate rende la vita un inferno ai suoi parenti ma anche a se stesso; immensa commozione per i McPheron, soprattutto per quanto riguarda il loro rapporto con Katie, la figlia della loro amata Victoria, che per loro è praticamente una nipotina. E tanto altro.

Victoria aveva preparato la colazione. Portò i piatti di uova e bacon e il pane tostato e imburrato, versò il caffè nelle tazze e tutti sedettero al tavolo in legno di pino della cucina. La bambina allungò le braccia e disse: Nonno, allora Raymond se la mise sulle ginocchia e iniziarono a mangiare.

Questo ad esempio è uno stralcio che per alcuni può non rappresentare nulla di così significativo, ma a me, ve lo confesso, ha sciolto il cuore. E credo sia anche un ottimo esempio dello stile di Kent Haruf, cui ho accennato sopra, come potete vedere la punteggiatura non è eccessiva, apparentemente non c’è niente di speciale, ma le parole, semplici, acquistano un significato profondo nel contesto in cui l’autore le inserisce.

È stato bellissimo tornare per l’ultima volta a Holt e seguire le vicende dei suoi abitanti, molti dei quali già conosciuti e amati nel precedente libro della trilogia. Se non ci siete mai stati, vi consiglio di recarvi al più presto in questa polverosa e fittizia cittadina del Colorado, a pochi chilometri da Denver, in cui conoscerete tante belle e brutte persone che vi faranno piangere ma anche sorridere insieme a loro, persone che farete davvero fatica a dimenticare. Proprio in Crepuscolo, devo dire, la polvere di cui ho parlato nelle precedenti recensioni e che mi aveva colpito così tanto, sembra essere stata spazzata via da un vento gentile, così come il buio che aveva invaso le vite dei personaggi è stato scacciato dalla luce. Insomma, nell’esistenza dei nostri amici di Holt è arrivata una ventata d’aria fresca e di positività, ma per sapere meglio che cosa è capitato loro non vi resta che leggere questi romanzi fantastici di cui quello che vi ho presentato oggi rappresenta, per noi italiani la cconclusione (come ho già detto tempo fa, NN editore ha pubblicato i tre libri della trilogia della pianura in un ordine diverso da quello originale di Haruf).

Questo libro è per chi ama guardare la danza delle candele sul muro, per chi ascolta la “Pastorale” di Beethoven, per chi ricorda quando da bambini ci si arredava una stanza con tutto quello che si trovava in giro, e per chi è rimasto solo, al freddo, per tanto tempo, e oggi ha deciso di rimettersi in gioco e correre il rischio di diventare una persona diversa.

Buona lettura!

Titolo: Crepuscolo
Autore: Kent Haruf
Traduzione:
 Fabio Cremonesi
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 (2004) 12 maggio 2016 con questo editore
Pagine: 320
Prezzo: 18 €
Editore: NN editore

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Lettere sugli scritti e il carattere di Jean-Jacques Rousseau. Riflessioni sul suicidio” di Madame de Staël

13123215_10208345616229426_6919910396632423438_oOggi vi parlerò di un libro a cui ho dovuto dedicare un po’ di tempo in più rispetto agli altri. Me lo sono portato in viaggio una decina di giorni fa, ma sono riuscita a leggere solamente parte dell’introduzione. No, non era un testo da affrontare a singhiozzo, quindi l’ho letto per bene e concluso quando sono rientrata a casa. Non è un romanzo ma un saggio, o meglio, una raccolta di due saggi di Madame de Staël pubblicata da Bibliosofica con una nuova traduzione più moderna di Andrea Inzerillo e a cura (e con un’introduzione) di Livio Ghersi.

Madame de Staël, nata Anne-Louise Germaine Necker, nacque a Parigi il 22 aprile del 1766 e visse in anni molto importanti dal punto di vista storico: vide la Rivoluzione Francese, il periodo del Terrore, il Direttorio, l’ascesa al potere di Napoleone, l’impero napoleonico e poi la restaurazione dei Borbone. Era una persona molto colta, sua madre Suzanne nello specifico teneva a Parigi un salotto frequentato da persone di rilievo in campo letterario, artistico e politico in cui ogni tanto si vedevano personaggi come Diderot; lei, piccolina, stava seduta su uno sgabello accanto alla mamma, e ascoltava attentamente imparando l’arte della conversazione. Non era particolarmente bella, e il fatto stesso che si sposò quasi ventenne era forse un segno del suo aspetto fisico (di solito le ragazze prendevano marito intorno ai sedici anni). Ma se esteriormente non colpiva, interiormente era dotata di grande cultura e capacità critica, caratteristiche che nella vita le causarono qualche problema.

Germaine era prima di tutto una donna e le donne, in quegli anni, non dovevano impicciarsi in ambiti che non erano di loro competenza, come la politica: per questi motivi ebbe un rapporto conflittuale con la madre che invece stava sempre al suo posto. Fu sicuramente una donna diversa dalle altre, perché l’essere nata in una famiglia facoltosa le permise di godere di diversi privilegi, ma era pur sempre una donna. Faceva suo il meglio del pensiero dell’Illuminismo, si sentiva parte della specie umana e credeva nel miglioramento costante dell’umanità, parlava alla Francia e all’Europa ma non venne mai considerata francese per via delle sue origini svizzere.
Napoleone, in particolar modo, fu uno dei più colpiti dalla critica di Madame de Staël, tutto ciò che lei scriveva gli risultava sgradito. Viaggiò molto – anche in Italia, in cui decise di ambientare Corinne ou l’Italie e in cui scrisse un importante contributo Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni – e fu molto perseguitata. Sposò il barone de Staël-Holstein e amò anche altri uomini, nel 1803 fu interdetta da Parigi dove potè ritornare solo dopo la fine dell’impero napoleonico (e dove morì il 14 luglio del 1817).

Bibliosofica ha pubblicato da pochissimo Lettere sugli scritti e il carattere di Jean-Jacques Rousseau. Riflessioni sul suicidio, un volumetto che racchiude due dei tre saggi che Madame de Staël pubblicò con l’editore francese Nicolle appena rientrata a Parigi nel 1816. Il libro, che si propone in primis di far conoscere meglio al pubblico questa figura così importante nel panorama storico-culturale europeo, è curato da Livio Ghersi che con una bella ed esaustiva introduzione ce la fa quasi riscoprire per poi lasciare la parola direttamente a lei al suo pensiero.
In Lettere sugli scritti e il carattere di Jean-Jacques Rousseau ( pubblicate nel 1788, dieci anni dopo la morte di Rousseau) cerca di riabilitare la memoria di questo grande autore che al momento della sua morte, nel 1778, veniva isolato e schernito dagli altri illuministi che davano seguito alla diceria che si fosse suicidato. Diceria a cui la stessa autrice diede credito. Madame de Staël (nome che mantenne anche dopo il divorzio) non ebbe molta fiducia nel pensiero politico di Rousseau ma di sicuro ne riconobbe lo spessore intellettuale.

Rousseau sognava, più che esistere, e i casi della sua vita avvenivano più nella sua mente che fuori di lui.

(…)

Si credeva destinato a soffrire, e non agiva contro il suo destino.

L’altro saggio, Riflessioni sul suicidio, invece, prese spunto da un fatto che aveva richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica: il suicidio del poeta von Kleist e della sua amante Henriette Vogel in Prussia il 21 ottobre 1811. Quando lo scrisse, nel 1812, comunque, si trovava particolarmente incline alla tristezza e molto depressa, stato d’animo che peggiorò ulteriormente quando nel 1813 suo figlio Albert, ufficiale dell’esercito svedese e non ancora ventenne, rimase ucciso in duello. In questo saggio affronta l’atteggiamento dell’essere umano di fronte alla morte, parlando del suicidio come di un atto compiuto da una persona consapevole di quel che fa e fisicamente in grado di realizzare il progetto di darsi la morte, ma è comunque un atto di egoismo, dal momento che il suicida restringe la propria visione del mondo a se stesso e non vede più tutto ciò che gli sta intorno. Questi pensieri rappresentano il frutto di una sorta di crisi mistica dell’autrice, che non fu altro che il riemergere della sua fede religiosa.

Nel mio percorso di studi mi è capitato diverse volte di incontrare qua e là Madame de Staël, specialmente per quanto riguarda il suo articolo sulle traduzioni, ma questo libro mi ha dato la possibilità di conoscerla meglio e credo che sia un ottimo strumento per chiunque volesse accostarsi ad un personaggio così importante e un po’ messo da parte negli ultimi tempi. Ve lo consiglio davvero!

Buona lettura!

Titolo: Lettere sugli scritti e il carattere di Jean-Jacques Rousseau. Riflessioni sul suicidio
Autore: Madame de Staël
Cura e introduzione: Livio Ghersi
Traduzione:
 Andrea Inzerillo
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 168
Prezzo: 12 €
Editore: Bibliosofica

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

“La leggenda di Redenta Tiria” di Salvatore Niffoi

«Chi sei? Perché sei venuta?» domandò Micheli Isoppe.
«Sono la figlia del sole e sono venuta per portare
la luce nel paese delle ombre» rispose Redenta.

 

13123332_10208363535317392_4873888918393594176_oFino a poco tempo fa non avevo mai sentito parlare di Salvatore Niffoi, poi, in uno scambio, mi è stato proposto La leggenda di Redenta Tiria e ho accettato perché la trama m’incuriosiva molto e perché, comunque, tendo sempre a fidarmi degli Adelphi. Pochi giorni dopo averlo ricevuto (potete vedere nella foto che non è esattamente nuovo, seppure in ottime condizioni), me lo sono portato in viaggio e purtroppo l’ho iniziato con un po’ di distrazione in piscina. Arrivata a casa l’ho finito praticamente subito perché mi ha conquistata, ma anche perché rappresentava una sorta di momento di riposo da Canetti che stiamo leggendo con #LeggoNobel e che si sta rivelando abbastanza pesante.

La storia si svolge in tempi attuali (non è indicata l’epoca esatta, ma si parla dei telefonini e di altri oggetti tecnologici) ad Abacrasta, paesino della Sardegna, ed è narrata da Battista Graminzone, ora pensionato, ma in passato impiegato del comune che si occupava di mettere timbri e fare certificati. Il narratore spiega che si è messo piano piano a sfogliare vecchie carte custodite negli archivi e ha pensato bene di raccontare gli strani eventi del suo paese. Lì nessuno moriva mai di vecchiaia, tutti prima o poi sentivano una voce che diceva che il loro tempo era scaduto e dovevano farla finita, così prendevano una corda (le donne) o una cinghia (gli uomini) e s’impiccavano dove potevano. Ma un giorno è arrivata una donna cieca dai capelli di un bel nero corvino, Redenta Tiria, e i suicidi sono improvvisamente cessati.

Niffoi, tramite Battista Graminzone, si limita a raccontare i fatti senza mai arrischiarsi ad interpretarli, così le domande che nascono spontaneamente non trovano mai una risposta se non nelle nostre supposizioni. Chi è Redenta? Che cosa rappresenta? Io direi che Redenta potrebbe essere la speranza, una forza potentissima che combatte l’oscurità che spesso invade il nostro cuore e ci fa venir voglia di mollare. Redenta non vede perché non ha bisogno di vedere, lei è la luce della vita che torna da chi vuole buttare via il dono più bello che gli è stato fatto.

Redenta Tiria è scesa su questa terra per tagliare la lingua alla Voce, per scacciare i ladri di anime.

Il libro è diviso in due parti che potrebbero essere sintetizzate come la morte e la vita: nella prima Battista si presenta e dedica ogni capitolo ad un abitante del paese che si è impiccato, facendoci capire che ha sentito la Voce in un momento di acutissima depressione, un momento in cui non vedeva ragioni valide per cui continuare a vivere; nella seconda, invece, c’è l’arrivo ad Abacrasta di Redenta che in maniera provvidenziale appare a tutti coloro che hanno sentito la Voce per salvarli. A questo punto viene anche da chiedersi: chi o che cosa è la Voce? Ma a questo ognuno di noi potrebbe rispondere in maniera diversa. Se Redenta è la speranza ritrovata, la Voce è la speranza persa, almeno a mio avviso.

Salvatore Niffoi in questo libro scrive in un italiano pieno di incursioni di lingua sarda, cosa che per un non sardo potrebbe risultare un po’ complicata. Alla fine, però, anche se qualche termine non si afferra si comprende il senso globale delle frasi. Confesso di essere rimasta un po’ perplessa perché in queste situazioni ho sempre paura di non cogliere qualcosa di nascosto, magari qualche nome particolarmente evocativo (in sardo) o qualche metafora che essendo siciliana mi è sfuggita. Ad ogni modo si legge facilmente.
Per quanto riguarda il tempo della storia devo dire che mi ha molto colpito il fatto che, per quanto – come ho già scritto – i personaggi si trovino in un’epoca abbastanza attuale di cui sono palesi indicatori i vari oggetti tecnologici citati, si ha sempre l’impressione di essere in un passato fatto di villaggi rurali, di piccoli paesini ancora poco urbanizzati in cui la gente spettegola e mormora alle spalle degli altri. Non sono mai stata in Sardegna e mi piacerebbe molto andarci, prima o poi, però magari ci sono davvero, oggi, delle zone in cui si vive un po’ come una volta, non saprei.

La leggenda di Redenta Tiria è quasi una favola, vi appassionerà sicuramente e vi farà riflettere su molte cose. Buona lettura!

Titolo: La leggenda di Redenta Tiria
Autore: Salvatore Niffoi
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2005
Pagine: 161
Prezzo: 16 €
Editore: Adelphi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza


Salvatore Niffoi (Orani, 1950) è uno scrittore e insegnante italiano. È stato insegnante di scuola media fino al 2006. Si è laureato in lettere a Roma nel 1976, con una tesi sulla poesia in sardo. Scrive il suo primo romanzo, Collodoro, nel 1997, edito dalla casa editrice nuorese Solinas. Nel 1999 inizia il sodalizio con la casa editrice Il Maestrale, con cui ha pubblicato: Il viaggio degli inganni (1999), Il postino di Piracherfa (2000), Cristolu (2001), La sesta ora (2003). I romanzi La leggenda di Redenta Tiria, La vedova scalza e Ritorno a Baraule escono per Adelphi; è proprio con La vedova scalza che ha vinto il Premio Campiello nel 2006. Niffoi è uno dei più popolari scrittori della Nuova letteratura sarda.

#librainstand al SalTo 2016 | Librai di tutta Italia allo stand di Exòrma per adottare un titolo

Anche quest’anno sicuramente molti di voi si recheranno a Salone del libro di Torino, che avrà luogo dal 12 al 16 maggio. Anche a me piacerebbe molto partecipare, ma dalla Sicilia ogni volta è un problema andare ovunque, quindi sono costretta a passare e ad aspettare qualcosa di più vicino. Comunque, oggi non voglio parlarvi delle mie avventure di viaggio, bensì di una bella iniziativa a cui potrete partecipare durante questo grande festival dell’editoria.

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In occasione del Salone Internazionale del Libro di Torino 2016 Exòrma edizioni ospiterà al suo stand (E63, padiglione 1) librai da tutta Italia. Ogni libraio che aderirà all’iniziativa Librai in stand “adotterà” un titolo del catalogo Exòrma da promuovere ai visitatori durante la mezz’ora che passeranno nel nostro stand.

L’iniziativa Librai in stand nasce con l’intento di coinvolgere e dare spazio a tutti coloro che nel proprio lavoro mettono quotidiana passione e professionalità; a tutti i librai che si impegnano nel seguire i lettori non solo negli acquisti di nuovi libri ma soprattutto nella ricerca e nella scoperta. L’iniziativa verrà sostenuta da una campagna social con fotografie e video relative all’iniziativa. A questo proposito verrà utilizzato l’hashtag (#) #Librainstand.

Cliccate qui per visualizzare l’evento Facebook

Qui di seguito alcune delle librerie che aderiscono all’iniziativa: Libreria Pantaleon (Torino), Libreria Modusvivendi (Palermo), Libreria Vicolo Stretto (Catania), Roma Secret Store (Roma), Le notti Bianche (Vigevano), Libreria Roma (Pontedera), Libreria Ubik (Monterotondo), Libreria Ubik (Foggia), Libri e Letture (libreria online). Ma nel frattempo se ne aggiungono di nuove.

A questo proposito ho chiesto a Fabrizio Piazza della libreria Modusvivendi di Palermo quale libro ha deciso di adottare per #librainstand e perché.
Quale?

Né in cielo né in terra – Paolo Morelli (Exòrma, marzo 2016, 240 pp., 14,50 €)

Questo libro, quello che hanno scritto i protagonisti di Né in cielo né in terra, si spaccia per un remake di Fantasmi a Roma, il film del 1961 di Antonio Pietrangeli con Gassman, Mastroianni e De Filippo.
Un ghostwriter sogna di incontrare i suoi amici di gioventù passati a miglior vita i quali, come nel film, cercano di resistere alla speculazione edilizia che vuole cacciarli dal palazzo diroccato di Trastevere dove si sono rifugiati. Per resistere decidono di scrivere un libro con le loro storie, destinato ad avere grande successo secondo loro, e lui nel sogno si ritrova a dare una mano nella stesura. I loro racconti, le loro avventure comiche sono tutti centrati sul fatto che da vivi erano stati cacciati dalle case del rione nelle quali le loro famiglie abitavano da generazioni e sulle conseguenze di quello sradicamento, di quella diaspora. Le loro vicende esilaranti sono un viaggio nell’anima della città, in ciò che la fa sembrare immobile, indistruttibile e la definisce come eterna.

Perché lo hai scelto e perché dovremmo sceglierlo? Un minicommento che non sveli troppo.

Conoscevo Morelli e già mi piaceva il suo modo svagato di raccontare. Con questo ha superato se stesso. Con un finto remake del film Fantasmi a Roma ha messo in scena una commedia che è anche una metafora della scrittura, per definizione divagante e filosofica. Ci si diverte parecchio. Il colpo di fulmine? “C’è una zona qui nella testa che non è né mia né di nessuno, sono sicuro, una specie di steppa a perdita d’occhio”.

Ringrazio Fabrizio e per concludere: buon SalTo 2016 a tutti e in bocca al lupo ad Exòrma per questa iniziativa!