“Canto della pianura” di Kent Haruf

Sullo sfondo scorreva la campagna,
una sorta di campagna onirica
che un vento inesplicabile stava spazzando via.

 

13041347_10208262857000497_6643932393451070714_oMi sono presa un po’ di tempo prima di parlare di Canto della pianura di Kent Haruf perché vi confesso che mi è risultato abbastanza difficile mettere in ordine le idee e le sensazioni che mi ha fatto provare. Non sapevo nemmeno da dove cominciare e probabilmente non lo so nemmeno adesso, quindi vado dove mi porta il cuore.
Mi sono dedicata alla Trilogia della pianura in questi ultimi tempi perché il 12 maggio uscirà ufficialmente per NN Crepuscolo, il terzo ed ultimo volume di questa saga slegata in cui l’unico elemento in comune che hanno i libri di Haruf è il luogo in cui sono ambientate le storie. Dopo Benedizione, sono quindi tornata a Holt con grandi aspettative e con quella tristezza che il romanzo già letto mi aveva lasciato dentro.

Questa volta, però, la mia esperienza è stata molto diversa. Innanzitutto, se nel libro che ho letto prima, si percepiva la vita che andava via (si sa fin dall’inizio che Dad Lewis morirà alla fine dell’estate), in Canto della pianura la vita sboccia: la giovanissima Victoria Roubideaux è rimasta incinta di un ragazzo conosciuto a un ballo e, decidendo di portare a termine la gravidanza e di tenere il bambino, viene buttata fuori di casa da una madre un po’ instabile. Ricordiamoci che Holt è una piccola comunità con dei principi e delle tradizioni da rispettare, un piccolo paese nel Colorado in cui si tende ad allontanare ciò che è diverso o che risulta sbagliato. Ma le persone non sono tutte uguali, c’è una speranza, c’è la bontà, magari nascosta dentro due omoni burberi e solitari. I fratelli McPheron, ormai anziani, hanno una fattoria appena fuori da Holt, e verranno convinti da Maggie Jones ad ospitare Victoria. Non sbaglio se dico che Harold e Raymond sono per me i personaggi più belli di questo libro, perché in un clima di tristezza loro rappresentano la tenerezza: non sanno bene come comportarsi con questa ragazzina, all’inizio stanno zitti, vorrebbero trovare un argomento di cui parlare e sono impacciati ma poi:

Avevano appena finito di mangiare (…) Era stata la consueta cena, praticamente silenziosa, consumata in modo quasi formale in sala da pranzo. Poi la ragazza aveva sparecchiato il tavolo quadrato in noce, aveva portato i piatti in cucina, li aveva lavati e riposti, e stava andando in camera sua quando Harold disse:
Victoria. Dovette schiarirsi la voce. Ricominciò, Victoria. Raymond e io volevamo farti una domanda, se non ti dispiace. Se possiamo. Prima che tu ritorni di là a studiare.
Sì? disse lei. Cosa volevate sapere?
Ci stavamo domandando… cosa ne pensi del mercato?
La ragazza lo guardò. Cosa? disse.
Alla radio, disse lui. Oggi quello che legge le notizie ha detto che la soia ha perso un punto. Però il bestiame vivo è stabile.
E ci siamo chiesti, disse Raymond, cosa ne pensi. Comprare o vendere, secondo te?
Oh, disse la ragazza. Li guardò in faccia.

I due uomini, che non hanno mai stretto grandi legami con nessuno, si prenderanno cura di Victoria che per loro diventerà quasi una figlia. Probabilmente avevano davvero bisogno dell’entrata di questa ragazza nelle loro vite per scoprire che avevano molto da dare.

Ma in Canto della pianura viene raccontata anche la storia di Tom Guthrie, un professore che ha parecchi problemi sia nella vita familiare che in quella lavorativa. A scuola c’è un ragazzo problematico, un bullo, Russell, che non ha buoni voti ma che con prepotenza (sua e dei genitori) pretende di superare l’anno scolastico e di giocare nella squadra dell’istituto. Russell combinerà a Tom diversi guai, mentre il professore sta anche cercando di mettere ordine nella propria vita. Si sta separando dalla moglie Ella che passa le sue giornate chiusa in camera da letto al buio, e sta tentando di non farlo pesare troppo ai figli, Ike e Bobby, due ragazzini che sono quasi dei McPheron più giovani: anch’essi esprimono bontà e dolcezza, pure nei confronti di una madre che capiscono essere in difficoltà (mi ha colpito in modo particolare il punto in cui i due bambini, con i pochi soldi che hanno, decidono di comprare dei regali alla mamma che si commuove). Il comportamento e la situazione di Ella sono notevolmente in contrasto con quelli di Victoria: se la prima, trasferendosi e lasciando i figli con il padre, rinuncia praticamente a fare la madre e le forze sembrano abbandonarla, la ragazza, grazie anche all’aiuto di chi si prende cura di lei, si sente determinata ad amare il bambino che porta in grembo e deve imparare a fare la mamma.

Per quanto mi riguarda, con Benedizione alla fine avevo pianto, qui invece no. Ma non perché il romanzo sia meno bello, per niente! Bensì perché credo che su di me facciano più effetto i moribondi che le vite che nascono. Ma se non mi ha portata alle lacrime, mi ha commossa in più punti, come ho già detto su, e mi ha fatta anche arrabbiare tantissimo in altri momenti. Leggendo Canto della pianura vieni inevitabilmente catapultato dentro la storia e provi il desiderio fortissimo di dare una lezione a quei personaggi che spesso e volentieri la fanno franca a scapito di quelli che consideriamo i più deboli, ma che forse sono gli unici ad essere davvero forti.
Parlando dell’ambientazione, invece, avevo già detto tempo fa che Holt mi dava l’idea della tipica cittadina americana un po’ fuori mano (sembra sia poco lontano da Denver) e parecchio polverosa, di quella polvere che si posa sulle cose e sulle persone rendendole più vecchie e consumate. Qui ne ho avuto una piccola conferma, nello specifico nel punto in cui Ike e Bobby vanno a casa di una vecchia signora e notano che su tutte le sue cose c’è un forte odore di sigarette e uno strato di polvere di Holt, che non è polvere qualsiasi, ma la polvere di Holt. E questo, detto così, può sembrare strano ma potrete capirlo solo tuffandovi nelle bellissime storie di Haruf.

Una piccola parentesi finale sullo stile dell’autore. Se in Benedizione era asciutto e sobrio, qui cambia leggermente e diventa meno scarno, è come se gli angoli venissero smussati e quindi ci si facesse meno male a leggere le storie; le frasi diventano più lunghe, più articolate e aumentano le descrizioni. Come spiega Fabio Cremonesi nella nota del traduttore, questo cambiamento sembra essere coerente con le tematiche affrontate: qui si parla della vita che inizia, è qualcosa di positivo e lo stile diventa più complesso. Ciononostante si riconosce perfettamente dietro le parole la voce di Kent Haruf, un autore che per me è stato una grandissima scoperta.

Questo libro è per chi ama spostarsi solo con il pensiero, meglio se in poltrona e sotto una coperta a scacchi rossi e blu, per chi riesce a sentirsi a casa anche solo con una finestra aperta sul cielo, per chi cerca su google maps i luoghi dei libri, meglio se immaginari, e per chi ha deciso di affidarsi al tempo, nella convinzione che lo spazio possa sempre tradirlo.

A questo punto non resta che aspettare l’uscita di Crepuscolo il 12 maggio e, a tal proposito, vi consiglio di informarvi se nella vostra città si sta organizzando qualcosa, perché so che a Milano ci sarà un vero e proprio flash mob e in altri posti le librerie faranno qualcosa collegandosi allo staff di NN (che ha già in mente la Kent Haruf Week).
Quindi, nel frattempo, buona lettura!

Titolo: Canto della pianura
Autore: Kent Haruf
Traduzione:
 Fabio Cremonesi
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 (1999) 19 novembre 2015 questa edizione
Pagine: 304
Prezzo: 18 €
Editore: NN editore

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

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