#LeggoNobel | “Auto da fé” di Elias Canetti

13002542_10208232191873888_5425568501244467327_oIl 22 maggio in teoria sarebbe dovuta terminare la lettura di gruppo di #LeggoNobel, ma questa volta il romanzo scelto ha causato un po’ di problemi a tutti, quindi alcuni lo stanno ancora leggendo. Io, nonostante tutto ho finito il libro, anche se con qualche difficoltà, perché Elias Canetti col suo Auto da fé mi ha dato del filo da torcere sia per il linguaggio usato sia per il suo modo di narrare. Il romanzo è bello corposo, quasi 550 pagine, almeno nella mia edizione Adelphi, ma non è stato questo a renderlo difficile. Mi è sembrato pieno di elementi da decifrare, molti dei quali forse non ho nemmeno colto, ma mi consola il fatto di non essere stata l’unica a trovarlo pesante. Nonostante questo, però, sono contenta di averlo letto.

La storia vede come protagonista Kien, uno studioso quarantenne che disprezza i professori ma viene chiamato professore da tutti. Kien ha un appartamento completamente adibito a biblioteca, figuratevi che non ha nemmeno un letto su cui dormire, ma riposa sul divano; non ama avere contatti col mondo, gli interessano solo i suoi libri, di cui peraltro va fiero perché è convinto di avere volumi rari e importantissimi che rendono la sua biblioteca unica al mondo. Ma per difendere e curare questi libri bisogna preoccuparsi pure di trovare una signora che gli faccia le pulizie nel modo giusto, che sappia rispettare il suo tesoro. Assume, così, Therese, una donna sulla cinquantina che sembra essere molto delicata coi libri, così premurosa che alla fine Kien se la sposa. Ma l’uomo non sa a cosa va incontro, perché in realtà Therese è il suo opposto, la donna rappresenta ciò che di peggio si può incontrare nel genere umano, un contenitore di tutte le qualità negative che ci possano essere. Kien in un primo tempo accontenterà ogni sua richiesta, poi comincerà a capire che deve reagire e così i due non faranno altro che scontrarsi violentemente. Sembra che ci sia solo bisogno di qualcuno che arrivi a mettere ordine, prima dell’epilogo che forse è l’unica conclusione possibile.

Era già capitato con gli amici di #LeggoNobel di leggere libri belli ma con personaggi odiosi, come ad esempio Lo straniero di Camus, ma qui la lettura si è rivelata pesante (già dalla seconda delle tre parti) sotto diversi aspetti, primo tra tutti il clima che si respira nella storia, questa follia che aleggia su tutto il romanzo e che ha confuso un po’ tutti. In realtà alla fine di Auto da fé (titolo originale Die Bledung, L’accecamento) c’è un piccolo saggio di Canetti che spiega la nascita del romanzo: l’autore lo ha scritto a circa vent’anni grazie anche ad un soggiorno berlinese che gli permise di conoscere personaggi importanti come Brecht e Kraus, di vedere da vicino la follia umana (alloggiava di fronte lo Steinhof, la città dei pazzi, un ospedale psichiatrico), e di conoscere una padrona di casa molto singolare che gli ha ispirato il personaggio di Therese.

Elias Canetti (Ruse, 25 luglio 1905 – Zurigo, 14 agosto 1994), scrittore, saggista e aforista bulgaro naturalizzato britannico di lingua tedesca, insignito del Nobel per la letteratura nel 1981.

Ma il tema che lo ha ossessionato più è sicuramente quello della massa, della moltitudine, fin dal momento in cui assiste ad una sparatoria in cui alcuni operai vengono uccisi e in seguito gli assassini vengono assolti. Da tutte le zone della città partono cortei di lavoratori che vanno a incendiare il Palazzo di Giustizia, poi la polizia spara e rimangono uccise novanta persone. Là comincia a capire meglio il significato di massa, sente di far parte di qualcosa che è più grande di lui: questo argomento cercherà di svilupparlo in tutto il resto della sua produzione, ma probabilmente il risultato più importante sarà Massa e potere, un’opera di saggistica che oscilla tra filosofia, scienze ed etnologia.
Nel suo saggio alla fine di Auto da fé, Canetti racconta inoltre che un giorno ha visto sulla strada un uomo con degli opuscoletti che urlava disperato che stavano bruciando tutti i fascicoli; l’autore allora ha ribattuto che era meglio che bruciassero i fascicoli piuttosto che le persone, ma quell’uomo i suoi fogli dovevano essere parecchio importanti.

Da qui nacque Kien, l’uomo dei libri, che in una prima versione si chiamava Brand (“incendio”, nome molto evocativo, prefigurava l’epilogo) e poi aveva cambiato nome in Kant; Kien è una delle diverse figure “esagerate, portate all’estremo” che Canetti aveva abbozzato e sulle quali doveva sviluppare dei romanzi: l’Uomo della Verità, il Visionario, il Fanatico Religioso, l’Uomo dei Libri, il Collezionista, lo Scialacquatore, l’Attore e il Nemico della Morte. L’autore aveva il progetto di realizzare una Comédie humaine dei folli, ma non portò a termine l’intero progetto perché l’Uomo dei libri spiccava troppo sugli altri, catturò completamente il suo interesse e nel 1935 si trasformò in Peter Kien, il protagonista di Auto da fé (titolo che l’autore scelse personalmente per varie edizioni tra cui quella italiana).

Parlare di questo libro è abbastanza difficile, non è un libro di facile lettura, quindi se volete leggerlo dovete essere consapevoli di ciò a cui andate incontro. Non preoccupatevi se non vi dovesse piacere, Thomas Mann, quando Canetti gli inviò la prima copia, si rifiutò perfino di leggerlo, forse non gli piaceva nemmeno il titolo. Non piacque nemmeno al regime nazista che lo bandì (non ricevette troppa attenzione fino a quando non fu ripubblicato negli anni Sessanta). Ciononostante, credo sia una lettura che almeno chi si considera un lettore forte debba fare, quindi anche se è stata una faticata ne è proprio valsa la pena!

Buona lettura!

Titolo: Auto da fé
Autore: Elias Canetti
Traduzione:
 Luciano e Bianca Zagari
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1935 (2012 questa edizione)
Pagine: 548
Prezzo: 15 €
Editore: Adelphi – Gli Adelphi
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

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