“Le cose che restano” di Jenny Offill

Mia madre spense la luce e chiuse la porta.
La stanza infilò di nuovo il vestito da notte,
pieno di pieghe profonde che inghiottivano il buio.
Chiusi gli occhi e cercai di sognare in un’altra lingua.

 

13268415_10208513757272847_259661736952224063_oVi ricordate di Jenny Offill? Ne abbiamo parlato lo scorso settembre, quando ho letto Sembrava una felicità, libro con cui ho iniziato a conoscere sia questa autrice che l’editore NN. Ebbene, il 12 maggio questa casa editrice, insieme all’ultimo di Kent Haruf, ha pubblicato un altro romanzo della Offill, Le cose che restano, che è completamente diverso dall’altro, quindi se vi aspettate uno stesso stile o tematiche simili siete completamente fuori strada. Meglio così, direi, si è rivelata una bella sorpresa.

Grace è una bambina di otto anni con due genitori totalmente diversi l’una dall’altro: la madre Anna è una donna un po’ fuori di testa, si occupa dell’osservazione e della salvaguardia degli uccelli, le racconta storie fantasiose, leggende africane, a volte sembra dolce e sognatrice, mentre più spesso fa cose folli apparentemente senza motivo; il padre Jonathan, invece, la riporta continuamente nel mondo reale, fa il professore di chimica e poi ottiene la conduzione di un programma scientifico per bambini, è la classica persona razionale che tenta di restare coi piedi per terra. I due hanno in comune il fatto di amarsi moltissimo, cosa che può sembrare molto strana perché davvero i loro caratteri non coincidono in nessun modo. La piccola Grace cerca di barcamenarsi tra queste due persone, influenzata molto più spesso dalla follia della madre che dalla “normalità” del padre proprio perché lui è sempre fuori a lavorare, mentre lei passa tutto il suo tempo con la figlia.

«Quando qualcuno muore, la sua anima vola in cielo e diventa una stella» dissi all’uccello.
Mio padre si voltò per guardarmi. L’uccello tubava piano nel buio. «Te l’ha detto mamma?» chiese.
«Lo sanno tutti» dissi. «Tutti tranne te»

Per questo motivo la narrazione, condotta in prima persona dalla piccola protagonista, acquisisce in diversi punti un tono fiabesco, onirico: ogni evento è occasione di divertimento, ogni cosa che succede è materiale per una storia o per un’avventura. Così Grace si ritrova a festeggiare il compleanno della Terra con una torta ricoperta di glassa verde per la terraferma e glassa blu per gli oceani, che le farà venire un gran mal di pancia, poi a fare un viaggio squattrinato verso New Orleans o a fare il bagno nuda nel lago con la mamma senza ritrovare più i vestiti lasciati sulla riva. Se dovessi descrivere con una parola la vita di Anna – e quindi, di riflesso quella di Grace – sceglierei “caos”, perché non c’è nulla di ordinato o programmato nelle loro giornate; Anna è uno spirito libero che fa innamorare (suo marito come il sedicenne che assume saltuariamente come baby-sitter, Edgar), è istinto puro, ma per una bambina di otto anni tutto questo, a lungo andare, non può essere positivo. Ciononostante, è proprio la madre a lasciare a Grace le cose che restano, le emozioni, i ricordi, le cose fatte insieme, cose che non l’abbandoneranno mai, in questa vita o nell’altra.

Mi disse che alla fine della morte c’era una lunga galleria dove ti aspettavano tutte le persone che ti avevano amato. Se non avevi amato nessuno ci sarebbe stata solo una stanza vuota. Entravi nella stanza, che era piena di cose bellissime, e aspettavi che arrivasse qualcuno. Il tempo passava in fretta in quella stanza, e così era sempre una sorpresa accorgersi che ne era trascorso tanto.

Ma torno ancora sul tono usato da Jenny Offill in questo romanzo per confessarvi che molto spesso, durante la lettura, mi ha ricordato la letteratura sudamericana, quella sorta di polverina magica nascosta tra le righe che vi fa apparire allo stesso tempo strano e normale tutto ciò che leggete. La differenza, però, è che se nei sudamericani l’elemento straniante non viene interpretato perché non occorre, perché quello è e sembra quasi ordinario, qui, dietro la favola, ci sono motivazioni reali e spesso drammatiche. Ma la storia è filtrata attraverso gli occhi e le parole di una bambina che, nonostante stia per uscire dall’infanzia per entrare nel periodo dell’adolescenza, non ha ancora del tutto perso la sua ingenuità e ci narra gli eventi semplicemente per quelli che sono.

Nella nota del traduttore, Gioia Guerzoni, dà una definizione chiara di quello che noi, dopo la lettura, forse fatichiamo ad esprimere: è una sorta di altalena tra la gioia e la sofferenza, una di quelle tavole su cui si sale in due e ci si spinge a vicenda avanti e indietro con le gambe. E ci fa notare anche che Grace non usa un linguaggio tipico della sua età, perché in effetti esprime concetti da bambina ma lo fa con un linguaggio da persona più grande, ma questa è una cosa sulla quale rifletterete alla fine cercando la vostra personale chiave di lettura, oltre all’ora perduta.

Questo libro è per chi tiene un diario con la storia della propria felicità, per chi usa la scienza per mettere in pratica la magia, per chi fa il bagno di notte e dimentica i vestiti sulla riva, e per chi accetta di essere un po’ folle per mostrare l’anima al mondo, come luce di stelle che non esistono più.

Buona lettura!

Titolo: Le cose che restano
Autore: Jenny Offill
Traduzione:
 Gioia Guerzoni
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 (1999) 12 maggio 2016
Pagine: 240
Prezzo: 17 €
Editore: NN

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

Annunci

Un pensiero su ““Le cose che restano” di Jenny Offill

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...