“Faber” di Tristan Garcia

Era fatto così: ricostruiva tutto ciò che amava
con mattoni di odio e di rabbia,
per ritrovarcisi prigioniero, alla fine, da solo.

 

cover_faber_webCome saprete, sono una lettrice onnivora e instancabile, tanto che da qualche anno non riesco più a leggere un solo libro alla volta. Questa pila di libri cominciati sul mio comodino è il motivo principale per cui spesso vado molto lenta nella pubblicazione delle varie recensioni, se leggessi come le persone normali sarei molto più rapida, ma dobbiamo accontentarci. Metteteci anche che ogni tanto mi vengono botte di sonno allucinanti, attacchi di stanchezza micidiale e momenti di scarsa concentrazione, e allora non ne usciamo più. Ma ecco, oggi vi parlo di un libro che ho finito ieri e che, pur essendo molto particolare (o forse proprio per questo), mi è piaciuto molto.
Si tratta di Faber, del francese Tristan Garcia, pubblicato da NN Editore lo scorso 22 settembre con una bella traduzione di Sarah De Sanctis. L’autore del romanzo oltre che scrittore è anche filosofo, quindi immaginate un romanzo pieno di spunti di riflessione, di passaggi importanti e di riferimenti che, però, come dice la traduttrice nella nota finale, il lettore non francese potrebbe non cogliere. Ma la storia creata da Garcia, con il suo ritmo non lineare e quel sapore di “mito”, ci coinvolge e ci tiene attaccati alle pagine.

Faber – Mehdi Faber, in realtà, ma si fa chiamare solo col cognome – è sempre stato bellissimo, occhi scuri, riccioli neri, un’aria da essere superiore, sempre popolare e al di là di ogni cosa terrena. Fin da bambino è stato più maturo degli altri, ha affascinato e intimorito i suoi compagni e i suoi amici. Faber è un ragazzo di origini magrebine che arriva nel paese fittizio di Mornay a 8 anni, non ha più i genitori e viene adottato da una coppia non troppo giovane che lo ama molto. A scuola crea un legame molto forte con Madeleine e Basile, due ragazzini che sembrano un po’ timidi e in balia dei vari bulletti, e quest’amicizia andrà avanti anche man mano che i tre cresceranno. Ma Maddie e Baz non esistono senza Faber, è lui il centro del gruppetto, quello intorno al quale ruotano le loro vite: lui li ammalia, loro lo seguono in tutto senza porsi domande.
Ma se Faber, dal latino, può voler dire “fabbro, creatore”, nella realtà il nostro protagonista è un distruttore: ha la capacità di rovinare tutti coloro che entrano in contatto con lui, di annientare legami, quasi come se fosse un dio cattivo (lui in realtà pensa di essere il diavolo) ha delle manifestazioni di malvagità che impressionano chi gli sta accanto. Ma amici e familiari gli vogliono molto bene e lo proteggono, sempre e comunque. Almeno fino a quando non riemergono dal sogno e decidono che basta così.

C’era qualcosa di naturale nel suo modo di essere una cosa a parte.

Tutta questa storia, adesso, immaginatela intrecciata alla filosofia, alla politica degli anni Novanta (perché è il periodo in cui il protagonista è un adolescente e inizia ad essere cosciente di quello che accade), alle sette che credono in entità oscure, a una sorta di magia “nera” in tutti i sensi – Estelle, una ragazza bellissima dalla pelle scura, si ritiene un po’ strega e con una specie di rituale permette a Faber di ricordare cose che la sua testa vuole rimuovere. Pensate alle ribellioni giovanili, alle occupazioni dei licei, a ragazzi che iniziano a occuparsi di politica con un fervore che si può avere solo a quell’età, quando ti lasci trasportare dall’entusiasmo e dai tuoi ideali senza essere troppo diplomatico. Ecco, lì c’è Faber, è quello che tutti seguono.
Come ho detto prima, Garcia racconta questa storia come se si trattasse di un mito. Nelle scuole, dopo che Faber è andato via, si parla ancora di lui, di quell’ex studente magnifico sotto tutti i punti di vista, un essere leggendario che chiunque vorrebbe emulare. Basile ha scritto parti di un romanzo su di lui e sull’amicizia che lo legava a lui e a Maddie e a cosa è successo dopo che si sono divisi. La vicenda è narrata seguendo i periodi principali della vita del protagonista (l’infanzia, l’adolescenza) ma con il presente che continuamente cerca di intrufolarsi per collegarsi al passato. Ne viene fuori una sorta di puzzle che si va ricomponendo da solo man mano che si va avanti nella lettura: ogni pezzo va al suo posto e ogni rapporto di causa ed effetto viene spiegato.

Nei primi giorni in cui l’ho letto sono andata ad un ritmo abbastanza lento, ma questo libro, in parte autobiografico, va lento con poche pause, perché secondo me c’è la possibilità di perdere qualcosa. Ma come ho già detto, sono una lettrice iperattiva che ama saltellare da un libro all’altro e ormai credo di non essere più in grado di tornare indietro. Comunque, credo di non aver perso il filo del libro, anzi!
E non l’ho ancora detto perché ho voluto dare più importanza al romanzo, ma anche questo mi ha conquistato per l’immagine di copertina che, lo si capisce dopo averlo finito, fa pensare a Faber, Baz e Maddie e all’intreccio delle loro vite.

Buona lettura!

Questo libro è per chi ama osservare le sfumature bianco argento del fuoco, per chi ascoltava gli Smashing Pumpkins negli anni Novanta, per chi da bambino ha inventato un codice segreto per sfuggire ai nemici, e per chi crede che il futuro sia più antico del passato e che l’adolescenza sia l’ultima libertà che ancora abbiamo.

Titolo: Faber
Autore: Tristan Garcia
Traduttore: Sarah De Sanctis
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 22 settembre 2016
Pagine: 400
Prezzo: 19 €
Editore: NN Editore

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota


Tristan Garcia è nato a Tolosa nel 1981. Ha studiato Filosofia alla École Normale Supérieure di Parigi. È autore di diversi romanzi, tra cui La parte migliore degli uomini pubblicato in Italia nel 2011 da Guanda, Le Saut de Malmö et autres nouvelles, Les Cordelettes de BrowserMémoires de la jungle, Faber e 7, vincitore del Prix du Livre Inter 2016, pubblicati in Francia da Gallimard.

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“Stirpe” (Trilogia dei Chironi vol. 1) di Marcello Fois

«Guarda questi Chironi, – dicevano – ma chi si credono di essere?
Ma da dove sono venuti? Eh?»

 

fois_stirpe2009Qualche tempo fa mi sono trovata a leggere Luce perfetta di Marcello Fois nell’ambito del premio Mondello, più precisamente per quanto riguarda l’assegnazione del SuperMondello, ovvero una sorta di spareggione finale tra i tre vincitori del Mondello (Fois, Petri e Tonon). Come ho già detto in quella recensione, non sapevo che si trattasse del terzo volume di una trilogia, quindi appena ho smaltito altre letture e mi sono liberata da vari gruppi, ho iniziato il mio percorso di recupero delle parti precedenti di quella storia. Mi sono messa a leggere Stirpe, romanzo del 2009 in cui Fois comincia a narrare gli inizi di una famiglia, quella dei Chironi, che ha una vita abbastanza travagliata.

Sono stata fuori per una breve vacanza in Toscana e la prima parte del libro l’ho letta in modo discontinuo e distratto, ma non ho voluto tornarci sopra, ho preferito andare avanti. Rientrata a casa, ho continuato e, realizzando che avevo comunque assimilato quello che ho letto, ho capito anche che la storia prendeva una sua forma. Siamo nel 1889, Michele Angelo e Mercede sono ancora dei ragazzini e quando si sposano danno inizio alla stirpe Chironi. Avranno dei figli, alcuni dei quali moriranno presto, mentre qualcun altro resisterà e diventerà una colonna portante della famiglia. I Chironi iniziano la loro storia familiare quando l’Italia, anzi la Sardegna, inizia a modernizzarsi, e in quest’aria di novità loro sapranno approfittare della propria abilità scatenando l’invidia dei concittadini. Sono persone sfortunate contro cui il destino spesso si accanisce in maniera feroce, ma non si piegano, sanno andare avanti, e quando sembrano essere stati decimati da una lotta contro forze negative ecco che scoprono nuove risorse.

Sapeva bene che all’infelicità basta affacciarsi un attimo per vanificare anni di felicità.

La storia di questa famiglia va di pari passo con la storia italiana dell’inizio del ‘900: i ragazzi che vanno in guerra, alcuni tornano, altri no, poi la seconda guerra mondiale. E Fois sa esattamente come scegliere le parole, come presentarci le vicende amare dei Chironi senza eccedere, con frasi brevi e crude o battute in sardo che, anche se non vengono comprese, non spezzano il ritmo della narrazione. Ho visto Stirpe come l’inizio della lotta di una famiglia contro un destino avverso che la vuole schiacciare. Ma i Chironi sono forti, perdono qualche battaglia, ma la guerra è lunga e andrà avanti ancora per molto tempo (ricordiamoci che c’è ancora il secondo Novecento da raccontare e altri due romanzi).

Non voglio dirvi troppo perché a parlare di saghe si rischia di strafare. Per i motivi che vi ho già esposto su, non ho letto Stirpe con l’attenzione che avrei dovuto riservargli, almeno all’inizio, ma è un bel libro che rappresenta la premessa per ciò che verrà dopo. Quindi a breve mi dedicherò al secondo volume, ma prima devo fare una piccola pausa e leggere qualcosa di diverso.
Voi l’avete letto?

Titolo: Stirpe
Autore: Marcello Fois
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2009
Pagine: 250
Prezzo: 19 € (SuperCoralli)
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota

#LeggoNobel | “L’urlo e il furore” di William Faulkner

(La vita) «… racconto detto da un idiota, pieno di urlo e di furore,
che non significa nulla.»

(Dal Macbeth di Shakespeare)

 

6-urloUltimamente sembra che nel gruppo di lettura di #LeggoNobel ci stiamo mettendo d’impegno a scegliere romanzi belli tosti. Di sicuro perché un autore vinca il Nobel deve essere tosto di suo, ma i romanzi impegnativi li leggiamo quasi tutti noi. Questa volta, come qualcuno di voi sa, abbiamo affrontato William Faulkner e il popolo, tramite votazione, ha scelto L’urlo e il furore, quindi oggi vi racconto un po’ com’è andata la nostra lettura di settembre/ottobre. C’è da dire, innanzitutto, che sono stati in pochi – o addirittura nessuno – a rispettare le tappe che avevamo stabilito, le cinque settimane che erano state fissate come periodo per non rendere il libro troppo pesante e per dare a tutti il tempo di seguire anche altre letture di gruppo. Quasi tutti, chi per un motivo e chi per un altro, siamo finiti a leggere L’urlo e il furore tutto d’un fiato. Per quanto mi riguarda, dopo qualche incertezza iniziale, ho deciso di finirlo perché avevo paura di perdere il filo e perché avevo altra (troppa) carne sul fuoco in quel momento.

Perché all’inizio sono andata più lentamente? Perché il romanzo che abbiamo affrontato è costruito in maniera complicata e si presenta a più voci. Quella che Faulkner racconta è la storia dei Compson, una famiglia americana del Sud che una volta era ricca e adesso è in decadenza. Si divide in quattro parti che si riferiscono a quattro giorni diversi non consecutivi e sono narrate da quattro personaggi diversi:

  1. la prima, quella che mi ha creato più difficoltà, tratta del sette aprile 1928 e a parlare è Benjy Compson, il figlio di 33 anni che ha un ritardo mentale e viene trattato da tutti come se fosse un bambino;
  2. con la seconda torniamo a diciotto anni prima, al due giugno 1901, e a parlare è Quentin, un altro figlio, che all’epoca era studente ad Harvard e che poi si suicida per qualcosa che riguarda la sorella Candace (Caddy) con cui aveva un rapporto particolare;
  3. nella terza si ritorna al presente, al sei aprile 1928, e la storia è narrata da Jason, l’altro fratello, più cinico e meno attaccato alla famiglia;
  4. nell’ultima invece, relativa all’otto aprile 1928, parla Dilsey, la domestica di colore che ha tre figli e un nipote, e che sembra avere la visione più lucida tra tutti i personaggi.
William Cuthbert Faulkner, nato Falkner (New Albany, 25 settembre 1897 – Byhalia, 6 luglio 1962)

William Cuthbert Faulkner, nato Falkner (New Albany, 25 settembre 1897 – Byhalia, 6 luglio 1962)

Mettendo da parte la complessità del linguaggio usato nelle prime due parti – in cui a parlare sono un ritardato mentale e un ragazzo con problemi che infatti poi si suicida – avrete notato che, togliendo il secondo capitolo che rappresenta un flashback, gli altri tre “giorni” non sono consecutivi, ma sono descritti in un diverso ordine. Mi sono chiesa più volte come sarebbe stato se avessi letto i capitoli cercando di riprodurre l’ordine cronologico della vicenda, cominciando da Quentin, passando da Jason, poi da Benjy per finire con Dilsey. Non so se sarebbe stato più facile ai fini della comprensione, ma di certo avrei stravolto il lavoro di Faulkner.
Altra difficoltà incontrata: i nomi dei personaggi. Alla fine del libro c’è un’appendice in cui viene spiegata bene la storia della famiglia Compson, una parte che lo stesso Faulkner definiva “la chiave di tutto il libro” e che fu inserita nella ristampa del 1946. Qui apprendiamo che nella famiglia ci sono due Quentin, uno dei quattro fratelli Compson e la figlia di Caddy, chiamata così in memoria dello zio; ma ci sono anche due Jason, ovvero il capofamiglia e uno dei figli.

Uno dei personaggi di cui tutti parlano, ma che non ha una voce propria, è proprio Caddy, la sorella che anni prima è andata via di casa per essere rimasta incinta chissà di chi. È la pecora nera della famiglia, amatissima dal fratello Quentin, legatissima a Benjy ed estremamente disprezzata da Jason (che disprezza pure Quentin, la figlia di lei):

Puttana una volta puttana per sempre, dico io. Io dico che sei fortunata se tutto quello che ti preoccupa è il fatto che salta la scuola. Io dico che adesso dovrebbe essere giù in quella cucina, anziché su in camera sua, a spalmarsi la faccia di belletto e ad aspettare che sei negri che non sono neanche capaci di alzarsi da una sedia se non hanno vuotato un tegame di pane e di carne per tenersi in equilibrio le preparino la colazione.

L’urlo e il furore, che Attilio Bertolucci nella postfazione definisce «un poema sinfonico in quattro tempi», è un romanzo difficile a cui devo dedicarmi una seconda volta. Il secondo capitolo che, pur non essendo il più chiaro come linguaggio, secondo me è il più bello, va letto più di una volta perché, se avete una mentalità razionale e che cerca sempre un ordine nel caos come me, farete un papocchio. Al discorso in prima persona che inizialmente tenterete di seguire si sovrappone un flusso di coscienza espresso in corsivo che rompe le frasi a metà, le lascia, le riprende e vi fa perdere il filo. Mi è stato, infatti, consigliato di tornare proprio a quel corsivo e rileggere quello, cosa che appena trovo un attimo di calma farò di sicuro.
Questo romanzo è una sorta di puzzle, bisogna lasciarsi trascinare dalle parole dei Compson senza volere per forza razionalizzare, senza pensare che nel tempo della storia il secondo capitolo dovrebbe venire prima del primo e il terzo pure. Dovete mettere i vari pezzi da parte e alla fine assemblarli per creare un quadro completo della situazione.
Mi verrebbe da dire che Faulkner non è un autore che fa per me, ma devo ancora fare chiarezza intorno a L’urlo e il furore e leggere altri suoi lavori. Durante questa lettura di gruppo, stavo anche leggendo I quarantanove racconti di Hemingway (il mio scrittore del cuore) e all’interno di LeggoNobel mi è stato fatto notare come ciò potesse essere controproducente, dal momento che i due autori sono quasi agli antipodi della letteratura americana. Però magari è la conferma che il mio gusto personale è più orientato verso una scrittura cristallina, chiara, piuttosto che verso i flussi di coscienza e le storie più intricate.

Buona lettura!

Titolo: L’urlo e il furore
Autore: William Faulkner
Traduzione:
 Vincenzo Mantovani
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1929 (1997 questa edizione)
Pagine: 322
Prezzo: 13 € (l’edizione più recente)
Editore: Einaudi
Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota

“Confusione” (La saga dei Cazalet vol. 3) di Elizabeth Jane Howard

«Ma ci saranno altre cose, vero?» disse Polly,
non avendo idea di quali potessero essere.
«Certo che ci sono. La fine della guerra…
e poi papà che torna a casa, e poi dovremo riadattarci,
perché saremo troppo grandi per farci comandare dagli adulti…
e ci saranno pane bianco e banane
e libri che non sembrano già vecchi quando li compri.
E tu avrai la tua casa, Poll! Pensa a questo»

 

cover-673x1024La prossima volta che dico che le saghe non mi piacciono ricordatemi quanto ho gioito e penato per i Cazalet, per favore. Finito il secondo volume, ho atteso con ansia l’uscita del terzo a metà settembre e adesso finalmente me lo sono potuto leggere con calma (in realtà non troppa perché l’ho proprio divorato in pochi giorni). La storia della famiglia Cazalet non può non trascinare noi lettori in un vero e proprio vortice di emozioni dal quale è parecchio difficile riemergere: ci si fanno grosse risate ma in molti altri punti mi sono perfino ritrovata con i lacrimoni. Per chi non avesse letto nulla di questa saga di Elizabeth Jane Howard, consiglio un breve riassunto della PRIMA PARTE e della SECONDA PARTE. Se sapete di cosa parlo, allora andiamo avanti, anche se nell’introduzione al romanzo si fa il punto della situazione perché – si sa – tra l’uscita di un libro e dell’altro ci si può anche dimenticare di quello che è successo.
Avevamo lasciato la nostra grande e bella famiglia all’attacco di Pearl Harbor, invece Confusione comincia circa un anno dopo, all’indomani della morte di uno dei personaggi, che adesso non vi dico chi è, me nel volume precedente si capiva che sarebbe finita così.

Louise si è sposata con Michael e deve fare i conti con la madre ingombrante di lui, una donna che odia le altre donne e che manovra il figlio a suo piacimento. Ha anche avuto un bambino, ma non sembra gioire della maternità né dare il giusto amore al piccolo Sebastian. La vita matrimoniale non è come se l’era aspettata e Michael non è come si è sempre comportato (giusto per dare un po’ ragione a chi definisce il matrimonio come la tomba dell’amore). Gli adulti – o meglio, coloro che nei volumi precedenti erano adulti – invecchiano, i loro capelli diventano più bianchi ma più o meno hanno sempre le stesse preoccupazioni: il generale perde sempre di più la vista, la povera Rachel deve barcamenarsi tra la famiglia e il suo amore per Sid, Villy bada praticamente a tutti i bambini ancora piccoli, Edward ha combinato grossi pasticci con una delle sue amanti (quella a cui è più affezionato), Hugh gli fa da confidente ma senza appoggiarlo e nel frattempo vede crescere i suoi figli, Zoë ha solo 28 anni ma gliene sono capitate di tutti i colori e si ritrova sola. I ragazzi vanno a scuola, Polly e Clary – sempre più unite – si trasferiscono a Londra e tutti questi ex bambini adesso adulti si trovano catapultati nella società.

Se ognuno di loro sembra andare per la sua strada, c’è un personaggio che, introdotto ne Il tempo dell’attesa, acquista sempre più spessore e che sembra fare da collante: Archie, il vecchio amico di Rupert che è quasi diventato uno di famiglia. Tutti si confidano con lui, c’è chi perfino si è innamorata di lui e glielo confessa, chi lo considera una sorta di padre putativo o un’ancora di salvezza per non naufragare. Tutti attendono la fine della guerra, specialmente Clary, l’unica che non si è mai arresa, che ha sempre mantenuto viva la speranza che Rupert possa tornare e che gli scrive meravigliose lettere/diario, che potrà leggere se tornerà, in cui racconta tutto quello che succede a casa e fuori. Queste lettere sono un vero e proprio colpo al cuore, sono l’espressione di una bambina forte che cresce e va diventando sempre più una donna, di qualcuno dal cuore puro che va contro tutti guidata dall’amore per suo padre.

Uno degli aspetti peggiori del fatto che tu manchi da casa ormai da così tanto tempo – due anni e nove mesi – è che, anche se ti penso spesso, ho costantemente la sensazione di perdere dei ricordi. È come se lentamente tu ti allontanassi e sparissi pian piano dal mio orizzonte. È una cosa che odio. Se è questo che la gente intende quando parla di “superare il dolore”, allora a me non interessa. Io voglio avere di te lo stesso ricordo vivido e completo che avevo quando ha telefonato quel tale per dirci che eri disperso.

La storia si conclude nel maggio del 1945, quando ormai lo sbarco in Normandia c’è stato, quando sono stati scoperti gli orrori dei campi di sterminio – a tal proposito, c’è un personaggio che viene mandato lì a documentare la situazione e poi non regge al dolore visto e immaginato – e la Germania si è arresa incondizionatamente. E quello che noi appassionati dei Cazalet ci aspettavamo da centinaia e centinaia di pagine succede, finalmente succede. Ecco, però non vi dico cos’è, sta a voi scoprirlo, e non andate a curiosare nelle ultime pagine perché vi guastate il piacere del romanzo. Io alla fine, ve lo posso dire, ho pianto moltissimo, anche se mi sono venute in mente tantissime domande soprattutto sulle implicazioni di questo finale così atteso: “e adesso?”. Sì, perché finito Confusione aspetto trepidante il quarto romanzo della saga e, se sono felice di averla letta, in alcuni momenti rimpiango di non averla affrontata una volta pubblicati tutti i romanzi. Aspettare tra una parte e l’altra è snervante! Dovrò distrarmi con qualcos’altro.

Lo stile, in Confusione, cambia un po’ rispetto ai libri precedenti: da una parte è normale che sia così perché molti che erano bambini adesso sono cresciuti, anche se non hanno ancora perso completamente l’innocenza e la purezza di cuore; dall’altra parte, invece, c’è la guerra e in un tale clima nessuno può considerarsi immune al cambiamento di prospettive e di desideri. Ad ogni modo l’eleganza della Howard è sempre una garanzia, soprattutto dove vengono trattati temi importanti come l’omosessualità, l’adulterio e la morte.
Non so dirvi se ciò dipenda dal mio entusiasmo, ma questo mi è sembrato il più appassionante dei tre volumi letti fino ad ora. Il primo l’ho visto più come una premessa, una presentazione dei personaggi, mentre dal secondo la vicenda ha cominciato a diventare più seria e dinamica e adesso la Howard ci tiene proprio incollati alle pagine. A dispetto della mole del libro, bisogna dire che ci si impiega pochissimo a leggerlo.

Non avete ancora cominciato questa saga? E che cosa state aspettando?
Buona lettura!

Titolo: Confusione
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1993 (2016 questa edizione)
Pagine: 528
Prezzo: 18,50 €
Editore: Fazi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

Breve intervista a David James Poissant, autore de “Il paradiso degli animali” (NN Editore)

Lo scorso 10 settembre ho partecipato all’incontro alla libreria Modusvivendi di Palermo con David James Poissant, autore de Il paradiso degli animali, pubblicato lo scorso anno da NN Editore e recensito da me QUI. A dialogare con lui c’erano alcuni membri del circolo di lettura relativo alla libreria (Il ModusClub), i quali hanno fatto emergere gli aspetti più interessanti del libro in relazione anche al lavoro dello scrittore. Ma dopo averlo conosciuto mi sono venute in mente tante altre domande che avrei voluto fargli – molte delle quali forse gli avrebbero posto gli stessi intervistatori se il tempo a disposizione fosse stato illimitato, non so – e per fortuna la squadra di NN me ne ha dato la possibilità facendo da tramite fra me e lui.
David James Poissant – Jamie, come si presenta lui – è una persona estremamente carina che stringeva la mano a chiunque entrasse in libreria (pure a me che sono rimasta imbambolata) dicendo «Hi, I am Jamie!» e che ha parlato dei suoi racconti con serietà ma anche con grande ironia. Se quando mi trovo a fare domande ad un autore mi soffermo, com’è ovvio che sia, su qualche aspetto della sua opera, quello che più m’interessa è, di solito, la sua personalità, i motivi per cui ha compiuto determinate scelte o il modo in cui lavora. A chi non viene voglia, terminato un libro, di fare quattro chiacchiere con chi lo ha scritto per conoscerlo meglio? A me succede quasi sempre.

Ma bando alle ciance! Se non lo avete fatto vi consiglio ancora (e ancora) di leggere Il paradiso degli animali, soprattutto in attesa del romanzo che nel frattempo Poissant sta scrivendo perché… be’, leggete questa piccola intervista fino alla fine!

Il tuo percorso da scrittore è cominciato coi racconti, che a mio parere sono molto difficili da scrivere: dovendo concentrare la storia in poche pagine, il rischio di non dire nulla e di combinare disastri è altissimo. Come mai hai deciso di lanciarti proprio sui racconti, ottenendo tra l’altro un gran risultato? Sono più nelle tue corde?
I racconti in un certo senso sono il mio forte! Se hai ragione quando dici che la posta in gioco è alta e le storie sono difficili da azzeccare, i rischi sono minori in termini di tempo trascorso per ogni pezzo finito. Se lavoro su una storia per un mese e poi non funziona, ho solo buttato via un mese. Se lavoro su un romanzo per due anni e non funziona, be’, è un sacco di tempo perso. (Non sto dicendo che il tempo passato a scrivere sia sprecato, non lo è mai. La scrittura t’insegna la resistenza, il problem-solving, ecc.. Ma di sicuro può essere doloroso passare moltissimo tempo su una cosa che poi non funziona.) Quindi, all’inizio, penso di essermi dato ai racconti perché i romanzi sembravano troppo grandi, troppo lunghi. Poi mi sono innamorato della tortuosità della storia, del modo in cui ogni parola ha una sua importanza. Adesso sto lavorando a un romanzo ed è un tipo diverso di sfida. Amo entrambe le forme narrative, ma il racconto sarà sempre il mio primo amore.

Molti autori hanno idee contrastanti sul rapporto tra verità e finzione: alcuni raccontano cose che conoscono davvero o di cui hanno sentito parlare; altri, invece, inventano di sana pianta. Per quanto riguarda le tue storie ti sei ispirato ad eventi reali?
Il mio motto è: scrivi ciò che ti spaventa. Le mie storie non sono autobiografiche. Alcune attingono leggermente a cose che ho visto succedere ad amici. Ma per per la maggior parte sono inventate. Penso alle cose di cui ho più paura (la morte di una persona amata, la morte di un bambino, la fine di un matrimonio, la fine dell’amore), e scrivo in quella direzione. A volte penso che quest’abitudine sia un po’ superstiziosa, come se, scrivendo di tutte le cose brutte, poi queste non potessero accadere a me nella vita reale. Ma quando devo creare le ambientazioni nelle mie storie o nel mio romanzo, esse sono basate su luoghi reali e vite reali. Non posso inventare scenari di sana pianta. Studio meticolosamente i luoghi, li visito, o cerco di ricordare posti in cui sono stato, e metto personaggi fittizi dentro questi posti reali, se ha senso.

I tuoi personaggi non sono persone particolarmente importanti, ci parli di gente normale che affronta cose più o meno normali ma terribili, eventi possibili e verosimili che possono toccare tutti, ma che nessuno di noi vorrebbe mai affrontare. Perché hai scelto di raccontare proprio il lato tragico della vita? È un modo per esorcizzare il male?
Sì, è quello che penso. Scrivo del male per tenerlo a bada. Scrivo di persone comuni in circostanze comuni perché credo che ognuno meriti che la sua storia venga raccontata.

Nei racconti de Il paradiso degli animali gli animali sono sia un pretesto per scatenare emozioni che la rappresentazione simbolica delle emozioni stesse. Durante un incontro coi lettori hai detto che prima pensi alla storia e in un secondo momento decidi quale animale attribuire a quella determinata situazione. In base a cosa crei questi abbinamenti?
Non sono sicuro di avere sempre il pieno controllo quando scrivo una storia! Quando scrivo bene, i personaggi sembrano muoversi e parlare per loro libera scelta. È come se sognassi ad occhi aperti. Per questo motivo, con questo libro, ho trovato spesso gli animali che passeggiavano dentro e fuori dalle storie. Ad eccezione de L’uomo lucertola e L’ultimo dei grandi mammiferi terrestri, non credo di aver scelto coscientemente di abbinare un particolare animale ad una storia. Loro semplicemente ci passeggiano dentro, facendo le fusa o ringhiando, spesso quando meno me li aspetto.

Con altri lettori mi trovo spesso a riflettere sull’atteggiamento degli autori durante le presentazioni. Chi viene da fuori è sempre gente alla mano, amichevole, disponibile e soprattutto molto umile; sto pensando, ad esempio, a Peter Cameron, a Jenny Offill e anche a te che hai accolto allegramente chiunque entrasse in libreria. Molti degli scrittori italiani (e per fortuna non tutti!), invece, si comportano spesso da intellettuali e appaiono un po’ snob. In America si dà un significato diverso all’essere scrittore? Come ci si pone nei confronti del pubblico?
Ci sono alcuni scrittori americani lì fuori che sono un po’ meno amichevoli, ma la maggior parte di noi è gradevole, almeno per quanto riguarda la mia esperienza. In un mondo che passa più tempo a guardare la TV che a leggere libri, penso che la maggior parte di noi sia grata di avere dei lettori. Io so di esserlo!

Come lavora David James Poissant? Dove e come scrive? Ma soprattutto, scrive quando c’è l’ispirazione o si mette d’impegno ad elaborare idee?
Se scrivessi solo quando mi sento ispirato, di rado scriverei qualcosa! Penso alla scrittura, invece, come ad un lavoro, e provo a presentarmi al lavoro quasi tutti i giorni. Mi siedo a scrivere e spero che la Musa si faccia viva. Scrivo meglio la mattina prima che le email e altre voci si inseriscano e confondano il mio cervello impegnato con la scrittura, se rendo l’idea. Scrivo quasi tutti i giorni per quattro ore al giorno, e compongo sul portatile.

Ultima domanda. Sappiamo che stai scrivendo un romanzo e, dato che già ci hai conquistati con Il paradiso degli animali, siamo ansiosi di leggerlo. Ci puoi dare qualche anticipazione? Che cosa dobbiamo aspettarci?
Il paradiso degli animali contiene due racconti collegati, Diagramma di Venn e Sveglia il bambino. Raccontano la storia di Richard e Lisa Starling, una coppia che perde un figlio piccolo. Il romanzo ha inizio trent’anni dopo. Richard e Lisa adesso hanno due figli. La famiglia si riunisce per un’ultima settimana alla casa al lago prima che la casa venga venduta e che Richard e Lisa se ne vadano in Florida. I figli hanno idee diverse sulla vendita della casa. È un romanzo che parla di famiglia, amore, sesso, segreti, e di tre matrimoni molto diversi.

Adesso non ci resta che aspettare questo nuovo romanzo. Io gongolo perché, in effetti, i racconti da cui prende spunto sono quelli che ho preferito nella raccolta.
Grazie a Jamie Poissant per avermi concesso un po’ del suo tempo e a NN Editore!