Briciole: “Il gioco del mondo”, “Essere senza destino” e “Piccola osteria senza parole”

Ultimamente ho tralasciato di parlare di alcuni dei libri che ho letto: alcuni non mi hanno entusiasmata e non sapevo da dove partire per raccontarveli, mentre altri non li ho letti con la dovuta intenzione a causa di mie vicissitudini personali che hanno portato la mia testa altrove. Non sono riuscita nemmeno a scrivere qualcosa nella categoria In breve, perché perfino la lunghezza di un post del genere mi avrebbe causato qualche problema. Per questo motivo mi accingo a creare Briciole, una categoria nuova in cui inserirò proprio delle briciole (e non pillole, perché magari il nome era già preso, non ho neanche controllato). Immaginatele un po’ come delle briciole che restano sulla tavola dopo che avete mangiato un panino: impressioni e rimasugli di un qualcosa dopo la lettura. Oggi ve ne propongo tre.

img_20160918_161109Il gioco del mondo di Julio Cortázar l’ho letto insieme al gruppo di lettura Scratchreaders. È un libro del 1963 strutturato in maniera così singolare che ci siamo dovuti suddividere ulteriormente in tre gruppi di lettura diversi ma collegati: #famolotradizionale quelli che lo leggevano seguendo il normale ordine dei capitoli (che si sono fermati al punto in cui l’autore dice che per quel tipo di lettore il libro finisce là); #famolospeciale quelli che lo hanno letto seguendo l’ordine consigliato all’inizio da Cortàzar; #famolocomecepare ovvero libertà assoluta, ognuno sceglieva quali capitoli leggere e in quale ordine. Io mi sono inserita nel primo gruppo e ho seguito le vicende di Oliveira e della maga in modo un po’ stentato, perché se indubbiamente ci sono capitoli meravigliosi, ce ne sono altri che invece sono dispersivi, così tanto che qualcuno s’è perso per strada e non ha portato a termine la lettura.
Vi lascio di seguito la lettura del meraviglioso capitolo 7 fatta dallo stesso Cortàzar in spagnolo. Se capite questa lingua sarà un’esperienza magica ascoltarlo.
DETTAGLI: Il gioco del mondo, Julio Cortázar, 1963, trad. Flaviarosa Nicoletti Rossini, Romanzo, Letteratura argentina, 550 pp., Einaudi 2005, 15,50 €, 3/5 stelline


9788807884900_quartaEssere senza destino di Imre Kertész, Nobel 2002, è il romanzo che abbiamo letto a novembre su LeggoNobel. Il libro, pubblicato per la prima volta in Ungheria nel 1975, è in parte autobiografico perché le vicende vissute dal protagonista, il ragazzino Gyurka, hanno toccato da vicino anche l’autore. Il ragazzo viene preso e portato nei campi di concentramento, ma la sua non è la classica visione atroce che caratterizza tanti altri racconti di questo tipo, no. Gyurka all’inizio la prende come una cosa seria, sta andando a lavorare, vede tutto come ben organizzato, ognuno fa il suo dovere, i pasti sono razionati, chi è bravo va avanti e gli altri spariscono. Piano piano, però, la sua ingenuità diminuisce parallelamente all’aumentare della sua consapevolezza, si rende conto che quelli sono luoghi di morte e inizia a parlarne in un altro modo, senza bisogno di attenuare i fatti o di peggiorarli, perché non sarebbe possibile.
(Per chi volesse unirsi al gruppo, dal 12 dicembre leggeremo insieme Il libro di Natale di Selma Lagerlöf)
DETTAGLI: Essere senza destino, Imre Kertész, 1975, trad. B. Griffini, Romanzo, Letteratura ungherese, 223 pp., Feltrinelli 2014, 9 €, 4/5 stelline


cover_9788866324362_270_240Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo l’ho finito proprio oggi e per me è un grande ed enorme NO. Ci ho messo poca attenzione perché mi ha annoiato fin dall’inizio. Ci troviamo a Scovazze, in un paesino del Veneto, e gran parte della storia si svolge in un’osteria gestita da Gilda, vedova di Francone. Lì si muovono una miriade di personaggi tipici del Nord che si trovano all’improvviso a contatto con Salvatore Maria Tempesta, un terrone che entra nel locale e mette un po’ di scompiglio nelle vite di tutti. Ma chi è? Che cosa o chi cerca? Per molti è un finanziere, ma chissà. Nel frattempo nascono amori e amicizie e vengono fuori strani segreti.
Ad alcuni è piaciuto tantissimo e io, infatti, l’ho letto per questo, mi ero lasciata trasportare. Ma poi l’ho finito solamente per scrupolo, e mi dispiace anche.
DETTAGLI: Piccola osteria senza parole, Massimo Cuomo, 2014, Romanzo, Letteratura italiana, 248 pp., edizioni e/o, 17 €, 1/5 stelline

“Artico nero” di Matteo Meschiari

Io non cerco la verità, mi interessa l’intensità.
Ovviamente provo a dire la verità,
ma provo dirla in un modo che è già invenzione.

 

cop_artico_neroSi dice spesso che i libri rappresentano un meraviglioso modo di evadere dalla realtà quotidiana. Quando siamo stanchi e stressati leggiamo un bel romanzo, una raccolta di racconti o un bel saggio e dimentichiamo tutto quello che ci opprime. Ma se non fate come me, che ho snobbato per anni un genere molto importante non perché non mi piacesse ma perché preferivo altro, allora saprete che la letteratura di viaggio forse è quella che ci può permettere davvero di immaginarci altrove mentre siamo ancora seduti sul divano di casa nostra. Io mi sono accostata a questo genere da pochissimo – da quest’anno, precisamente – e me ne sono proprio innamorata perché, almeno con la mente, riesco a fare viaggi e percorsi che probabilmente nella vita non mi capiterà mai di fare.

Oggi vi voglio parlare di un libro che grazie ad Exòrma ho letto in anteprima ma che deve uscire la settimana prossima, il 17 novembre: Artico nero, di Matteo Meschiari. Non è semplice incasellare questo testo in un genere ben preciso perché, anche se potrebbe sembrare un saggio, in realtà vi si raccontano sette storie – inventate, immaginate, ma verosimili e sicuramente accadute a qualcuno in un tempo passato – ambientate tra i ghiacci in Siberia, in Groenlandia, in Norvegia o comunque all’estremo nord del mondo. Un genere che si definisce antropofiction.  Artico nero, del resto, si colloca nella collana Scritti traversi, nella quale il viaggio rappresenta allo stesso tempo il tema principale dei libri ma anche un pretesto da cui partire per raccontare storie, raccogliere fotografie, parlare d’arte, di storia o di antropologia. Ed è proprio di antropologia che parla Meschiari nelle storie contenute nel suo libro, storie di popolazioni che vivono nell’artico e che nel tempo vengono minacciate e spesso annientate da chi è più forte e più organizzato o semplicemente dai cambiamenti climatici.

A tratti sembra di trovarsi nelle abitazioni di questi popoli, dimore fredde ma estremamente resistenti se pensiamo alle condizioni in cui vengono costruite e all’uso che se ne deve fare, abitazioni che spesso consistono in un’unico locale in cui si fa tutto. Si parla di donne, magari di quelle che fanno parte di piccole tribù che devono fare i conti con l’enorme macchina dell’impero russo.

Dato che le donne europee scarseggiavano, ci si accontentava di quelle locali. I clan pagavano tributi ai Russi in grano, pellicce e donne. Queste, letteralmente mercificate, venivano acquistate, vendute, possedute, cedute e scambiate da coloni, mercanti e soldati. Gli ufficiali le usavano come concubine, gli uomini ordinari come schiave in casa. Questo accelerò la dissoluzione dei clan nativi perché l’economia domestica si reggeva su ruoli complementari. Cucina, cucito, cura dei figli, raccolta. La partenza delle donne lasciò il deserto. Ostaggi, schiave, concubine.

Donne di cui è semplicistico parlare al plurale, perché ognuna ha avuto la sua storia (di cui magari non sappiamo nulla) e perché non è possibile capire la drammaticità di cosa è stato se non le si affronta singolarmente. Per questo motivo Meschiari inventa – come fa anche in altri capitoli e per altri argomenti – una storia su una ragazza X e le cuce tutto intorno situazioni e vicende che con certezza sono accadute ad altre come lei.
Ma quello che in Artico nero mi ha colpito di più riguarda i segreti nascosti tra i ghiacci e, più precisamente, i segreti pericolosi. Noi profani non abbiamo alcuna idea di ciò che potrebbe essere nascosto nel ghiaccio, di quello che in questo momento potrebbe trovarsi in uno stato di vita sospesa e che a causa del surriscaldamento globale potrebbe tornare fuori. Nel 2016, dopo 75 anni di letargo, in Siberia centrale è tornato a colpire l’antrace, il carbonchio, un batterio che produce endospore che possono sopravvivere nel terreno, infetta gli erbivori e sopravvive fino a quando ha materiale biologico sufficiente da aggredire. Basta bere dell’acqua che adesso è liquida ma che per tanti anni è stata congelata col batterio dentro, o magari basta che una tribù di passaggio affamata si cibi di una renna congelata nel permafrost e riemersa con lo scioglimento del ghiaccio. E questo è solo uno degli esempi che l’autore ci fornisce nel libro perché possiamo farci un’idea di quello a cui piano piano stiamo andando incontro. Se ci pensate è inquietante.

Come ho detto prima, Artico nero non è un volume di saggistica, almeno non in senso stretto. Per questo motivo non c’è alcuna possibilità di annoiarsi, un po’ perché ogni argomento viene affrontato con una storia che funge da esempio e dimostrazione, e un po’ perché Matteo Meschiari ci parla con uno stile veloce e semplice che ci fa entrare completamente nell’atmosfera ghiacciata che il libro racconta.

Vi va di fare un viaggio nell’artico? Sì? Buona lettura, allora!

Titolo: Artico nero
Autore: Matteo Meschiari
Genere:
 Romanzo-saggio, antropofiction
Anno di pubblicazione:
 17 novembre 2016
Pagine: 168
Prezzo: 14,50 €
Editore: Exòrma

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza


Matteo Meschiari (Modena, 1968) insegna antropologia e geografia all’Università di Palermo. Studia il paesaggio in letteratura, la wilderness, il camminare, lo spazio percepito e vissuto presso varie culture di interesse etnografico. Ha pubblicato le sue ricerche con Sellerio, Liguori e Quodlibet. Nel 1997 ha fondato lo Studio Italiano di Geopoetica, affiliato all’Institut International de Géopoétique, creato dal poeta scozzese Kenneth White. Scrive testi di saggistica, narrativa e poesia.

“Sylvia” di Leonard Michaels

Lei si è lasciata di nuovo cadere all’indietro, facendo smorfie d’odio,
ghignando e contorcendosi come un’epilettica.
Poi si è tirata su, mi ha dato uno schiaffo, e ha detto:
“Non riesco a capire perché non mi adori”

 

sylvia-344x540Domani con il gruppo di LeggoNobel cominceremo una nuova avventura, stavolta affronteremo Imre Kertész, premio Nobel 2002, e dato che volevo una lettura breve per passare il weekend (nonostante avessi già due libri in lettura, di cui uno di racconti e uno di saggistica) mi sono lanciata su un libretto abbastanza recente, uscito lo scorso settembre per Adelphi: Sylvia, di Leonard Michaels. Come capita molto spesso, non ho nemmeno letto la sinossi, ho cominciato il libro e mi sono lasciata trasportare dalla storia. Quando l’ho finito – ci vogliono poche ore – ho scoperto che Sylvia altri non è che la prima moglie di Michaels, l’autore, e in questo libretto rosso viene raccontata la tragica storia di questa donna problematica.

Non so se è solo un problema mio che non riesco quasi mai ad entrare nel vivo di un libro fin dalla prima pagina, oppure se effettivamente Sylvia cominci in modo un po’ lento, fatto sta che bisogna concedergli qualche pagina noiosetta (ma necessaria, in quanto premessa di quel che verrà) per decollare. Nel 1960 Leonard è un giovane che ha concluso i suoi studi universitari e post-universitari e non ha un dottorato, sa solo che vuole scrivere, si definisce come «un uomo di ventisette anni iperspecializzato, che fumava sigarette e non sapeva descriversi meglio che dicendo “Mi piace molto leggere”». Un giorno, casualmente, conosce Sylvia, una ragazza bellissima e sensuale di diciannove anni, coi capelli neri lunghi che le cadono sopra le spalle e la frangia che quasi le copre gli occhi. Passa pochissimo, davvero poco, e i due finiscono insieme spinti da una sorta di chimica, una forza di attrazione quasi magnetica che non permette loro di lasciarsi. Infatti vanno subito a vivere insieme e più avanti si sposano. Tutto normale, diremmo, se non fosse che il loro rapporto non è sano.

Sembra che l’unico modo che ha Sylvia di mostrare il proprio bisogno d’amore sia di far male a Leonard, di ferirlo psicologicamente e fisicamente per dirgli quanto lo ama e quanto lui sia necessario nella sua vita. Gli dice di andarsene, ma non è quello che vuole; lo umilia mandandolo a comprarle i tamponi in piena notte solo per farsi una risatina al pensiero di ciò che verrà in mente alla gente che lo vede; gli dà la colpa di tutto ciò che succede, perfino del fatto che lui abbia il coraggio di addormentarsi dopo l’ennesimo litigio. E Leonard che fa? Niente, è follemente innamorato di Sylvia e si lascia ferire sempre, forse anche perché quello rappresenta per lui un modo di accudire questa ragazza. Sa che una volta sono anche finiti sulla bocca di tutti, quando un suo amico ha sentito della gente che abita nel loro stesso palazzo parlare di certi litigi parecchio rumorosi. Non riesce a scrivere nulla, le droghe consumate insieme ad amici e colleghi peggiorano la situazione. Ma Leonard in realtà non lo sa: sarà così anche tra le altre coppie? avranno tutti i loro problemi? Forse, ma non di questo tipo.

Mi cullavo nell’idea che ogni uomo e ogni donna che vivevano insieme fossero come Sylvia e me. Ogni coppia, ogni matrimonio, erano malati. Quest’idea, come un salasso, mi purgava. Ero infelicemente normale, ero normalmente infelice. Qualunque cosa la gente pensasse di me, io potevo pensarla di loro.

Coi continui riferimenti ai primi anni ’60, Michaels ci racconta sotto forma di diario la storia di com’è nato il suo amore per Sylvia e di com’è finito con il suicidio di lei. È davvero difficile, a parte – ripeto – le prime pagine, riuscire a non farsi trasportare dai sentimenti di Leonard e Sylvia e dalla follia di lei. Io, lettore, non posso fare altro che mettermi nei panni di una donna che soffre e che non riesce a dimostrare in altro modo l’amore che prova per il suo uomo e il bisogno che ha di lui. L’idea per cui devo far del male ad una persona per chiederle attenzioni può sembrare assurda a mente fredda, ma nell’ambito della storia di Leonard Michaels sembra avere una sua triste logica. È comprensibile che lui, alla fine, non ce la faccia quasi più e i due decidano di allontanarsi ma ormai si sono fatti del male a vicenda, l’uno non può esistere senza l’altra perché, come ha detto uno psichiatra da cui sono andati, loro due si nutrono l’uno dell’altra. Ed è così che la follia di Sylvia diventa contagiosa, s’insinua nella mente di Leonard e anche un po’ in quella di noi che leggiamo la loro storia.

 Buona lettura!

Titolo: Sylvia
Autore: Leonard Michaels
Traduttore: Vincenzo Vergani 
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 settembre 2016
Pagine: 129
Prezzo: 16 €
Editore: Adelphi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota