“Le pietre” di Claudio Morandini

Qualche giorno fa mi è capitato di entrare
in una casa per la benedizione pasquale,
di esservi accolto con ogni onore,
e di esserne scacciato a sassate.
Vi chiederete come sia possibile.

 

Pochi giorni fa, il 13 aprile, è uscito per Exòrma Le Pietre il nuovo romanzo di Claudio Morandini, che avevamo già conosciuto con Neve, Cane, piede (vincitore di vari premi e della cinquina di Modus Legendi). Ero particolarmente curiosa di leggerlo perché il libro precedente mi era piaciuto proprio tanto e devo dire che questo ha soddisfatto le mie aspettative. L’ambientazione è la stessa: siamo in quelle zone di montagna care all’autore, zone che probabilmente conosce bene e in cui si trova a suo agio ad ambientare le storie che crea. Questa volta, però, i protagonisti non sono la neve, un vecchio burbero e fuori di testa o un cane parlante, bensì delle pietre che, in un’atmosfera in cui realtà e fantastico si fondono, sembrano tenere in scacco un intero paese.

La voce narrante è quella di un uomo che deve tornare indietro con la mente per spiegare perché adesso, tra Sostigno (più a valle) e Testagno (più su) la gente viva minacciata dalle pietre. Tutto comincia quando a casa di Ettore e Agnese Saponara – due professori che si sono trasferiti dalla città per cercare un ambiente più tranquillo – un giorno appare un mucchietto di polvere in soggiorno. Agnese non capisce da dove arrivi questa sporcizia, forse è caduta dal soffitto, ma non ci fa troppo caso, pulisce e si dimentica. Qualche giorno dopo quella polvere ritorna, ma in quantità maggiore; poi sempre di più, fino a quando non spuntano una, due, tre pietre, che si vanno moltiplicando. I Saponara, che hanno provato ad entrare nella stanza e sono stati malamente colpiti e feriti da queste pietre, sono costretti a chiudere a chiave il soggiorno, non possono utilizzarlo più. Le pietre colpiscono perfino il sacerdote che arriva per dare la benedizione e la gran quantità di maghi e pseudoesperti che vengono in massa per tentare di spiegare il fenomeno. Senza contare i ficcanaso.
Insomma, nel presente del narratore la gente si è ormai abituata a questa situazione, i bambini fanno addirittura le gare con le pietre che rotolano da sole e si limitano ad aspettare quella che arriverà per prima.

Ma Le pietre non è solo il racconto di due coniugi minacciati dalle pietre semoventi in un paesino sulle Alpi: Morandini ci parla anche di una piccola comunità che deve accettare due persone che vengono dalla città ma non riesce mai del tutto a farlo e si chiude. Infatti, le prime spiegazioni che vengono date (dai paesani) sul fenomeno riguardano più che altro una sorta di rivolta del territorio a questi Saponara che non appartengono a quei luoghi, come se Sostigno volesse cacciarli in modo “naturale”. Gli altri sono abituati a vivere tra le pietre (c’è chi le dipinge o chi addirittura ci fa il brodo), i due professori no e, per di più, non conosco quel legame intimo che gli abitanti hanno da sempre con la montagna, coi posti in cui vivono. Un’altra ipotesi che viene fuori, ancora contro i Saponara, è che sia una truffa messa in atto proprio da loro per attirare l’attenzione o magari apparire su qualche giornale (copiando un caso simile avvenuto tantissimi anni prima).
Ma queste pietre minacciano la casa o le persone? E chi, nello specifico? Agnese o Ettore?

Claudio Morandini, quasi mettendo in atto l’artificio della regressione, racconta questa storia calandosi nei panni di un uomo di montagna, non troppo istruito, che ogni tanto si lascia scappare un orca madosca. Come è accaduto quando ho letto Neve, cane, piede, anche qui ho provato quello spaesamento, quell’incertezza che nasce dal non trovare una spiegazione unica ai fatti e, anzi, dall’essere travolti da una miriade di interpretazioni. Se nel primo romanzo non si capiva se il vecchio Adelmo avesse visto/commesso/detto/sentito determinate cose, qui ci si trova spiazzati quando si deve immaginare il perché di questa rivolta delle pietre nei confronti dei Saponara e di chiunque si azzardi ad entrare nel loro soggiorno. Ma non solo, viene anche il dubbio che tutto ciò possa non essere reale, che sia uno scherzo del paese ai danni dei due malcapitati. Una volta entrati nella storia, però, si cominciano a trovare varie chiavi di lettura e si riesce a fare chiarezza. Non troppa però!

Mi piace molto questo senso del fantastico che aleggia sulla vita degli abitanti di Sostigno e Testagno, ma mi piace ancor di più il modo in cui l’autore spesso smette di esser serio e gioca con l’ironia, anche per alleggerire la narrazione. Le pietre è un libro che soddisfa le aspettative di chi aveva letto Neve, cane, piede e da Morandini immaginava di ricevere quanto meno una storia altrettanto bella, se non di più.

Buona lettura!

Titolo: Le pietre
Autore: Claudio Morandini
Genere:
 Romanzo 
Anno di pubblicazione:
 13 aprile 2017
Pagine: 192
Prezzo: 14,50 €
Editore: Exòrma

Giudizio personale: spienaspienaspiena

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“Giulia Tofana. Gli amori, i veleni” di Adriana Assini

Che c’è di male nel fare il bene?
Io sono la speranza di tante sventurate
che nessun giudice difende,
che nessun santo protegge.

 

Giulia Tofana è un personaggio storico realmente esistito. Era una meretrice palermitana che ha scoperto la formula di un veleno molto potente a base di arsenico e antimonio che, somministrato a piccole dosi regolari, uccideva senza lasciare traccia. Il malcapitato che lo ingeriva, infatti, non mostrava segni di avvelenamento ma una volta morto, anzi, aveva un colorito roseo. La creatrice di quella che veniva definita acqua tofana, vendeva questo intruglio insapore e inodore alle donne che volevano sbarazzarsi dei mariti, alcune perché venivano maltrattate, altre perché costrette ad un matrimonio forzato. E per tanti altri motivi che possiamo immaginare. Le notizie biografiche su questa donna sono pochissime, ma si pensa che sua madre avesse avvelenato il marito e ciò potrebbe spiegare l’abilità di Giulia che nel 1659 venne giustiziata a Campo de’ Fiori insieme alla figlia e a diversi apprendisti.

Da questa figura prende spunto Adriana Assini nel suo romanzo Giulia Tofana. Gli amori, i veleni edito il mese scorso da Scrittura & Scritture. L’autrice ci racconta una Giulia diversa da quella che ci si potrebbe aspettare: non una killer sui generis, non, cioè, una donna che vendeva veleni e che quindi non era direttamente responsabile degli omicidi che poi altre commettevano, ma una ragazza senza mezzi di sostentamento, che per vivere deve prostituirsi, che è innamorata di un uomo che mai potrà sposarla e deve inventarsi qualcosa per tirare avanti. E sulla storia dei veleni, lei è convinta solo di aiutare le donne a liberarsi da situazioni incresciose, quindi ciò che fa non è poi così sbagliato. Dubbia morale, ma niente sensi di colpa. Si racconta, infatti, che tra il 1633  il 1651 siano morti circa seicento uomini grazie all’acqua tofana.
Giulia ha una tresca con un barone, Manfredi Ballo, che mai potrebbe amarla alla luce del sole, e per varie ragioni a un certo punto decide di trasferirsi a Roma insieme a frate Nicodemo (innamorato a sua volta di lei) e alla sua amica Girolama. Sperando di lasciarsi alle spalle le sue antiche pratiche e di cominciare una nuova vita nell’Urbe, la ragazza ci mette poco a rifare i vecchi errori e a cacciarsi nei guai, senza mai dimenticare Manfredi.

Ci sono tanti elementi in questo libro che ne fanno un romanzo storico godibile. Innanzitutto, il fatto che la Assini cerchi di approfondire l’interiorità di un personaggio storico estremamente negativo (e come potrebbe non esserlo una che vendeva veleni per uccidere la gente?) per mostrarne l’animo schietto e farne una paladina di giustizia tutta al femminile. L’amore, quello impossibile col bel Manfredi che deve difendere l’onore del suo casato e del suo rango, ma anche quello di Nicodemo nei confronti della ragazza, un amore che lei non riesce a ricambiare.
Infine un contesto storico ben delineato e di cui io stessa ho scoperto tante cose che non sapevo, come ad esempio il fatto che Santa Rosalia sia la patrona di Palermo (lo so, è la mia città e avrei dovuto saperlo) dal 27 luglio 1624, e che prima della santuzza a proteggere la popolazione ci fossero Agata, Ninfa, Oliva e Cristina. Un’altra cosa molto interessante che ho scoperto leggendo questo romanzo è quella sulla corsa delle bagasce, che il viceré di Sicilia Marcantonio Colonna organizzava lungo il Cassaro (all’epoca la strada più elegante di Palermo). E a cui, nel romanzo, Giulia Tofana partecipava.

Non ho le competenze di tipo storico per dire se la ricostruzione dell’epoca sia accurata, ma mi sono documentata man mano che andavo avanti col romanzo e, come ho già detto, ho scoperto tante cose. Naturalmente, la vita della protagonista nella realtà deve essere stata parecchio più dura di quella narrata dalla Assini che, mettendo da parte qualche punto in cui la narrazione rallenta, ha cucito addosso a questa donnaccia un libro interessante che credo sia più adatto a un pubblico femminile.
Giulia è una donna ignorante, non sa leggere né scrivere, ma fa sua quella saggezza popolare e quel desiderio di riscatto delle donne che la porteranno a voler difendere il gentil sesso dal predominio maschile che, col passare degli anni, non è diminuito poi troppo. Con uno stile fresco e molto scorrevole, Adriana Assini, dà voce (e la fa anche scoprire a chi non la conosce ancora) a una Giulia Tofana che, secondo lei, non era solo una fattucchiera, ma una donna prima di tutto.

Buona lettura!

Titolo: Giulia Tofana. Gli amori, i veleni
Autore: Adriana Assini
Genere:
 Romanzo storico
Anno di pubblicazione:
 marzo 2017
Pagine: 235
Prezzo: 14 €
Editore: Scrittura & Scritture

Giudizio personale: spienaspienaspiena


Adriana Assini vive e lavora a Roma. Sulla scia di passioni perdute, gesta dimenticate, vite fuori dal comune, guarda al passato per capire meglio il presente e con quel che vede ci costruisce un romanzo, una piccola finestra aperta sul mondo di ieri. Dipinge. Soltanto acquarelli. E anche quando scrive si ha l’impressione che dalla sua penna, oltre alle parole, escano le ocre rosse, gli azzurri oltremare, i luccicanti vermigli in cui intinge i suoi pennelli. Ha pubblicato diversi libri, tutti a sfondo storico, tra cui i romanzi Giulia Tofana. Gli amori, i veleni (2017), Un caffè con Robespierre (2016) La Riva Verde (2014) e Le rose di Cordova che dalla sua prima edizione del 2007 ha visto la fortuna di due edizioni successive e tre ristampe.

Da “La luna e i falò” di Cesare Pavese

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

[Cesare Pavese, La luna e i falò]

Con sgomento, poco tempo fa mi sono resa conto di non aver mai letto nulla di Cesare Pavese, un autore che mi ha sempre attirato molto. Così ho riesumato dai miei scaffali La luna e i falò (non specifico un’edizione in particolare perché ho quella de La biblioteca di Repubblica – Novecento e non saprei quale consigliarvi) e l’ho letto piano piano, un capitolo ogni tanto per assaporarlo bene. Si tratta dell’ultima (consapevolmente) opera di Pavese, uscita nel 1950, pochi mesi prima che lo scrittore si togliesse la vita. Come egli stesso ha scritto in una lettera: «La luna e i falò è il libro che mi portavo dentro da più tempo e che ho più goduto a scrivere. Tanto che credo che per un pezzo, forse sempre, non farò più altro.»
La storia è quella di Anguilla, un ragazzo che narra in prima persona il suo ritorno in un paesino delle Langhe nel dopoguerra dopo essere stato in America a cercar fortuna. Il protagonista incontra persone che conosceva e torna nei luoghi che tempo prima ha lasciato, ma non può fare altro che constatare come tutto sia cambiato da quando è partito. La storia è stata più forte della civiltà, il corso degli eventi ha completamente stravolto territori e persone e nessuno ha potuto farci nulla.
Il viaggio verso le proprie radici che compie Anguilla non sembra essere altro che la metafora del disagio dell’intellettuale che fa i conti con la letteratura del dopoguerra e che si rende conto del cambiamento che è in atto tra il primo e il secondo Novecento (il libro è proprio del ’50). Certo, spesso il linguaggio può sembrare un po’ datato, ma va comunque inserito nel suo contesto e nella sua epoca. Devo dire che non mi aspettavo un libro così bello, mi sono lasciata trasportare dalle parole e anch’io, come Anguilla, mi sono sentita delusa e disincantata mentre con lui facevo quel viaggio nei suoi luoghi natali.
Ma non vi dico altro per alcuni semplici motivi: l’ho letto da tempo e l’ho lasciato così tanto a decantare che alcuni dettagli li ho rimossi dalla mente (colpa mia che non ho preso più appunti); è uno di quei romanzi che bisogna leggere per apprezzare davvero, nessuno te lo può raccontare e fartelo amare così dal nulla; ho deciso di dedicargli un post con uno stralcio, quindi non prendetelo come una recensione, ma solo come un brevissimo esempio di una prosa perfetta. Adesso non mi resta altro da fare che approfondire Pavese e andare a leggere tutto ciò che mi sono persa negli anni.

In breve: “Perdersi” di Charles D’Ambrosio

In un certo senso abbiamo davvero una storia
solo nel momento in cui è condivisa,

e di fatto troppa unicità conduce dall’individualità all’anonimato,
all’enorme mare dei dimenticati.

 

Perdersi è un libro che volevo acquistare fin da quando è uscito e non vi nascondo che la sua grande parte l’aveva fatta la copertina, che secondo me è bellissima. Poi ho saputo che Charles D’Ambrosio, nel suo tour italiano, sarebbe venuto proprio qui a Palermo alla libreria Modusvivendi a presentarlo e quindi ho colto la palla al balzo: l’ho comprato e divorato perché volevo farcela in tempo per l’incontro.
Si tratta di una raccolta di saggi che però hanno qualcosa anche del racconto, sono testi che secondo me stanno a metà tra questi due generi. D’Ambrosio scrive di vari argomenti e lo fa senza la rigidità tipica del saggio: ha uno stile fluido, leggero, molto personale, che ti fa venire in mente che quel testo sia un dialogo tra l’autore e te che stai leggendo. Non si preoccupa di essere accademico o di mantenere un certo tipo di linguaggio, vuole raccontarti la realtà per come la vede lui, vuole farti sapere quello che lui stesso ha visto, sentito e provato. E a questo proposito – è emerso anche durante l’incontro in libreria – ciò che emerge è anche l’importanza dei suoni: descrive ciò che sente per darci la possibilità di entrare completamente nella storia, per permetterci di ricreare nella nostra mente quella determinata situazione in cui lui si è trovato precedentemente. Ma non solo suoni; anche odori, cose viste, toccate. L’importanza dei dettagli in generale. Details matter, ha detto. L’importante è parlare di cose verosimili e dare al lettore l’idea giusta, mettersi nei panni di chi sta leggendo per capire se quel pezzo suona bene, perché in caso contrario bisogna tagliare e rielaborare.

Scoprii in fretta che la miglior fonte di consigli senza la morale era la buona letteratura. Capii subito che certe storie osservavano le vite umane in maniera diretta e coraggiosa, senza criticarle o condannarle.

D’Ambrosio, durante l’incontro, ha parlato in generale della sua produzione e degli altri racconti pubblicati da minimum fax, nello specifico Il museo dei pesci morti, che mi procurerò quanto prima. Ma per quanto riguarda i saggi, raccolti in Perdersi, ha detto che è un genere perfetto per esprimere più idee, anche se in contraddizione fra loro, dal momento che non dovendo seguire una trama, una storia, puoi esporre più punti di vista su una stessa questione.
Fra questi saggi, quello che mi ha emozionato di più è stato Salinger e Singhiozzi, il primo della terza parte, in cui tra le altre cose parla de Il giovane Holden, dell’accostamento fra questo romanzo e il tema del suicidio (che poi lo collega a questioni familiari) e della perdita di identità più in generale. Forse devo questa preferenza al mio amore spassionato per questo libro, che ho già letto tre volte a tre età diverse provando sempre sensazioni nuove, motivo per cui tre non mi basteranno, ci saranno nuove riletture.

In generale, Charles D’Ambrosio ha uno stile che coinvolge chiunque stia leggendo perché è come se portasse sul piano personale ogni argomento di cui parla. Dentro ogni saggio, prima di tutto il resto, c’è lui, c’è la sua esperienza, ci sono i suoi ricordi.
Da centellinare. Buona lettura!

Io mentre D’Ambrosio mi firma la dedica (foto di Fabrizio Piazza della Modusvivendi)

Titolo: Perdersi
Autore: Charles D’Ambrosio
Traduttore: Martina Testa
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2014 (2016 con questo editore)
Pagine: 312
Prezzo: 18 €
Editore: minimum fax

Giudizio personale: spienaspienaspienaspiena

“Anatomia di un soldato” di Harry Parker

Con l’inizio del nuovo anno la libreria che frequento regolarmente ha deciso di organizzare incontri periodici con gli editori, incontri in cui il pubblico ha la possibilità di fare tutte le domande che vuole a chi, nei fatti, lavora in una casa editrice. I primi due – gli unici fino ad ora – sono stati dedicati a Keller (presente lo stesso Roberto Keller) e a SUR (a cui hanno presenziato Marco Cassini, direzione editoriale, e Alessandro Bandiera, direzione commerciale). Io, com’è ovvio, ho fatto i miei acquisti ed è proprio dal secondo di questi incontri che arriva il libro di cui voglio parlarvi oggi. Si tratta di un testo che ho qualche difficoltà ad inquadrare in un genere preciso. Potrei dirvi che Anatomia di un soldato di Harry Parker è un romanzo, ma dovrei specificare una serie di cose, come ad esempio che potrebbe essere benissimo una raccolta di mini-racconti collegati fra loro. Preferisco, però, dire che è un romanzo composto da frammenti e che è il lettore a dover mettere al suo posto ognuno di questi pezzetti per ricostruire la storia di base.

Tom Barnes è un giovanissimo capitano dell’esercito britannico che si trova in missione in Afghanistan; Latif un ragazzino che milita fra i ribelli; Faridun, amico di Latif e figlio di uno degli anziani, vuole vivere tranquillo nel suo villaggio. Attorno a questi tre personaggi Parker costruisce una storia fatta di dettagli reali, eventi che ha vissuto davvero e che lo hanno portato, come accade al suo alter ego Barnes, a perdere entrambe le gambe. La particolarità del libro è che la voce narrante non è nessuno dei tre personaggi principali, ma il racconto è affidato agli oggetti che entrano in contatto con almeno uno tra Tom, Latif e Faridun. Una volta a parlare è un’arma, un’altra volta un sacco di fertilizzante, un’altra volta ancora può essere una fotografia che passa tra le mani di due amici. E questa tecnica permette all’autore di far sì che alcune storie condividano dei momenti, che riescano a sovrapporsi. Mi spiego meglio. Due tra i capitoli che mi sono piaciuti di più sono quello narrato dal tubo endotracheale di Tom mentre si trova in ospedale e quello raccontato dalla borsetta che la madre del ragazzo stringe tra le mani quando va a trovare il figlio in terapia intensiva. Ci troviamo a “vedere” la stessa scena da due punti di vista diversi e questo, secondo me, è geniale.

Ripensò al sorriso del figlio e all’ultima volta che era uscito dal cancello di casa dicendo che sarebbe andato tutto bene, e ricordò di aver pensato che non doveva sfidare la sorte in quel modo. Ripensò a quando lui aveva otto anni e piangeva mentre lo accompagnava a scuola. Ripensò a quando aveva finito l’addestramento, e a quanto lei ne era stata fiera.
Ricordò di aver provato lo stesso terrore ogni volta che aveva sentito suonare il campanello da quando lui era partito. Ricordò lo sforzo che faceva per scendere ad aprire, e il sollievo nello scoprire che erano solo piazzisti, e quanto era stata più gentile con loro. Adesso rimpiangeva di essere scesa al pianterreno.

Harry Parker, attraverso il filtro Barnes, si mette completamente a nudo e ci racconta una disgrazia senza però risparmiarsi perché forse capisce che per accettare il dolore lo si deve prima attraversare. La prima fase è quella in cui, ancora in ospedale (una sorta di bolla), non si rende conto fino in fondo di quanto è accaduto; poi torna a casa e l’unica cosa a cui riesce a pensare è che avrebbe tanto voluto morire dopo aver messo il piede su quell’ordigno, piuttosto che restare mutilato; poi comincia la fisioterapia e inizia ad usare le protesi, capisce che pensare a ciò che è stato serve a poco e bisogna ripartire da lì per vivere il futuro. Barnes ha una grande forza di volontà e ritrova la sua voglia di vivere, anche se non sembra essere arrivato alla fine del suo percorso, sempre che ci possa essere una fine.

Lo stile è crudo, non ci sono ideologie, riferimenti all’attualità, in ogni capitolo viene raccontata una storia in modo oggettivo e il motivo è semplice: non serve nulla di tutto ciò per parlare dell’orrore della guerra, delle conseguenze fisiche e psicologiche di un conflitto. E proprio per la mancanza di riferimenti Anatomia di un soldato è un romanzo autobiografico per Harry Parker che attraverso quest’inferno ci è passato, ma potrebbe essere benissimo un libro che parla di altre persone e di storie simili. In fin dei conti l’argomento è universale e ha toccato tanti altri.
Per quel che mi riguarda, nonostante sia un esordio posso definirlo tranquillamente un capolavoro, dalle mie parole si sarà già capito, e ne consiglio la lettura nello specifico a chi, come me, ama la letteratura forte, quella che suscita emozioni autentiche senza aver bisogno di paroloni ma affidandosi solo alle storie.
Buona lettura!

Titolo: Anatomia di un soldato
Autore: Harry Parker
Traduttore: Martina Testa
Genere:
 Romanzo autobiografico
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 349
Prezzo: 17,50 €
Editore: SUR

Giudizio personale: spienaspienaspienaspiena


Harry Parker (1983), figlio di un generale inglese che è stato vicecomandante delle forze Nato in Afghanistan, si è arruolato a sua volta nell’esercito britannico a 23 anni e ha prestato servizio col grado di capitano nel 2007 in Iraq e nel 2009 in Afghanistan, dove in seguito all’esplosione di un ordigno ha perso entrambe le gambe. Vive a Londra, dove ora si dedica alla scrittura e al disegno.