“Anatomia di un soldato” di Harry Parker

Con l’inizio del nuovo anno la libreria che frequento regolarmente ha deciso di organizzare incontri periodici con gli editori, incontri in cui il pubblico ha la possibilità di fare tutte le domande che vuole a chi, nei fatti, lavora in una casa editrice. I primi due – gli unici fino ad ora – sono stati dedicati a Keller (presente lo stesso Roberto Keller) e a SUR (a cui hanno presenziato Marco Cassini, direzione editoriale, e Alessandro Bandiera, direzione commerciale). Io, com’è ovvio, ho fatto i miei acquisti ed è proprio dal secondo di questi incontri che arriva il libro di cui voglio parlarvi oggi. Si tratta di un testo che ho qualche difficoltà ad inquadrare in un genere preciso. Potrei dirvi che Anatomia di un soldato di Harry Parker è un romanzo, ma dovrei specificare una serie di cose, come ad esempio che potrebbe essere benissimo una raccolta di mini-racconti collegati fra loro. Preferisco, però, dire che è un romanzo composto da frammenti e che è il lettore a dover mettere al suo posto ognuno di questi pezzetti per ricostruire la storia di base.

Tom Barnes è un giovanissimo capitano dell’esercito britannico che si trova in missione in Afghanistan; Latif un ragazzino che milita fra i ribelli; Faridun, amico di Latif e figlio di uno degli anziani, vuole vivere tranquillo nel suo villaggio. Attorno a questi tre personaggi Parker costruisce una storia fatta di dettagli reali, eventi che ha vissuto davvero e che lo hanno portato, come accade al suo alter ego Barnes, a perdere entrambe le gambe. La particolarità del libro è che la voce narrante non è nessuno dei tre personaggi principali, ma il racconto è affidato agli oggetti che entrano in contatto con almeno uno tra Tom, Latif e Faridun. Una volta a parlare è un’arma, un’altra volta un sacco di fertilizzante, un’altra volta ancora può essere una fotografia che passa tra le mani di due amici. E questa tecnica permette all’autore di far sì che alcune storie condividano dei momenti, che riescano a sovrapporsi. Mi spiego meglio. Due tra i capitoli che mi sono piaciuti di più sono quello narrato dal tubo endotracheale di Tom mentre si trova in ospedale e quello raccontato dalla borsetta che la madre del ragazzo stringe tra le mani quando va a trovare il figlio in terapia intensiva. Ci troviamo a “vedere” la stessa scena da due punti di vista diversi e questo, secondo me, è geniale.

Ripensò al sorriso del figlio e all’ultima volta che era uscito dal cancello di casa dicendo che sarebbe andato tutto bene, e ricordò di aver pensato che non doveva sfidare la sorte in quel modo. Ripensò a quando lui aveva otto anni e piangeva mentre lo accompagnava a scuola. Ripensò a quando aveva finito l’addestramento, e a quanto lei ne era stata fiera.
Ricordò di aver provato lo stesso terrore ogni volta che aveva sentito suonare il campanello da quando lui era partito. Ricordò lo sforzo che faceva per scendere ad aprire, e il sollievo nello scoprire che erano solo piazzisti, e quanto era stata più gentile con loro. Adesso rimpiangeva di essere scesa al pianterreno.

Harry Parker, attraverso il filtro Barnes, si mette completamente a nudo e ci racconta una disgrazia senza però risparmiarsi perché forse capisce che per accettare il dolore lo si deve prima attraversare. La prima fase è quella in cui, ancora in ospedale (una sorta di bolla), non si rende conto fino in fondo di quanto è accaduto; poi torna a casa e l’unica cosa a cui riesce a pensare è che avrebbe tanto voluto morire dopo aver messo il piede su quell’ordigno, piuttosto che restare mutilato; poi comincia la fisioterapia e inizia ad usare le protesi, capisce che pensare a ciò che è stato serve a poco e bisogna ripartire da lì per vivere il futuro. Barnes ha una grande forza di volontà e ritrova la sua voglia di vivere, anche se non sembra essere arrivato alla fine del suo percorso, sempre che ci possa essere una fine.

Lo stile è crudo, non ci sono ideologie, riferimenti all’attualità, in ogni capitolo viene raccontata una storia in modo oggettivo e il motivo è semplice: non serve nulla di tutto ciò per parlare dell’orrore della guerra, delle conseguenze fisiche e psicologiche di un conflitto. E proprio per la mancanza di riferimenti Anatomia di un soldato è un romanzo autobiografico per Harry Parker che attraverso quest’inferno ci è passato, ma potrebbe essere benissimo un libro che parla di altre persone e di storie simili. In fin dei conti l’argomento è universale e ha toccato tanti altri.
Per quel che mi riguarda, nonostante sia un esordio posso definirlo tranquillamente un capolavoro, dalle mie parole si sarà già capito, e ne consiglio la lettura nello specifico a chi, come me, ama la letteratura forte, quella che suscita emozioni autentiche senza aver bisogno di paroloni ma affidandosi solo alle storie.
Buona lettura!

Titolo: Anatomia di un soldato
Autore: Harry Parker
Traduttore: Martina Testa
Genere:
 Romanzo autobiografico
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 349
Prezzo: 17,50 €
Editore: SUR

Giudizio personale: spienaspienaspienaspiena


Harry Parker (1983), figlio di un generale inglese che è stato vicecomandante delle forze Nato in Afghanistan, si è arruolato a sua volta nell’esercito britannico a 23 anni e ha prestato servizio col grado di capitano nel 2007 in Iraq e nel 2009 in Afghanistan, dove in seguito all’esplosione di un ordigno ha perso entrambe le gambe. Vive a Londra, dove ora si dedica alla scrittura e al disegno.

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