Da “La luna e i falò” di Cesare Pavese

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

[Cesare Pavese, La luna e i falò]

Con sgomento, poco tempo fa mi sono resa conto di non aver mai letto nulla di Cesare Pavese, un autore che mi ha sempre attirato molto. Così ho riesumato dai miei scaffali La luna e i falò (non specifico un’edizione in particolare perché ho quella de La biblioteca di Repubblica – Novecento e non saprei quale consigliarvi) e l’ho letto piano piano, un capitolo ogni tanto per assaporarlo bene. Si tratta dell’ultima (consapevolmente) opera di Pavese, uscita nel 1950, pochi mesi prima che lo scrittore si togliesse la vita. Come egli stesso ha scritto in una lettera: «La luna e i falò è il libro che mi portavo dentro da più tempo e che ho più goduto a scrivere. Tanto che credo che per un pezzo, forse sempre, non farò più altro.»
La storia è quella di Anguilla, un ragazzo che narra in prima persona il suo ritorno in un paesino delle Langhe nel dopoguerra dopo essere stato in America a cercar fortuna. Il protagonista incontra persone che conosceva e torna nei luoghi che tempo prima ha lasciato, ma non può fare altro che constatare come tutto sia cambiato da quando è partito. La storia è stata più forte della civiltà, il corso degli eventi ha completamente stravolto territori e persone e nessuno ha potuto farci nulla.
Il viaggio verso le proprie radici che compie Anguilla non sembra essere altro che la metafora del disagio dell’intellettuale che fa i conti con la letteratura del dopoguerra e che si rende conto del cambiamento che è in atto tra il primo e il secondo Novecento (il libro è proprio del ’50). Certo, spesso il linguaggio può sembrare un po’ datato, ma va comunque inserito nel suo contesto e nella sua epoca. Devo dire che non mi aspettavo un libro così bello, mi sono lasciata trasportare dalle parole e anch’io, come Anguilla, mi sono sentita delusa e disincantata mentre con lui facevo quel viaggio nei suoi luoghi natali.
Ma non vi dico altro per alcuni semplici motivi: l’ho letto da tempo e l’ho lasciato così tanto a decantare che alcuni dettagli li ho rimossi dalla mente (colpa mia che non ho preso più appunti); è uno di quei romanzi che bisogna leggere per apprezzare davvero, nessuno te lo può raccontare e fartelo amare così dal nulla; ho deciso di dedicargli un post con uno stralcio, quindi non prendetelo come una recensione, ma solo come un brevissimo esempio di una prosa perfetta. Adesso non mi resta altro da fare che approfondire Pavese e andare a leggere tutto ciò che mi sono persa negli anni.

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