Non chiamarmi col mio nome | James Purdy

Era una di quelle interminabili feste mortifere
in cui tutti fingono, dove nessuno conosce nessuno
e dove si può spingere la gente giù dalle finestre
senza che nessuno se ne accorga fino al mattino dopo.

 

Non chiamarmi col mio nome è una raccolta di racconti di James Purdy pubblicata quest’anno dalla casa editrice Racconti. L’ho acquistata innanzitutto attratta dalla copertina, ma sono stata anche molto incuriosita da quanto è scritto sulla seconda e sulla terza. Nella bio di Purdy infatti è scritto che è molto conosciuto come autore poco conosciuto; in effetti io non lo conosco affatto, quindi mi documento un po’ e scopro vari articoli in cui gente ben più ferrata in materia di me ne tesse le lodi più sperticate. Da quello che scopro, infatti, Purdy è un autore dalla grande cultura classica che non ha mai incontrato il favore del grande pubblico e non ha mai partecipato ai salotti letterari e intellettuali, ma è (stato) amato e osannato da personaggi celebri (come Franzen, Vidal e David Means, che ha scritto un’introduzione a questo libro, tradotta da Stefano Friani), e anche imitato da vari scrittori che però hanno avuto più successo di lui.

Perché non ha riscosso grandi consensi? Perché fondamentalmente – l’ho capito anche io leggendo i racconti da cui è composta la raccolta – Purdy parla in modo elegantissimo e formale di cose che la società americana del suo tempo ha voluto tenere nascoste, disagi di singoli personaggi (che spesso si estendono anche a chi li circonda) che pulsano sotto un mantello di moralismo quasi intransigente. Un critico disse che i suoi racconti e romanzi sono stati «il fiume sotterraneo che ha attraversato il paesaggio americano senza mai venire alla luce».
Un uomo sposato con una donna da tanti anni che non ha mai confessato la sua omosessualità; una moglie che non riesce ad accettare di dover prendere il cognome del marito e che fuori da un locale viene percossa da lui in malo modo; un’insegnante quasi sessantenne che cammina nuda per strada, si rifugia a casa di un suo ex studente e non riesce ad ammettere di essere stata violentata («Non posso dirglielo, Winston… Ho sessant’anni.»). Sono tutti personaggi che, attraverso il filtro Purdy, vorrebbero uscire dagli schemi, palesare ciò che hanno dentro e che li affligge, ma per i quali forse non esiste una via di scampo. Sono condannati a rimanere dentro il sistema di cui fanno parte.

Avrebbe voluto urlare o dargli una spinta, avrebbe voluto dirgli di volere “almeno” qualcosa, qualsiasi cosa per un momento soltanto, così che anche lei potesse volere qualcosa. Voleva che volesse qualcosa per poter volere qualcosa anche lei, ma sapeva che non avrebbe voluto più niente di niente.

A dare il titolo alla raccolta è uno dei racconti contenuti in essa, precisamente quello in cui la moglie non vuole prendere il cognome del marito. Quello a cui ho pensato dopo aver letto le prime short stories, e che mi si è confermato nella mente quando le ho finite tutte, è che più che Non chiamarmi col mio nome Purdy ci dice: non chiamiamo le cose col loro nome, perché non possiamo farlo. Mi sembra tutta una critica al popolo americano. Tutte le storie lasciano l’amaro in bocca, una volta terminate, perché i protagonisti non sembrano trovare una via d’uscita dalla loro condizione, nonostante siano lì a soffrire e scalpitare per qualcosa che non si può dire fuori dalle mura domestiche o addirittura che non si può tradurre in parole.

James Purdy affronta temi scomodi, quei temi che hanno fatto sì che cadesse nel dimenticatoio perché – come dice David Means nell’introduzione, che bisognerebbe rileggere dopo aver finito la raccolta – era un rinnegato che non si è mai adeguato alle regole del suo tempo e aveva lettori devoti alla sua opera. Accende i riflettori sul sordido, sul disagio personale dei singoli individui e lo fa principalmente affidandosi a ciò che tralascia di dire, non ai dati che rivela.

Come si legge un racconto di Purdy? A cosa bisogna fare attenzione? Tutte le short stories, per loro natura, sono frammenti allusivi di una narrazione più grande. Sono strumenti di estrema precisione, e richiedono al lettore di completare il testo, sentendo su di sé le implicazioni di ogni gesto.

Ho apprezzato molto questi racconti e devo dire che sono rimasta affascinata dallo stile di James Purdy, mi è venuta voglia di approfondire la conoscenza di quest’autore in cui non mi ero mai imbattuta. Se davvero è grande come dicono, allora grazie a Racconti Edizioni per averlo ripreso e riproposto al pubblico italiano che, ne sono sicura, lo apprezzerà molto.
Buona lettura!

Titolo: Non chiamarmi col mio nome
Autore: James Purdy
Traduttore: Floriana Bossi
Genere: Racconti
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 228
Prezzo: 17 €
Editore: Racconti edizioni


James Purdy (Hicksville, 17 luglio 1914 – New York, 13 marzo 2009)