Hannah Coulter | Wendell Berry

Questa è la storia della mia vita,
che mentre vivevo ha gravato sulle mie spalle,
mi ha incalzata e mi ha impegnata fino allo spasimo,
e che oggi sembra soltanto il ricordo di un sogno.

 

Lo so, divento monotematica e parlo ancora della mia esperienza a Una marina di libri, però qui sono costretta a farlo perché si tratta di una premessa importante. Come ho già detto l’altra volta sono stata a dare una mano allo stand Giuntina; se a destra avevo il bar, a sinistra ci siamo trovate ad avere come vicini Mauro e Alberto di Lindau, una casa editrice torinese che conoscevo solo per sentito dire e che ho avuto modo, quindi, in quei giorni, letteralmente di scoprire. Non so perché ancora non avessi letto niente, non c’è un motivo particolare, ma devo dirvi che hanno un catalogo parecchio interessante. Morale della favola, mi sono portata a casa ben tre volumi, e di uno di questi parleremo oggi, perché fa parte di una sorta di saga ambientata a Port William, un villaggio rurale fittizio situato nel Kentucky. L’autore di questi romanzi che hanno come collegamento essenzialmente questo setting o qualche personaggio che può apparire qua e là – e quindi non devono essere letti seguendo un ordine preciso – è Wendell Berry, uno statunitense classe 1934, che oltre ad essere scrittore, poeta e critico è anche agricoltore, attivista ecologista e pacifista. Come mi spiegavano i ragazzi di Lindau, potrebbe essere uno di quei pochi scrittori a vedere tutta la sua opera pubblicata con traduzione finché è ancora in vita.

Port William in tutta la sua realtà e il suo mistero, in tutte le sue luci e le sue ombre, con il suo nome che costituisce esso stesso un enigma. Per quale ragione costruire mai un villaggio sulla cima o comunque sul fianco di una collina, a mezzo miglio dal fiume, dandogli il nome di «porto»?
Gli abitanti di Port William si sono sentiti ripetere quella domanda all’infinito e alla fine ci hanno fatto il callo. Ben Feltner, il nonno di Virgil, dava sempre la stessa risposta: «Quando hanno costruito Port William non sapevano esattamente dove sarebbe passato il fiume».

Il romanzo che ho letto io è Hannah Coulter, dal nome della protagonista che ci narra la sua storia in prima persona. Hannah è nata in una famiglia molto umile, abita in una fattoria con la nonna e il padre, perché la mamma non c’è più. Quando il padre si risposa con una donna che ha già due figli da un primo matrimonio, Hannah viene cresciuta e protetta dalla nonna che le insegna come stare al mondo e le fa capire anche quando è ora di prendere la sua strada. Si trasferisce così in una stanza in affitto nella casa di una vecchia amica della nonna, si trova un lavoro come segretaria e mette da parte qualche soldino. A quel punto, conosce Virgil Feltner, di cui piano piano s’innamora e che sposerà. Ma l’idillio dura poco, perché il ragazzo viene mandato in guerra per non tornare mai più. Hannah, con una bambina che non conoscerà mai suo padre, ci mette qualche anno per guarire da questo dolore, e quando realizza che la vita va avanti s’innamora (stavolta di un amore diverso e più maturo) di Nathan Coulter, che le darà una vita felice e altri due figli.

Il tempo non si arresta. La vita non si ferma ad aspettare che tu sia pronta per cominciare a vivere.

A raccontare questa storia, che è una sorta di testamento o di autobiografia, a seconda di come la si veda, è una Hannah ormai anziana che sa di aver vissuto una vita tutto sommato felice; di dolori ne ha avuti molti, ma capisce che sono nell’ordine naturale delle cose. Nel villaggio di Port William, di cui non è originaria ma in cui è approdata quando ha iniziato ad essere indipendente, ormai sono rimasti in pochi, i figli (e i figli dei figli) dei suoi coetanei sono andati via per studiare all’università o per farsi una vita altrove. I tempi cambiano e i ragazzi non vogliono più campare di agricoltura o allevamento, ma c’è chi diventa insegnante, chi si interessa alle tecnologie e all’informatica e chi inizia studiando agraria e finisce per fare ricerca. Hannah vive nella casa che Nathan le ha costruito e che ora qualcuno vuole che venga fagocitata dal mercato immobiliare. È l’effetto del passare del tempo.
Ma in questi luoghi non ci sono soltanto quei pochi figli-dei-figli-di che hanno scelto di continuare ad essere agricoltori, bensì anche i fantasmi di chi non c’è più, che continuano a rivivere nel ricordo di ognuno dei personaggi, nello specifico di Hannah.

Con Hannah Coulter devo confessarvi che mi si è aperto un mondo. Volevo scoprire questi romanzi di Port William di cui tanti mi avevano parlato così bene e non sapevo da quale iniziare, così mi hanno consigliato questo dicendomi che probabilmente era quello più rappresentativo dello stile di Wendell Berry. Che dire? Sono stata catturata fin dalle prime pagine da questo modo di raccontare non troppo veloce – perché Hannah ormai è anziana, non ha fretta di gettare parole nel calderone tutte insieme – ma allo stesso tempo così intenso, e soprattutto mi sono dimenticata fin da subito che lo scrittore fosse un uomo. Sì, perché Berry non fa parlare Hannah semplicemente adottando un linguaggio femminile, ma si cala proprio nella mente di una donna, si pone i problemi di una donna, ne prende in prestito la mentalità.

Adesso non mi resta che recuperare gli altri romanzi ambientati a Port William, luogo che già sento di conoscere (alla fine del libro c’è anche una cartina del villaggio). Io di mio sono un’amante di questo tipo di storie, quelle che non hanno necessariamente una trama fitta di avvenimenti, ma che non sono altro che i racconti della vita di qualcuno. Questo è stato un’esperienza incredibile e se non lo conoscete ancora correte a leggerlo.
Buona lettura!

Titolo: Hannah Coulter
Autore: Wendell Berry
Traduttore: Vincenzo Perna
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2014
Pagine: 276
Prezzo: 19 €
Editore: Lindau


Wendell Berry (5 agosto 1934) è un romanziere, poeta e critico culturale, ma anche agricoltore, attivista ecologista, pacifista. Autore di saggi, romanzi, raccolte di poesie, ha ricevuto una lunga serie di riconoscimenti e fellowship e ha insegnato in diverse università nordamericane. Critico di quella che chiama l’«economia faustiana» del nostro tempo, Wendell Berry intreccia la riflessione poetica e spirituale sui valori della vita rurale con i temi del rispetto ambientale e dell’agricoltura sostenibile, pronunciando una condanna impietosa dell’American Way of Life. Oggi vive con la moglie in una fattoria del natio Kentucky. Jayber Crow è il suo primo romanzo tradotto in italiano.

Annunci

L’amore a vent’anni | Giorgio Biferali

Avrei scoperto tutto dopo, davvero,
come un fucile appuntito che ti si infila nel petto,
te lo squarcia e ti porta via il cuore.

 

L’amore a vent’anni è un libro che ho avuto il desiderio di leggere fin da quando è uscito, ma che non ho comprato subito. L’ho preso poi a Una marina di libri senza sapere (o meglio, ricordare) che un paio di giorni dopo Giorgio Biferali lo avrebbe presentato al pubblico, quindi dato che il libro l’avevo lasciato a casa la soluzione che abbiamo trovato è stata quella di farmi una dedica su un foglietto volante, da inserire poi tra le pagine. Non ho potuto vedere tutta la presentazione, ma mi avrebbe fatto piacere perché sembrava interessante; ora che l’ho letto quelle chiacchiere sulla storia hanno acquisito un senso e mi hanno anche aiutato a capire meglio tante cose.

Giulio e Silvia hanno vent’anni, abitano nella stessa via (“leopardianamente” riescono a vedersi dalla finestra) ma si conoscono all’università. Lui rimane letteralmente folgorato da questa ragazza appena la vede, sembra che tutto il resto perda significato davanti a lei, si trova catapultato in un’altra dimensione, dentro una bolla. Nonostante siano diversi – lui ha due genitori sposati da tantissimo tempo che sembrano non avere più niente da dirsi e due fratelli molto più grandi, e lei vive con la madre perché i suoi sono separati – iniziano a conoscersi, a piacersi e a stare insieme. Per Giulio (voce narrante) anche la sua stessa Roma sembra diversa, è come se la vedesse per la prima volta mentre passeggia con Silvia, perché questo è uno degli effetti dell’amore. Ma è l’amore tra due ventenni, è quel sentimento che nasce negli anni in cui ancora ci lasciamo trasportare dal cuore e non vediamo tante altre cose. Per questo Giulio capirà davvero che cosa significhi amare e quale sia la forza dei sentimenti, anche quando la vita gli riserverà la sua sorpresa più brutta.

Giorgio Biferali, classe ’88, pubblica qualche mese fa questo bel romanzo per la casa editrice di Latina Tunué e viene anche presentato al Premio Strega 2018 da Lucio Villari che esalta le caratteristiche più evidenti di questo libro. L’autore ha una voce fresca, il tono spensierato e giovane di un ragazzo che per la prima volta si sente trascinato nel vortice dei sentimenti e non vuole restare coi piedi per terra. Ma L’amore a vent’anni non è solo una storia che parla d’amore, è anche e soprattutto un romanzo di formazione in cui si racconta il modo in cui un ragazzo viene a contatto con il lato brutto della vita, di come metaforicamente si sfracelli contro il muro della realtà e di come capisca l’evoluzione dei sentimenti. E devo essere onesta, per me, lettrice donna che quella fase l’ha passata da un pezzo, è interessante vedere cosa pensi e come reagisca una persona dell’altro sesso in determinate situazioni in cui ci siamo trovati tutti.

La famosa dedica su foglietto volante. Grazie!

Anche se, come dicevo, il tono è spensierato, ogni tanto c’è qualcosa che a Giulio non quadra, si avvertono chiaramente le sue incertezze quando sente il bisogno di controllare i messaggi di Silvia mentre fa la doccia o di rubarle il taccuino per leggere le poesie che lei ha scritto e che non vuole che vengano lette, oppure quando si chiede dove vada suo padre quando si alza da tavola e sembra autoesiliarsi. È forse un non lasciarsi andare completamente? Forse Giulio dentro di sé sa già che niente è come sembra e quello che gli accadrà è solo la conferma di essere entrato una volta per tutte nel mondo degli adulti.

Non mi piace il senno di poi, non mi piace pensare troppo alle cose che accadono, anche se poi lo faccio. Mi piacerebbe ricordarle per quello che erano, che sembravano quando sono accadute. Il mondo dei grandi è anche questo, per ogni cosa c’è una spiegazione, c’è un discorso, fatto con un tono serio, un po’ impostato, quasi sempre paterno, che ti dice sai, a volte non è quello che sembra. E quindi c’è un dietro, una parte nascosta che all’inizio non vedi, la firma dell’autore dietro a un quadro, una data, la dedica in un libro, la storia dietro a quella dedica, la battuta di un film, le battute nella vita, gli sguardi, le colazioni, i viaggi, le foto, i video che ti cambiano la vita, anche perché sono quello che sembrano, anche se appartengono al mondo dei grandi.

Il titolo è una citazione, richiama quello del film collettivo del 1962 L’amour à vingt ans, e in particolare l’episodio diretto da François Truffaut, tanto che spesso ne viene nominato il protagonista Antoine Doinel perché Silvia vede un po’ di lui in Giulio. Ma se da una parte ci sono collegamenti col passato rappresentati da film o canzoni di un’altra generazione, o dai tanti flashback presenti nel testo in cui si raccontano eventi passati della famiglia di Giulio e del rapporto col padre e con la madre, dall’altra bisogna riconoscere che la storia dei due è completamente immersa nel presente, tra i gruppi indie, gli smartphone e i social network che sono ormai elementi imprescindibili del nostro quotidiano.

L’amore a vent’anni è un romanzo che coinvolge da subito, merito anche dello stile di Biferali, con quei periodi così lunghi che danno l’idea di un ragazzo che ha tanto da dire e che lo fa con la foga della sua giovane età. Riesce impossibile non lasciarsi trascinare dai suoi pensieri e dai suoi sogni. E voi? Come lo ricordate l’amore a vent’anni?

Titolo: L’amore a vent’anni
Autore: Giorgio Biferali
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 marzo 2018
Pagine: 188
Prezzo:  14 €
Editore: Tunué

Da grande | Jami Attenberg

Per così tanto tempo ho creduto di non essere adeguata,
ma ora capisco che non esiste nulla a cui doversi adeguare,
c’è solo quello che decido di fare.
C’è ancora tempo, penso.
Ho ancora un sacco di tempo.

 

Quest’anno a Una marina di libri mi è capitato di improvvisarmi libraia per quattro giorni allo stand della casa editrice Giuntina (esperienza molto bella per cui li ringrazio ancora, mi sono divertita davvero!), di cui nei momenti di bassa affluenza di pubblico mi sono studiata per bene tutto il catalogo. Quello che non ho comprato me lo sono segnato nella wishlist, da leggere in futuro. Il libro di cui vi parlo oggi lo avevo già appuntato nella lista di quelli da acquistare, anche perché l’autrice l’avevo già conosciuta con I Middlestein, la storia di una coppia ebrea di Chicago che a un certo punto scoppia perché lei mangia troppo (la stessa casa editrice ha poi pubblicato Santa Mazie, ma devo ancora recuperarlo); ora Jami Attenberg è tornata per il pubblico italiano con Da grande, un romanzo tradotto da Viola Di Grado e che mi è piaciuto moltissimo.

Andrea Bern è una donna ormai sulla quarantina che nella vita non ha costruito nulla, sembra che abbia sempre assistito al passare del tempo senza evolversi. Mentre tutti intorno a lei si fidanzano, si sposano, fanno figli, si lanciano nel lavoro e pensano alle loro carriere, lei non ha mai avuto una relazione stabile, il desiderio di farsi una famiglia o di continuare a seguire le proprie passioni – l’arte nello specifico, che ha abbandonato quando il suo mentore l’ha mollata – e anzi fa uso di stupefacenti e alcool. Andrea viene da una famiglia in cui il padre è morto di overdose, la mamma era un’attivista, una femminista, e il fratello un musicista che si è sposato e ha avuto una bambina che a causa dei gravi problemi di salute ha i giorni contati. Nessuna particolare gioia nella sua vita, quindi. O no?

Le persone non fanno altro che architettare nuove vite. Lo so perché non li rivedo mai più una volta che trovano quelle neovite. Fanno figli o si trasferiscono in nuove città o semplicemente in nuovi quartieri oppure detesti che si siano sposati o loro odiano te e cominciano a fare i turni di notte o cominciano ad allenarsi per una maratona o smettono di andare nei locali o vanno in terapia o capiscono che non gli piaci più o muoiono. Succede costantemente. Tranne che a me. Io non ho costruito nulla di nuovo. Io sono quella che viene lasciata alle spalle.

Ci sono quelle storie e quei personaggi che per vari motivi sentiamo particolarmente vicini a noi, e nello specifico Andrea mi ricorda tante di quelle riflessioni che le donne spesso fanno, e che di conseguenza anche io ho fatto così tante volte. Lei non riesce a trovare la felicità perché molte volte si sente bloccata da qualcosa che in fin dei conti è se stessa, non ci riesce perché forse il fatto che tutti in qualche modo vadano avanti mentre lei è ferma la scoraggia. Soprattutto, non ci riesce perché il presupposto che si debba per forza unire la propria vita a quella di un altro è fondato sul nulla. In un primo momento non si rende conto che le relazioni mordi e fuggi, le storie con persone palesemente sbagliate per lei non la aiutano a fare passi avanti, anzi peggiorano la situazione, perché per essere pronti per qualcosa di serio bisogna capire chi siamo da soli. E nemmeno dall’analista Andrea riesce a trovare un aiuto concreto, se non quando decide di liberarsene. Forse deve rendersi conto di dover toccare il fondo per iniziare a darsi una mossa.

Ma la storia non è tutta incentrata su Andrea e sul suo presente. È piena di flashback che ci fanno immaginare con chiarezza momenti del passato della famiglia Bern, ci fanno conoscere meglio la storia della madre, del padre e del rapporto della protagonista con gli altri. E questi altri sono i personaggi le cui storie s’intrecciano alla sua: c’è la collega Nina, la migliore amica Indigo (una bellissima donna nera che ha una vita opposta alla sua), il fratello, la cognata che se da ragazza era stupenda adesso sembra una rosa appassita, e gli uomini con cui ha varie relazioni. Andrea passa troppo tempo a confrontare la propria vita con quella degli altri, a differenza di tutti si afferma come donna che odia il proprio lavoro, che non vuole diventare madre e che non vuole seguire i canoni prestabiliti dalla società.

«Nessuno mi ha chiesto cosa voglio io, però» dico. Se mi voglio sposare, se voglio un fidanzato, niente. Forse non mi voglio sposare, forse non mi sono mai immaginata in abito da sposa, non una volta in vita mia.
«Tutte le donne lo vogliono» dice.
Questo non è vero, ovviamente. Io ne sono la prova vivente, proprio di fronte ai suoi occhi. Ma succede una cosa strana quando dici a un uomo che non ti vuoi sposare: non ti credono. Pensano che tu stia mentendo a te stessa o a loro o che li stai ingannando in qualche modo e finisce che ti senti peggio solo per aver detto la verità. Ma io non voglio essere d’accordo con lui.

Mi piace molto la narrazione in seconda persona nel primo capitolo, permette di immedesimarsi meglio nella protagonista ed entrare più a fondo nei suoi problemi, prima di passare alla prima persona. Sembra che Andrea voglia dire: “Immagina come mi sento io, ok, ci sei? Adesso ti parlo di me”. Strategia riuscitissima, tra l’altro, perché la Attenberg ottiene il suo scopo: è impossibile non entrare nella mente di Andrea, non capirla e non voler stare dalla sua parte. Soprattutto se a leggere è una donna, sono sicura che quella fase l’abbiano passata un po’ tutte; per Andrea è stata più lunga, perché è durata fino alla quarantina, ma per molte altre sarà durata il tempo di un intermezzo tra una relazione e un’altra.
Ed è utile, nella narrazione, anche l’uso dei periodi molto lunghi e con poca punteggiatura, servono ad aumentare il ritmo e dare l’idea di un elenco di cose (come nel primo stralcio inserito precedentemente) che Andrea sente di dover fare per assomigliare agli altri e non riesce a fare.

Da grande è un romanzo che mi ha coinvolto tanto, e che nello specifico consiglio a tutte le persone che in un certo senso si sentono bloccate nella propria vita. Se non avete paura di porvi delle domande, di scavare in profondità nel vostro animo e capire davvero che cosa non va, allora questo libro lo sentirete vostro com’è successo a me.
Buona lettura!

Titolo: Da grande
Autore: Jami Attenberg
Traduttore: Viola Di Grado
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 24 maggio 2018
Pagine: 150
Prezzo: 15 €
Editore: Giuntina

8 | Dustin Lance Black

È questo che abbiamo fatto.
Abbiamo messo sotto processo la paura e il pregiudizio.

 

Nei giorni passati mi è arrivato un suggerimento di lettura molto interessante non solo come esperienza-libro ma soprattutto per il suo valore storico, politico e sociale. Si tratta di  8, una sceneggiatura per una rappresentazione teatrale che Dustin Lance Black (premio Oscar 2009 come migliore sceneggiatura per il film Milk) ha scritto sui fatti accaduti in California nel 2009. Il titolo prende il nome dalla Proposition 8, un referendum tenutosi nel novembre del 2008 nello stato della California, in cui si chiedeva l’abolizione del diritto al matrimonio fra persone dello stesso sesso che era stato concesso qualche mese prima, a maggio dello stesso anno. In seguito all’approvazione della Proposition 8, però fu presentato un ricorso alla Corte Suprema della California da chi sosteneva che il matrimonio fosse un diritto inalienabile di ogni essere umano. Il ricorso fu respinto in quanto l’emendamento era parte integrante della costituzione californiana. La battaglia fu trasferita nelle corti federali, dove ebbe luogo il processo raccontato in 8, che si concluse anni dopo con la vittoria dei ricorrenti.

Il libro, tradotto da Chiara Messina per Triskell edizioni, vede come protagoniste due coppie gay (due uomini e due donne) che hanno preso parte al processo, coi loro legali, il giudice Walker e il legale della difesa. Black, nella prefazione, dice di aver avuto il privilegio di sedere in tribunale durante i fatti che racconta – perché è stato anche vietato l’ingresso alle telecamere, nonostante l’importanza epocale dell’evento – e di aver visto l’unico esperto chiamato in causa a testimoniare contro le unioni gay prima crollare davanti alla mancanza di prove, e poi addirittura cambiare opinione. La difesa non è riuscita a portare prove importanti a sostegno della propria tesi, basandosi solo su fantomatici studi o dicerie secondo cui i bambini hanno bisogno di una figura materna e una paterna per crescere, o che un aumento dei matrimoni gay avrebbe significato una diminuzione di quelli eterossessuali. Fa riflettere come a un certo punto l’unica risposta del legale della difesa sia “Non lo so”.

Ma cosa rende così importante 8? E perché ha senso per il pubblico italiano leggere un dramma teatrale che mette in scena la conquista di un diritto legale in un altro paese? La vera forza di 8 sta nel dimostrare in modo evidente come certe prese di posizione da parte dei sostenitori del matrimonio eterosessuale come unica unione legittima risultino insostenibili, se non apertamente ridicole, in un’aula di tribunale. Che certi pregiudizi, di fronte al giuramento di dire tutta la verità nient’altro che la verità, appaiano davvero difficili da sostenere.

[Dall’introduzione di Matteo B. Bianchi]

Oggi il matrimonio tra persone dello stesso sesso è legale in tutti gli stati dell’Unione, ma ci si è arrivati a piccoli passi, e 8 è la testimonianza del duro lavoro che nello specifico è stato fatto in California. La vicenda contenuta in 8 si basa sulla trascrizione di documenti processuali e l’autore dichiara di non aver mai chiesto compensi per portarla in teatro. Alle rappresentazioni hanno preso parte grandi star del cinema che così hanno dimostrato il loro sostegno alla causa, parliamo di Morgan Freeman, Matt Bomer, Brad Pitt, George Clooney, Kevin Bacon, Jaime Lee Curtis. Lo stesso Black, da attivista il cui scopo è quello di raggiungere obiettivi significativi, dichiara di concedere l’opera a chiunque voglia portare avanti la battaglia.

Quest’opera è una piccola offerta a quella causa, per questo non ho mai richiesto un compenso per la sua rappresentazione, e mai lo farò. Se leggete questa sceneggiatura e le riconoscete un valore, trovate un palco. È vostra.

Buona lettura!

Titolo: 8
Autore: Dustin Lance Black
Traduttore: Chiara Messina
Genere: Testo teatrale
Anno di pubblicazione: 26 giugno 2018
Pagine: 74
Prezzo: 3,99 € in digitale, 10 € print on demand
Editore: Triskell


Dustin Lance Black è uno sceneggiatore, regista e attivista sociale. Ha vinto un Oscar e due WGA award per la migliore sceneggiatura originale di Milk, il film biografico sull’attivista per i diritti civili Harvey Milk, interpretato da Sean Penn. È anche uno dei membri fondatori dell’American Foundation for Equal Rights (AFER) che, grazie agli avvocati Davis Boise e Ted Boise, ha portato a termine con successo le cause federali per l’eguaglianza dei matrimoni delle coppie omosessuali in California e Virginia, decretando l’abrogazione della discriminatoria Proposition 8, approvata in California nel 2008.

Il caso letterario dell’anno | Marco Visinoni

Che cosa fareste se un giorno il vostro io del futuro bussasse alla vostra porta e vi desse un almanacco con tutti i risultati delle lotterie degli anni a venire per farvi vincere milioni di euro e permettervi, quindi, di vivere da mantenuti? È proprio quello che succede a Leifur, trentenne di origini islandesi che vive a Bologna, e che se prima era uno scrittore promettente adesso si guadagna la pagnotta vendendo ad altri autori idee interessanti da sviluppare (lui non è più in grado). Aiutato da Boris, un nano con la pelliccia rosa, e da Leila, un’affascinante femme fatale, Leifur cercherà di azzeccare i risultati delle lotterie, senza però all’inizio riuscirci del tutto.

Il fottuto effetto farfalla.
Che cos’è l’effetto farfalla?
Il tuo io futuro è tornato a darti i numeri vincenti. Il problema è che tornando ha incasinato le cose. Mettendoti in moto ha spostato degli elementi che potrebbero sembrare impercettibili, ma uno più uno più uno più e anche i grossi eventi si modificano.

In più i tre compiranno un viaggio importante in Islanda, che permetterà a Leifur di conoscere i genitori e ritrovare una sorta di collegamento con le sue radici e il passato, elemento funzionale all’interno della storia perché sarà proprio questa avventura che gli spianerà la strada verso il successo editoriale, con la conclusione – finalmente creata – di un romanzo che aveva ormai messo da parte.

Il caso letterario dell’anno è un romanzo di Marco Visinoni edito il 21 giugno dalla casa editrice sarda Arkadia, ed è la prima pubblicazione della nuova collana di narrativa Senza rotta, curata da Marino Magliani e Luigi Preziosi. Come mi spiega Tania Murenu dell’ufficio stampa, «Senza rotta sarà dedicata al viaggio, inteso anche come esplorazione e sperimentazione letteraria attraverso modi nuovi di narrare e di raccontare storie. Il nostro essere, il rapporto con la natura, con noi stessi e con quanto ci circonda, esplorato senza rinchiudere le esperienze in un recinto di parole, ma rendendo le stesse protagoniste di un itinerario che, toccando vari generi e gli stili più diversi, ci aiuta a entrare più a fondo in ognuna delle esperienze che il quotidiano ci pone davanti».

E quello di Leifur è proprio un viaggio non solo fisico, come quello in Islanda, ma anche e soprattutto interiore. Il suo io futuro viene a risvegliarlo dal torpore, a fargli realizzare che ha buttato via la sua creatività letteraria, che sta passando il suo tempo a bere a trastullarsi con donne sempre diverse, mentre lui nel futuro non deve più scrivere una parola per vivere, i soldi non sono un problema ed è anche vestito bene. Visinoni, tramite questa storia, mostra che l’uomo spesso perde il contatto con la realtà, ed è questo che non gli permette di essere un attore all’interno della propria vita, ma solo uno che subisce, si adatta alle circostanze e sopravvive.

Con uno stile fluido e molto colloquiale Marco Visinoni ambienta Il caso letterario dell’anno in una normalissima Bologna dei giorni nostri, ma inserendovi elementi che fanno a cazzotti con questa normalità. Parliamo di personaggi ambigui come Leila, grotteschi come Boris, deforme, che s’impegna così tanto nella vincita delle lotterie non per i soldi, ma solo per l’orribile pelliccia rosa che si porta dappertutto e che dismette solo quando ormai fa troppo caldo per tenerla ancora su. E parliamo anche dei nomi di queste lotterie, Mai più pezzenti, Fanculo i poveri, che sono espressioni portate all’estremo proprio per creare un’atmosfera e un racconto di un certo tipo.

Dunque vi ripeto la domanda posta all’inizio: che fareste nella situazione di Leifur? Vorreste conoscere il futuro? Ne approfittereste?

Intanto, buona lettura!

Titolo: Il caso letterario dell’anno
Autore: Marco Visinoni
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 21 giugno 2018
Pagine: 141
Prezzo:  14 €
Editore: Arkadia


Marco Visinoni è nato a Iseo nel 1981 e vive a Bologna. Ha pubblicato il romanzo Macabre danze di sagome bianche (Miraviglia editore, 2007), la raccolta di racconti Apocalypse Wow (Unibook, 2009) e il manuale di promozione letteraria Come diventare uno scrittore di successo (La linea 2012).

Inseguendo le ombre dei colibrì | Paolo Zambon

Tra un romanzo e l’altro, negli ultimi tempi, ho inserito una lettura che fa parte di un genere a cui ultimamente mi sono appassionata in particolar modo, ovvero la letteratura di viaggio. Mi è stato segnalato Inseguendo le ombre dei colibrì, un diario di viaggio che l’autore, Paolo Zambon, ha scritto nella sua esplorazione di Messico, Guatemala ed El Salvador, ripercorrendo la rotta migratoria che questi uccellini fanno verso la fine dell’estate, quando dal Nord America volano verso Sud raggiungendo il Centro America, per poi fare il viaggio al contrario a maggio dell’anno successivo. Lui e la sua compagna Lindsay si sono conosciuti diversi anni fa durante un viaggio nel Sud Est asiatico, e uniti dalla stessa passione hanno intrapreso questa ed altre avventure in sella a un mezzo di trasporto inusuale in queste situazioni: uno scooter. Devo dire che lo scooter, nella narrazione, non è in primo piano, perché in fin dei conti non è la cosa più importante di tutto il viaggio, ma sarà il mezzo che permetterà loro di fare incontri interessanti e conoscere tanta gente del luogo.

Quello di Zambon non è una guida di viaggio, leggendo questo libro non troverete consigli su cosa vedere, dove andare o dove mangiare, ma vi sembrerà di essere insieme a Paolo e Lindsay mentre vengono a contatto con le persone di quei luoghi e con le loro abitudini, vi sembrerà di assaggiare le pietanze tipiche del centro America e di sentirne il profumo. Ma se l’incontro con l’altro permette di conoscere tante cose belle, porta i due protagonisti del viaggio quasi a toccare con mano i problemi di quella gente: la politica, il lavoro (che manca), l’immigrazione, la fuga verso gli Stati Uniti che però non riesce perché si viene catturati o rimandati indietro, la criminalità, che gioca un ruolo importantissimo in negativo in quella società (una persona racconta a Zambon che addirittura si rischia la vita solo incrociando per errore lo sguardo di un membro di una gang, e che i malavitosi spesso creano dal nulla pretesti per commettere reati). Purtroppo questo è un tema molto caldo e si capisce che l’inosservanza anche delle più basilari regole sociali è così radicata nella mente della maggior parte delle persone lì, che vengono fuori dialoghi di questo tipo:

«E che cosa vorresti fare dopo la scuola?»
«Vorrei fare il sicario.»
«Il sicario?» chiesi con il tono di voce tipico di chi temporeggia per costruire la prossima mossa in una conversazione che si era impantanata su quelle sette lettere scandite con disarmante leggerezza.
«Il sicario, sì!» mi disse gonfio d’orgoglio. «Se non trovo niente di meglio perché no? Si guadagna bene e la gente ti rispetta.»

 

Paolo Zambon racconta momenti che ha vissuto in prima persona e luoghi che – almeno dalle sue parole – sembrano magici non rimanendo legato solo alla sua esperienza, ma aggiungendo dettagli di tipo storico che però a volte rallentano il ritmo e possono distogliere l’attenzione di chi sta leggendo. L’autore ci fa capire nelle ultime pagine di aver continuato il suo viaggio in Honduras, Nicaragua, Costa Rica e Panama, e chissà, magari leggeremo in un altro volume le altre sue avventure.

Direi proprio che i libri sono un meraviglioso modo di viaggiare (almeno con la mente).
Buona lettura!

Titolo: Inseguendo le ombre dei colibrì
Autore: Paolo Zambon
Genere:
 Letteratura di viaggio
Anno di pubblicazione:
 2017
Pagine: 322
Prezzo:  16 €
Editore: Alpine Studio

La famiglia Aubrey | Rebecca West | In libreria da oggi

Oh, la musica parla della vita, suppongo,
e specialmente di quello che della vita non riusciamo a comprendere,
altrimenti le persone non si darebbero la pena
di raccontarlo per mezzo delle note.

 

Quando qualche mese fa ho terminato l’ultimo volume della saga dei Cazalet mi sono sentita un po’ smarrita perché i personaggi che avevo amato così tanto mi stavano lasciando e si era chiuso un capitolo importante della mia vita da lettrice, ma un’amica mi ha anticipato che più in là sarebbe uscita una nuova saga familiare, sempre per Fazi e sempre di un’autrice inglese, che, chissà, magari mi avrebbe fatta appassionare come quella della Howard. Immaginate allora la mia felicità quando mi è stata data la possibilità di leggere in anteprima il primo volume di questa trilogia che vede come protagonista la famiglia Aubrey, una famiglia fuori dagli schemi che vive nella Londra di fine Ottocento. Questa storia era già stata pubblicata da Mattioli qualche anno fa e proprio oggi esce in libreria con Fazi editore che la ripropone al pubblico italiano e la fa riscoprire a chi ancora non la conosceva.

Gli Aubrey, usciti dalla penna di Rebecca West, sono una famiglia di artisti: la madre Clare è una pianista di grande talento che non si esibisce più ma adesso insegna pianoforte alle figlie Mary e Rose (voce narrante); Cordelia è la figlia maggiore, aspirante violinista che non si rende conto di non avere alcun talento musicale nonostante qualcuno la incoraggi; Richard Quin, l’unico maschio, il più piccolo dei figli, che non si sa ancora che strumento sceglierà di suonare; e infine Piers, il padre, scrittore di pamphlet e articoli che, quando non è impegnatissimo nel suo studio, gioca d’azzardo ed è costretto a vendere gli antichi mobili di famiglia. In casa Aubrey si respira musica, si sente di continuo qualcuno che si esercita con l’archetto o che prova le scale al piano, ma ci sono tanti problemi finanziari, bisogna stare attenti al centesimo o, se proprio non si riesce a sbarcare il lunario, vendere qualcosa che sta a cuore a tutti. Ma i membri della famiglia sono molto uniti, quello che può sembrare normale in una giornata, come lavarsi i capelli, diventa un momento festoso in cui si mangiano le castagne insieme davanti al fuoco. Solo Cordelia sembra essere un po’ più lontana dagli altri, spesso presa in giro o trattata non troppo bene perché non avendo talento non riesce ad entrare nella piccola cerchia di musicisti Aubrey.

Penso che voi tre siate stati molto felici. Ma dubito che Cordelia si sia goduta ogni singolo momento della sua infanzia. Ogni cosa è stata un tormento per lei. Non è egoista. Non è quello che è mancato a lei che la angoscia, ma quello che è mancato a tutti noi. Ha odiato il fatto che avessimo dei vestiti tanto trasandati e una casa tanto sgangherata. Ha odiato il fatto che fossi sempre in tremendo ritardo nel pagare l’affitto al cugino Ralph. Ha odiato il fatto che avessimo pochissimi amici. (…) Avrebbe voluto vivere una vita come quella delle altre ragazze a scuola.

A lei, al contrario degli altri, pesa tanto dover portare abiti sdruciti e rammendati più e più volte, non invitare amici a casa, non poter essere come gli altri, avere una mamma e delle sorelle che vestono in modo trasandato. Mentre gli altri vivono in un’atmosfera quasi magica, Cordelia sente molto la mancanza di ciò che non ha avuto e non ha. Cerca, come tutti gli Aubrey, di capire quale sia la sua strada, s’impegna molto col violino, riesce ad avere qualche ingaggio non solo per contribuire alle spese familiari con quel poco con cui viene pagata, ma anche per potersene un giorno andare da questa famiglia che non rispecchia il suo modo di essere. E non nego che, nonostante tutto, è il personaggio che mi ha colpito di più, anche perché Rose, che ci racconta la storia in prima persona, spesso ne parla in termini non troppo amorevoli.

Quella degli Aubrey è una storia molto bella di cui questo primo volume rappresenta più che altro una premessa importante a quello che sicuramente verrà dopo. I ragazzi sono ancora piccoli e, anche se hanno da sempre a che fare con le difficoltà della vita, stanno cercando di capire che strada prendere (saranno necessariamente musicisti? questo mestiere permetterà loro di guadagnarsi il pane? staremo a vedere). Tutte le vicende sono narrate attraverso il filtro di Rose che ormai è una donna, sono passati una cinquantina d’anni dai fatti di cui parla, da quando era solo una ragazzina che spesso non capiva tante cose – il che mi fa pensare che probabilmente lei stessa non è una fonte del tutto attendibile, non per la veridicità dei fatti, ma per l’interpretazione infantile che ne dà. Lo stile della West è sobrio e allo stesso tempo intrigante (inserisce elementi di fantastico nei suoi racconti, ma senza mai spacciarli per concreti), e il libro si legge molto facilmente, per cui mi sembra una lettura parecchio adatta all’estate se state cercando qualcosa di non troppo pesante.

Buona lettura!

Titolo: La famiglia Aubrey
Autore: Rebecca West
Traduttore: Francesca Frigerio
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 5 luglio 2018
Pagine: 430
Prezzo: 18 €
Editore: Fazi

 

SE QUESTA RECENSIONE TI HA INCURIOSITO
PUOI PRENOTARE IL LIBRO SU GOODBOOK.IT
E RITIRARLO NELLA TUA LIBRERIA DI FIDUCIA.


Rebecca West – Nata Cicely Isabel Fairfield a Londra, prese il suo pseudonimo dall’omonimo personaggio di Ibsen, un’eroina ribelle. Nel corso della sua lunga vita travagliata e romanzesca è stata scrittrice, giornalista, critica letteraria, instancabile viaggiatrice, femminista ante litteram e politicamente impegnata. Amica di Virginia Woolf e amante di H.G. Wells, Rebecca West viene considerata una delle più raffinate prosatrici del ventesimo secolo. La trilogia degli Aubrey, ispirata alla storia familiare dell’autrice, è stata indicata da Alessandro Baricco in risposta alla domanda «Quale libro ti porteresti su un’isola deserta?».