Volo di paglia | Laura Fusconi

Il libro di cui mi accingo a parlarvi esce oggi in libreria per Fazi, ed è l’esordio letterario della giovanissima Laura Fusconi, nata in provincia di Piacenza nel ’90. Si tratta di Volo di paglia, una storia ambientata ad Agazzano che inizia nei primi anni Quaranta, quando Tommaso, Camillo e Lia giocano a rincorrersi nei campi o a tuffarsi da altezze più o meno considerevoli nelle balle di paglia (da qui il titolo). Lia Draghi è una bambina bellissima, la più bella della classe, e si dà il caso che sia anche la figlia del ras della zona, uno squadrista molto feroce e temuto da tutti i compaesani, nei confronti dei quali si permette qualsiasi cosa. I Draghi vivono nella casa più grande e bella di Agazzano, e l’unica occupazione della bambina è tentare di farsi voler bene da questo padre sempre così cattivo e impegnato negli affari che una della sua età non può ancora capire bene.
Ma parti della storia sono relative alla fine degli anni Novanta, quando quella enorme casa è ormai diroccata e nessuno vuole metterci piede perché cinquant’anni prima vi è accaduto qualcosa di atroce. Ma due bambini, che come quelli di qualche generazione più indietro giocano ancora a volo di paglia, decidono di andare lì a giocare e in qualche modo vengono a contatto con antichi demoni dal passato. E poi c’è Mara, che dopo tanti anni dalla morte di Stefano, il ragazzo che amava, torna in quelle zone per fare ordine nei suoi ricordi e sentimenti, e scoprirà, grazie anche ai due bambini, che cosa si cela nella storia passata di Agazzano.

Luigi chiuse gli occhi e pensò all’inferno di Dante, pensò che era meno spaventoso di quello in cui si trovava lui ora, immaginò gli occhi di Caronte e le zanne di Cerbero e iniziò a ripetersi i peccati dei nove gironi fino al lago ghiacciato al centro della terra. Gli uomini con la camicia nera e i Draghi erano nelle tre bocche di Lucifero.

Mi sembra molto interessante il modo in cui l’autrice, per gran parte della storia, racconta la visione del fascismo da parte dei bambini, alcuni dei quali spesso non hanno chiare le situazioni come gli adulti. Quando Gerardo Draghi nella taverna infastidisce e offende Bartali nell’aria si respira vero e proprio terrore, ma nessuno riesce ad opporsi; tutti però sono sicuri di sapere come mai un giorno il piccolo Franco Bartali non sia più tornato a casa dai genitori. Oppure, come interpreta Luigi – un bambino che è stato preso in casa dal parroco del paesino – il fatto che una banda di uomini violenti entri nella dimora di Don Antonio e lo picchi fino a ridurlo quasi in fin di vita? Innanzitutto la associa a quei versi della Divina Commedia che il prete ogni tanto gli legge, ma impara qualcosa che lo segnerà per tutta la vita, anche quando da adulto prenderà i voti come chi lo ha cresciuto.

Di che aura negativa si trattasse non avevano idea, per cui se l’erano inventata da soli: all’interno della Valle ci abitava l’Ombra, un’entità che poteva assumere diverse forme e risucchiare le persone fino a inglobarle, facendogli perdere consistenza.

Ma Laura Fusconi non ci racconta tutto subito, ci lascia qualche informazione qua e là, fa continui salti temporali di cinquant’anni (avanti e indietro) per dare al lettore la possibilità di ricostruire tutta la storia, un elemento alla volta, nell’attesa che arrivi Mara a mettere ognuno di questi pezzi al proprio posto. Negli anni Novanta ormai molti non ci sono più, altri hanno perso il senno, altri ancora vivono ancora ad Agazzano ma portano nel cuore le tracce di quell’Ombra che ha stravolto le vite di tutti.

Devo dire che pur essendo una storia forte, il modo di narrare della Fusconi è sempre leggero e misurato. A dispetto, però, di questa sensibilità, si avvertono la paura, l’ansia, la preoccupazione dei personaggi che sentono di continuo l’Ombra che aleggia su di loro. È come se il passato e il presente a un certo punto si scontrassero e fosse Mara, tornata ad Agazzano dopo tanto tempo, a dover chiudere quel capitolo importante della storia del paese.
Volo di paglia è un romanzo davvero coinvolgente a cui bisogna prestare parecchia attenzione. Mi è piaciuto molto lo stile dell’autrice e il modo in cui ha strutturato la storia a spezzoni e, se questo è l’esordio, possiamo aspettarci molto altro in futuro.

Buona lettura!

Titolo: Volo di paglia
Autore: Laura Fusconi
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 30 agosto 2018
Pagine: 220
Prezzo:  15,50 €
Editore: Fazi


Laura Fusconi è nata a Castel San Giovanni (Piacenza) nel 1990. Dopo il liceo e la laurea in Graphic Design&Art Direction, si è diplomata presso la Scuola Holden. I suoi racconti sono usciti su «effe», «Verde rivista», «Achab» e «Horizonte».
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In viaggio con Benjamin – Verso la sperdutezza | Martin Vopěnka

Io ho vissuto.
Chi può dire lo stesso per sé?

 

Come sostenevo nel post precedente sulle vacanze letterarie in India, i libri sono un meraviglioso modo di viaggiare: ci danno la possibilità di esplorare con la mente luoghi in cui non siamo mai stati e che chissà se vedremo mai. Oggi vi voglio riportare in Europa e nello specifico nella Repubblica Ceca, per farvi conoscere un autore che lì è molto famoso e che è stato portato all’attenzione del pubblico italiano dall’editore siciliano Bonfirraro. In viaggio con Benjamin – Verso la sperdutezza (la traduzione del titolo originale sarebbe Pietre della montagna) è un romanzo di Martin Vopěnka pubblicato per la prima volta a Praga nel 1989 ed edito da Bonfirraro alla fine del 2017 con una traduzione di Stefano Baldussi. Vopěnka è il figlio di uno degli ultimi ministri della Pubblica Istruzione e nonostante abbia una laurea in ingegneria fisica e nucleare ha seguito la sua passione per la letteratura affermandosi come autore con una quindicina di romanzi di grande successo. È anche proprietario di una casa editrice, Prah.

Questo romanzo, che è l’esordio letterario di Vopěnka e apre la collana di narrativa straniera di Bonfirraro, vede come protagonisti un padre e un figlio, David e Benjamin, che si trovano a dover gestire le proprie vite dopo il trauma di aver perso una figura molto importante: una donna che per uno era la moglie e per l’altro la madre. Mentre sembra che David non fosse più innamorato della moglie e, anzi, avesse avuto altre relazioni, Ben deve capire che cosa significhi il fatto che la mamma non c’è più, che non può rivederla ma che in un certo senso la sua anima è sempre con lui; così sembra perdere interesse per le cose che lo entusiasmavano, come lo sport o altre attività che svolgeva. Il padre – che in tutto questo è rimasto da solo a prendersi cura di sé e del figlio – si rende conto che Praga in quel momento sta diventando quasi soffocante e che stare lì provoca dolore ad entrambi, così propone a Ben di partire per un viaggio verso la sperdutezza. I due allora fanno i bagagli e partono, anche se sembra una follia, come suggerisce tra l’altro il nonno.

Ma che cos’è questo viaggio verso la sperdutezza? È innanzitutto un volersi liberare di ciò che opprime, un volersi staccare dalla realtà ed esplorare il mondo. Questa sorta di vacanza, se da una parte permette loro di vedere luoghi meravigliosi (Vienna, Trieste, la Grecia, Corfù, la Romania…), dall’altra diventa un vero e proprio viaggio interiore che porta entrambi, in modi diversi, a interrogarsi su se stessi, a capire quali sono le reali necessità e quasi a tagliare i ponti con la realtà e con le persone amate. Se il figlio non sembra aver chiaro che la sperdutezza non è fisica, il padre lo sa bene e si spinge sempre più avanti, senza badare agli obblighi della vita o a chi è rimasto a casa e li sta aspettando. Ben dovrebbe cominciare la scuola, il nonno è preoccupato, la segretaria di David potrebbe aver messo le mani sui suoi fondi e avergli prosciugato i conti bancari. Ma questo non fa da deterrente.
Il legame padre-figlio diventa sempre più forte, ma man mano che si avvicinano alla vera sperdutezza David appare preoccupato e noi lettori con lui; la lettura diventa più faticosa mentre diventa faticoso andare alla deriva come fanno i protagonisti. Le riflessioni sulla vita aumentano di continuo.

Che cosa può fare realmente un essere umano? Fino a che punto ha diritto a sciogliersi dalle relazioni precedenti? Ha diritto a essere libero?

David non si esime dall’affrontare la parte più squallida di se stesso durante il proprio viaggio interiore, è importante sapere bene chi si è prima di allontanarsi dal mondo concreto. Anche la sua smania per il sesso, i suoi incontri fugaci con prostitute, donne appena incontrate e i suoi pensieri ricorrenti sono una parte costitutiva del suo essere. È come se perdere il contatto con la realtà lo portasse a uno stato animalesco in cui ciò che avverte sono i bisogni primari e le pulsioni sessuali; di conseguenza viene data una scarsa importanza anche alle figure femminili: la moglie triste e inadeguata, le altre donne  viste solo come mezzo per soddisfare un bisogno, e Petra, per cui forse c’è qualcosa di più, ma che viene di punto in bianco esclusa.

Ho letto con molto interesse questo romanzo, l’ho trovato coinvolgente e anch’io, come David, mi sono fatta tante domande. Se la sperdutezza in un primo momento può essere vista positivamente, come la libertà o il riparo dal caos della vita, a lungo andare però può fagocitarci, diventare pericolosa e farcelo perdere, il senso della vita, più che rivelarcelo. Forse bisogna arrivare ad abbracciare il vuoto per capire di dover tornare indietro.
Buona lettura!

Titolo: In viaggio con Benjamin – Verso la sperdutezza
Autore: Martin Vopěnka
Traduttore: Stefano Baldussi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1989 (2017 questa edizione)
Pagine: 345
Prezzo: 18,90 €
Editore: Bonfirraro

Parti con GoodBook.it | Vacanze letterarie in India

Per il periodo estivo, che coincide quasi per tutti con le vacanze, GoodBook.it dà vita sempre a iniziative molto carine. Questa volta si è deciso di creare un’agenzia di viaggi virtuale in cui ogni blogger che partecipa a “Parti con GoodBook.it” ha il compito di segnalare una località e far viaggiare i lettori attraverso consigli libreschi ambientati lì. Per quanto mi riguarda, ho scelto l’India, un Paese che sento molto, molto lontano da me, ma che comunque mi ha fatto piacere scoprire anche solo letterariamente. Anche se l’estate ormai sta finendo (ma siamo pur sempre ad agosto e poi il tempo per viaggiare non finisce mai!), passo ora a consigliarvi qualche bella storia che potete leggere se sognate anche voi di andare un giorno in India.

Cuccette per signora di Anita Nair  Nella stazione ferroviaria di Bangalore Akhila, una quarantacinquenne single e senza figli, sta per realizzare il sogno di una vita: prendere il treno e fare un viaggio da sola. Nello suo scompartimento ci sono altre cinque donne molto diverse tra loro per estrazione sociale e per età: una è anziana e non è mai riuscita a sperimentare la propria autosufficienza, un’altra ha solo quattordici anni ma è già molto matura, un’altra ancora è sposata con un marito tiranno. Ognuna di loro inizia a raccontare la propria storia alle altre e tutte si sentiranno meno sole. Fino al 1998 alla stazione di Bangalore c’era uno sportello della biglietteria dedicato ad anziani, portatori di handicap e donne, come sui treni c’erano anche le cuccette per signora (ladies coupé) da cui prende il titolo questo romanzo.
È una bella storia che ci mostra uno spaccato della vita delle donne indiane (il romanzo è del 2001, quindi sono già passati 17 anni) e c’è molto da riflettere sulla condizione della donna in generale in diversi paesi. Ci sono donne che contano poco senza il marito, che devono pensare attentamente a come vestirsi per non suscitare il desiderio negli uomini incontrati per strada, che devono obbedire all’uomo in modo incondizionato. Leggendolo sembra quasi di sentire i profumi dell’India e di vederne i colori. E ci sono anche delle ricette tipiche alla fine del libro!
[trad. Francesca Diano, Guanda, 2012]

Vidhana Souda, Bangalore [Fonte: https://en.wikipedia.org/wiki/Vidhana_Soudha%5D

Passaggio in India di Edward Morgan Forster – Siamo a Chandrapore, una cittadina fittizia nei pressi del Gange, e la signora Moore è arrivata per incontrare il figlio Ronny, funzionario lì da molto tempo, insieme a quella che sarà sua nuora, Adela Quested. Negli anni del colonialismo inglese in cui l’Islam e la burocrazia islamica si fronteggiano, Adela non vuole essere la classica turista, ma vuole venire a contatto con la vera India. Conosce, così, Aziz, un giovane medico che ha studiato in Inghilterra e che rappresenta una guida perfetta. Le due donne vanno quindi in gita col ragazzo e Adela, entrata da sola nelle grotte di Marabar, esce da lì molto turbata (cosa le sarà accaduto?) e accusa Aziz di averla aggredita. Finiscono così nelle aule di tribunale, dando vita a uno scontro tra civiltà diverse pieno di pregiudizi e razzismo.
Con questo romanzo del 1924, Forster – autore britannico che forse ha conosciuto la fama più da morto che da vivo, grazie alle trasposizioni cinematografiche delle sue opere – fornisce una rappresentazione che potremmo definire ancora molto attuale del confronto tra l’Io e l’Altro che sfocia nello scontro tra Oriente e Occidente. L’autore definiva questo libro, che è considerato il suo grande capolavoro, come “il mio romanzo indiano influenzato da Proust”.
[trad. A. Motti, Mondadori, 2017]

La moglie di Jumpa Lahiri – A Calcutta, i fratelli Subhash e Udayan sono così simili fisicamente che, nonostante tra loro ci sia una differenza d’età di poco più di un anno, molta gente li scambia. Sono però molto diversi per carattere: il primo più pacato, riflessivo e ubbidiente coi genitori, il secondo più estroverso, impetuoso e vivace. Ovviamente prenderanno strade diverse: Subhash parte per gli USA e diventa uno studioso, mentre Udayan prende parte alle rivolte maoiste contro le ingiustizie subite dai contadini e sposa per amore Gauri, una studentessa di filosofia. Ma ecco che avviene la tragedia. A quel punto Subhash sente che è il momento di tornare a Calcutta e prendersi cura di ciò che ha lasciato il fratello, anche del cuore di Gauri, la moglie.
Se lo sfondo politico dell’India degli anni Settanta, tra rivolte e terrorismo, è importante, non è mai, però, in primo piano, non arriva mai a mettere in ombra la storia familiare di questi personaggi che vengono quasi visti crescere.
[trad. M. F. Oddera, Guanda, 2013]

A questo punto non mi resta che augurarvi buon viaggio in questo luogo meraviglioso del mondo!

Il vizio di smettere | Michele Orti Manara

E allora,
mi dissi guardando prima il cielo e poi la punta delle mie scarpe,
cosa corri dietro alle stelle a fare?

 

Il vizio di smettere di Michele Orti Manara è una delle ultime pubblicazioni di Racconti edizioni, uscito pochi mesi fa, ed è una raccolta di sedici racconti brevi, alcuni brevissimi, che apparentemente sembrano non avere nulla in comune tra loro. Contesti diversi, personaggi diversi, persino stili diversi fanno sì che il lettore debba concentrarsi più del solito nel leggere queste storie. Per questo motivo, confesso che ci ho messo un po’ prima di decidermi a parlarne qui, perché è molto facile che qualcosa sfugga, e temo che possa essere successo anche a me. Di contro, forse, è proprio questo che rende la raccolta così bella e così ben scritta: nessuno di questi racconti ci permette di andare troppo in profondità, ci viene data una guida per tentare di svelare qualcosa, ma dobbiamo essere noi a farlo. In poche parole, Michele Orti Manara si serve dei non detti, e ci riesce benissimo.

Troviamo una madre apprensiva che si preoccupa per la salute del figlio ma forse alla base è lei a non star bene; un uomo che parla con il suo gatto (che gli risponde anche) ma non gli rivolge una carezza; una vecchina che non ci sta più tanto con la testa che crede che le siano entrati i ladri in casa; un ragazzo che aspetta che il suo più vecchio amico torni dal Brasile, dove ha deciso di aprire una fazenda, ma probabilmente non succederà; un ragazzino che è convinto di non piacere a nessuno. E tanto altro. Questo per rendere l’idea della diversità di tutti questi spaccati di vita più o meno quotidiana.

Ma cosa hanno in comune tutti questi personaggi? Qual è il filo rosso che li lega? Mi sembra di aver rintracciato un’ombra di tristezza e di disagio dentro tutti loro. Quel disagio che un padre e un figlio provano ogni volta che battibeccano e che non riescono a dirsi che si vogliono bene, o che il ragazzo che pensa di non piacere a nessuno prova ogni volta che tenta di avvicinarsi a qualcuno senza successo, per poi concludere che forse è destino che debba risultare sgradito a tutti. La malinconia dei due ragazzi che sanno tutto l’uno dell’altra ma quando si tratta di amarsi concretamente non ce la fanno, sembra quasi impossibile, e iniziano a nascondere le loro reali emozioni. Per non parlare di Una vita in venti minuti, in cui un presentatore televisivo che ha passato la vita a raccontare le esistenze altrui (spesso e volentieri robe inventate solo per girare una puntata) si trova a dialogare con un ragazzo legato al cielo tramite dei cavi, che lo mette alle strette e lo porta a riflettere sul rapporto con la figlia e sulla sua stessa vita, su cui poco si è concentrato.

Questa “mancanza” Michele Orti Manara ce la racconta senza giri di parole o arzigogoli, con un linguaggio che è sempre molto semplice ma che di volta in volta cambia perché è affidato a un personaggio diverso. Ci parla però di qualcosa che comunque conosciamo tutti e che, scavando in fondo, possiamo trovare dentro di noi: senso di inadeguatezza, speranze che vanno in fumo, ansie di qualsivoglia tipo, difficoltà nella comunicazione. E di comunicazione l’autore se ne intende perché lavora come social media manager di un’altra importante casa editrice, quindi i libri li conosce bene.
Questi racconti brevi (e brevissimi) però secondo me sono per lettori più forti e più consapevoli, perché, come ho già detto in precedenza, il rischio è quello di lasciarsi sfuggire qualcosa o non soffermarsi abbastanza su ciò che è celato.

Buona lettura!

Titolo: Il vizio di smettere
Autore: Michele Orti Manara
Genere:
 Racconti
Anno di pubblicazione:
 marzo 2018
Pagine: 170
Prezzo:  14 €
Editore: Racconti edizioni

Apri gli occhi | Rita Lopez

«Qua, se vuoi campare in pace, t’adda sta’ citt.
Devi abbassare la testa e fare finta che non hai visto niente».
«E allora a me fa schifo qua!» ribattei secca.
«Tu sei piccola ancora… non capisci» continuò Gino.

 

Apri gli occhi è un romanzo di Rita Lopez, edito da L’erudita (un marchio della Giulio Perrone) a febbraio del 2018. Devo confessare che la lettura di questo libro mi ha turbata molto e bisogna darne merito all’autrice perché si vede che è riuscita nel suo intento di coinvolgermi completamente nella storia. Siamo a metà degli anni Settanta nel quartiere Libertà di Bari; Anna è una ragazzina che vive una vita tutto sommato tranquilla: va a scuola, ha un fratello più grande che sta sempre per conto suo o coi suoi amici, una sorella maggiore che è molto legata a lei e che poi s’innamora di un meccanico, fa la fuga d’amore e si sposa, una mamma e un papà normalissimi. Ma ogni volta che Anna esce di casa la nonna la ammonisce, Apri gli occhi, insomma, stai attenta. Ma perché deve stare attenta? E perché tutti non fanno altro che giustificare i comportamenti maschili e non osano contestare gli uomini che vengono sempre serviti e riveriti?

Anna vive in quegli anni in cui sono accaduti eventi che hanno segnato un’epoca, eventi che la ragazzina conserva in un quaderno nascosto nel “cassetto degli orrori“. Colleziona ritagli di giornale, fotografie e testimonianze che si riferiscono al massacro del Circeo, al sequestro e all’omicidio di Aldo Moro, all’omicidio di Pasolini (accaduto, le spiegano, perché era nu ricchion)  a quello di Giorgiana Masi, alle vicende di Vallanzasca e a tutte le atrocità commesse nella seconda metà degli anni Settanta. Ascolta rapita il telegiornale, ma come spesso lo ascoltiamo tutti, pensando che in fondo quello che sentiamo è lontano da noi, è successo altrove e ad altre persone. Anna si renderà, però, conto che la violenza non è sempre e solo altrove, non ne sono vittima solo le altre persone, ma può anche toccarci da vicino. A quel punto diventeranno più chiari gli avvertimenti della nonna.

«Iapr l’ecchij!». Apri gli occhi!, mi diceva nonna, asciugandosi le mani con lo strofinaccio.
Me lo diceva sempre. Apri gli occhi! Come a dire “stai attenta”, “stai in guardia”. Un monito fattosi ormai consuetudine. Al posto di “ciao”, “ci vediamo domani”, o “stammi bene”.
Apri gli occhi! Non dare confidenza a nessuno. Non fermarti a parlare con gli sconosciuti.
Apri gli occhi! Non rispondere alle provocazioni. Non immischiarti in cose che non ti riguardano.
Apri gli occhi! Assumi un’aria dimessa e fila dritto a casa.
“Apri gli occhi!” era il contrario di tenerli aperti, gli occhi. Era piuttosto un invito a guardare da un’altra parte, a fare finta di non vedere, a fare finta di non sentire. Ed io, per tutta la mia infanzia, e poi nella mia adolescenza, così mi ero sempre sentita dire. Volevano che facessi finta di non vedere.

Quello di cui parla Rita Lopez è un periodo che non ho vissuto – sarei arrivata molto dopo – ma dalle pagine di questo libro emerge chiaramente l’atmosfera di paura che deve averlo caratterizzato. Vediamo la storia dagli occhi di una bambina che all’inizio è ingenua, che non capisce tante cose ma che si ritrova sotto l’egida della saggezza di una nonna che gli occhi li sa tenere aperti e che sa bene come va il mondo. Oltre a tutto questo, bisogna inserire la vicenda nel contesto di una città del meridione, perché – mi duole dirlo, da siciliana – non è facile essere donna in una società maschilista e misogina, quando (e Anna lo capisce bene) devi stare attenta a non incrociare lo sguardo di un malintenzionato o quasi ti vergogni quando ti stanno venendo su le prime forme e ti senti gli occhi puntati addosso.

Il quotidiano di Anna, oltre ad essere fatto di normalissimi momenti in famiglia, pranzi coi parenti, compiti pomeridiani insieme agli amici, sembra l’inizio di una lotta per la sopravvivenza. Si avvertono la preoccupazione e la paura che vanno nascendo nell’animo di questa ragazzina, che man mano che cresce va prendendo sempre più coscienza di ciò in cui si trova immersa. Rita Lopez la fa passare attraverso quegli anni così bui della storia italiana e a un certo punto sembra che l’accumularsi di tutti quegli eventi terribili debba sfociare in qualcosa di ancora più forte, come un vaso che si appresti a traboccare per le troppe gocce che vi son cadute dentro.

Credo che Apri gli occhi possa essere non solo una storia potente per chi negli anni Settanta c’era e capisce meglio di cosa parla la Lopez, ma anche un modo per chi invece non c’era di sapere quello che le generazioni precedenti hanno vissuto (e per me è stato così, grazie alla forza dello stile narrativo dell’autrice).
Buona lettura!

Titolo: Apri gli occhi
Autore: Rita Lopez
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 febbraio 2018
Pagine: 186
Prezzo:  16 €
Editore: L’erudita


Rita Lopez è nata a Bari. Dopo il liceo, si trasferisce a Roma per frequentare l’Università “La Sapienza”, dove si laurea in Sociologia e in Archeologia. Ha pubblicato la raccolta di racconti Vie d’uscita. Salvarsi con i Led Zeppelin, Bach e Nilla Pizzi (2016) e continua a scrivere sul suo blog (lopezrita.wordpress.com).

Dopo il diluvio | Leonardo Malaguti

Dopo il diluvio è il romanzo d’esordio del giovanissimo (classe ’93!) bolognese Leonardo Malaguti, pubblicato quest’anno da Exòrma nella collana quisiscrivemale, dove non si scrive male proprio per niente. Luogo e tempo della storia non sono ben specificati, si capisce che ci troviamo nel cuore dell’Europa, forse dalle parti della Germania, nei primi del Novecento, ma lo si evince da qualche dettaglio come il telefono che non tutti sanno usare bene o il telegramma, o dai nomi dei personaggi. Siamo in un villaggio situato all’interno di una conca, villaggio che dopo uno spaventoso diluvio è rimasto completamente sommerso e isolato; le fognature sono tappate, non si riesce a capire perché, quando finalmente ci si rende conto che c’è qualcosa che ottura la valvola di scolo: è il cadavere del sindaco Venders. Da questa macabra scoperta tutto cambia, il paese viene come catapultato indietro nel tempo, si sa, quando l’essere umano sperimenta la paura e il panico ritorna al suo stato primordiale. Inizia una sorta di Medioevo buio in cui ognuno reagisce in modo diverso: chi perde la ragione, chi dà la caccia alle streghe, chi invece tenta di restare lucido e seguire il lume della ragione.

Quella di Malaguti è una fiaba nera, un racconto che se all’inizio è macabro poi diventa qualcosa di grottesco, tragicomico, una storia che se in alcuni momenti suscita il riso, molto più spesso lascia il lettore con l’amaro in bocca e dà la sensazione di qualcosa di già visto (gli esiti spesso drammatici dell’isteria collettiva che deriva dalla paura dell’ignoto).
Se l’acqua può essere vista come elemento purificatore che tutto lava e tutto pulisce, qui è il preludio della fine del mondo, il diluvio dà vita ad una piccola apocalisse: chi ha ucciso il sindaco? chi è questo nemico che sta venendo da fuori ad attaccare il paese e che cosa vuole? chi ha diffuso questa voce? Nessuno sa rispondere a queste domande, ma nemmeno si può dire che qualcuno faccia qualcosa per venirne a capo – commissario Van Loot a parte – perché tutti sono troppo impegnati a farsi prendere dal panico.

E anche i personaggi sono totalmente fuori dagli schemi, anzi forse rappresentano l’opposto di quello che dovrebbero: il Pastore Thulin dovrebbe essere una guida spirituale, invece frequenta il bordello del paese e forse ha messo incinta una delle ragazze che lavorano lì; il sindaco, che dovrebbe essere un esempio di integrità, è una persona dalla dubbia moralità che attenta alla purezza dei bambini; il generale Krauss della disciplina appresa nelle armi non tiene in conto nulla, vorrebbe essere il deus ex machina di tutta questa vicenda e poi finisce per esserne completamente sopraffatto. Il grottesco avvolge tutti, non risparmia nessuno; anche la madre del commissario, Berta, che da ragazza aveva finto di essere uomo per fare il militare, ma poi ha messo il braccio su una granata, e nel momento in cui è stata soccorsa tutti si sono accorti che era una donna; il contadino Marz che quasi tiene prigioniera la moglie Lisetska, nascondendole i documenti che le permetterebbero di fuggire e liberarsi dalle sue angherie, e poi quando non la trova in casa esce a cercarla e sparisce.

Se i primi capitoli sono una sorta di premessa e servono a conoscere di volta in volta i vari personaggi e a capire quale sia il loro ruolo all’interno della storia, tutte queste persone poi sono come attratte verso un centro in cui si forma una massa indistinta di gente, “la massa”, appunto, potente, impietosa e primitiva. Man mano che confluiscono tutti verso quest’organismo che diventa sempre più omogeneo, il ritmo della narrazione sembra aumentare sempre di più, fino a quando si arriva all’epilogo che – com’è prevedibile – è rappresentato dalla ricerca di un capro espiatorio. Chi sarà? Non vi resta che leggere il romanzo di Malaguti per scoprirlo.

Buona lettura!

Titolo: Dopo il diluvio
Autore: Leonardo Malaguti
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2018
Pagine: 210
Prezzo:  14,90 €
Editore: Exòrma