Caldo Cosmico e altri racconti | Fiorella Malchiodi Albedi

È stata forse spaventata da quella nuova solitudine
che nasceva non intorno a lei, ma dentro di lei.

 

Per quanto ci possiamo impegnare, non riusciremmo mai a conoscere tutti i libri che vengono pubblicati e di sicuro ci perdiamo roba interessante. Qualche tempo fa mi è stata segnalata una raccolta di racconti, Caldo cosmico e altri racconti, di Fiorella Malchiodi Albedi, pubblicata da poco da Eretica Edizioni, una casa editrice che conoscevo solo di nome, ma di cui non mi era mai capitato di leggere nulla. Si tratta di un piccolo editore di Salerno – mi spiega l’autrice stessa, a cui ho chiesto informazioni – che pubblica romanzi, raccolte di racconti e sillogi poetiche, un gruppo di persone oneste e piene di entusiasmo. Fiorella mi racconta anche con parecchia emozione come è arrivata alla pubblicazione del suo libro. Volendo dare una forma fisica a ciò che aveva scritto, a prescindere dal valore del testo, ha visto che i due handicap maggiori erano la sua età (non è esattamente una ragazzina, l’età di una donna non si dice e non la riporto) e il fatto che fossero racconti, genere considerato poco vendibile, anche se c’è una recente inversione di tendenza. Così ha deciso di rivolgersi a editori medio piccoli, scartando gli eap. Fino a quando Giordano Criscuolo, il fondatore di Eretica, si è fatto vivo e le ha proposto un contratto ineccepibile, senza nessuna spesa a suo carico. Mi racconta, è stata una grande emozione perché è ovvio che uno si affezioni ai propri racconti, ma che qualcun altro possa farlo è stata una gran bella sorpresa.

A prescindere dal valore del testo, dicevamo. Vi confesso che mi è capitato tra le mani un gioiellino e sono rimasta stupita, perché per essere un’opera prima è parecchio bella. L’autrice si è già cimentata nella scrittura di racconti che ha pubblicato su Il Paradiso degli OrchiVerdeL’irrequietoInkroci, e un suo racconto è stato selezionato per il concorso 8×8, ma nella vita lei si occupa di tutt’altro: è un anatomopatologo.

Si è ormai convinto che se per l’infelicità non serve una predisposizione particolare, può aspettare chiunque a ogni svolta della vita, apri un giorno una porta, rispondi al telefono, attraversi una strada, e un baratro imprevisto ti si apre davanti, per la felicità no, è richiesto un talento speciale. Devi avere la capacità di essere felice, altrimenti tutto è inutile, la fortuna, gli amori, gli affetti, tutto sprecato.

[A essere infelici sono buoni tutti]

I racconti sono 24, alcuni brevi, altri brevissimi, e a legarli è un sentimento ricorrente di solitudine, disincanto, incomprensione, oserei dire. Le storie sono quasi tutte ambientate a Roma, nel quartiere di Città Giardino dove l’autrice vive e quindi sa muoversi meglio. I protagonisti, invece, sono sempre molto diversi tra loro: sono uomini e donne, di età diverse, di ceto diverso. Nelle loro vite, che scorrono secondo una routine, a un certo punto è come se s’inceppasse un meccanismo e qualcosa li costringesse a fermarsi e riflettere. C’è una signora che si uccide e tutti quelli che pensavano di conoscerla rimangono colpiti dal gesto e si rendono conto che nessuno di loro la conosceva davvero; una signora che improvvisamente si ricorda di quando capitò, anni prima, che tanti aquiloni restassero incastrati tra i rami degli alberi, allora entra in un bar, chiede se anche gli altri si ricordino, chiede di fare una ricerca su Google, chiama un amico con cui aveva condiviso l’evento, ma nessuno ricorda nulla e il pensiero inizia a sbiadire anche nella sua testa; un carcerato che osserva la sua cella, da cui sa che non uscirà mai; una donna che si isola, evita gli amici e i condomini, ma quello del piano di sopra la invita ad ascoltare un concerto al computer con lui “senza parlare” e lei non sa se andare; un uomo che sembra percepire il caldo in maniera diversa da tutti gli altri (Caldo cosmico, appunto, che dà il nome a tutta la raccolta). Questi sono solo alcuni, e quello sui ricordi nello specifico, intitolato Aquiloni a Roma, è quello che ho amato più di tutti, trovandolo di una delicatezza e di una malinconia disarmanti.

A parte qualche elemento surreale che ogni tanto s’intrufola qua e là, sono storie in cui non assistiamo ad eventi particolarmente straordinari. Tutto può essere raccontato, anche la banalità della vita, il senso di inadeguatezza che spesso e volentieri ci assale, le incomprensioni tra noi e gli altri, o ancora le contraddizioni insite nell’essere umano. Con uno stile molto delicato, elegante e allo stesso tempo semplice, Fiorella Malchiodi Albedi riesce a suscitare emozioni in chi legge e lo coinvolge con le sue descrizioni accurate di ciò che circonda i personaggi, che siano giardini, o una casa spoglia, o una cella del carcere dalla cui finestrella arriva un po’ di luce. In questi racconti (com’è ovvio che sia, alcuni sono più belli di altri), personalmente, ci ho trovato tanto, e a dispetto della convinzione dell’autrice che vede la sua età come un ostacolo, io spero davvero che ne pubblichi tanti altri, perché è sulla strada giusta. Intanto, io seguirò di più Eretica Edizioni, che ho appena scoperto ma da cui ho ricevuto una bella sorpresa.

Buona lettura!

Titolo: Caldo Cosmico e altri racconti
Autore: Fiorella Malchiodi Albedi
Genere: Raccolta di racconti
Anno di pubblicazione: maggio 2018
Pagine: 114
Prezzo: 13 €
Editore: Eretica


Fiorella Malchiodi Albedi è medico anatomopatologo e lavora in un ente pubblico di ricerca. Da qualche anno scrive racconti di fantasia e memoir. Ha pubblicato racconti su Il Paradiso degli OrchiVerdeL’irrequietoInkroci. Un suo racconto è stato selezionato per il concorso 8×8. Questa è la sua prima opera.

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Elmet | Fiona Mozley | Da oggi in libreria

Elmet è l’esordio letterario di Fiona Mozley, uscito in originale nel 2017 e pubblicato da Fazi il 27 settembre con una traduzione di Silvia Castoldi; e per essere l’opera di un esordiente è davvero incredibile, perché è stato finalista al Man Booker Prize, è stato definito il libro dell’anno dalle testate più autorevoli, ha venduto più di 70.000 copie ed è già in corso di traduzione in 14 paesi. Questo per dirvi che oggi vi sto segnalando un libro che non appena è uscito ha fatto immediatamente il botto. Ho avuto l’opportunità di leggerlo prima dell’uscita e l’ho divorato, ma in generale per la letteratura inglese di tutti i tempi ho un debole.
Il titolo deriva da un componimento di Ted Hughes, I resti di Elmet, che troviamo citato nelle prime pagine. Elmet, anticamente, era l’ultimo regno celtico indipendente d’Inghilterra, una parte dello Yorkshire, terra di nessuno e piena di fuorilegge, in cui è ambientata la storia. Metaforicamente, rappresenta il luogo che i protagonisti non vogliono rassegnarsi a lasciare, nemmeno a costo della propria vita.

Elmet è stato lultimo dei regni celtici indipendenti
dInghilterra e in origine si estendeva lungo
la valle di York Ma ancora durante il XVII
secolo quella stretta gola e i suoi bordi laterali,
sotto le brughiere glaciali, continuavano a essere
una terra di nessuno”, un rifugio per chi voleva
sottrarsi ai rigori dalla legge.

TED HUGHES, I resti di Elmet

Voce narrante di questo libro è Daniel, un ragazzo di quattordici anni che vive in un bosco nel Nord dell’Inghilterra col padre John e la sorella Cathy, di un anno più di grande di lui. Si sono dovuti trasferire lì dopo che la ragazzina ha avuto un problema a scuola e si è capito che non poteva stare insieme agli altri ragazzi, vivere in quel tipo di società. John ha costruito la casa per i suoi figli, più che per lui, in una terra che apparteneva alla moglie – una donna che appariva e scompariva dalle loro vite, per poi andarsene via per sempre – e ora è del signor Price, un uomo ricco e potente che spadroneggia nella zona e dice di possederla legalmente. John una volta lavorava per lui, metteva a disposizione di quell’uomo il suo corpo gigantesco e forte per riscuotere pagamenti, intimidire debitori e vincere incontri su cui c’erano giri di scommesse. Price vuole che torni ad essere al suo servizio, se no dovrà lasciare quella terra e quella casa costruita con tanto sacrificio, ma John, Cathy e Daniel cercheranno di proteggerla e restare insieme fino alla fine.

A dispetto del titolo, la storia è ambientata in tempi più o meno attuali, anche se non ben specificati, lo si capisce da alcuni dettagli come il telefono o il televisore. La famiglia protagonista vive ai margini della società, vivono in modo anacronistico: cacciano il proprio cibo con arco e frecce o con delle trappole, i figli tagliano barba e capelli al papà, sembrano essere rimasti indietro nel tempo. I tre sono letteralmente isolati dal resto del mondo, unico collegamento con la realtà sembra essere Vivien, una vicina (non troppo) di casa da cui il padre ogni tanto manda i figli perché forse si rende conto che una figura femminile può essere utile nella loro crescita, o chissà, forse perché sa che per loro ci vuole qualcosa di meno duro di un padre cupo e orso. Sì, perché John (che però per i ragazzi è sempre e solo Papà) è una persona che intimidisce chiunque si trovi al suo cospetto: è altissimo (stacca di una trentina di centimetri gli uomini più alti), muscoloso, temibile e sembra anche imprevedibile. E si capisce che è uno che riesce a stento a tenere a freno quello che il suo corpo sarebbe in grado di fare, la forza che emana.

Non avrebbe mai potuto attirare nessuno, con il carattere che aveva. Non c’era nulla di benevolo o rassicurante nel suo modo di fare. Di lui sapevano solo che era l’uomo più forte che chiunque avesse mai incontrato, e che in combattimento era spietato. Papà, naturalmente, non era consapevole di tutto ciò.
(…)
Papà era il re. Trenta centimetri più alto del più alto di tutti. Era gigantesco. Un suo braccio era grosso come due dei loro. I suoi pugni erano grandi quasi quanto le loro teste. La cassa toracica era abbastanza larga da contenere uno qualunque di quegli uomini, rannicchiato all’interno come un feto nel grembo materno.

La figlia Cathy ha decisamente preso da lui, anche se ha solo quindici anni è alta, parecchio forte, saggia, decisa e sicura di sé, al contrario di Daniel che, invece, forse è più simile alla madre (che non conosciamo e di cui i personaggi dicono di non parlare mai): è più timido, delicato, riflessivo, e infatti è quello che si lega più a Vivien. È un ragazzo che vive talmente fuori dal mondo che non si è accorto che, ora che è cresciuto, i pantaloni che ha sempre usato gli stanno corti e la maglietta gli lascia scoperto l’ombelico, che i capelli che non lava quasi mai sono diventati troppo lunghi, o che quando trova per caso in bagno le mutandine di Vivien non gli suscitano alcun turbamento (per uno della sua età!) perché non ha esperienza della vita al di fuori del bosco.

Ecco, forse i protagonisti e Price hanno caratteri troppo ben definiti, chi è troppo cattivo, chi troppo deciso, nessuno vuole scendere a compromessi. Ma forse, come avviene in certe storie, è fatto appositamente per rendere meglio l’opposizione fra protagonisti e antagonisti che, infatti, in questo caso sono del tutto opposti. E la diversità maggiore, quella che salta all’occhio immediatamente, è proprio tra John e Daniel, sta nel modo in cui il figlio parla del padre, facendolo apparire una figura quasi mitica.
Il racconto inizialmente sembra lento e più concentrato sulla vita particolare che conducono Daniel, John e Cathy, ma bisogna aspettare che s’intrufoli l’elemento di disturbo della loro quiete perché arrivi la svolta. E poi, visto più da lontano, non sembra più una battaglia personale tra i protagonisti e Price, ma la dura resistenza dell’obsoleto al moderno che cerca in tutti i modi di avere la meglio, soprattutto quando nessuna delle due parti è disponibile al compromesso.

Buona lettura!
E ricordate che fino al 5 ottobre tutto il catalogo Fazi è scontato del 25%.

Titolo: Elmet
Autore: Fiona Mozley
Traduttore: Silvia Castoldi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 280
Prezzo: 18 €
Editore: Fazi


Fiona Mozley – Trentenne cresciuta a York, ha studiato a Cambridge e poi ha vissuto a Buenos Aires e a Londra. Attualmente sta svolgendo un PhD in Storia Medievale. Questo è il suo primo romanzo.

Bestia da latte | Gian Mario Villalta

Venne il momento in cui “le bestie” non erano più gli animali per eccellenza,
ma prodotto per l’industria, diviso in due categorie merceologiche:
le “bestie da latte” e le “bestie da carne”.
A quel punto la puzza era diventata insopportabile e fastidiosa per tutti.

 

In una società che vive di agricoltura e allevamento, il termine bestia ha un’accezione positiva, non è usato in modo dispregiativo come siamo soliti fare al giorno d’oggi. Possedere le bestie significava essere ricchi, avere un’importante fonte di guadagno per il sostentamento della propria famiglia. Immaginiamo adesso il Nordest degli anni Sessanta, quello ancora contadino, prima del boom economico che ha fatto sì che le persone fossero gradualmente sostituite dai macchinari più tecnologici. Le bestie a quel punto cominciarono a non ricevere lo stesso rispetto di prima, ma iniziarono ad essere considerate come oggetti, merce. C’erano le bestie da carne, quelle pronte per il macello, sfruttate al massimo, e le bestie da latte, tenute meglio in quanto fonte di reddito ancora per chissà quanto tempo. Metaforicamente, anche due dei personaggi principali di Bestia da latte di Gian Mario Villalta (SEM – Società editrice milanese) sono bestie: il protagonista – che è anche voce narrante e di cui non conosciamo il nome – è una bestia da latte, il cugino Giuseppe, una bestia da carne.

Il narratore è adulto, è diventato professore e ha un figlio di nove anni, Leonardo. Un giorno la madre lo chiama per dirgli che è morto il suo (di lei) fratello minore, lo zio Angelo, e da quel momento inizia un viaggio a ritroso nella sua infanzia, in cui spicca tra tutte la figura di Giuseppe, più grande di lui di cinque anni. Giuseppe è il figlio di zia Anna, che all’epoca era una ragazza bellissima che nel paese si faceva notare, ammirare e desiderare; ma questo accadeva in un contesto estremamente maschilista, dove un uomo si sentiva autorizzato a metterle le mani addosso e insultarla, e le donne ne parlavano come di una puttana non soltanto perché attirava gli sguardi di tutti, ma anche perché era uno spirito libero, voleva viaggiare e andare in giro. A causa dell’assenza di questa madre (essere figlio suo sembra la sua unica colpa), Giuseppe vive a stretto contatto col protagonista, in un ambiente in cui il nonno (“il padrone di casa) torna a casa ubriaco e lo picchia con la cinta dei pantaloni e nel frattempo fa una carezza al nostro narratore.

Succede così che nel protagonista si insinua un senso di colpa che non lo abbandonerà mai. Giuseppe sfoga le sue frustrazioni su di lui, lo picchia, lo tiene con la testa immersa nell’acqua fino a fargli pensare di arrendersi, smettere di respirare e voler morire, lo minaccia, spinge i suoi amici a trattarlo allo stesso modo, quando giocano a calcio lo tengono sempre in porta e lo colpiscono con pallonate particolarmente violente. E il bambino, che ha circa undici anni, non dice mai niente, non si confida con nessuno, pensa che forse non è così importante accusare Giuseppe ai suoi genitori, perché in fin dei conti magari se lo merita questo trattamento dato che a lui non manca niente e Giuseppe invece si spacca la schiena lavorando ed è odiato dal nonno. E infatti nessuno si accorge di nulla, gli uomini sono così impegnati col lavoro e le donne a farsi la guerra fra loro, ma non gli fanno mai mancare nulla: i vestiti, il cibo, l’affetto, i libri soprattutto. È solo nel suo dolore.

Non ero trascurato, questo no, la pulizia, il nutrimento, il sonno, il modo di parlare, tutto era seguito con attenzione, anche l’acquisto dei libri da leggere, la scelta dei vestiti. Non ero affatto trascurato, ero solo.

Il protagonista non si ribella mai, forse una volta vorrebbe provarci, ma non funziona. Giuseppe lo chiama zhoca, che nel dialetto del Nordest dovrebbe indicare il ceppo di legno, una testa ottusa, che è richiamata dall’immagine in copertina, un dettaglio di Patrick, opera di Bruno Walpoth in legno di noce. Ma questo cugino, per lui, non era solo fonte di terrore: è grazie a lui che ha iniziato a crescere, che ha scoperto le donne, i giornaletti con le foto delle ragazze, che si è reso conto di quanto dura possa essere la vita con alcuni. È un rapporto particolare quello tra i due ragazzi, tanto che il protagonista si chiede al termine di tutto questo viaggio nella memoria se la sua esistenza, senza Giuseppe, sarebbe stata diversa.
Il racconto di Villalta, così crudo, così forte da non risparmiare sofferenza nemmeno al lettore, trasuda solitudine in ogni sua pagina. Ed è una solitudine che deriva dal silenzio all’interno del quale il bambino si chiude perché tutti pensano che sia normale, perché lui stesso crede che forse non è così importante confidarsi e interrompere le giornate di lavoro dei suoi, perché forse tutti sono contro di lui e non lo capiscono.

Bestia da latte me lo ha prestato un’amica, altrimenti forse non ci sarei mai arrivata, ma mi sono trovata fra le mani una lettura coinvolgente e di grande spessore. In più non avevo mai letto niente di SEM e credo che questo sia stato un ottimo inizio.
Buona lettura!

Titolo: Bestia da latte
Autore: Gian Mario Villalta
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 155
Prezzo: 16,00 €
Editore: SEM – Società editrice milanese


Gian Mario Villalta è nato a Visinale di Pasiano, in provincia di Pordenone, nel 1959. Laureato in Lettere a Bologna, pubblica dai primi anni Ottanta. Dal 1984 insegna al Liceo Scientifico Ettore Majorana di Pordenone. Nel 2002 ha creato il festival del libro Pordenone Legge. Tra i suoi libri: Satyricon 2.0 (2014), Scuola di felicità (2016), Padroni a casa nostra (2009), Lo sguardo della poesia (2014), Telepatia (2016).

La morte di Virginia | Leonard Woolf

Ho comprato un po’ di tempo fa questo libriccino per la mia grande curiosità nei confronti di Virginia Woolf, una figura così importante e allo stesso tempo così fragile, e l’ho inserito tra letture più pesanti e voluminose, nonostante non sia per niente una storia piccola e leggera. La morte di Virginia è un estratto da The Journey not the Arrival Matters, autobiografia di Leonard Woolf pubblicata nel 1969, e qui il grande autore britannico parla della moglie, ma fa anche una ricostruzione – basata sulla propria esperienza – del periodo storico che va dal ’39 al marzo del ’41, quando lei si è tolta la vita. E alla morte di Virginia infatti arriva molto lentamente, nella seconda parte del libro, come se fosse qualcosa a cui prepararsi in modo graduale.
Agli albori della Seconda Guerra Mondiale, Londra è bersagliata da raid aerei e i Woolf si sono rifugiati in campagna nel Sussex, a Rodmell, ma anche lì presto cominceranno a udirsi gli scoppi delle bombe. La paura di essere catturati è grande e Leonard e Virginia sentono incombere su di sé il pericolo. Nel frattempo lei si butta a capofitto nei suoi scritti e lui è molto preso dalla situazione e spesso non si accorge di tanti segnali del fatto che Virginia non sta bene. Nella seconda parte, però, Leonard appare visibilmente preoccupato, si rende conto che la ricaduta dell’amatissima moglie non sembra essere come le altre, ma è sempre attento, cerca di mostrarle tutta la delicatezza di cui è capace, anche quando tutto le costa fatica. Virginia sta affrontando una battaglia contro una parte di sé che lui non può comprendere appieno, ed è cosciente che questa battaglia lei potrebbe anche perderla e soccombere.

Il 28 marzo del 1941 Virginia lascia diverse lettere. Al marito scrive:

Carissimo, sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai lo so. Vedi non riesco neanche a scrivere questo come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi.

Alla sorella Vanessa scrive: «Ho lottato, ma non ce la faccio più». Dopodiché abbandona il bastone sull’argine del fiume Ouse, si riempie le tasche di sassi e si lascia annegare nell’acqua.

Di lei, in questo libretto pubblicato da Lindau, c’è il ricordo di un marito che amava confrontarsi con una donna così intellettualmente forte, geniale, che amava passeggiare con lei o incontrare gli amici, e che in generale amava la vita con lei. È una testimonianza storica e anche privata di uno degli autori più importanti della letteratura inglese che ci permette di guardare il suicidio di Virginia dalla prospettiva – “privilegiata” – di chi le stava più vicino di chiunque altro. Emerge la figura di un uomo sensibile, innamorato e attento, che personalmente non avrei immaginato, nonostante avessi letto più volte la lettera d’addio della moglie e sapessi quanto si erano amati. Leonard sapeva, e tiene a sottolinearlo spesso, che lei voleva vivere, amava vivere, lottava per non cedere, ma la sua disperazione ha avuto la meglio e l’ha abbattuta, come una burrasca di vento nel ’43 abbatté uno dei due grandi olmi – che avevano chiamato Leonard e Virginia, come loro – sotto cui erano state sepolte le sue ceneri.

Un libro piccolissimo che si legge velocemente, ma parecchio denso.
Buona lettura!

Titolo: La morte di Virginia
Autore: Leonard Woolf
Traduttore: Paola Quarantelli
Genere: Autobiografia
Anno di pubblicazione: 2015
Pagine: 92
Prezzo: 14 €
Editore: Lindau

Il sale | Jean-Baptiste Del Amo

Nessuno sospetta che il tempo è già all’opera
e corrompe quel ricordo per fonderlo nell’oblio.

 

Ho comprato Il sale di Jean-Baptiste Del Amo (NEO edizioni) nella settimana ad esso dedicata da Modus Legendi, la rivoluzione gentile che ha come scopo far salire nelle classifiche di vendita la letteratura di qualità. Dopo varie votazioni, da parte di alcuni membri del gruppo e poi di tutti gli altri, questo aveva vinto e questo ci si era proposti di far arrivare tra le vette dei più acquistati. Solo che sono riuscita a leggerlo solo adesso, dopo mesi, e l’ho fatto insieme alla mia amica Elena (che prima scriveva qui e ora solo qui) con cui ho condiviso pareri man mano che avanzavamo nella lettura. Devo confessare che mi aspettavo tanto da questo libro, e forse per questo sono rimasta un po’ delusa. Oggi ve ne parlo in breve perché l’ho già finito da un po’ e dato che per me non è stato una lettura particolarmente incisiva temo di dimenticare determinate cose, e poi il periodo è abbastanza pieno e non riesco a star dietro a tutto.

La storia, in soldoni, è questa. Louise è ormai vedova di Armand, e decide di organizzare una cena coi figli che ormai sono lontani e hanno preso ognuno la propria strada. La vicenda di base si svolge in un’unica giornata, ma il tempo si dilata man mano che approfondiamo la personalità di ogni personaggio e, insieme a lui, ci lasciamo andare ai flashback con cui ricostruiamo il loro passato. Il momento della cena, che si avvicina sempre di più, acquista quasi il significato di un confronto tra queste persone così diverse ma così unite dall’aria di salsedine (Armand lavorava in mare) e da una storia familiare piena di problemi. Chi era Armand per ognuno di loro? Che cosa hanno passato in precedenza per provare questa ansia per l’incontro tra loro e con la madre? Ma soprattutto, andranno tutti alla cena? Chi si presenterà?

Mi piace molto lo stile di Del Amo, riconosco che c’è una ricerca attenta delle parole (merito anche della traduttrice Sabrina Campolongo), e il linguaggio è molto fluido e riesce a rappresentare perfettamente le emozioni, i sentimenti e i patimenti dei personaggi, quasi che il lettore in certi punti possa sentirli sulla propria pelle. Però non sono riuscita a sentire un vero e proprio trasporto mentre leggevo, ci sono stati momenti in cui sono andata parecchio a rilento perché non sempre mi sentivo partecipe del dolore dei membri di questa famiglia. Mi sembra che per raccontare la violenza, la negatività, le tragedie che hanno colpito queste persone (la morte di un padre, quella di una figlia, quella di un compagno malato, la fine di un matrimonio), sia messo in atto un tentativo di lirismo forse eccessivo, almeno per me. Se inizialmente Del Amo sembra molto delicato nelle descrizioni, questo indagare nell’animo dei suoi personaggi diventa sempre più profondo ma anche morboso (raggiungere il picco di potenza nella terza parte, quella più forte). A dispetto di questo, è un bel libro per quelli a cui può piacere il genere così potentemente introspettivo.

Buona lettura!

Titolo: Il sale
Autore: Jean-Baptiste Del Amo
Traduttore: Sabrina Campolongo
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2013
Pagine: 269
Prezzo: 16,00 €
Editore: NEO


Jean-Baptiste Del Amo (al secolo Jean-Baptiste Garcia) è nato a Tolosa nel 1981. È stato paragonato a scrittori del calibro di Émile Zola, Honoré de Balzac, Alexandre Dumas, Patrick Süskind e Gustave Flaubert. Con le sue opere, nel 2006, è stato premiato come miglior “Giovane scrittore” di Francia; nel 2008 è stato finalista del Premio Goncourt e del Prix Médicis, al vertice di importanza tra i riconoscimenti letterari francesi. Tutti i suoi libri in Francia sono pubblicati da Gallimard. Il Sale è la sua prima opera tradotta in Italia.

Timidezza e dignità | Dag Solstad

Per venticinque anni aveva assiduamente cercato
di adempiere alla missione della sua vita,
quale modesto e riservato professore,
pure con un magro stipendio.

 

Timidezza e dignità è un romanzo del norvegese Dag Solstad che mi ha colpito subito dalla copertina e dal titolo, ancor prima che dalla sinossi. Probabilmente mi sono resa conto che non si trattava di una storia troppo allegra e quindi dovevo leggerlo. Pubblicato in originale nel ’94 e poi per Iperborea nel 2010 con una traduzione di Massimo Ciaravolo, è la storia di Elias Rukla, un professore di liceo a Oslo che un giorno è intento a spiegare a una classe di studenti annoiati L’anitra selvatica di Ibsen. La scarsa attenzione che riceve, unita all’insofferenza nei confronti della sua routine, fa sì che Elias esploda in un moto di rabbia nel cortile della scuola – arriva a rompere il proprio ombrello e a insultare i ragazzi che passano. Da quel momento capisce che forse la sua carriera di insegnante finirà lì, perderà il lavoro. E come lo dirà alla moglie?
Inizia allora un viaggio a ritroso nella memoria, torna coi ricordi a quando lui stesso era uno studente universitario e conobbe Johan Corneliussen, un ragazzo dalla personalità magnetica che studiava filosofia e col quale intreccia un bellissimo rapporto di amicizia. Ricorda quando Eva Linde, che ora è sua moglie, era una ragazza affascinante, prima che si appesantisse con gli anni e la sua bellezza – ma non la sua eleganza – sfiorisse.

La notte dormiva con lei, in una camera appositamente arredata dell’appartamento di Jacob Aalls gate – già, così voleva esprimere la cosa, perché dire che dormiva con lei in camera da letto o nella loro comune camera da letto esprimeva così poco di ciò che sentiva nel dormire insieme a Eva Linde, tanto che, tra sé, chiamava sempre la camera da letto «la camera appositamente arredata dove dormo con lei».

In questo libro, che almeno per la prima metà è spaventosamente lento, il protagonista esprime tutto il disagio di una persona che non è felice nel contesto in cui si trova a vivere. Elias Rukla sembra annoiato nel rapporto con la moglie, non riesce a instaurare conversazioni di un certo livello con nessuno dei propri colleghi, e quando ce n’è uno che sembra valido non sa che approccio tentare con lui per avvicinarlo. Non trova confronto né dialogo, che è paradossale per un professore di lettere che per mestiere fa uso della parola forse nella sua accezione più raffinata. È come ingabbiato nella paralisi dell’esistenza sociale, come scrive Ciaravolo nella postfazione, non riesce ad uscire dal proprio ruolo.
Non esiste una divisione in capitoli, c’è solo un unico e lungo racconto in terza persona del crollo dell’individuo, che sembra ricordare lo stesso sentimento di disillusione di Solstad nella sua narrativa dagli anni Ottanta in poi. Se negli anni Settanta l’adesione al Comunismo poteva rappresentare per lui una speranza, nella produzione successiva, in concomitanza con la sconfitta storica (subita per gli ideali dell’autore), emerge una vera e propria sofferenza sociale.

Confesso che non si è trattato di una lettura molto semplice e scorrevole, nonostante il libro sia breve ci ho messo un po’ a finirlo a causa soprattutto della lentezza della prima parte. Ma letto con molta attenzione Timidezza e dignità è un romanzo in cui Solstad dipinge con grande potenza l’insofferenza che tutti proviamo quando accumuliamo tanti sentimenti contrastanti e quasi esplodiamo per non poterli esprimere. È inoltre una lunga riflessione sul ruolo della cultura al giorno d’oggi e soprattutto su chi ha il compito di trasmetterla agli altri.
Buona lettura!

Titolo: Timidezza e dignità
Autore: Dag Solstad
Traduttore: Massimo Ciaravolo
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1994 (2010 questa edizione)
Pagine: 176
Prezzo: 16,50 €
Editore: Iperborea

Cambio di rotta | Elizabeth Jane Howard

Quando ti liberi di qualcosa che ti sembrava difficile abbandonare,
poi hai la sensazione che quella cosa non sia mai esistita.

Ti senti più leggero e anche un po’ stupido.

 

Esce oggi in libreria un romanzo di Elizabeth Jane Howard che Fazi ci propone sempre con la preziosa traduzione di Manuela Francescon: Cambio di rotta. E io sono molto felice di annunciarvelo perché, come sapete, ho una passione sfrenata per questa autrice inglese. Il libro è uscito nel 1959 e all’epoca fu inserito nella lista dei migliori libri dell’anno da “The Sunday Times”. In più, da quello che leggo, è in fase di lavorazione un film tratto da questo romanzo, che vede come regista e protagonista Kristin Scott Thomas (bisognerà correre a vederlo). Ma passiamo alla storia.

Emmanuel e Lillian Joyce sono una coppia dell’alta borghesia ebraica londinese: lui è un famosissimo drammaturgo sessantaduenne di umilissime origini che è riuscito a crearsi una posizione di tutto rispetto; lei, quasi cinquantenne, è una donna molto fragile, di salute cagionevole, e raffinata. I due non hanno una casa fissa, abituati come sono a girare per il mondo insieme al manager di Em, Jimmy Sullivan, un trentenne che si occupa praticamente di tutto. Non viaggiano solo per seguire per teatri le commedie scritte da Emmanuel, ma si concedono anche numerose vacanze. Comunque,  la segretaria di Mr. Joyce, Gloria, è stata licenziata proprio prima che il gruppo partisse per New York (la ragazza è stata una delle tantissime scappatelle dell’uomo) e bisogna trovarne una nuova. Lillian per caso conosce Sarah, che viene rinominata Alberta (i Joyce hanno avuto una bambina, Sarah, che è morta molto presto) e che sembra fare al caso loro. È una ragazza molto pacata, dolce e genuina che proviene dalla campagna ma che a quel punto si trova in un mondo del tutto diverso, pieno di bei vestiti, ristoranti costosi e agi. Il suo fascino inizia a colpire Em e Jimmy e suscita il timore di Lillian che possa diventare l’ennesimo flirt di suo marito, ma quando i quattro andranno in Grecia per una vacanza ci sarà un vero e proprio cambio di rotta nelle vite di tutti.

«Diceva che ad abbracciare forte un segnale stradale, a un certo punto ci si affeziona al punto da scordarsi che cos’è, a cosa serve. È spiacevole ma può succedere, a un segnale stradale. Quello che cercava di dire è che le persone non sono fatte per essere dei punti di riferimento come li intendo io: o forse invece sì, ma nessuno è all’altezza di un compito simile».

Ogni capitolo è riferito a un personaggio diverso e al suo personale punto di vista, strategia che ci aiuta a capire meglio ogni aspetto della storia e i rapporti personali che si instaurano tra i quattro protagonisti (che, per la stessa ragione, sono caratterialmente molto approfonditi). Riusciamo a vedere la crescita di ognuno di loro, il cambiamento che avviene da quando Alberta arriva nelle loro vite e quasi li costringe a guardare tutto da una prospettiva diversa: Jimmy s’interroga sulla sua totale dipendenza da Em, Lillian inizia a rendersi conto di recitare da anni il ruolo della donna fragile, gelosa e capricciosa, ed Emmanuel capisce che l’unica donna che dovrebbe amare e a cui dovrebbe far riferimento è la moglie. Se Alberta inizialmente sembra a Lillian una minaccia, la donna poi si rende conto che la ragazza (ha solo diciannove anni) non ha interessi particolari, e inizia quasi a provare affetto nei suoi confronti. E il fatto che abbia lo stesso nome della figlia scomparsa probabilmente influisce.

Elizabeth Jane Howard, con lo stile elegante che la contraddistingue, racconta la mondanità e gli agi della classe borghese di fine anni Cinquanta e ci propone una riflessione sui noi stessi e sulle scelte compiute nella vita. Tutti i personaggi si interrogano sul loro vissuto e si rendono conto di essere arrivati a un punto in cui cambiare rotta è necessario ma non forzato, bensì quasi naturale, come se avessero esaurito le energie spese fino a quel momento. Ed è una cosa in cui è facilissimo rispecchiarsi perché si tratta di un processo che più o meno tutti mettiamo in atto nella vita.

Buona lettura!

Titolo: Cambio di rotta
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 6 settembre 2018
Pagine: 363
Prezzo: 18,50 €
Editore: Fazi

 

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