Bestia da latte | Gian Mario Villalta

Venne il momento in cui “le bestie” non erano più gli animali per eccellenza,
ma prodotto per l’industria, diviso in due categorie merceologiche:
le “bestie da latte” e le “bestie da carne”.
A quel punto la puzza era diventata insopportabile e fastidiosa per tutti.

 

In una società che vive di agricoltura e allevamento, il termine bestia ha un’accezione positiva, non è usato in modo dispregiativo come siamo soliti fare al giorno d’oggi. Possedere le bestie significava essere ricchi, avere un’importante fonte di guadagno per il sostentamento della propria famiglia. Immaginiamo adesso il Nordest degli anni Sessanta, quello ancora contadino, prima del boom economico che ha fatto sì che le persone fossero gradualmente sostituite dai macchinari più tecnologici. Le bestie a quel punto cominciarono a non ricevere lo stesso rispetto di prima, ma iniziarono ad essere considerate come oggetti, merce. C’erano le bestie da carne, quelle pronte per il macello, sfruttate al massimo, e le bestie da latte, tenute meglio in quanto fonte di reddito ancora per chissà quanto tempo. Metaforicamente, anche due dei personaggi principali di Bestia da latte di Gian Mario Villalta (SEM – Società editrice milanese) sono bestie: il protagonista – che è anche voce narrante e di cui non conosciamo il nome – è una bestia da latte, il cugino Giuseppe, una bestia da carne.

Il narratore è adulto, è diventato professore e ha un figlio di nove anni, Leonardo. Un giorno la madre lo chiama per dirgli che è morto il suo (di lei) fratello minore, lo zio Angelo, e da quel momento inizia un viaggio a ritroso nella sua infanzia, in cui spicca tra tutte la figura di Giuseppe, più grande di lui di cinque anni. Giuseppe è il figlio di zia Anna, che all’epoca era una ragazza bellissima che nel paese si faceva notare, ammirare e desiderare; ma questo accadeva in un contesto estremamente maschilista, dove un uomo si sentiva autorizzato a metterle le mani addosso e insultarla, e le donne ne parlavano come di una puttana non soltanto perché attirava gli sguardi di tutti, ma anche perché era uno spirito libero, voleva viaggiare e andare in giro. A causa dell’assenza di questa madre (essere figlio suo sembra la sua unica colpa), Giuseppe vive a stretto contatto col protagonista, in un ambiente in cui il nonno (“il padrone di casa) torna a casa ubriaco e lo picchia con la cinta dei pantaloni e nel frattempo fa una carezza al nostro narratore.

Succede così che nel protagonista si insinua un senso di colpa che non lo abbandonerà mai. Giuseppe sfoga le sue frustrazioni su di lui, lo picchia, lo tiene con la testa immersa nell’acqua fino a fargli pensare di arrendersi, smettere di respirare e voler morire, lo minaccia, spinge i suoi amici a trattarlo allo stesso modo, quando giocano a calcio lo tengono sempre in porta e lo colpiscono con pallonate particolarmente violente. E il bambino, che ha circa undici anni, non dice mai niente, non si confida con nessuno, pensa che forse non è così importante accusare Giuseppe ai suoi genitori, perché in fin dei conti magari se lo merita questo trattamento dato che a lui non manca niente e Giuseppe invece si spacca la schiena lavorando ed è odiato dal nonno. E infatti nessuno si accorge di nulla, gli uomini sono così impegnati col lavoro e le donne a farsi la guerra fra loro, ma non gli fanno mai mancare nulla: i vestiti, il cibo, l’affetto, i libri soprattutto. È solo nel suo dolore.

Non ero trascurato, questo no, la pulizia, il nutrimento, il sonno, il modo di parlare, tutto era seguito con attenzione, anche l’acquisto dei libri da leggere, la scelta dei vestiti. Non ero affatto trascurato, ero solo.

Il protagonista non si ribella mai, forse una volta vorrebbe provarci, ma non funziona. Giuseppe lo chiama zhoca, che nel dialetto del Nordest dovrebbe indicare il ceppo di legno, una testa ottusa, che è richiamata dall’immagine in copertina, un dettaglio di Patrick, opera di Bruno Walpoth in legno di noce. Ma questo cugino, per lui, non era solo fonte di terrore: è grazie a lui che ha iniziato a crescere, che ha scoperto le donne, i giornaletti con le foto delle ragazze, che si è reso conto di quanto dura possa essere la vita con alcuni. È un rapporto particolare quello tra i due ragazzi, tanto che il protagonista si chiede al termine di tutto questo viaggio nella memoria se la sua esistenza, senza Giuseppe, sarebbe stata diversa.
Il racconto di Villalta, così crudo, così forte da non risparmiare sofferenza nemmeno al lettore, trasuda solitudine in ogni sua pagina. Ed è una solitudine che deriva dal silenzio all’interno del quale il bambino si chiude perché tutti pensano che sia normale, perché lui stesso crede che forse non è così importante confidarsi e interrompere le giornate di lavoro dei suoi, perché forse tutti sono contro di lui e non lo capiscono.

Bestia da latte me lo ha prestato un’amica, altrimenti forse non ci sarei mai arrivata, ma mi sono trovata fra le mani una lettura coinvolgente e di grande spessore. In più non avevo mai letto niente di SEM e credo che questo sia stato un ottimo inizio.
Buona lettura!

Titolo: Bestia da latte
Autore: Gian Mario Villalta
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 155
Prezzo: 16,00 €
Editore: SEM – Società editrice milanese


Gian Mario Villalta è nato a Visinale di Pasiano, in provincia di Pordenone, nel 1959. Laureato in Lettere a Bologna, pubblica dai primi anni Ottanta. Dal 1984 insegna al Liceo Scientifico Ettore Majorana di Pordenone. Nel 2002 ha creato il festival del libro Pordenone Legge. Tra i suoi libri: Satyricon 2.0 (2014), Scuola di felicità (2016), Padroni a casa nostra (2009), Lo sguardo della poesia (2014), Telepatia (2016).

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