Come belve feroci | Giuse Alemanno

Ognuno paga il proprio tributo,
figlia la vendetta cuccioli di sangue.

(Sergej Alexandrovič Esenin)

 

Oggi esce Come belve feroci, un romanzo di Giuse Alemanno edito da Las Vegas edizioni. Il libro mi è stato segnalato poco tempo fa e l’ho letto alla velocità della luce perché fin dall’inizio l’ho trovato di una potenza incredibile. È una storia di criminalità, di ‘ngrangheta, di conti che vanno chiusi, e comincia proprio col botto. Siamo a Oppido Messapico,  in provincia di Taranto, Paolo Sarmenta e la moglie Enza stanno per mettersi a tavola nella loro masseria, quando l’uomo trova il figlio Massimo che ha torturato una gallina e lo chiude in una gabbia per punizione. È un ragazzo difficile, Massimo, fa paura, il padre non riesce a tenerlo troppo a bada e lo soprannomina Mattanza. Quando stanno cominciando a mangiare, irrompe in cucina Costantino Ròchira che, insieme a due scagnozzi, tortura e uccide i coniugi Sarmenta, mentre Massimo dalla gabbia assiste alla scena. La descrizione di questo massacro è fatta con un linguaggio crudo e particolarmente incisivo, mi sono dovuta fermare un attimo e riprendere fiato, perché è stata bella quanto forte.

Ma andiamo avanti. Arriva Vittorio Sarmenta, il fratello di Paolo, che trova Massimo intrappolato, lo libera e si fa raccontare che cosa sta succedendo. Dato che ha un fucile da caccia (che ha a disposizione solo due colpi prima di essere ricaricato), spara due volte e colpisce gli scagnozzi ma non Ròchira, che riesce a scappare. A quel punto, Vittorio capisce che deve sparire, perché Ròchira vorrà finire il lavoro che aveva iniziato, prende la moglie Mimma, il figlio Santo e Massimo, porta via i soldi suoi e del fratello e fugge in un paesino in Val Camonica, dove c’è un compaesano andato via tanti anni prima che magari li può aiutare, Giovanni Argento. Ma lì succederà qualcosa di brutto anche a Vittorio e Mimma, e Santo e Massimo progettano la loro vendetta con molta calma.

Come belve feroci (secondo me non ci poteva essere miglior titolo perché i personaggi sono ferocissimi) mi è stato presentato come «un romanzo crudo, dalle venature hard-core, che non risparmia niente e nessuno, che somiglia a un film di Tarantino raccontato però dalla penna di Verga». Ambientato in piccoli paesi di provincia prima al Sud e poi al Nord, vede come protagonisti due ragazzi diversissimi ma accomunati da un unico desiderio: vendicare i genitori e farlo nel modo più atroce possibile. Massimo, lo abbiamo già detto, fa paura, c’è in lui qualcosa di terribile, una violenza che deve esprimersi in qualche modo e che è slegata da qualsiasi emozione; Santo, invece, è un bravissimo ragazzo, studioso, fa il miglior test d’ingresso nella storia dell’università, prende i voti più alti a medicina, è gentile, insospettabile. I due diventano il braccio e la mente di un progetto criminale che si va delineando col passare degli anni perché si sa, la vendetta è un piatto che va servito freddo.

Il linguaggio forte di Alemanno viene spesso stemperato da un po’ di ironia, come se l’autore volesse dirci di non prendere tutto troppo sul serio. È il racconto della lotta a chi è più furbo, a chi riesce a trovare tutti i punti deboli degli altri e a servirsene per i propri scopi, perché alla fine tutti hanno qualcosa da nascondere, qualcosa che non vogliono che si sappia, tutti sono in qualche modo ricattabili.

Nei giorni passati sul sito di Las Vegas è stato pubblicato un post che ho letto e da cui ho appreso che all’editore è stato proposto da Alemanno un manoscritto parecchio più lungo che è stato poi diviso in due parti, delle quali questo romanzo rappresenta la prima. Leggo inoltre che anche l’editore Andrea Malabaila è rimasto impressionato come me dalla scena iniziale e che l’autore, nella presentazione, dice che in un primo momento altri editori, con risposte lusinghiere, hanno rifiutato la proposta perché “il romanzo è stato giudicato troppo duro, certe descrizioni han creato disturbo”. In effetti sì, è disturbante, quindi per un lettore debole di stomaco potrebbe essere pesante, però intriga e soprattutto – e qui secondo me sta la bravura di uno scrittore – il sentimento di vendetta avvolge completamente il lettore che lo fa suo. Preoccupazione, questa, di Alemanno che nell’appendice avverte: gli esseri umani sono schiavi della vendetta da sempre, se finito questo libro hai paura di ammettere che hai legittimato con indulgenza i progetti di Massimo e Santo, allora l’inferno che li accompagna ha contaminato anche te.

Adesso non ci resta che aspettare la seconda parte e io – che confesso che ero un po’ scettica con questo genere ma mi sono messa volentieri alla prova – non vedo l’ora di sapere come va a finire la storia di Massimo e Santo Sarmenta!

Titolo: Come belve feroci
Autore: Giuse Alemanno
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 25 ottobre 2018
Pagine: 345
Prezzo: 16 €
Editore: Las Vegas


Giuse Alemanno è nato nel 1962 a Copertino (LE) e vive tra Taranto e Manduria. Ha pubblicato diversi libri, tra cui il romanzo “Terra Nera” (Stampa Alternativa, 2005), i due romanzi su Don Fefé e Ciccillo e due testi sull’Ilva di Taranto.
Per Las Vegas edizioni ha pubblicato “Come belve feroci”.

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Figlie di una nuova era | Carmen Korn

Appartenevano a una generazione dannata,
che aveva sopportato ben due guerre mondiali.
Dopo la prima si erano riempiti di buoni propositi,
ma non erano riusciti a evitarne una seconda.

 

Se negli ultimi anni ho sviluppato una grande passione per le saghe, è tutta colpa di Fazi, che tempo fa mi ha fatto scoprire i Cazalet, con quei cinque bellissimi romanzi che nonostante siano in media sulle cinquecento pagine ciascuno, finisci in tre giorni. Qualche settimana fa mi è stato segnalato il primo volume di una trilogia tedesca che esce in libreria proprio oggi, Figlie di una nuova era di Carmen Korn, che, ve lo dico in tutta onestà, secondo me avrà un grande successo, e non perché è piaciuto – moltissimo – a me, ma perché è oggettivamente un libro bello e coinvolgente. Al centro della storia ci sono quattro donne che vengono seguite dal marzo del 1919 al dicembre del 1948 in una Amburgo che, dagli albori del nazismo, vede esplodere, svolgersi e concludersi la seconda guerra mondiale. Come chi mi segue da più tempo sa, chissà per quale motivo io sono molto sensibile alle storie di questo tipo, che trattano del secondo conflitto mondiale, dell’olocausto e di tutto ciò che ad esso è collegato, quindi il libro della Korn me lo sono divorato in pochissimo tempo e ve ne parlo con grande entusiasmo perché spero che possa conquistare gli altri com’è successo a me.

Dicevamo, le protagoniste sono quattro ragazze, poi donne (come si vede in copertina), e sono molto diverse fra loro. Henny e Käthe sono due ostetriche, la prima, molto pacata ma a volte un po’ frettolosa, vive all’ombra di una madre troppo presente e un po’ possessiva, l’altra è ribelle, simpatizza per i comunisti insieme al suo grande amore Rudi ed è molto coraggiosa; Ida è di famiglia agiata (nella sua grande casa lavora come domestica Anna, la madre di Käthe), viene quasi costretta a sposare Campmann, un uomo ricco, ma è davvero innamorata del cinese Tian; infine Lina, che ha studiato per diventare insegnante, è sorella di Lud, che sarà il primo marito di Henny. Se inizialmente solo Henny e Käthe si conoscono tra loro, le vite di tutte e quattro inizieranno a incrociarsi e incastrarsi in un momento storico particolare in cui si assiste ad un vero e proprio precipitare degli eventi, e succederà in vari modi: Henny e Lina diventano cognate, Henny e Ida diventeranno molto amiche, ecc..
Le quattro protagoniste sono donne forti, ma non tutte lo sono dalla nascita, alcune lo sono diventate a causa di ciò che sono costrette a passare. Sono ragazze che crescono, diventano madri, sviluppano ideali.

Intorno a loro, vari personaggi importanti, nessuno dei quali verrà risparmiato dalla guerra, perché si sa, il conflitto colpisce tutti per motivi diversi. Käthe e il marito Rudi praticamente sono oppositori politici e vengono tenuti d’occhio e perseguitati, Ida ha una relazione con un cinese che non sarebbe vista di buon occhio da chi vuole preservare la purezza della razza ariana, Lina scopre di essere innamorata di Louise, quindi non solo si tratta di un rapporto omosessuale, ma Louise per di più è ebrea, uno dei medici dell’ospedale, Theo Unger, è sposato con Elisabeth, ebrea, e anche l’altro medico, Kurt Landmann, è ebreo e se in un primo momento ai dottori ebrei viene vietato di curare pazienti tedeschi, verrà allontanato dall’ospedale e poi anche dall’ambulatorio di campagna dove tenterà di lavorare.

La storia comincia quando la Germania si sta ancora riprendendo dalla prima guerra mondiale, in cui tutti hanno perso qualcosa e non sanno a cosa stanno andando piano piano incontro. La vita sembra svolgersi più o meno normalmente, gli unici pensieri delle ragazze sono come sfuggire a genitori opprimenti, come concedersi un dolcetto mentre il tuo fidanzato ti legge le poesie, o come prenderti cura di te e tuo fratello quando i tuoi sono letteralmente morti di fame per crescerti. Ma lo stato d’animo generale peggiora di capitolo in capitolo, è un processo graduale, ma si capisce sempre di più che si sta andando incontro a qualcosa di terribile di cui faranno le spese tutti. Se c’è chi perde il lavoro, chi deve fuggire per non essere catturato, e chi deve stare attento a non far notare le proprie inclinazioni, anche chi simpatizza per Hitler perde figli, nipoti, parenti. E la Korn racconta tutto questo, affronta vari argomenti, con uno stile elegante, descrive amicizie e legami con grande delicatezza, quasi a volerli celebrare avvertendo il rischio che la guerra possa spezzarli da un momento all’altro. Caratterizza i personaggi in modo, secondo me, impeccabile e fa capire al lettore che i grandi sconvolgimenti ci cambiano, anche contro la nostra volontà – come accade più di tutti a Ida, che da ragazza ricca e arrogante diventa donna concreta e coi piedi per terra.
Gli eventi narrati sono tanti e credo sia questo il motivo principale per cui è difficile mettere da parte libro e non leggerlo tutto d’un fiato. E la particolarità della storia sta proprio nel fatto che la guerra sia osservata e in un certo senso vissuta da punti di vista diversi, non solo quello degli ebrei, come capita spesso, ma anche dagli stessi tedeschi che non l’hanno voluta e che però ci devono passare attraverso, da chi fa propaganda comunista contro i nazisti, o da chi semplicemente è cinese, non perseguitato, ma deve stare al proprio posto.

Non nascondo che in più punti mi sono ritrovata coi lucciconi perché la storia mi ha coinvolto tantissimo, non sono una che si commuove troppo spesso. Nelle ultime righe c’è un cliffhanger messo lì apposta che fa venir voglia di sapere come continua questa storia bellissima nata dalla penna di Carmen Korn, ma dovremo aspettare un po’ (che poi suona strano detto da chi l’ha letta quando ancora non è nemmeno è uscita ufficialmente, ma avrete capito quanto mi sia piaciuta). Nel frattempo, buona lettura!

Titolo: Figlie di una nuova era
Autore: Carmen Korn
Traduttore: Manuela Francescon, Stefano Jorio
Genere: Romanzo, saga
Anno di pubblicazione: 18 ottobre 2018
Pagine: 524
Prezzo: 17,50 €
Editore: Fazi


Carmen Korn – Nata a Düsseldorf nel 1952, è una scrittrice e giornalista che vive ad Amburgo con la sua famiglia. In questa trilogia dall’enorme successo racconta della sua città.

A Napoli con Totò | Loretta Cavaricci ed Elena Anticoli de Curtis

Insomma,
ero un buffone serissimo che maschera la ragione da follia
e la follia da ragione.

 

Ho sempre avuto una grande passione per la figura di Totò, un uomo che ha fatto ridere intere generazioni di persone ma che le ha anche fatte riflettere con una comicità spesso apparentemente priva di logica ma molto sottile. A me ha sempre dato l’impressione di una persona che interiormente non fosse così allegra – di solito chi fa questo mestiere è molto diverso da come appare sullo schermo o a teatro. “Il principe della risata” nacque e crebbe nel rione Sanità di Napoli come scugnizzo in condizioni disagiate, frutto di una relazione clandestina tra Anna Clemente e Giuseppe De Curtis (che lo riconobbe solo nel 1921), e poi fu adottato nel ’33 dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas di Tertiveri, da cui ereditò il titolo di marchese e vari altri titoli nobiliari. Credo che, date le tante stroncature che gli arrivarono in vita, la sua fama aumentò moltissimo dopo la morte nel 1967 tanto da farlo diventare quella figura immortale che è al giorno d’oggi.

Ma Totò – questo il nomignolo che gli affibbiò la madre da piccolo e che diventò il suo nome d’arte – è sempre stato il simbolo di una città: non esisteva senza Napoli e non si può pensare a Napoli senza di lui. È un personaggio completamente inserito in un contesto cittadino lontano dal quale perderebbe significato. Per questo motivo mi sono incuriosita tantissimo quando sono venuta a sapere che Giulio Perrone avrebbe pubblicato un libricino, A Napoli con Totò, nella collana Passaggi di dogana, dedicata alla scoperta di varie città attraverso la vita di persone celebri. In quest’opera, a cura della nota giornalista Loretta Cavaricci e di Elena Anticoli de Curtis (come si evince dal cognome, è la nipote di Totò, figlia di Liliana). L’ho letto già da un bel po’ ma per vari motivi non sono riuscita a parlarne prima, anche se avrei voluto farlo intorno al giorno in cui è uscito.

Il libro esce nel 2018 esattamente a 120 anni dalla nascita di Antonio de Curtis, e rappresenta un viaggio per il capoluogo campano in compagnia del principe della risata. Si tratta di una passeggiata con Totò nei suoi luoghi privati, ma anche in quelli dove si faceva vedere pubblicamente, un modo di ripercorrere la sua vita attraverso gli scorci di una città che si identifica in lui. Esploriamo i luoghi in cui ha girato alcuni film, o quelli dove giocava da bambino, o ancora quelli in cui, ormai ricco e famoso, passava a lasciare una banconota sotto la porta di chi era meno fortunato (questo, ve lo confesso, quando l’ho saluto anni fa ho sentito il cuore che mi si scioglieva). Visse la sua vita a Roma, ma andava spesso nella città in cui era cresciuto, tanto che alla morte furono celebrati tre funerali, due dei quali a Napoli (uno ufficiale, l’altro nel rione Sanità, mentre il primo fu nella capitale). E Napoli gli ha restituito tutto l’affetto che lui le diede in vita.

Santo Totò lo chiamano. Chi va a trovare i cari defunti, passa pure da lui, è una questione di rispetto, dicono.

Non vi dico altro di questo libro che, se siete amanti di Totò e di Napoli, dovete assolutamente leggere, perché va scoperto pagina per pagina. In copertina c’è il simbolo di questo personaggio, la sua bombetta, che fu anche poggiata sulla bara il giorno del funerale. Mentre una cosa molto carina di quest’opera è che, dietro, una parte della bandella si stacca per ricavarne un segnalibro con le bombette.

Vi ho incuriosito?
Buona lettura!

Titolo: A Napoli con Totò
Autore: Loretta Cavaricci, Elena Anticoli de Curtis
Genere: Letteratura di viaggio, biografico
Anno di pubblicazione: 4 ottobre 2018
Pagine: 143
Prezzo: 12 €
Editore: Giulio Perrone editore

 

«Forza, coraggio,
adesso cominceremo a visitare le bellezze di Napoli,
piano piano…
Ladies and gentlemen,
si prega di agganciarsi le cinture e di non fumare».

(dal film Totò a Napoli)

La debuttante | Leonora Carrington

«Ha l’ingenuità di credere che il passato muoia» proseguì.
«Sì,» disse Margaret «se il presente gli taglia la gola».

 

Di recente, ci avrete fatto caso se mi seguite regolarmente, su questi schermi si parla sempre più di racconti, una forma di letteratura che prima snobbavo un po’ ma che da qualche anno ho imparato a conoscere meglio e a seguire. Questa volta la mia curiosità è caduta, però, su un genere particolare, perché infatti mi sono dedicata alla lettura de La debuttante, una raccolta uscita lo scorso 18 settembre per Adelphi dell’autrice britannica Leonora Carrington, la cui opera, non solo letteraria ma anche pittorica, si inserisce nella corrente del surrealismo. Come si può leggere sulla pagina di Wikipedia a lei dedicata, «Il surrealismo dava estrema rilevanza alla dimensione inconscia, al sogno, e allo stato onirico, visto come luogo dell’attività “reale” del pensiero dell’uomo. La lettura psicoanalitica freudiana del sogno offriva ai surrealisti la possibilità di indagare un’altra dimensione, creando immagini libere, svincolate dalla ragione e dalla logica». Immaginate dunque l’avventura con le sue storie di una persona come me, molto concreta, pragmatica e realista. Vi confesso che è stata una bella sfida, all’inizio ho avuto qualche difficoltà, come sempre in questi casi, perché mi viene il dubbio se ci sia o meno un senso dietro determinate storie, e se, nel caso in cui non riesca a trovarcene uno, sia perché realmente non c’è o perché io non sono stata capace di coglierlo. Ma, almeno per quanto riguarda questa raccolta, credo che si debba leggere senza cercare messaggi reconditi, morali o metafore.

Vi faccio subito un esempio. Il primo racconto, La debuttante, che dà il titolo a tutta la raccolta, parla di una ragazza che deve appunto fare il suo debutto in società ma non vuole andare al ballo, così chiede alla sua amica iena di farlo al suo posto; quella, per non far scoprire a nessuno l’inganno, fa chiamare la cameriera della debuttante, le strappa la faccia e la indossa, si traveste e va al ballo. La sera, a cena, la iena seduta a tavola si fa scoprire in malo modo, e tutti si accorgono che non era la ragazza. Potremmo pensare che sia una metafora del fatto che la realtà non può essere nascosta troppo a lungo e che gli inganni prima o poi vengono sempre a galla. O forse è solo una storia da prendere per quella che è. Negli altri racconti troviamo una festa organizzata dalla Paura, esseri piumati imparentati con umani che mangiano persone, animali parlanti e temi ricorrenti come la putrefazione, la morte, l’orrido e unioni tra umani e non umani. In alcuni, addirittura, la protagonista è la stessa Leonora Carrington, personaggio centrale e narratrice delle sue storie, che interviene e a cui accadono cose assurde e, appunto, surreali.

Credo che per gli amanti del genere possa essere una lettura molto affascinante e per alcuni versi semplice; per chi, invece, come me si avventura in qualcosa che normalmente non è nelle sue corde, l’indicazione che posso dare è di liberarsi di ogni preconcetto e prepararsi ad uscire del tutto dai propri schemi mentali. Penso che questa possa essere la strategia migliore per godere appieno di The Complete Stories of Leonora Carrington (il titolo originale, tradotto per gli italiani da Nancy Marotta e Mariagrazia Gini) e immergersi completamente nelle storie di questa autrice così particolare che regala atmosfere fiabesche, oniriche e immagini quasi mitiche. Vi sembrerà di trovarvi dentro un’allucinazione.
Buona lettura!

[Vi segnalo che questo libro, dato che è nella collana Biblioteca Adelphi, si inserisce nella promozione che dura fino al 31 ottobre, e quindi fino a fine mese lo trovate scontato del 25%, cioè a 12,75 €]

Titolo: La debuttante
Autore: Leonora Carrington
Traduttore: Nancy Marotta e Mariagrazia Gini
Genere: Racconti
Anno di pubblicazione: settembre 2018
Pagine: 179
Prezzo: 17 €
Editore: Adelphi


Leonora Carrington (Lancaster, 6 aprile 1917 – Città del Messico, 25 maggio 2011) è stata una scrittrice e pittrice britannica; gran parte della sua produzione si ascrive al periodo trascorso in Messico, dove visse quasi settant’anni.
Donna dall’eccentricità indomabile, fu una delle «muse inquietanti» del surrealismo, dal quale però non smise mai di tenersi a debita distanza, anche negli anni in cui viveva con Max Ernst. I suoi quadri, enigmatici e beffardi, sono oggi celebrati e ricercati, ma non meno rivelatrice è la sua opera in prosa – e in particolare questi racconti, nei quali già Breton riconosceva un vertice dello «humour nero» (definizione che a lui risale).

Sonno bianco | Stefano Corbetta

Ha ragione mia madre:
tutti noi siamo dentro di lei,
dei pezzi di noi sono rimasti incastrati in quel corpo
e non possiamo farci niente.

 

Sonno bianco è un romanzo di Stefano Corbetta uscito proprio qualche giorno fa, il 27 settembre, per Hacca e che ho letto in questi giorni con molto interesse. Come al solito non ho affrontato una lettura allegra, ma in questo caso il tema principale del libro è di un certo peso; si parla infatti di chi finisce in stato vegetativo, si trova in una condizione di coscienza minima e di come le famiglie del malato affrontino certe situazioni. Nei ringraziamenti Corbetta cita l’Istituto Palazzolo di Milano e il Nucleo di Accoglienza per Persone in Stato Vegetativo e rivolge un pensiero alle famiglie dei degenti, dicendoci praticamente che per scrivere questo romanzo è venuto a contatto con quei problemi e chi si trova a gestirli.
Ma dopo questa premessa passo a parlarvi meglio del libro.

Bianca ed Emma sono due gemelle, identiche nell’aspetto ma molto diverse per carattere. Se la prima è estroversa e gioviale, l’altra è più timida e riflessiva, ma le bambine sono inseparabili, sembra che una non esista senza l’altra. Un giorno devono andare in gita scolastica, la mamma Valeria vorrebbe accompagnarle come ha fatto la madre di una compagnetta, ma Enrico, il marito, le dice che è giusto che vadano da sole e che possono approfittare di quei pochi giorni per riposarsi un pochino e stare da soli. Il pullman coi bambini si ferma a un autogrill, c’è chi deve andare in bagno, chi scende per sgranchirsi, le maestre si dividono. Emma tiene in mano la pallina rossa che le ha regalato Bianca, quando le cade per terra e si mette a inseguirla. Tutto ciò che sente è uno schianto, si ritrova per terra e vede la sorella distesa più avanti. Emma riporterà un difetto a una gamba, Bianca rimarrà in coma.

Erano trascorsi nove anni, ma avrebbero potuto essere un giorno, un’ora, un eterno presente che respirava con lei.

Nove anni dopo Emma ha diciassette anni, frequenta il liceo artistico, studia teatro e fa da babysitter a Mattia, un ragazzino che s’impegna tantissimo al pianoforte. Enrico e Valeria sono sempre marito e moglie ma si sono allontanati, lei ha una relazione col padre di Mattia, Roberto, ed Enrico cerca di stemperare la tensione fra la moglie e la figlia in casa. Bianca è tenuta in vita dalle macchine in un istituto, e vanno tutti a farle visita settimanalmente.
Nelle loro esistenze c’è un vuoto palpabile, la presenza/assenza di Bianca si fa sentire. Valeria, soprattutto, dà la colpa al marito per non averla fatta andare in gita coi bambini quel febbraio di nove anni prima, e nello stesso tempo ha un cattivo rapporto con Emma perché non vuole perdere anche l’altra figlia o forse perché non la perdona di essere sopravvissuta quando invece la sorella è rimasta nel limbo.

Il libro è diviso in due parti dopo una premessa iniziale: il libro di Othie, cioè la parte su Emma, molto più lunga dell’altra perché la ragazza è lì, vive la sua vita in mezzo agli altri mentre la sorella è assente con la mente; il libro di Oth, quello su Bianca in cui, invece, manca fisicamente Emma. Oth e Othie sono due nomignoli che da piccole le gemelle si erano date quando, dopo una lezione di inglese, avevano imparato la parola other. Sembra quasi che mentre una volta le ragazze non potessero esistere l’una senza l’altra, oggi non possano esistere contemporaneamente. Perché a un certo punto si insinua in Enrico e Valeria la speranza che dallo stato vegetativo Bianca possa riuscire ad uscire, che possano esserci dei miglioramenti dopo tanti anni, e bisogna solo affidarsi alla scienza.

L’amore alle volte pesa troppo, alle volte non pesa niente.

Emma intanto – e noi con lei – sente su di sé la colpa di tutto, di esserci mentre la sorella non c’è, di aver creato una frattura nel rapporto tra i suoi genitori con la sua sola presenza, di non essere abbastanza. E nel frattempo studia teatro, è anche molto brava, ha la possibilità di entrare in una compagnia, scopre la musica classica, grazie a Leòn, il giovane insegnante che aiuta Mattia negli esercizi al pianoforte. Una musica che sembra quasi un elemento salvifico per tutti, anche per Bianca, a cui viene fatta ascoltare una registrazione di Leòn e che viene seguita da una musicoterapeuta. E questo è chiaramente qualcosa di autobiografico per Corbetta che ha un passato come musicista (ma di sicuro non si tratta solo del passato perché certe passioni perdurano nel tempo) e, attraverso gli occhi dei suoi personaggi, vede la musica come una cosa che può salvarci, può risollevare gli animi, qualcosa a cui potersi affidare. L’autore inserisce nel romanzo anche il teatro, altra sua passione. Insomma, per alcuni versi gioca su campi che conosce.

Stefano Corbetta, con un linguaggio semplice e lineare ma incisivo, ci racconta una storia di grande intensità, in cui s’intrecciano sentimenti di vario tipo e vite che ruotano tutte intorno alla stessa catastrofe. In Sonno bianco (il sonno, appunto, di Bianca, che muove solo gli occhi ma non guarda nulla in particolare) c’è una presenza enorme di non detti, i personaggi si portano dentro qualcosa di irrisolto, e il caso più chiaro è Valeria che dopo la disgrazia non ha voluto parlare con lo psicologo allontanandosi da tutti.
L’argomento trattato è molto forte, ma mi sembra che in questo libro l’autore lo faccia con grande delicatezza. Immagino che debba essere stato molto doloroso per l’autore immergersi nelle storie delle persone di cui parla nel romanzo, perché quella di Bianca, Emma, Valeria ed Enrico è finzione, ma nella realtà ce ne sono tantissime di questo tipo.
Buona lettura.

Titolo: Sonno bianco
Autore: Stefano Corbetta
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 27 settembre 2018
Pagine: 282
Prezzo: 16 €
Editore: Hacca


Stefano Corbetta è nato a Milano nel 1970. Interior designer, collabora con il quotidiano «Il Cittadino di Lodi», per cui scrive articoli e recensioni. Dopo una lunga esperienza come musicista jazz, si dedica per qualche anno al teatro, per poi approdare alla scrittura. Ha esordito con il romanzo Le coccinelle non hanno paura (Morellini, 2017), ed è tra gli autori dell’antologia Lettera alla madre (Morellini, 2018).

L’uomo che trema | Andrea Pomella

Io sono l’orso,
io sono la minaccia,
io sono il male di cui soffro.

 

Raramente mi metto a leggere libri che già dall’uscita riscuotono molto successo, perché ho un mio percorso personale e quindi non mi piace seguire tutti gli altri. Questa volta, però, è capitato che il 18 settembre Einaudi abbia pubblicato L’uomo che trema di Andrea Pomella, che subito abbiano iniziato a parlarne e scriverne tutti (anche e soprattutto su testate di un certo spessore) e che perfino persone molto vicine a me siano state assorbite da questa ondata di interesse. Così, ancor prima di sapere di cosa parlasse, la curiosità aveva già iniziato a crescere in me. Poi mi sono informata meglio, mi sono procurata il libro e ho iniziato a leggerlo, ma per vari motivi ci ho messo qualche giorno a finirlo, non l’ho divorato. Non c’entra molto la stanchezza dei miei occhi di questo periodo, anche se il cambio di stagione abbatte un po’ tutti, più che altro non volevo che finisse, ero così tanto dentro il libro che ho voluto andare piano appositamente.

Ne L’uomo che trema (che prende il titolo da una pagina di Grande Sertão di João Guimarães Rosa) Andrea Pomella si mette completamente a nudo e ci parla di cosa significhi (per lui, ma in senso più ampio anche per gli altri nella sua condizione) soffrire di depressione maggiore. Se nell’immaginario collettivo spesso la depressione viene scambiata per una tristezza profonda, in questo memoir l’autore spiega al suo lettore che non c’è nulla di più sbagliato, ma che nei fatti un malato vede la realtà in un modo che gli altri non riuscirebbero a immaginare, cioè senza filtri, senza sovrastrutture, senza quel qualcosa che ci annebbia per un attimo la mente e ci fa interpretare gli eventi in modi sempre diversi.

L’opacità è dei sani. Lo è perché il non vedere l’esatta forma delle cose è il dispositivo di natura attraverso il quale ci salviamo da noi stessi.

La depressione è apatia, è mancanza di volontà, è silenzio – come racconta Pomella quando dice che la madre a un certo punto non gli ha più chiesto come stesse ma cosa sentisse. Com’è ovvio che sia, è il racconto di una persona che si trova all’interno di quella dimensione e sarebbe ipocrita dire di comprenderlo appieno se non si prova sulla propria pelle ciò che sente lui. Ma il fatto che sia uno scrittore a parlarne (anche se non ne parla per guarire, non si tratta di scrittura terapeutica), quindi una persona che è abituata a lavorare con le parole, a levigare ogni frase, a scegliere i termini più adatti per dare il senso migliore a ciò che vuole esprimere, è molto importante: forse è la figura che ha più possibilità di tirar fuori una spiegazione e di veicolare il messaggio. E proprio per questo motivo il lettore si sente trasportato nel suo mondo, coinvolto in qualcosa che in realtà gli è estraneo, ma che inizia quasi a sentire, ad adottare il punto di vista di un altro.

Io sono un abusivo, uno che non può permettersi di abitare il mondo in scioltezza. Perciò mi capitano situazioni di questo tipo, per ricordarmi chi sono, o meglio, cosa non sono.

Pomella affronta le varie fasi della sua malattia con continui flashback e rimandi a momenti importanti della sua vita: un lavoro alienante svolto per dieci anni in cui non provava stimoli di alcun tipo; una vacanza nel Chianti in cui pensa alla morte in modo concreto e forse la vede come una fuga dal tormento; il rapporto con il padre che, quando lui era piccolo, si è invaghito di un’altra donna, è andato via e lui non ha più voluto vedere; il nuovo lavoro alla scuola del cinema, che lo fa sentire bene; gli effetti collaterali dei farmaci; la cura presso uno psichiatra che lo teneva a distanza e non si ricordava mai della sua storia clinica; la cura presso un altro psichiatra più giovane, più presente e più bravo. Figure importantissime nella sua vita sono la compagna Grazia e il figlio Mario, entrambi un sostegno per lui. La prima, che in passato ha sofferto di qualche episodio depressivo e che riesce a comprenderlo come nessun altro, e il secondo che nonostante la sua giovanissima età sembra essere dotato di un’intelligenza emotiva fuori dal comune.

– Scappo, – è l’unica parola che mi sento in grado di pronunciare.
– Da cosa?
– Da tutto.
– Tutto non significa niente.
– Tutto significa tutto.
Grazia mi avvolge con le braccia e frena la mia corsa insensata. C’è lei, ed è un miracolo che ci sia, così com’è un miracolo che questo accada qui, nel nostro appartamento a pianterreno, perché se mi fossi trovato a un piano alto avrei cercato senza dubbio scampo saltando giù dal balcone.

Ma anche se il problema principale sono i neurotrasmettitori della serotonina infiacchiti, una grande parte nel processo della malattia l’ha avuta proprio l’abbandono del padre (non da parte del padre, ma esattamente il contrario: è il figlio che ha abbandonato il padre). Sembra che nella vita dell’autore ci sia un nodo che va sciolto, e che abbandonando i rancori, risolvendo qualcosa di irrisolto, si possa avere una speranza in più (riesce a pronunciare la parola “guarigione”). Si rende conto che le ricadute vanno di pari passo con alcuni eventi della sua vita, che sono in relazione alla paura che ha di sé stesso, con la sua disistima. La depressione – racconta – è fatica di essere se stessi, è sentirsi soli in mezzo alla folla, lontani e insignificanti come la Terra nella celebre foto Pale Blue Dot, scattata nel ’90 dalla sonda Voyager 1 da sei miliardi di chilometri di distanza.

Non dirò che è un libro necessario, che è un pugno nello stomaco o un colpo al cuore, perché sono convinta che le frasi fatte – tutte – siano in realtà vuote. Vi dico invece che è una lettura importante e dolorosa che ci può aprire gli occhi su qualcosa che non si vede e che per questo può esser sottovalutato. Mi viene da pensare a quella frase che grossomodo diceva di essere sempre gentili con tutti perché ognuno sta combattendo la sua battaglia in silenzio, e questo è proprio un caso lampante perché la depressione per lungo tempo è stata considerata una non-malattia. Non credo che sia un libro per tutti, ma solo per chi è disposto ad accogliere su di sé il turbamento di un altro, un eventuale dolore e a cercare, anche in minima parte, di comprenderlo.
Oltre a tutto questo, però, e bisogna dirlo, ne L’uomo che trema c’è un Pomella grande conoscitore della letteratura e della musica, che alleggerisce il carico emotivo della sua esperienza con citazioni di un certo livello.

Il mondo mi spezza il cuore. È questa la verità, l’ultimo grado a cui riesco a ridurre la realtà. La domanda che adesso mi pongo non è «Perché sono depresso?», ma «Come fate a non esserlo tutti?»

Dunque, grazie di cuore ad Andrea Pomella per averci consegnato questa confessione che dà finalmente voce a tanti altri che vivono in questa condizione ma che non hanno gli strumenti che ha lui per parlarne, dobbiamo farne tesoro. E buona lettura a tutti.

Titolo: L’uomo che trema
Autore: Andrea Pomella
Genere: Memoir, Autobiografia
Anno di pubblicazione: 18 settembre 2018
Pagine: 216
Prezzo: 18,50 €
Editore: Einaudi


Andrea Pomella è nato a Roma nel 1973. Ha pubblicato delle monografie su Caravaggio e su Van Gogh, I Musei Vaticani (Editrice Musei Vaticani 2007), il saggio 10 modi per imparare a essere poveri ma felici(Laurana 2012) e tre testi narrativi: Il soldato bianco (Aracne 2008), La misura del danno (Fernandel 2013) e Anni luce (Add 2018). Per Einaudi ha pubblicato il memoir L’uomo che trema (2018). Scrive su «Doppiozero» e «minima & moralia».