Nel cuore della notte (La famiglia Aubrey, vol. 2) | Rebecca West

Eppure che altro c’è di utile al mondo oltre all’amore?

 

Da oggi potete trovare in libreria Nel cuore della notte, il secondo volume della trilogia inglese di Rebecca West iniziata l’anno scorso con La famiglia Aubrey, pubblicata da Fazi con una traduzione di Francesca Frigerio. Per rinfescarci la memoria (ma potete anche leggere il post linkato) diciamo che al centro della vicenda c’è una famiglia di artisti con qualche problema finanziario: Piers è uno scrittore che spende più soldi di quanti ne abbia, Clare è un’ex pianista di fama che ormai non fa più concerti, Cordelia è la figlia maggiore che s’impunta nello studio del violino, le gemelle Mary e Rose studiano pianoforte con la madre e il più piccolo, Richard Quin è sempre coccolato. Alla fine del primo volume, abbiamo lasciato madre e figli che risolvono la mancanza di soldi con la vendita di quadri di valore (il cui valore, però, Clare aveva nascosto a Piers preoccupandosi che lui potesse buttar via anche quelli) e che affrontano l’improvvisa sparizione del padre. Cordelia purtroppo ha ricevuto una brutta delusione col violino, le è stato detto che è priva di talento, ed è questa sua mancanza di talento che la fa apparire così diversa e distante da tutto il resto della famiglia. Le gemelle hanno ricevuto delle borse di studio per intraprendere una carriera da pianiste e Richard Quin sta cercando di capire quale sia il suo strumento o, in una visione più ampia, la sua strada nel mondo.

Nel cuore della notte si svolge pochi anni dopo. Sugli Aubrey veglia adesso il signor Morpurgo, un uomo facoltoso che ha sempre ammirato Piers, lo ha aiutato e gli ha offerto sempre la sua amicizia incondizionatamente e ora, dopo la sua scomparsa, si prende cura della sua famiglia. La storia è narrata ancora una volta in prima persona da Rose, che insieme a Mary studia pianoforte con maestri più importanti e ha iniziato anche a fare qualche concerto, cosa che permette a tutti di avere qualche piccola entrata in più. Cordelia sembra essersi ripresa dalla delusione che ha fatto sì che la sua carriera venisse praticamente stroncata sul nascere, ma è indecisa su cosa fare, se diventare assistente di un commerciante d’arte, o se rassegnarsi ad essere una ragazza carina come tante altre che può aspirare solo a un buon matrimonio, senza realizzarsi in altri modi. Richard Quin è diventato un ragazzino assennato e furbo che conosce il mondo e tanta gente importante e sa farsi amare da tutti, decide di andare a Oxford a studiare e chissà se potrà riuscirci. Infine, la cugina Rosamund, ragazza molto carina e dolce, amata da tutti, ha trovato quella che (a ragione, all’interno di questo romanzo) chiama “la sua musica”, dato che sembra sia priva di talento musicale: è diventata un’infermiera, per il bisogno di aiutare gli altri.

E, da quello che ho appreso, sembra che la trilogia degli Aubrey, nell’idea di base di Rebecca West, dovesse essere dedicata proprio a Rosamund, mentre nei fatti al centro della storia c’è Rose, che narra le vicende della sua famiglia una cinquantina d’anni dopo i fatti, quando è ormai già adulta, attraverso il filtro dei suoi pensieri e dei suoi giudizi, spesso molto feroci e spietati, soprattutto nei confronti di Cordelia. Anche in questo romanzo, pubblicato trent’anni dopo il primo, si avverte il forte contrasto tra la famiglia protagonista e gli altri personaggi, tutti inseriti nell’epoca di fine Ottocento, inizio Novecento. Rose è adolescente, ma si rende conto che gli altri vivono in maniera diversa da loro, che si vestono, parlano in modo diverso, che la loro casa non ha niente a che vedere con quelle degli altri. E che anche le loro visioni del futuro sono differenti: le altre ragazze pensano a trovare un buon partito e sposarsi, loro devono riuscire in qualcosa, devono costruirsi un avvenire, nello specifico lei e Mary vogliono essere ottime pianiste e guadagnare dei soldi con i concerti (anche se ogni tanto lei stessa ha qualche segno di cedimento, come può capitare a tutti). Il punto è, però, che per Rose non sono gli Aubrey ad essere svantaggiati o inferiori al resto – almeno – della popolazione di Londra: sono gli altri, in quanto privi di talento, a doversi affannare in occupazioni o pensieri così banali. Non hanno il dono dell’amore per la musica, l’arte che li eleva culturalmente e spiritualmente al di sopra di tutto e tutti. Ed è questo che rende Nel cuore della notte, tra le altre cose, un romanzo femminista, e che fa pensare che Rose sia il personaggio che si fa portavoce del pensiero della sua autrice, Rebecca West.

Cordelia, invece, tutto questo lo ha sempre sofferto e lo soffre ancora, e per questo motivo si attira tutte le critiche di Rose e del resto della famiglia, a parte Clare che è un po’ più morbida nei suoi confronti, come se sapesse qualcosa che i suoi figli non sanno. La madre è il personaggio che, forse, più di tutti soffre la scomparsa e la mancanza di Piers, che pur non essendoci fisicamente rimane sempre nelle vite di tutti come un fantasma che li osserva senza essere visto. Fino alla fine Clare non smette di amarlo e pensare a lui.

Uno stacco importante, una svolta si avverte con l’arrivo della guerra, nel 1914, quando ancora non si capisce se l’Inghilterra parteciperà al conflitto e poi, invece, inizia a mietere tante vittime. La tranquillità, l’apparente atmosfera di serenità, musica, gioia per le piccole cose (lavarsi i capelli e mangiare tutti insieme le castagne davanti al camino), viene improvvisamente turbata e questo rappresenta un cambiamento irreversibile che forse collega questo romanzo all’ultimo volume della trilogia. Gli Aubrey però sono una famiglia forte, che ha saputo dimostrare in più occasioni di far fronte alle avversità e sono sicura che ne vedremo delle belle.
Rebecca West racconta attraverso il linguaggio di un’adolescente molto matura per la sua età una storia fuori dalle righe, atipica, forse, rispetto all’epoca in cui è ambientata. È la storia di una famiglia unita che, legata dall’amore per l’arte e per la musica passa attraverso diverse difficoltà e non riesce mai ad uscirne indenne, ma non per questo ne viene indebolita. E poi c’è anche quel tocco di magia che pervade ogni pagina del libro, la presenza di Piers che aleggia su tutti, gli spiriti maligni che Clare e le figlie sono riuscite a scacciare da casa di Rosamund e Constance e quello che accade alla stessa Clare (e io assolutamente non ve lo dico!).

Insomma, misteri, affetti, legami, difficoltà, in questo libro, apparentemente più lento ma di sicuro più drammatico del precedente, ci troviamo tantissimo. Buona lettura!

Titolo: Nel cuore della notte
Autore: Rebecca West
Traduttore: Francesca Frigerio
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 28 gennaio 2019
Pagine: 404
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi

Foschia | Anna Luisa Pignatelli

«Perché i buoni non vincono mai?»,
le chiesi una sera, reagendo così a quella perenne mancanza di speranza,
mentre il vento s’accaniva contro il tetto di Lupaia.
«La vita sta dalla parte dei malvagi».

 

Tre anni fa, esattamente a fine gennaio 2016, Fazi ha pubblicato Ruggine, un romanzo di una bellezza così struggente che non sono riuscita a dimenticare. Leggendo molti libri è inevitabile che la memoria perda qualche dettaglio o che addirittura non ci si ricordi più nulla di qualcosa che, forse, non ci ha poi colpito troppo. Io Ruggine me lo ricordo alla perfezione, mi ricordo di quella vecchina nel suo paesino toscano che col suo gatto Ferro viveva una vita di resistenza nei confronti di chi lì non ce la voleva. Tutto merito dell’autrice, Anna Luisa Pignatelli, che aveva saputo creare e raccontare una storia in modo così originale.
Qualche tempo fa ho saputo che la Pignatelli sarebbe tornata in libreria dal 24 gennaio con un nuovo romanzo, Foschia, che ho avuto la possibilità di leggere nei primi giorni di questo nuovo anno. È stato il mio primo libro letto nel 2019, praticamente divorato in due giorni perché, come prevedevo, l’autrice si è riconfermata una grande penna. Anche se non vi ho trovato quella grande malinconia di fondo che avevo riscontrato nell’opera precedente (che forse era data dal fatto che la protagonista fosse una donnina anziana e sola), la storia di Marta – personaggio più giovane e dal carattere più libero – probabilmente è ancora più forte, anche per i temi trattati.

Marta è una donna sulla trentina, fa l’attrice di teatro e vive in America. È malata e ci dice quasi da subito che la sua infanzia e la sua adolescenza sono state difficili, e che suo padre le ha fatto qualcosa che l’ha spinta a fuggire, così inizia a raccontare la sua storia dall’inizio. Da piccola ha vissuto col padre Lapo – la cui madre, dopo aver perso un figlio e il marito, è tornata in America, sua terra natale – la madre Teresa e il fratello Antonio a Lupaia, un podere nelle campagne toscane che la famiglia Neri considerava quasi un luogo magico. Lapo è un importante critico d’arte, fisicamente bello, aitante e dotato di grande carisma e fascino, mentre Teresa è uno spirito libero, una donna anticonformista, sensibile e fortemente connessa con la natura. I genitori si sono sempre fatti chiamare per nome dai figli, mai mamma e papà. Teresa spesso viene ricoverata in manicomio, fino a quando non si toglie la vita, cosa che viene considerata da Marta come un atto di viltà, ma solo in un primo momento, perché da adulta molte cose le saranno più chiare.

Ghismonda (Bernardino Mei)

Marta ammira questo padre così colto, che la coinvolge nel suo amore per l’arte (le fa conoscere la Ghismonda di Bernardino Mei, a cui lei somiglia molto e che ha una sua importanza all’interno del libro) e che spesso giustifica in tanti dei suoi comportamenti. È bello, Lapo, e quando lei è nel fiore della sua adolescenza nasce una sorte di attrazione molto particolare e pericolosa. Quando lui si risposa con Dora, una donna molto ricca che colleziona opere d’arte e che era già presente nella loro vita da prima che Teresa morisse, Marta e Antonio, dopo la vendita di Lupaia, devono trasferirsi a casa della matrigna, Torre al Salto, un posto molto grande, austero ma in cui non si sentirà mai a casa. Grazie anche alla figlia di Dora, Clotilde.

Volevo essere libera e al contempo avevo la sensazione angosciosa di brancolare in una densa foschia, senza una visione concreta della vita, incapace di riconoscere la mia strada.
Una foschia che era soprattutto in me, che ottenebrava la mia giovinezza, in cerca di ideali e di verità, e ne vanificava l’audacia.

La ragazza, che narra la storia in prima persona, vive in una specie di gabbia dorata in cui apparentemente non le manca nulla. Lì, però, niente è suo, si sente estranea all’ambiente e alle persone che lo abitano, si sente in trappola e nutre per anni il desiderio di scappare, cosa che alla fine, come si evince dal fatto che ormai vive in America, riesce a fare.
La vita di Marta è avvolta dalla foschia come la campagna toscana: ci sono tanti segreti intorno a lei, si rende conto che le vengono taciute tante verità ma soprattutto che il tempo che passa le permette di capire e interpretare diversamente tanti eventi. Teresa era davvero pazza? Era colpa del gene della follia presente nella sua famiglia, o le è accaduto qualcosa che alla fine l’ha spezzata definitivamente? Lapo è davvero un critico d’arte così onesto o guadagna facendo perizie false? Chi è realmente? È così ambiguo che a volte lei stessa non riesce a capire se è un padre amorevole o uno che pensa solo ad essere il più bravo, il vincente, il migliore.
Di certo c’è che, grazie al personaggio di Lapo, la Pignatelli inserisce nel romanzo la sua passione per l’arte. Io che non sono troppo ferrata mi sono divertita molto a cercare in rete le opere citate quando Marta le scopre sui libri o quando il padre la porta per monasteri o musei a scoprirle.

E restando in tema di personaggi, ce n’è uno meraviglioso. Marta è sola, ha un fratello perso nei fatti suoi e indolente, un padre impegnato a primeggiare, una madre che si arrende, una matrigna e una sorellastra che la disprezzano e una nonna americana che quasi non se ne cura nemmeno; ed è per questo motivo che tutta la luce della storia si concentra su Gesuina, una donna che a Lupaia si occupava delle faccende domestiche e accudiva Teresa e che ora non può andare oltre il cancello di Torre al Salto. Gesuina sembra quasi un angelo custode per Marta, riappare nei suoi momenti più importanti, quasi a farle sentire un po’ di calore quando ne ha più bisogno. E, manco a dirlo, sono i momenti in cui mi sono commossa di più.

Foschia è una storia di legami familiari, della loro importanza e della misura in cui possano arrivare ad essere complicati. Cosa può provocare il dolore quando ti viene inflitto per tanto tempo? Ce lo racconta Marta.

Titolo: Foschia
Autore: Anna Luisa Pignatelli
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 24 gennaio 2019
Pagine: 200
Prezzo: 16 €
Editore: Fazi

 

SE QUESTA RECENSIONE TI HA INCURIOSITO
PUOI PRENOTARE IL LIBRO SU GOODBOOK.IT
E RITIRARLO NELLA TUA LIBRERIA DI FIDUCIA.

Come fermare il tempo | Matt Haig

L’unica regola è non innamorarsi.
Ce ne sono altre,  ma questa è la principale.
Non innamorarsi. Non amare. Non sognare l’amore.
Se tieni fede a questa regola, andrà tutto bene.

 

Tom Hazard insegna storia in un liceo, ha l’aspetto di un uomo sulla quarantina e vive nella Londra dei giorni nostri. In realtà, però, Tom ha quattrocentotrentasei anni ed è di origini francesi, e questa è una delle tante vite che ha vissuto finora. Quando era adolescente si è accorto che sì, invecchiava, ma molto lentamente, che un anno di una persona normale corrispondeva a circa quindici anni suoi. Non è come quei vampiri immortali, diciamo che assomiglia di più agli alberi centenari o alle vongole artiche, esseri viventi dotati di una longevità che sembra quasi incredibile. Una volta si è rivolto a un illustre medico che stava portando avanti degli studi sulla progeria, proprio per avere qualche ragguaglio sulla sua disfunzione, che è stata chiamata anageria, ma quel dottore è stato misteriosamente trovato morto qualche giorno dopo. Tom viene a sapere allora che esiste una società, di cui entra a far parte dal momento in cui ne è a conoscenza, di individui vecchissimi che si proteggono fra loro perché sono tutti in pericolo. Anche se non c’è più la caccia alle streghe (la madre di Tom era stata uccisa perché sospettata di aver fatto un incantesimo per mantenere sempre giovane il figlio), bisogna stare attenti agli scienziati che potrebbero voler catturare qualcuno di loro per farne una cavia da laboratorio per eventuali scoperte per contrastare l’invecchiamento cellulare.

Il capo della società degli Albatros (un tempo si pensava che questi fossero animali in grado di vivere per moltissimi anni, ma ora il nome è antiquato), Hendrich, un uomo di circa novecento anni che ha l’aspetto di un settantenne, dice di voler proteggere tutti quelli come lui e di cercare nel mondo, nascosti tra le effimere (chiamano così i “normali”, come quegli insetti il cui ciclo vitale si esaurisce in una giornata), coloro che magari sono alla deriva, si stanno nascondendo e non sanno di non essere soli. Hendrich ha molti contatti, è in grado di creare documenti falsi per le nuove vite di tutti e dà a Tom alcune regole: cambiare vita ogni otto anni, alla fine dei quali gli verrà assegnato un compito, e – la più importante – non innamorarsi. Perché sarebbe difficile innamorarsi di una persona che ci invecchia tra le mani mentre restiamo giovani, e sarebbe un elemento destabilizzante. Infatti lui soffre ancora moltissimo per la perdita di Rose, circa quattrocento anni prima, e sta ancora cercando Marion, la figlia avuta da lei, che a quanto pare ha la sua stessa disfunzione.

Supplicai Dio, lo implorai e cercai di scendere a patti con lui, ma Dio non scese a patti. Dio fu ostinato, sordo e indifferente. E lei morì, e io vissi, e una voragine si spalancò, buia e senza fondo, e io caddi e continuai a cadere per secoli.

Come fermare il tempo è un romanzo di Matt Haig, edito da Edizioni e/o, che ho comprato il mese scorso quando ero in libreria per altri motivi. Sono parecchi anni che non mi capita più di non aver niente da leggere, quindi quando prendo un libro c’è sempre un motivo particolare. Di questo, lo confesso subito, mi aveva attirato la copertina che a quanto pare è stata lasciata uguale all’originale in inglese, è stato solo tradotto il titolo. Io la trovo bellissima, con la clessidra in primo piano. Ovviamente, avevo letto già in rete la sinossi e mi sembrava molto interessante. Devo dire che ho passato qualche giorno in compagnia di una storia appassionante e piacevolissima da leggere, è uno di quei libri che non sono affatto pesanti (che in un momento di festività e di svago ci stanno eccome!) ma che comunque lasciano qualche spunto di riflessione. Non è un libro inconsistente, ecco. Affatto.

Matt Haig e la copertina originale

I capitoli, alcuni dei quali molto brevi, sono un’alternarsi di flashback e ritorni alla Londra di oggi, come pezzetti di un puzzle che si va componendo piano piano perché il lettore possa conoscere la storia di Tom Hazard, professore molto simpatico che insegna la storia quasi come se l’avesse vissuta in prima persona (strano, eh?). Ma la sua vita – che ci racconta in prima persona – è una grande riflessione sul tempo e sul modo in cui lo trascorriamo. Tom si rende conto che è davvero difficile imparare a vivere, che magari ci sono quelli che riescono a farlo e quelli che, invece, dopo quattrocento anni ancora non hanno capito tante cose. Gli viene detto da qualcuno che l’importante è avere uno scopo, un punto fermo che rimanga lì negli anni, qualcosa a cui potersi aggrappare quando tutto intorno a noi sembra cambiare per restare, però, sempre uguale. E lui lo sa, anche da insegnante di storia, che ciclicamente avvengono sempre le stesse cose, le stesse guerre, gli stessi problemi, anche se per motivi in apparenza diversi. Così il cambiamento smette di essere una novità e diminuisce anche la tolleranza nei confronti di chi continua a commettere gli stessi errori.

Ma in questo discorso basato sulla logica non trovano spazio le emozioni che, come dice Tom, non obbediscono alle leggi dell’aritmetica. Proteggere se stessi per paura di essere feriti – per obbedire invece alla regola di Hendrich di non innamorarsi – può provocare un tipo diverso di dolore dovuto a una mancanza importante (tanto che i ricordi di ciò che non ha gli provocano mal di testa che lui chiama “mal di memoria”). È così che con una serie di riflessioni il protagonista capisce di aver passato molto tempo a sopravvivere, più che a vivere, e inizia un percorso di maggiore consapevolezza per ritrovare se stesso.
Ha vissuto tanti anni come quelle “effimere” che non hanno le risorse psicologiche per trascorrere più anni del dovuto, perché si abituano e si annoiano; ha vissuto come bloccato all’interno della stessa canzone per moltissimi tempo. E adesso, in quella Londra di cui conosce ogni angolo, è arrivato il momento di ritrovare il coraggio messo da parte.

L’unico difetto, a mio parere, di questo libro – ma nemmeno di pecca si può parlare – è che in alcuni punti può sembrare un po’ forzato, soprattutto quando Tom racconta che nella sua lunghissima vita ha conosciuto personaggi realmente esistiti: ha suonato il liuto nella compagnia di Shakespeare, ha viaggiato col capitano Cook, ha incontrato in un bar a Parigi i Fitzgerald. Però è una storia e come tale va presa, infatti molti di questi aneddoti sono anche molto divertenti.
Nei ringraziamenti Haig ha incluso anche Benedict Cumberbatch che – scopro – «ha colto il potenziale per un film». Dunque aspettiamo questo film, che secondo me sarà davvero carinissimo.
Nel frattempo, buona lettura e buon inizio d’anno!

Titolo: Come fermare il tempo
Autore: Matt Haig
Traduttore: Silvia Castoldi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 29 agosto 2018
Pagine: 360
Prezzo: 18 €
Editore: e/o