Che ti racconto? | Storia ragionata della sartoria americana nel secondo dopoguerra | Stefano Domenichini

Un po’ di tempo fa ho ricevuto una proposta di lettura molto interessante da parte di Autori Riuniti, un libro di tre racconti lunghi o romanzi brevi, a seconda di come vogliamo vederli, di Stefano Domenichini, intitolato Storia ragionata della sartoria americana nel secondo dopo guerra e altre storie. Si tratta si storie in cui l’autore inquadra eventi realmente accaduti, con personaggi talvolta realmente esistiti, cucendovi intorno tutta una trama falsa. Solo che il percorso avviene al contrario: partiamo dall’accattivante falso per giungere al vero storico.
Non sono mai stata brava a parlare di raccolte di racconti, così questa volta, dopo averci riflettuto molto, ho pensato di riprendere la rubrica creata tempo fa e dedicata a brevi recensioni di singoli racconti, per parlarvi del primo dei mini-romanzi di Domenichini, Storia ragionata della sartoria americana nel secondo dopoguerra, che dà il nome al libro. Rapidamente, per non tornarci dopo, vi dico che il secondo racconto è la storia delle lenti a contatto, che parte da un difetto alla vista del protagonista che culmina con una visita dall’oculista e a un paio di lenti che saranno una metafora di una nuova visione dell’esistenza, e il terzo è incentrato sulla figura di Maurizio Ravaioli che nella storia degli anni ’80 vede la sua ascesa nel mondo dell’alta finanza a partire dal piccolo ambiente di provincia.

Ma parliamo adesso del sarto ebreo protagonista della prima storia, un uomo ormai anzianotto che si è sistemato bene in America dopo che tanti anni prima vi è giunto in cerca di una vita dignitosa. È riuscito ad aprire un’azienda, è sposato, ha figli, nipotini e tutto quello che gli serve. Un giorno la moglie gli dice che sarebbe un’idea carinissima se andasse in un negozio a comprare una bella cinepresa, ché ormai i nipotini stavano diventando grandi e poteva essere bello immortalarli ancora piccoli, per ricordarsene negli anni a venire. Allora Zapruder, il cognome del sarto, va a comprarla e se la porta in ufficio. Questa è la storia di base, perché in mezzo ci sono continui flashback e digressioni sugli amori passati del protagonista, sul rapporto con la moglie, sui suoi pensieri sul tizio che gli vende la cinepresa e tanti altre argomenti. Ma eccolo in ufficio, quando si presenta la segretaria, giovane, carina e procace, che gli fa notare che stanno facendo una bella parata per il giorno del ringraziamento (che nel 1963 cadeva il 22 di novembre) e che oh!, lui ha una cinepresa nuova di zecca con  cui potrebbe fare un bel filmato! Zapruder cerca di capire come funzioni quello strumento, i due scendono, travolti dalla folla si mettono a cercare un buon punto per riprendere la manifestazione e finalmente il sarto accende la cinepresa ma…
Probabilmente se siete amanti della storia o conoscete i fatti saprete già qual è l’evento storico di cui diventerà protagonista il sarto, se invece, come me, non conoscete questo dettaglio della vicenda molto più famosa dovete leggere questo racconto geniale venuto fuori dalla penna di Domenichini, e naturalmente tutta la raccolta. Intanto vi lascio l’incipit.

Buona lettura!

Il Sarto aveva comprato una cinepresa. Una Bell&Howell Zoomatic Director Series otto millimetri modello 414 PD. P sta per Power Zoom. D per Dual ElectricEye. Questo lo ha precisato il commesso del negozio. Top della gamma, ha aggiunto. Il Sarto capiva di cineprese quanto di impollinazione dei fiori di ninfea. Però, entrando al Peacock’s Jewelry Store di Dallas, al numero 227 di Elm Street, aveva fatto un patto con se stesso: se becco un commesso finocchio che cerca di intortarmi con meraviglie tecnologiche incomprensibili, giro i tacchi e me ne vado.

 

Titolo: Storia ragionata della sartoria americana nel secondo dopoguerra e altre storie
Autore: Stefano Domenichini
Genere: Racconti
Anno di pubblicazione: 21 febbraio 2019
Pagine: 107
Prezzo: 14 €
Editore: Autori Riuniti


Stefano Domenichini vive a Reggio Emilia. Ha pubblicato Acquaragia (Perdisapop, 2010), con cui si è classificato secondo al premio Chiara 2010, L’otto orizzontale (Fallone Editore, 2018) e i racconti Il Bristol nero e Acquaragia rispettivamente nelle antologie Amore e altre passioni (Zona, 2005) e Lama e Trama 3 (Zona, 2006). Il suo racconto intitolato Apertura alla Napoleone è contenuto nell’antologia In Viaggio (ed. Il Gattaccio, 2017). Altri racconti sono stati pubblicati dalle riviste Poetarumsilva e Sdiario.

Il piano inclinato | Matteo di Pascale

E c’era infine quel ragazzo italiano che si era perso,
era venuto in Olanda con chissà quale preziosa missione
e invece se ne era completamente dimenticato.

 

Francesco è un ragazzo milanese che ormai da quasi sei anni vive ad Amsterdam. Ha lasciato la sua città, la sua famiglia, il lavoro e il suo grande amore, Renata, per andare in Olanda, dove ormai guadagna bene come copywriter. Se la ricorda ancora nitidamente, Renata, col suo viso triste mentre lo saluta alla partenza, sapendo che forse non lo rivedrà più; un amore buttato via per cosa? Ambizione? Noia? Bisogno di qualcosa di più? Al suo ex capo Francesco aveva detto che aveva sempre avuto il sogno di andare all’estero, per quello si licenziava. Ma ora, tornando indietro con i pensieri, non si ricorda più perché è andato via da Milano e da tutto ciò che aveva, e in più inizia a stargli stretta la sua nuova vita. È bravo nel suo lavoro, così bravo che Joost, il suo superiore, vuole offrirgli un contratto a tempo indeterminato, ma c’è qualcosa che non funziona.
Ha sempre visto Amsterdam come un luogo dove tutto è leggero, le relazioni, i legami, le situazioni, dove niente sembra essere definitivo. È quasi un luogo di passaggio, dove nessuno degli altri expat – il suo migliore amico greco Christos, l’americana Julia, il suo amico di sempre Giorgio, o la spagnola Nina – immagina di stabilirsi definitivamente. A questo Francesco non aveva mai pensato, mentre passava le sue serate tra donne facilissime da avere, alcool, droghe e festini. Frequenta nello stesso tempo Julia e Nicky, ed entrambe hanno altre relazioni, s’innamora di Nina, che sta insieme a Christos, ma al greco non sembra importare troppo questa condivisione della stessa ragazza. Sembra tutto così fumoso, senza contorni chiari.

Quando gli chiedono come mai abbia deciso di andare in Olanda Francesco non se lo ricorda più, non trova una risposta plausibile, capisce di essersi perso. Una cosa la ricorda bene, però: quando era ancora a Milano aveva scritto un racconto e sognava di passare la vita seduto a qualche tavolo a inventare storie, mettere nero su bianco ciò che la sua mente creava. È possibile, dopo tanto tempo, recuperare un sogno e ricominciare a viverlo? Ed è possibile tenerselo stretto, quel sogno?

Nightlife in Amsterdam

Quella di Francesco è la storia che ci racconta Matteo di Pascale nel romanzo Il piano inclinato, edito da Las Vegas edizioni, in uscita proprio oggi. È la storia di Francesco, dicevo, ma può essere benissimo quella di tanti ragazzi che decidono di lasciare tutto per cercare qualcosa di meglio in un’altra parte del mondo e che, però, non riescono mai a sentirsi a casa, non riescono a instaurare legami o mettere radici perché non percependo quel luogo come “casa”, forse, lo vedono solo come un momento di passaggio. Il protagonista ogni tanto passa delle serate con altri expat italiani, Giorgio, Claudio, Rossella, e assiste di continuo ai soliti discorsi su quanto chi è rimasto in Italia si lamenti di non trovare lavoro, di non concludere mai nulla, e “Ma perché non vanno via se in Italia ci stanno così male?”. Allo stesso modo, la vicenda è ambientata ad Amsterdam, ma potrebbe esserlo ovunque, anche se le atmosfere della capitale olandese, con la balaustra sul fiume, i coffee shop, le strade piene di giovani che entrano ed escono dai locali, giocano un ruolo importante all’interno del libro. È come se Francesco fosse costantemente immerso nella nebbia di quei locali notturni, con musica altissima, dove la gente beve e si droga fino al mattino e fino a stare male.
Ed è proprio questo malessere che il titolo ricorda, il ragazzo si sente come la pallina che scivola su un piano inclinato sempre più velocemente, perché sente che tutto intorno a lui sta crollando e non capisce quale decisione prendere perché questo non accada.

Ma Il piano inclinato, a mio avviso, o meglio, per come l’ho visto io, è anche una riflessione sulle relazioni al giorno d’oggi. Francesco si sente molto solo ed è proprio per questo che si rifugia in una serie di rapporti mordi e fuggi in cui il sesso lo aiuta a colmare dei vuoti ma allo stesso tempo non fa che spalancare ancor di più la voragine dentro di lui. Ho letto qualche tempo fa in giro un articolo in cui si diceva proprio questo, cioè che spesso per non sentirci soli prendiamo le persone come tappabuchi, ci servono solo a soddisfare un bisogno, colmare un vuoto, appunto, e non diamo loro troppa importanza a lungo termine. Le accogliamo solo in maniera temporanea, finché non arriva la data di scadenza che, però, vediamo fin dall’inizio. Per questo Francesco non si scompone quando Julia lo saluta e non si farà sentire più, quando Nicky sparisce delusa dalla sua vita, o quando Nina, nonostante palesemente provi qualcosa per lui rimane sempre come un cagnolino fedele accanto a Christos. Non si scompone e non combatte, perché non vuole davvero quello che ha o che gli capita. E non è nemmeno una questione di insicurezza, ma forse siamo figli del nostro tempo e quello che ci manca sono le prospettive, nel lavoro come negli altri ambiti della vita.
Io, che mi lascio coinvolgere sempre moltissimo dagli stati d’animo dei personaggi dei libri – soprattutto quando sono raccontati così bene – confesso di aver passato tanto tempo a riflettere su queste cose e di essermi un po’ lasciata andare a questa malinconia di fondo che si avverte tra le righe.

Il malessere di Francesco è la dimostrazione che cambiare vita, avere il coraggio di mollare tutto per avere qualcosa di più stabile, non è così semplice come sembra. Per iniziare un nuovo cammino se ne deve necessariamente abbandonare un altro e le rinunce si fanno sentire, pesano e spesso si accumulano e fanno sì che quella biglia d’acciaio sul piano inclinato acceleri sempre di più.

Buona lettura!

Titolo: Il piano inclinato
Autore: Matteo di Pascale
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 21 marzo 2019
Pagine: 260
Prezzo: 15 €
Editore: Las Vegas edizioni


Matteo di Pascale è nato nel 1987 ad Alessandria e vive a Torino. È un creativo multidisciplinare: ha lavorato come copywriter e designer in agenzie di pubblicità. Ha pubblicato La storia dell’ultimo arlecchino (OTMA) e La lezione di Milano (Blonk Edizioni). È autore di Intùiti, Fabula e Cicero, tre strumenti per la creatività e la scrittura applicata. Per Las Vegas edizioni ha pubblicato Il piano inclinato.

Intervista ad Adriana Assini, autrice de “La spada e il rosario. Gian Luca Squarcialupo e la congiura dei Beati Paoli”

Il mese scorso è uscito per la casa editrice napoletana Scrittura & Scritture La spada e il rosario. Gian Luca Squarcialupo e la congiura dei Beati Paoli, il nuovo libro di Adriana Assini, autrice che da queste parti avevamo già conosciuto con il romanzo Giulia Tofana. Gli amori, i veleni.

Anche questa volta si tratta di un romanzo storico e la vicenda si svolge in una Palermo del 1516 governata dagli spagnoli, nello specifico dal viceré Hugo de Moncada. Nonostante le vessazioni di chi amministra la città (prima lo spagnolo, costretto a fuggire, poi Ettore Pignatelli), sembra che in città regni la calma; ma è solo apparenza, perché infatti un gruppo di commercianti oppressi dalle tasse, pieni di debiti e sull’orlo della bancarotta, trama insieme ad alcuni membri della nobiltà per organizzare una rivolta e far sì che a governare Palermo ci sia qualcuno che ami di più la città e che possa rendere la situazione migliore per tutti. A capo di questa sollevazione c’è Gian Luca Squarcialupo, un commerciante di zucchero coraggioso, attraente ma pieno di contraddizioni. Sposa una donna per convenienza, ma è da sempre innamorato di Francesca, sposata anche lei con un altro. Sembra avere tutto sotto controllo, crede di conoscere ogni suo singolo avversario, ma non si accorge di chi fa il doppio gioco e di chi in realtà non gli è amico. Per non parlare del ruolo che nella vicenda giocano i Beati Paoli, setta di giustizieri e vendicatori nata in Sicilia nel XII secolo della cui esistenza, però, non si hanno notizie certe.
Riuscirà Squarcialupo nel suo proposito di salvare la città e la sua economia? Lo scoprirete leggendo questo bel romanzo ambientato nella mia città, ricco di colpi di scena, in cui le atmosfere palermitane risultano vivide grazie alle descrizioni di usi e costumi, di cibi e di luoghi che inserisce l’autrice.

Ma questa volta, più che parlavi in maniera dettagliata di un libro che ho trovato davvero interessante, ho pensato di farvi conoscere meglio Adriana Assini, che lo ha scritto, un’autrice che se siete amanti del genere storico (e non solo) dovete tenere d’occhio.
Ringrazio moltissimo la Assini, che mi ha dedicato il suo tempo rispondendo alle domande che ho voluto porle per questa intervista e vi auguro buona lettura.

Chi è Adriana Assini nella vita di tutti i giorni e come autrice?

Sono una scrittrice e una pittrice dal lunedì alla domenica, immersa in scartoffie, documenti, libri, colori e pennelli, senza però sottrarmi alle incombenze quotidiane, né rinunciare al mondo degli affetti e dei piccoli piaceri.

Ha sempre voluto fare la scrittrice? Come lo è diventata?

Frequentavo la prima media quando mi cimentai con il romanzo per la prima volta: il risultato fu un autentico polpettone, ma all’epoca non ne ero consapevole. Da allora non ho più smesso di scrivere, ma per molto tempo non ho avvertito né l’esigenza né l’ambizione di pubblicare. Quando, in seguito, è maturata la voglia di veder trasformato in un libro tutte quelle pagine scritte a mano, il desiderio si è esaudito presto grazie al fortunato incontro con una casa editrice interessata al mio genere letterario.

Come si è appassionata così tanto alla storia da volersi dedicare al romanzo storico?

Per secoli la Storia è stata scritta dai vincitori: molto di quanto abbiamo imparato a scuola è vero solo in parte; moltissimo non ci è mai stato raccontato. Studi, ricerche, approfondimenti sul nostro passato portano spesso a scoperte interessanti, fanno insorgere legittimi dubbi su taluni accadimenti del passato, fino a incrinarne, a volte, la narrazione ufficiale. Attraverso il romanzo storico, mi ripropongo di aggiungere alla sua “naturale” funzione, ovvero affabulare istruendo, la possibilità di offrire una diversa versione dei fatti, cercando di rimetterne insieme i pezzi mancanti, come tante tessere di un mosaico, nel tentativo – se non di riscrivere alcune delle pagine più controverse della Storia – di offrire almeno un differente punto di vista. Un mio obiettivo più specifico e mirato è quello di ridare voce ad alcuni personaggi – soprattutto donne – che, per convenienza o per ignoranza, sono stati messi a tacere sotto un cumulo di menzogne, approssimazioni, omissioni e leggende nere.

Da cosa è nato il suo ultimo libro, La spada e il rosario? Quanto ha dovuto documentarsi su questa vicenda?

Il mestiere di chi scrive narrativa storica porta inevitabilmente a consultare una buona mole di documentazione, testi vecchi e nuovi, lettere, saggi, eccetera. È per tali vie che spesso incontro le protagoniste e i protagonisti dei miei romanzi, come è accaduto con Gian Luca Squarcialupo, le cui vicissitudini meritano, a mio avviso, di essere sottratte all’oblio nel quale sono state ingiustamente seppellite per secoli. Trattandosi di un personaggio minore, sapientemente occultato da chi aveva interesse a farne sparire dalla faccia della terra persino la memoria, la ricerca è stata lunga e paziente, dovendo assemblare ogni dettaglio che, seppure minuto, si è rivelato prezioso per ricostruirne quanto più possibile fedelmente la personalità e le fasi della sua breve e tragica vita.

Per i meno ferrati in materia, cosa fa parte della cornice storica reale e cosa è nato dalla sua fantasia?

La mia fantasia si è limitata perlopiù a dare un nome e una personalità alla donna illecitamente amata dallo Squarcialupo, partendo comunque da alcuni dati di fatto che ne rendessero plausibile l’esistenza.

Palermo è un’ambientazione che ritroviamo in più romanzi della sua produzione e, da palermitana, apprezzo molto la sua conoscenza dei luoghi e anche delle tradizioni. Come mai questa predilezione per il capoluogo siciliano?

L’altro mio romanzo parzialmente ambientato a Palermo è Giulia Tofana. Gli amori, i veleni (Scrittura&Scritture, 2017). La storia della Tofana, che si svolge nella prima metà del Seicento, e quella cinquecentesca dello Squarcialupo, mi hanno entrambe colpita per i temi scottanti che accompagnano le loro esistenze e che caratterizzano le epoche in cui vissero. Succedevano già allora fatti straordinari nella bella e torbida Palermo!
L’ambientazione degli altri miei romanzi, i più recenti, spazia dalle Fiandre alla Castiglia, da Parigi a Mantova e a Milano…

C’è qualche elemento ricorrente che contraddistingue le sue storie? Qualcosa che si possa considerare caratteristico della sua scrittura?

Scrivo spesso di donne, più o meno note, per rendere loro un po’ della dignità che le fu negata durante la loro vita, e che non le venne mai restituita, neppure da morte. Ne  Le rose di Cordova narro le vicissitudini di Juana I di Castiglia, troppo frettolosamente passata alla Storia come la Pazza, lei che ebbe il torto di non piegarsi alle volontà degli uomini della sua famiglia e che si macchiò dell’intollerabile colpa di difendere fino allo stremo la corona legittimamente ereditata da sua madre, Isabella la Cattolica. In Giulia Tofana. Gli amori, i veleni sottraggo all’oblio una donna decisamente sui generis: meretrice palermitana bella, povera e sfrontata, Giulia tenta di scampare a un destino infame arricchendosi con lo smercio di un veleno perfetto messo a punto da lei stessa nel retrobottega di una spezieria. in seguito, approdata nella Roma papale, prenderà coscienza dell’ingrata condizione in cui sono costrette a vivere le donne e venderà soltanto a loro la sua micidiale mistura, ovvero a quelle disgraziate che desideravano liberarsi di un consorte odioso e manesco, che non avevano scelto e che non amavano. In Agnese, una Visconti ripropongo la storia di una giovane aristocratica di fine Trecento che avrebbe meritato migliore sorte in vita e un maggiore interesse in seguito, considerando il coraggio e la determinazione di cui diede prova nel difendere la sua famiglia d’origine e il suo personale decoro nel corso dell’infausto matrimonio con Francesco Gonzaga, IV Capitano del popolo di Mantova. Una vicenda tragica ma decisamente istruttiva sulla condizione femminile e sulle tante contraddizioni al suo interno, poiché – a dispetto dell’opinione ancora corrente – non tutte le donne se ne stavano zitte e a testa bassa, neanche in epoca medievale. In Un caffè con Robespierre, la protagonista, Manon, abbraccia con entusiasmo le innovazioni di cui la Rivoluzione francese è paladina, ma questo non le impedisce di interrogarsi con spirito critico e puntare il dito contro il divario tra le promesse e i fatti della politica, soprattutto nei confronti delle donne.

Quali sono le letture a cui si dedica normalmente? 

Leggo molta saggistica: soprattutto arte, critica letteraria e storia. Per il Medioevo, che si tratti di cattedrali gotiche o delle gesta di Riccardo Cuor di Leone, ho un vero e proprio debole.

Quando scrive una storia ha in mente un lettore ideale, qualcuno a cui si rivolge in particolar modo?

No, nessun lettore ideale. Pubblicato il romanzo, spero sempre che arrivi a quelle lettrici e ai lettori che, uniti dalle mie stesse passioni, si possano calare in pieno nella sua trama e addentrarsi agevolmente nella personalità dei protagonisti, lasciandosi coinvolgere dalle loro emozioni, dubbi, ideali, interrogativi. E mi piace pensare poi che queste lettrici e lettori, giunti all’ultimo rigo del romanzo, se ne separino con qualche rimpianto, e che qualcosa di quanto letto e “vissuto” possa rimanere dentro di loro a lungo.

Un buon motivo, secondo lei, per leggere La spada e il rosario?

Mi auguro che, pagina dopo pagina, il lettore veda aprirsi sotto i suoi occhi, una dopo l’altra, tante piccole finestre su un mondo ricco di sorprese, anche amare, e d’interessanti spunti di riflessione. I sentimenti, le aspirazioni, i tradimenti, la corruzione e le delusioni che attraversano l’animo e la storia di Gian Luca Squarcialupo sono esattamente quelli che proviamo noi, a distanza di secoli, e che, nel bene e nel male, animano tuttora la nostra società. Perché il passato non passa, ci vive accanto, fa parte di noi. Basta saperlo riconoscere.

Grazie!


Titolo: La spada e il rosario. Gian Luca Squarcialupo e la congiura dei Beati Paoli
Autore: Adriana Assini
Genere: Romanzo storico
Anno di pubblicazione: 14 febbraio 2019
Pagine: 211
Prezzo: 14 €
Editore: Scrittura & Scritture


Adriana Assini vive e lavora a Roma. Sulla scia di passioni perdute, gesta dimenticate, vite fuori dal comune, guarda al passato per capire meglio il presente e con quel che vede ci costruisce un romanzo, una piccola finestra aperta sul mondo di ieri. Dipinge. Soltanto acquarelli. E anche quando scrive si ha l’impressione che dalla sua penna, oltre alle parole, escano le ocre rosse, gli azzurri oltremare, i luccicanti vermigli in cui intinge i suoi pennelli. Ha pubblicato diversi libri, tutti a sfondo storico, tra cui, nel catalogo di Scrittura & Scritture, i romanzi La spada e il rosario. Gian Luca Squarcialupo e la congiura dei Beati Paoli (2019), Agnese, una Visconti,  Giulia Tofana. Gli amori, i veleni (2017), Un caffè con Robespierre (2016) La Riva Verde (2014) e Le rose di Cordova che dalla sua prima edizione del 2007 ha visto la fortuna di due edizioni successive e tre ristampe.
www.adrianaassini.it

Quello che voleva essere | Carol Swain

Post brevissimo, oggi, per i motivi che vi spiegherò più giù!

Vi voglio presentare un libro che esce oggi per Tunué, un libro di cui mi riesce difficile parlare perché è la prima volta che leggo un fumetto e non so bene come raccontarvelo.
Si tratta di Quello che voleva essere di Carol Swain, che ho iniziato a leggere praticamente per caso attratta dalla sinossi e che, però, ho finito subito, in un pomeriggio.
Non sono per niente in grado di parlare dei disegni, che nella loro semplicità – con un tratto tutt’altro che iper-definito che conferisce alla storia un’atmosfera di mistero e rende quasi palpabile la solitudine della protagonista e dell’altro personaggio sulla cui morte lei indaga – occupano gran parte del libro, dato che i dialoghi in molti punti sono ridotti all’osso.
Helen è una ragazzina che vive in un villaggio del Galles, ama la natura, è una birdwatcher e ha un diario su cui annota ciò che osserva nel mondo. Un giorno un agricoltore le racconta di Emrys, un “uccello raro” che si è suicidato in una fattoria lì vicino. Allora inizia a indagare e scopre che Emrys, come le raccontano gli animali di quella fattoria, “non aveva piume e non poteva volare”, era quello voleva essere, cioè qualcosa che cozzava con ciò che la società impone alla gente. Da qui, Helen inizia un viaggio alla scoperta della libertà di poter essere ciò che si vuole, di andare contro il pensiero comune e di autoaffermarsi.
Io l’ho trovato bellissimo, di una tenerezza struggente e quello che volevo era raccontarvelo in qualche modo, anche se non sapevo bene come.
Buona lettura!

Titolo: Quello che voleva essere
Autore: Carol Swain
Traduttore: Omar Martini
Genere: Graphic novel
Anno di pubblicazione: 7 marzo 2019
Pagine: 176
Prezzo: 19 €
Editore: Tunué


Carol Swain – è nata nel 1962 a Londra e cresciuta in Galles. La sua prima opera è stata Way Out Strips pubblicata da Fantagraphics Books, da allora ha pubblicato alcuni graphic novel come autrice completa e storie a fumetti sulle antologie di tutto il mondo. Vive a Londra.

 

Briciole | La stranezza che ho nella testa / Zero K / Gatti molto speciali / Fedeltà

Torno a lasciarvi qualche altra briciola, qualche spunto letterario su libri che per motivi diversi mi è stato impossibile recensire meglio. Ma vi spiegherò meglio caso per caso.

La stranezza che ho nella testa è un libro dell’autore turco Orhan Pamuk, premio Nobel per la Letteratura 2006. È stato scelto qualche tempo fa come lettura all’interno del gruppo Facebook LeggoNobel, creato e gestito da Elena Tamborrino e da me, con lo scopo di recuperare insieme gli scrittori insigniti del Nobel e le loro opere. Non avendo mai letto niente di questo autore, non so dirvi se si sia trattato di una scelta infelice o se sia proprio Pamuk a non essere nelle mie corde, fatto sta che questo romanzo del 2014, pubblicato in Italia da Einaudi l’anno successivo, mi è risultato prolisso e noioso in diversi punti. Il protagonista è il giovane Mevlut che al matrimonio di suo cugino vede una ragazza bellissima, che scopre essere una delle sorelle della sposa, e s’innamora così tanto che chiede al fratello dello sposo il suo nome e si fa aiutare a mandarle lettere d’amore mentre è lontano a svolgere il servizio militare. Una volta tornato decide di rapire la ragazza e portarla con sé per sposarla, ma una volta con lei si accorge che i suoi occhi non sono quelli di cui si era innamorato. In lei comunque troverà un’ottima moglie e una splendida madre per le figlie. Chi lo ha ingannato molti anni prima? Perché? Si è trattato realmente di un inganno o un errore casuale? È quello che Pamuk ci racconta in un numero di pagine – a mio parere – eccessivamente superiore al dovuto. In molti passi è difficile addirittura rimanere concentrati perché si rischia di perdere il filo della storia. Nota molto positiva è il fatto che la narrazione è affidata a più voci, ognuna delle quali racconta le vicende (insieme a pensieri, preoccupazioni, paure) dal proprio punto di vista. Per il resto, nonostante la scoperta di tradizioni e usi della Turchia, purtroppo non sono riuscita ad amare questo Nobel.
DETTAGLI: La stranezza che ho nella testa, Orhan Pamuk, trad. Barbara La Rosa Salim, Romanzo, Letteratura turca, 608 pp., Einaudi, 2015, 15 € (in versione Super ET)


Zero K di Don Delillo l’ho ricevuto partecipando a un’iniziativa natalizia della libreria che frequento in cui bisognava acquistare un libro, incartarlo con carta anonima, scriverci una dedica sopra e aspettare un sorteggio che avrebbe accoppiato mittenti e destinatari. Questo è quello che è toccato a me, ed è stato un bene perché da tempo volevo leggere Delillo, autore di cui vedo sempre tessere le lodi ma che purtroppo non conoscevo ancora. Confesso che è stato un romanzo difficile perché, nonostante lo stile non sia per niente complicato, si avverte una profondità e una pesantezza (non in senso negativo) che portano spesso a pensare che qualcosa nel sottotesto ci stia sfuggendo. E a me sicuramente qualcosa è sfuggito, anche perché mi son messa a leggerlo in un periodo movimentato e coi muratori che lavoravano nel palazzo accanto regalandomi mal di testa continui e scarsa concentrazione. Detto questo, però, mi è piaciuto molto (anche se, come avrete capito, avrebbe potuto piacermi ancora di più).
In questo romanzo, pubblicato nel 2016 da Einaudi con una traduzione di Federica Aceto, si affronta il tema della fine non definitiva della vita. Jeff Lockhart, figlio di un milionario, ci racconta che suo padre Ross vuole seguire la seconda moglie Artis, malata terminale, in un processo di ibernazione (a zero gradi Kelvin, da qui il titolo) attuato in una clinica segreta: i corpi verranno congelati in attesa che in futuro ci siano nuove cure, nuove possibilità, ed essi possano finalmente tornare a vivere meglio di prima. Da qui nascono confronti tra padre e figlio sul significato della vita e della morte e sull’effettiva validità della scienza come soluzione ai mali (e quella di Jeff dovrebbe essere quella di Delillo). Ad ogni modo, grazie anche alla descrizione della clinica, si avverte un’atmosfera cupa e fredda che di sicuro lascia il segno.
Qui, come per Pamuk, è la mia unica lettura di questo autore, che mi toccherà approfondire perché è chiaro che una sola esperienza non permette di farsi un’idea chiara.
DETTAGLI: Zero K, Don Delillo, trad. Federica Aceto, Romanzo, Letteratura americana, 244 pp., Einaudi, 2016, 12 €


Gatti molto speciali è il Nobel scelto sempre dal gruppo LeggoNobel dopo Pamuk. A fine febbraio ci siamo dedicati a Doris Lessing, autrice britannica scomparsa qualche anno fa, nel 2013. Abbiamo scelto una lettura abbastanza soft, tralasciando quelle più conosciute che rientrano nella sua produzione. Personalmente non mi aspettavo un libro su gattini pucciosi e teneri, ma non pensavo di trovarmi tra le mani un libro così interessante su queste creature che amo moltissimo e che anche la Lessing amava, anche se in un modo che all’inizio potrebbe sembrare un po’ freddo. La scrittrice Nobel nel 2007 parla del rapporto con questi piccoli felini nelle varie epoche della sua vita, a Teheran da piccola, in Sudafrica poi, e infine a Londra da adulta. Quando era bambina faceva una distinzione tra i gatti che stavano in casa e quelli che selvatici che vivevano fuori e che cercavano di inselvatichire quelli domestici, parla dei genitori che dovevano sopprimere gran parte delle cucciolate perché figuriamoci se in quei territori e a quell’epoca si parlava di sterilizzazione. Nella parte londinese, invece, cambia del tutto tono e si passa a qualcosa che sembra molto introspettivo: ha un rapporto quasi da pari coi suoi gatti, gli uni tentano di leggere nell’animo dell’altra e viceversa. Parla ovviamente di quelli con cui ha instaurato rapporti più profondi e ne analizza il carattere, i diversi tipi di intelligenza e le peculiarità. Davvero una bellissima scoperta.
DETTAGLI: Gatti molto speciali, Doris Lessing, trad. Maria Antonietta Saracino, Autobiografico, Letteratura inglese, 160 pp., Feltrinelli, 2017, 19 €


Fedeltà è l’ultimo romanzo di Marco Missiroli, un libro che faceva già discutere ancor prima che uscisse, non chiedetemi perché. Avendone lette di cotte e di crude (anche abbastanza crude, devo dire, e con toni anche molto accesi), ho deciso di leggermelo e di farmi un’idea. L’autore milanese, pubblicato da Einaudi, come si evince facilmente dal titolo affronta il tema della fedeltà, ma non solo quella coniugale, o almeno della relazione amorosa, ma anche quella verso se stessi, il non rinunciare ai propri sogni, alle proprie aspirazioni o alla propria indole per gli altri. Così ci sono Carlo e Margherita, sposati da un po’ di anni, che vivono quasi costretti in una relazione che non metterebbero mai in discussione, ma che nei fatti sembra star stretta a entrambi: lui, ossessionato per anni da una studentessa di un suo corso, lei invaghita del suo fisioterapista. Cedere a una tentazione permette davvero di eliminarla? E togliersi un pensiero può realmente riportare la serenità nella propria vita? Non lo so, e leggendo questo romanzo non sono nemmeno riuscita a farmene un’idea più chiara, perché anche se l’idea di base mi sembra molto interessante immagino che potesse essere sviluppata in modo diverso, magari più incisivo e doloroso. Mentre mi sembra tutto molto leggero, infatti a me come lettrice lascia pochissimo. Peccato!
DETTAGLI: Fedeltà, Marco Missiroli, Romanzo, Letteratura italiana, 232 pp., Einaudi, 2019, 19 €