Meglio sole che nuvole | Jane Alison

J è una donna ormai matura, con un matrimonio fallito e una sfilza di relazioni andate male alle spalle, che decide di tornare a casa a Miami insieme al suo gatto Buster. Nel residence vicino al mare dove si trasferisce, un posto molto particolare e allo stesso tempo fatiscente (qualcuno manomette di continuo la spa degli uomini, ci sono strani allagamenti in più punti), si porta dietro tutti i suoi pensieri e Ovidio, che la tiene così impegnata nel suo lavoro di traduttrice dal latino tra un bagno nella piscina a clessidra, il pensiero alla madre anziana e una camminata veloce. J è sola, non nel vero senso della parola perché stringe amicizia con alcuni condomini, ha qualche amica che vede o sente ogni tanto e poi si prende cura del suo gatto, così vecchio che ormai deve portare un pannolino; è sola in quanto non accompagnata da un uomo. A lei sembra pesare molto, così dopo la separazione dal marito rifà una rapida carrellata delle sue relazioni passate, ma si rende conto che qualcosa non funziona. È lei che si è chiusa all’amore o sono gli uomini che ha frequentato a non essere abbastanza, ad essere deludenti e a non valerne la pena? Posto che la colpa non sta mai da una parte sola, quando non puoi cambiare lo stato delle cose puoi almeno cambiare il tuo atteggiamento nei confronti del problema.

Ma dare un taglio a cosa di preciso? Questo devo chiedermi.
Non sono stati forse decenni di comico disastro?
Dovrebbe essere una buona cosa dare un taglio a un disastro?

J, che come quasi tutti gli altri personaggi del libro (a parte Buster e Virgil) viene nominata solo con l’iniziale del suo nome, è la protagonista di Meglio sole che nuvole, un romanzo di Jane Alison pubblicato da NN editore nel 2018 con una traduzione di Laura Noulian. Non so se la definizione di “romanzo” sia la più azzeccata, dato che più che altro è una raccolta di pensieri e frammenti di vita della narratrice, pezzetti della sua storia personale che s’incastrano con il lavoro di traduzione di Ovidio, una miscela di riflessioni che prendono spunto dalle storie e dagli stralci del poeta romano – alcuni palesi, altri più nascosti che dobbiamo scovare noi se ne abbiamo gli strumenti. Forse perché J esca dal suo impasse sono necessari la saggezza di Ovidio, i suoi insegnamenti. Forse deve imparare a guardare meglio ciò che ha e a concentrarsi meno su ciò che le manca, ammesso che le manchi davvero.

Miami (Fonte: EF Italia)

Il concetto più importante di questo libro, infatti, sembra essere quello che ci viene in mente lette le prime tre parole del titolo: meglio sole che… male accompagnate (e il titolo non ha nulla a che vedere con l’originale che è Nine Island). J capisce che l’amore che aveva dentro, quello di cui era capace, forse lo ha già dato quasi tutto, che quello che resta può decidere benissimo per conto suo a chi rivolgerlo: al suo gatto, a sua madre, ai pochi amici, a un’anatra che sembra ferita o a ciò che preferisce. Nonostante ci sia sempre qualcuno pronto a dirle (e a dirci – a chi non capita di continuo?) che deve trovarsi un uomo, che la condizione ottimale della vita sia dividerla con qualcuno coinvolto con lei in una relazione intima, s’interroga sul concetto di amore e si rende conto che non c’è bisogno di sentirsi costretti a raggiungere traguardi che secondo gli altri sono naturali. Il traguardo più importante è stare bene con se stessi, raggiungere il proprio equilibrio, meglio soli che mal accompagnati, dunque, e meglio sole che nuvole, così da avere un cielo sereno. E non è affatto una sconfitta, anzi forse è perfino un segno di forza.

Ti amerò per sempre, qualsiasi cosa accada”, mi ha sussurrato mio marito una delle ultime notti insieme, prima che finalmente ci arrendessimo.

E forse questo è sufficiente. È sufficiente avere ricevuto un po’ d’amore, un tempo. Anche se non ha funzionato a lungo. Forse è sufficiente averne ricevuto in passato, e adesso vivere solo con i suoi frammenti, e non c’è proprio niente di male se dedichi l’amore che ancora ti resta a un vecchio gatto o a un’anatra, ai pochi cari amici, a tua madre. Sull’arca non tutti sono in coppia.

Tra capitoli più lunghi e pagine con pensieri e commenti veloci anche di pochissime righe, ho trovato questo libro molto interessante e pieno di spunti di riflessione. Sono quegli stessi pensieri che prima o poi è capitato a molti di fare nella vita, magari in quei momenti di stasi tra le nostre vicende sentimentali. Sembrano quasi degli appunti, quelli di J, che poi magari è Jane, confrontando la sua storia con la bio dell’autrice. Appunti sviluppati piano piano fino a trasformarsi nelle fondamenta di una vita futura. Chi può dirlo?

Buona lettura!

Titolo: Meglio sole che nuvole. Leggere Ovidio a Miami
Autore: Jane Alison
Traduttore: Laura Noulian
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 269
Prezzo: 18 €
Editore: NN editore


Jane Alison è nata a Canberra, ma è cresciuta negli Stati Uniti, dove ha studiato Lettere classiche e Scrittura creativa. Ha esordito nel 2001 con il romanzo The Love-Artist, incentrato sulla figura di Ovidio, ed è autrice di romanzi, racconti e saggi apparsi su New York Times, Washington Post, Boston Globe. Dopo aver vissuto in Germania e a Miami, si è trasferita a Charlottesville e insegna Scrittura creativa all’università della Virginia.

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Fiori senza destino | Francesca Maccani

Perché qui siamo tutti come tanti fiori
che spuntano in mezzo al cemento,

veniamo su nella polvere e solo così sappiamo vivere.
Se ci strappano via, le radici restano piantate qui
e noi finisce che secchiamo tutti quanti
come le rose nei vasi senza acqua.

 

Lo scorso 21 marzo è uscito per SEM Fiori senza destino di Francesca Maccani. Io l’ho letto una decina di giorni fa e vi confesso che ci ho messo un bel po’ a capire come parlarvene, non solo per il libro in sé ma anche perché conosco l’autrice, è una mia amica, e volevo evitare collegamenti troppo ovvi (quasi stucchevoli e banali) tra il mio parere sul romanzo e il fatto che conosco Francesca. Dopo averci rimuginato tanto, mi sono resa conto che non corro questo rischio perché il libro parla da sé e adesso vi spiego perché.

Francesca è un’insegnante, trentina di origini e trapiantata a Palermo dopo aver sposato un palermitano (è qui, infatti, che ci siamo conosciute grazie alla libreria che frequentiamo, insieme a tante altre persone: un luogo di incontro e condivisione preziosissimo). Quando si è trasferita in Sicilia non è stata mandata a lavorare in una delle belle scuole del centro, piene di gente perbene e che ha i mezzi per assicurarsi una buona istruzione e non solo; no, l’hanno spedita al CEP, un quartiere di periferia nella zona nord-ovest della città, acronimo di Centro Edilizia Popolare, nato negli anni Settanta. Francesca, nel suo romanzo, si chiama Sara, e ci racconta le storie di alcuni degli alunni che hanno segnato la sua vita in quel periodo così forte del suo inizio palermitano. Sono storie vere accadute a persone vere a cui lei ha cambiato nome e spesso anche sesso nella finzione; sono storie con cui non necessariamente tutti entriamo in contatto durante la nostra esistenza, soprattutto se non abbiamo niente a che fare con l’insegnamento o con assistenti sociali et similia. Però esistono e Fiori senza destino aiuta a prenderne coscienza.

Questa terra non è fatta per narici delicate, profumi, sapori, colori e rumori ti precipitano addosso senza mai chiedere il permesso.

C’è chi, come Rosy, ha un ritardo cognitivo – la chiamano la picciridduna, la bambinona – ed è così ingenua da farsi mettere le mani addosso da Tanino, il maniaco del quartiere, che è l’unico a dirle quanto sia bella e le dà pure cinque euro. C’è Giada, che ha altre tre sorelle, figlie della stessa madre, ma tutte con un padre diverso, e ognuna di loro viene tolta alla mamma che non se può occupare. C’è Marcello, che viene affidato a nuovi genitori ma evidentemente il dolore che ha provato nella vita non è ancora abbastanza e la sua madre adottiva, a cui nel frattempo si è affezionato, muore per un incidente. C’è Cettina, che vive con la madre, una donna che si prostituisce in casa, lasciando la figlia a occuparsi di tutto: deve pulire, cucinare, ogni volta che deve andare in bagno è costretta a pulir tutto perché è l’unico servizio igienico e lo usano anche i clienti. O ancora Sciàron – così, perché il padre all’anagrafe non sapeva come si scrivesse Sharon e ha detto all’impiegato di scriverlo come si pronuncia – Rosalia, Milo, Luigi… Molti non hanno neanche mai visto il centro, non sono mai usciti dal CEP.
Ognuno di loro racconta se stesso con la propria voce, in capitoli che sono intervallati da spezzoni della vita di Sara alle prese con le sue incombenze quotidiane e allo stesso tempo così provata da ciò che le trasmettono quei ragazzi: spesso si tratta di un senso di inutilità e frustrazione, il fallimento di un sistema scolastico che non riesce a salvare tutti.

Perché la scuola e la famiglia dovrebbero essere per i ragazzi ciò che li forma e li aiuta a crescere, ma i protagonisti di Fiori senza destino non sempre ce la fanno. Per loro molte volte la casa non è un posto sicuro, ma un luogo da cui vogliono fuggire: i maschi rifugiandosi nella criminalità, le femmine facendo la fuitina, facendosi mettere incinte e finendo ad abitare in casa dei suoceri. La cosa più importante per tutti loro è stringere i denti – spesso digrignarli – e farsi rispettare da tutti, far capire chi comanda a tutti gli altri ragazzini attraverso l’aggressività. Non dimostrano i dodici, tredici anni che hanno in realtà, hanno dovuto imparare a crescere molto più in fretta e sanno come va la vita in certi posti, tra quei palazzoni dove regna il degrado. E anche se è normale rassegnarsi e pensare che sei nato lì, non puoi farci niente e allora devi rimboccarti le maniche e resistere meglio che puoi, qualcuno ogni tanto sfugge alla maledizione, si appassiona allo studio, capisce che è una cosa che può salvarlo e torna a casa praticamente solo per dormire.

Quando è sobrio mio padre mi dice sempre che sono il suo orgoglio e che devo impegnarmi e studiare per avere una vita migliore. «Dio ti ha donato una bella testa, figlio mio, usala per bene, porta piccioli a casa, mai legnate».

Francesca Maccani ha messo nero su bianco ciò che ha vissuto circa nove anni fa, quasi come a volerlo tirar fuori per liberarsi di un tale macigno. E lo ha fatto calandosi nei panni di ognuno di questi ragazzi che ha conosciuto così bene, usando il loro linguaggio: lei, trentina, ci restituisce quel dialetto palermitano di periferia in maniera limpida e verosimile. Ma anche se sono i personaggi a parlare, è normale che diano voce all’esperienza che l’autrice ha avuto con loro, tutto è visto dalla sua prospettiva, in base a ciò che sa; ed è facile immaginare che quella narrata sia solo una piccola parte della realtà fatta di difficoltà, problemi, degrado e anche abusi spesso taciuti.
Ho trovato questo libro molto forte e interessante e sono convinta che questo racconto crudo (Francesca non ci addolcisce per niente la pillola) di vite così diverse dalle nostre possa essere importante per renderci conto di quello che spesso non vediamo – perché è lontano da noi – ma esiste.

Buona lettura!

Titolo: Fiori senza destino
Autore: Francesca Maccani
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 21 marzo 2019
Pagine: 138
Prezzo: 15 €
Editore: SEM – Società editrice milanese


Francesca Maccani, insegnante, vive a Palermo. Ha pubblicato il saggio La cattiva scuola con Stefania Auci (Tlon, 2017, premio Donna del Mediterraneo). Sul blog “Giudittalegge” si occupa di recensioni online.

Benevolenza cosmica | Fabio Bacà

Bob, non credo che tu abbia capito di cosa sto parlando.
Io sono vittima di una pazzesca congiura interplanetaria
per eliminare ogni seccatura dalla mia vita
e sostituirla con favoritismi spudorati.

 

Ho sempre considerato Adelphi una casa editrice molto selettiva, attenta ai dettagli e con un catalogo di grande pregio (ed eleganza, sì), per cui quando ho saputo che avrebbero pubblicato un esordiente mi sono detta che sarebbe stato qualcosa da tenere d’occhio. Mi sono fiondata, quindi, subito a leggere Benevolenza cosmica, di Fabio Bacà, con la sua copertina giallissima, che purtroppo dal mio Kindle appare grigia, ma noi lettori digitali siamo abituati a questi inconvenienti. L’autore ci racconta la storia di Kurt O’Reilly (Kurt come omaggio a Vonnegut), un dirigente all’istituto britannico di statistica che si accorge che da circa tre mesi tutto sembra andare troppo per il verso giusto. Niente di strano, una botta di fortuna, potremmo pensare, e invece no: anche quando sembra che qualcosa di brutto stia per succedere, all’improvviso la fortuna arriva a soccorrerlo, come quando viene ferito lievemente e per questo il governo lo risarcisce con una vagonata di soldi, giusto per l’incomodo. E proprio in quest’ultima occasione fa un tentativo di rifiutarla, quella fortuna eccessiva, per liberarsene, e non ci riesce. Insomma, è perseguitato dalla buona sorte.
Kurt, che per lavoro si occupa di statistica, capisce che tutto questo è “statisticamente impossibile”, quindi, mentre è vittima della sua stessa paranoia, si rivolge a psicoterapeuti e mistici per capire che cosa gli stia succedendo, e da questi incontri gli interrogativi nascono numerosi: tutta questa fortuna potrebbe finire e tramutarsi in qualcosa di disastroso per compensazione? Se io sono così fortunato, deve esserci qualcuno intorno a me che si sta prendendo tutta la sfiga che non arriva a me?

«E perché diavolo mi sarebbe accaduta una cosa del genere? Io non credo nel karma o in altre fesserie simili».
«Be’, evidentemente queste fesserie credono in lei».

Ci ritroviamo così a vivere insieme al protagonista trentasei ore di ricerca spasmodica di un senso a tutto ciò che ha vissuto e sta vivendo, chiedendoci dove andrà a parare e soprattutto cosa gli capiterà di così disastroso, perché siamo sicuri che accadrà. A un certo punto, confesso che a me è successo, viene in mente perfino che in realtà Kurt possa essere morto in una sventura passata e vivere tutto questo da fantasma o in un’altra dimensione, un po’ come una delle teorie di Lost. Fra tanti spunti di riflessione offerti dai pensieri del protagonista (come la gestione dei rapporti umani o del tempo che abbiamo a disposizione, o ancora il senso del destino), al centro del romanzo troviamo il concetto di karma e le sue implicazioni, una sorta di principio di compensazione cosmica per cui tutto deve essere, prima o poi riequilibrato. E di questo equilibrio Kurt si rende conto grazie a uno degli incontri che avrà nella storia, l’ultimo, il più importante: quello grazie al quale tutto ciò che di grottesco, assurdo, paradossale e, più in generale, strano gli è accaduto riuscirà ad acquisire un senso.

Particolarmente brillante mi è sembrato lo stile di Bacà, col suo linguaggio ricercato, quasi all’eccesso, che all’inizio ci fa correre il rischio di rallentare molto la lettura. Bisogna, in effetti, prendersi un po’ di tempo per abituarcisi e anche per assaporare quella scrittura a cui non sempre il lettore è abituato. Una lentezza simile l’ho trovata anche nella narrazione delle “avventure” di Kurt, che a un certo punto potrebbero sembrare troppe, nel modo in cui vengono snocciolate una dietro l’altra; anche se – diciamolo – la sensazione di paranoia e incertezza che si insinua nella mente di chi legge sta proprio nel fatto che i suoi colpi di fortuna siano così tanti. Il flusso degli eventi, poi, inizia a generare una confusione tale, nei pensieri di Kurt e anche nei nostri, che assistiamo a un’accelerata finale che culmina nello scioglimento del dubbio: che cosa mi è successo? Perché?

Volete scoprirlo anche voi? Leggete questo gioiellino!

Titolo: Benevolenza cosmica
Autore: Fabio Bacà
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 7 marzo 2019
Pagine: 225
Prezzo: 18 €
Editore: Adelphi

È tempo di ricominciare (Figlie di una nuova era vol. 2) | Carmen Korn

Rudi aveva trascritto su un foglio
una poesia di Mascha Kaléko per Ruth (…)

La notte
Che genera la paura
Contiene anche
Le stelle
E la
Luna.

Se vi ricordate, qualche mese fa vi avevo parlato di una saga tedesca che mi aveva letteralmente fatta innamorare, iniziata con Figlie di una nuova era, un romanzo ambientato ad Amburgo tra gli anni successivi alla prima guerra mondiale e la fine della seconda. Le quattro protagoniste, Henny, Käthe, Ida e Lina, così diverse tra loro, si trovano tutte a vivere un periodo storico particolarmente difficile che va dalla ripresa dopo il primo conflitto mondiale fino al crollo di quella tranquillità temporaneamente recuperata che sfocia nello scoppio della seconda guerra. Il primo volume si concludeva proprio nel dicembre del 1948, in una Amburgo devastata in cui i nostri protagonisti stavano metaforicamente rovistando tra le macerie per recuperare ciò che la guerra aveva tolto loro. Qualcuno, come Käthe e sua madre Anna, era stato deportato, qualcun altro si trova lontano in Russia, altri cercano di dar vita a nuove attività per risollevare le proprie sorti e quelle del Paese. Ma il colpo di scena più grande era stato proprio quando Henny ha visto Käthe di sfuggita sul tram e ha capito che forse era riuscita a tornare a casa.

E in effetti, in È tempo di ricominciare, secondo volume della trilogia di Carmen Korn che trovate in libreria da oggi, Henny passerà molto tempo a cercare la sua amica che, però, è sicura che a denunciare lei e sua madre alla Gestapo per aver ospitato in casa un fuggiasco sia stato Ernst Lühr, il secondo marito di Henny, con cui crede che lei sia ancora sposata. Henny in realtà lo ha lasciato ed è finalmente riuscita ad avvicinarsi all’uomo di cui è stata innamorata fin dall’inizio, il dottor Theo Unger. Lina e Louise sono impegnate con la libreria Landmann (chiamata così in onore di Kurt, il loro amico tanto amato da tutti) che sembra andare molto bene perché in un momento di rinascita la gente è propensa a comprare libri e a rifugiarsi nel mondo della cultura; su questa libreria investono tanto, perché rappresenta un simbolo materiale di rinascita. Ida aveva avuto una figlia con il cinese Tian, l’uomo che amava e per cui aveva lasciato suo marito, ma forse il loro amore si nutriva della disperazione e delle avversità, o forse le mancano gli agi a cui Campmann (che nel frattempo si compiace di essere caduto in piedi) l’aveva abituata; si annoia in questa nuova dimensione coniugale, ma vede crescere Florentine, che diventa una bellissima ragazza dai tratti esotici.

Quanto sarebbero piaciute a Kurt Landmann tutte quelle novità.

In questo romanzo, sorprendente continuazione del primo della saga, la Korn ci racconta la vita dei suoi personaggi dal marzo del 1949 al novembre del ’69 (all’inizio, per fortuna, c’è una sorta di riassunto delle vicende di ogni personaggio, per rinfrescarci la memoria). Vent’anni, dunque, in cui accade di tutto, vent’anni di eventi storici e cambiamenti importanti a cui tutti devono abituarsi: i progressi tecnologici, come l’arrivo della televisione nelle case di tante persone, o l’uso dei frigoriferi; i miglioramenti in campo medico, come la diffusione della pillola anticoncezionale o diversi tipi di interventi (tra i protagonisti ci sono ostetriche e ginecologi); l’uomo che sbarca sulla Luna e l’evento trasmesso in TV; l’omosessualità che è un reato ma diventa qualcosa a tutti si abituano sempre di più; ci sono perfino i Beatles alle prime armi che fanno concerti nei piccoli locali, o il Festival di Sanremo. Insomma, i tempi cambiano e con essi cambiano anche le persone.
Le protagoniste, che erano figlie e madri, le ritroviamo madri e perfino nonne. Assistiamo dunque a un cambio generazionale che porta con sé tante novità e un nuovo modo di condurre le proprie vite.

L’autrice tocca vari argomenti anche importanti, e come aveva fatto anche in precedenza, continua a raccontarci un’unica storia cambiando sempre il punto di vista, facendocela vedere attraverso gli occhi di un personaggio di volta in volta diverso. Ognuno di questi cerca in qualche modo di tornare alla vita, ma non per tutti il percorso è lo stesso. Per qualcuno è più semplice, anche grazie agli affetti di cui si circonda; per qualcun altro ci vuole più tempo, dati i traumi troppo grandi; per altri, invece, non sembra esserci redenzione, via d’uscita, come Ernst Lühr, che non smetterà mai di abbracciare gli ideali nazisti e rimarrà solo, abbandonato da tutti, perfino dal figlio Klaus che ha praticamente ripudiato a causa della sua omosessualità (a riprova del fatto che si raccoglie ciò che si è seminato). Il desiderio di tutti è quello di ritrovare la serenità che da lungo tempo manca, però, purtroppo, nessuno di loro si sentirà mai al sicuro: anche quando le cose sembrano andare per il verso giusto si avverte comunque quella preoccupazione, quel timore che la prossima sciagura sia dietro l’angolo. E storicamente, lo sappiamo, ci saranno ancora diversi problemi, ma la Korn ci racconterà nel prossimo volume di questa bellissima saga come Henny, Käthe, Ida, Lina e tutti gli altri affronteranno ciò che li aspetta.

Ma certo che era felice, lo era ogni volta che faceva un bilancio della sua vita. Forse aveva solo paura che tutto questo le venisse strappato di nuovo.

Buona lettura!

Titolo: È tempo di ricominciare
Autore: Carmen Korn
Traduttore: Manuela Francescon
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 8 aprile 2019
Pagine: 564
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi

I provinciali | Jonathan Dee

Erano tutti ancora vivi.
Erano ancora le stesse, brutte persone che erano sempre state.
Avrebbero dimenticato quei momenti,
perché la gente fa così, dimentica quello che prova.
Tutti ridiventano animali.
Tutti ridiventano selvaggi.

 

Mark Firth si trova a New York perché ha affidato i suoi soldi a un truffatore ed è stato contattato da un avvocato che ha promesso di farglieli riavere, se non tutti almeno in parte. L’avvocato però non c’è, perché poche ore prima si sono verificati gli attacchi terroristici dell’11 settembre ed è rimasto, spaventato, con la famiglia. Dopo una strana notte in compagnia di un altro che come lui ha visto sparire tutti i suoi soldi, Mark decide di tornare a casa, nella cittadina di Howland, dove tra l’altro hanno anche organizzato una veglia per lui, a causa della preoccupazione per quel concittadino che si trovava per caso vicino al luogo del disastro. A casa lo attendono la figlia Haley e la moglie Karen che, dopo che il marito ha perso tutti quei soldi, si mette a lavorare per aumentare le entrate.
Howland è una piccola comunità dove tutti si conoscono fra loro. Gran parte dell’economia gira intorno ai miliardari che vengono da fuori e che si sono comprati – o fatti costruire là – la casa estiva dove passare qualche weekend o tutta la stagione calda. Ricconi che pur essendo un’enorme fonte di reddito per tutti, sono detestati dalla popolazione di questo paese così piccolo che addirittura non c’è nemmeno una stazione di polizia, ma solo un agente, Constable, che deve pensare a tutto.
Un giorno però arriva Philip Hadi, un ex gestore di hedge fund, magnate di Wall Street, che lì si era fatto costruire una casa (enorme, ma sobria, non eccessiva) per le vacanze qualche anno prima. Il fatto è che adesso ci è venuto a vivere in pianta stabile perché – qualcuno ha riferito a qualcun altro che qualcuno gli ha detto che – ha saputo da fonti attendibili che ci saranno altri attacchi a New York e lui se n’è andato per mettersi al sicuro. Così decide di far installare ulteriori impianti  di sicurezza da Mark, che si occupa di costruzioni e lavori di questo genere.
La vita scorre tranquilla, l’amministrazione di Howland è disastrosa come sempre, ma un giorno Hadi decide di fare il grande passo e candidarsi come primo consigliere (il sindaco). Rinuncia allo stipendio, finanzia attività sull’orlo del fallimento, aiuta economicamente altri che non ce la fanno, si occupa della sicurezza della cittadina sempre a sue spese e molte cose sembrano andare meglio.

Fino a quando non entrano in gioco i sospetti. Il fratello di Mark, Gerry, gestisce un blog in cui si lamenta – sotto pseudonimo – della politica del suo paesino, e gli viene mente che sì, molte questioni di soldi sono state risolte, ma non sarà mica che Hadi si sta comprando la fedeltà dei cittadini? Per Mark è fuori discussione, ha sempre visto Hadi come un esempio da seguire, un uomo saggio, sobrio, un leader che tra l’altro lo ha anche ispirato a lasciar perdere tutte le sue piccole attività e a ingrandirsi. Il malcontento si estende a macchia d’olio e bisognerà risolvere anche questa situazione.

E c’era qualcos’altro, in Hadi, una noncuranza, un anticarisma, che paradossalmente lo attraeva. Questi erano gli uomini che controllavano il mondo. Non gliene fregava niente di quello che la gente pensava di loro. Forse era proprio questo, almeno in parte, a distinguere Mark da uomini come Hadi: sapeva di non possedere la loro spietatezza, ma forse la risposta era ancora più semplice, forse dava troppa importanza all’idea di dover piacere a tutti.

I provinciali è un romanzo di Jonathan Dee pubblicato da Fazi che trovate da oggi nelle librerie. I provinciali sono i personaggi di questa storia, abituati alla monotonia della loro piccola comunità, che vanno in tilt appena l’elemento di novità, Hadi, irrompe nella loro quotidianità. È davvero una via d’uscita dai loro problemi o rappresenta un rischio, un pericolo? Ognuno di loro reagisce in maniera diversa a questa situazione, sono tutti insoddisfatti e arrabbiati ma in modi diversi e per motivi diversi. In un gioco di cambi repentini di punti di vista, Dee salta da un personaggio all’altro come se ci fosse un riflettore che di volta in volta illuminasse ogni singolo “provinciale”. Barrett è arrabbiato perché trova solo piccoli ingaggi e deve richiedere di continuo il sussidio di disoccupazione, Gerry perché per lui tutto va malissimo, Candace (altra sorella dei Firth) perché è stata declassata da vicepreside a insegnante di scienze (poi Hadi la fa assumere come bibliotecaria), il padre dei Firth perché sua moglie ha la demenza senile e lo sta facendo impazzire, Karen perché suo marito è irresponsabile e credulone e vede tutto nero. Howland sembra dunque essere una metafora dell’America tutta, dove arriva un uomo ricchissimo che dice di avere la soluzione a tutto, che non ha bisogno di rubare soldi a nessuno perché ne ha già tanti di suo, che sembra andare avanti con il consenso di tutti. Vi fa pensare a qualcosa?

Questo di Dee è un romanzo che mi è sembrato molto intelligente tra le altre cose, come ho già detto, proprio per il fatto di zoomare di volta in volta su una questione (o su un tipo umano) diversa, ma confesso che in partenza ho avuto l’impressione che fosse un po’ lento. C’è un capitolo 0, prima che inizi la storia di cui vi ho parlato su, narrato in prima persona da quel personaggio che, essendo stato truffato come Mark, si ritrova con lui nello studio legale per incontrare gli avvocati che promettono di fargli riavere i soldi che ha perso. Narrazione diversa, stile diverso, più tagliente, più “cattivo”, oserei dire. In un primo momento, finito il capitolo zero, ti chiedi perché sia stato inserito, a parte il motivo ovvio, e cioè che spiega perché Mark sia a New York e in quale momento storico. Io l’ho visto anche come l’introduzione del personaggio di Mark, un giovane americano belloccio, in forma, di una piccola cittadina, uomo retto e perbene (a tratti mi ha ricordato lo Svedese di Roth, se me la lasciate passare) ma soprattutto credulone e fiducioso, per niente sospettoso e che non si rende neanche conto che nella sua stessa famiglia ci sono grossi contrasti e piccole ribellioni (anche la figlia Haley inizia a diventare battagliera).

Jonathan Dee, che è stato finalista al premio Pulitzer nel 2011, alterna toni seri ad altri più ironici che servono a smorzare la tensione. La vicenda è fittizia ma fa riflettere parecchio su come in fondo giri tutto intorno al denaro, anche nei piccoli centri (che in realtà rappresentano tutti i luoghi e nessun luogo).

Buona lettura!

Titolo: I provinciali
Autore: Jonathan Dee
Traduttore: Stefano Bortolussi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: (2017) 4 aprile 2019
Pagine: 440
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi


Jonathan Dee – Insegna scrittura alla Columbia University e alla New School, collabora con il «New York Times Magazine» e «Harper’s» ed è stato editor della «Paris Review». Ha scritto sette romanzi fra cui I privilegiati, finalista al Pulitzer 2011. I provinciali è il suo ultimo libro.