Fiori senza destino | Francesca Maccani

Perché qui siamo tutti come tanti fiori
che spuntano in mezzo al cemento,

veniamo su nella polvere e solo così sappiamo vivere.
Se ci strappano via, le radici restano piantate qui
e noi finisce che secchiamo tutti quanti
come le rose nei vasi senza acqua.

 

Lo scorso 21 marzo è uscito per SEM Fiori senza destino di Francesca Maccani. Io l’ho letto una decina di giorni fa e vi confesso che ci ho messo un bel po’ a capire come parlarvene, non solo per il libro in sé ma anche perché conosco l’autrice, è una mia amica, e volevo evitare collegamenti troppo ovvi (quasi stucchevoli e banali) tra il mio parere sul romanzo e il fatto che conosco Francesca. Dopo averci rimuginato tanto, mi sono resa conto che non corro questo rischio perché il libro parla da sé e adesso vi spiego perché.

Francesca è un’insegnante, trentina di origini e trapiantata a Palermo dopo aver sposato un palermitano (è qui, infatti, che ci siamo conosciute grazie alla libreria che frequentiamo, insieme a tante altre persone: un luogo di incontro e condivisione preziosissimo). Quando si è trasferita in Sicilia non è stata mandata a lavorare in una delle belle scuole del centro, piene di gente perbene e che ha i mezzi per assicurarsi una buona istruzione e non solo; no, l’hanno spedita al CEP, un quartiere di periferia nella zona nord-ovest della città, acronimo di Centro Edilizia Popolare, nato negli anni Settanta. Francesca, nel suo romanzo, si chiama Sara, e ci racconta le storie di alcuni degli alunni che hanno segnato la sua vita in quel periodo così forte del suo inizio palermitano. Sono storie vere accadute a persone vere a cui lei ha cambiato nome e spesso anche sesso nella finzione; sono storie con cui non necessariamente tutti entriamo in contatto durante la nostra esistenza, soprattutto se non abbiamo niente a che fare con l’insegnamento o con assistenti sociali et similia. Però esistono e Fiori senza destino aiuta a prenderne coscienza.

Questa terra non è fatta per narici delicate, profumi, sapori, colori e rumori ti precipitano addosso senza mai chiedere il permesso.

C’è chi, come Rosy, ha un ritardo cognitivo – la chiamano la picciridduna, la bambinona – ed è così ingenua da farsi mettere le mani addosso da Tanino, il maniaco del quartiere, che è l’unico a dirle quanto sia bella e le dà pure cinque euro. C’è Giada, che ha altre tre sorelle, figlie della stessa madre, ma tutte con un padre diverso, e ognuna di loro viene tolta alla mamma che non se può occupare. C’è Marcello, che viene affidato a nuovi genitori ma evidentemente il dolore che ha provato nella vita non è ancora abbastanza e la sua madre adottiva, a cui nel frattempo si è affezionato, muore per un incidente. C’è Cettina, che vive con la madre, una donna che si prostituisce in casa, lasciando la figlia a occuparsi di tutto: deve pulire, cucinare, ogni volta che deve andare in bagno è costretta a pulir tutto perché è l’unico servizio igienico e lo usano anche i clienti. O ancora Sciàron – così, perché il padre all’anagrafe non sapeva come si scrivesse Sharon e ha detto all’impiegato di scriverlo come si pronuncia – Rosalia, Milo, Luigi… Molti non hanno neanche mai visto il centro, non sono mai usciti dal CEP.
Ognuno di loro racconta se stesso con la propria voce, in capitoli che sono intervallati da spezzoni della vita di Sara alle prese con le sue incombenze quotidiane e allo stesso tempo così provata da ciò che le trasmettono quei ragazzi: spesso si tratta di un senso di inutilità e frustrazione, il fallimento di un sistema scolastico che non riesce a salvare tutti.

Perché la scuola e la famiglia dovrebbero essere per i ragazzi ciò che li forma e li aiuta a crescere, ma i protagonisti di Fiori senza destino non sempre ce la fanno. Per loro molte volte la casa non è un posto sicuro, ma un luogo da cui vogliono fuggire: i maschi rifugiandosi nella criminalità, le femmine facendo la fuitina, facendosi mettere incinte e finendo ad abitare in casa dei suoceri. La cosa più importante per tutti loro è stringere i denti – spesso digrignarli – e farsi rispettare da tutti, far capire chi comanda a tutti gli altri ragazzini attraverso l’aggressività. Non dimostrano i dodici, tredici anni che hanno in realtà, hanno dovuto imparare a crescere molto più in fretta e sanno come va la vita in certi posti, tra quei palazzoni dove regna il degrado. E anche se è normale rassegnarsi e pensare che sei nato lì, non puoi farci niente e allora devi rimboccarti le maniche e resistere meglio che puoi, qualcuno ogni tanto sfugge alla maledizione, si appassiona allo studio, capisce che è una cosa che può salvarlo e torna a casa praticamente solo per dormire.

Quando è sobrio mio padre mi dice sempre che sono il suo orgoglio e che devo impegnarmi e studiare per avere una vita migliore. «Dio ti ha donato una bella testa, figlio mio, usala per bene, porta piccioli a casa, mai legnate».

Francesca Maccani ha messo nero su bianco ciò che ha vissuto circa nove anni fa, quasi come a volerlo tirar fuori per liberarsi di un tale macigno. E lo ha fatto calandosi nei panni di ognuno di questi ragazzi che ha conosciuto così bene, usando il loro linguaggio: lei, trentina, ci restituisce quel dialetto palermitano di periferia in maniera limpida e verosimile. Ma anche se sono i personaggi a parlare, è normale che diano voce all’esperienza che l’autrice ha avuto con loro, tutto è visto dalla sua prospettiva, in base a ciò che sa; ed è facile immaginare che quella narrata sia solo una piccola parte della realtà fatta di difficoltà, problemi, degrado e anche abusi spesso taciuti.
Ho trovato questo libro molto forte e interessante e sono convinta che questo racconto crudo (Francesca non ci addolcisce per niente la pillola) di vite così diverse dalle nostre possa essere importante per renderci conto di quello che spesso non vediamo – perché è lontano da noi – ma esiste.

Buona lettura!

Titolo: Fiori senza destino
Autore: Francesca Maccani
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 21 marzo 2019
Pagine: 138
Prezzo: 15 €
Editore: SEM – Società editrice milanese


Francesca Maccani, insegnante, vive a Palermo. Ha pubblicato il saggio La cattiva scuola con Stefania Auci (Tlon, 2017, premio Donna del Mediterraneo). Sul blog “Giudittalegge” si occupa di recensioni online.