La misura imperfetta del tempo | Monica Coppola

Quel giorno aveva capito che ci sono cose
che non puoi cambiare, anche se ci provi.
E l’unico modo che hai per sopravvivere
è provare a far finta che non esistano più.

 

La misura imperfetta del tempo è un romanzo di Monica Coppola uscito il 16 maggio, una delle ultime novità della casa editrice torinese Las Vegas edizioni. Le protagoniste sono tre donne di tre generazioni diverse: Mia ha ventidue anni, è cresciuta nella periferia torinese coi nonni materni e lavora in un ipermercato, è una ragazza insicura che sente su di sé la responsabilità del mondo e soprattutto quella di prendersi cura di Zita, la nonna, che invece è una donna vivace, allegra, che a volte si sente un po’ soffocata dalle attenzioni della nipote. Poi c’è Lara, la madre di Mia, che da tanti anni ormai vive a Milano, dove dirige un famoso negozio di intimo e in famiglia si fa sentire o vedere di rado; dopo essersi bruciata con un amore passato, ha deciso di non aprire più il suo cuore a nessuno e passa il suo tempo con uomini conosciuti su app d’incontri, relazioni usa e getta per niente impegnative. Da circa sei mesi però è venuto a mancare Tore, il nonno, padre di Lara, e Mia ha organizzato per Zita, ormai vedova, una gitarella ad Abano, un viaggetto organizzato per coccolarsi un po’. La nonna da quel viaggio torna cambiata, più allegra e svampita, più sicura di sé, ma soprattutto, dopo qualche comportamento strano, rivela di essersi innamorata e di stare con un uomo conosciuto durante la gita. Mia è allarmata, la angustia il pensiero che la nonna stia sostituendo Tore, si preoccupa che ci sia dell’altro sotto e avvisa Lara, che in un primo momento fa spallucce, ma poi sente rinascere il legame familiare e parte per Torino.

Nella loro famiglia ci sono alcuni punti oscuri, verità che non solo il lettore ignora, ma che a quanto pare conosce solo Lara: perché è voluta scappare via da Torino? Chi è il padre di Mia? Tutti le hanno sempre dato della poco di buono, per molti era quella facile, quella che ci stava e che a vent’anni è rimasta incinta di chissà chi e che non aveva nemmeno un istinto materno tale da prendersi cura della bambina che poi è nata. Mia ha sentito molto la mancanza di un padre e della madre, coccolata dai nonni da piccola è poi cresciuta e ha preso coscienza della sua vita; i riccioli che aveva da bambina li ha costretti e fatti avvizzire nei dreads, vive in un appartamento minuscolo in un quartiere orrendo, si accontenta di un lavoro che non le dà niente, vuole avere il controllo su Zita e, come le fa notare il suo migliore amico Andrea, sembra non avere una vita al di fuori di tutto ciò.
Ma, com’è scritto sulla copertina del romanzo, tutto invecchia, tranne la verità, e questa verità verrà finalmente a galla poco prima delle nozze di Zita e Santo.

Adesso hai tutte le pagine della tua storia. Decidi tu come andare avanti.

Mia, Lara e Zita, sono tre figure di donne molto diverse ma dai caratteri ben delineati. Forse Lara è quella che sembra avere più ombre, anche se da qualche flashback si capisce che nel suo passato c’è più di un trauma. Noi non sappiamo fin dall’inizio cosa ha dovuto passare, ma man mano che Monica Coppola procede con la narrazione troviamo vari pezzetti di un puzzle che insieme ai suoi personaggi dobbiamo ricostruire. Lara apparentemente è fredda, interessata solo al suo lavoro, alla sua linea e al suo aspetto, che deve essere sempre impeccabile. Ma perché è diventata così? Che significa quel prurito al collo che la angustia in determinate situazioni? Assomiglia molto al “codice morso” di Mia, quel crampo allo stomaco che sente la ragazza quando avverte di essere in difficoltà. L’autrice è molto brava, anche quando non entra troppo a fondo nella mente delle tre donne, a farci comprendere cosa provano, le descrive nei loro piccoli comportamenti, quasi dei tic, che le caratterizzano e che sono indizi di sentimenti, stati d’animo.

La vita continua, Mia. Anche quando non ne hai voglia. Se resti immobile ti passa sopra, ti schiaccia. Devi andare avanti.

La misura imperfetta del tempo è un romanzo familiare non scontato né banale che procede piano piano, si entra nella storia lentamente e ogni elemento viene introdotto al momento giusto. È anche un’interessante riflessione sul tempo, su come i segreti non finiscano mai in un buco nero ma, anzi, non vengano dimenticati e col passare degli anni possano essere svelati; le verità più a lungo vengono taciute e più diventano pesanti, pesanti al punto tale che sembra che l’universo intero collabori per ritrovare la leggerezza e poter chiudere capitoli aperti da troppi anni. Ma non ci sono solo drammi, la Coppola spesso alleggerisce la storia con grande ironia.
Buona lettura!

Titolo: La misura imperfetta del tempo
Autore: Monica Coppola
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 16 maggio 2019
Pagine: 221
Prezzo: 14 €
Editore: Las Vegas


Monica Coppola è nata nel 1974 a Torino. Ha pubblicato i romanzi Viola, vertigini e vaniglia (BookSalad, 2015) e La misura imperfetta del tempo (Las Vegas edizioni, 2019).
Ha curato l’antologia “Dai un morso a chi vuoi tu” (BookSalad, 2016). Ha scritto racconti per “La Repubblica – L’Espresso” e “Carie”, e collaborato con il blog di “Vanity Fair”. Si occupa di marketing e formazione.

Elizabeth Jane Howard. Un’innocenza pericolosa | Artemis Cooper

Non poteva liberarsi della sensazione
che stare da sola fosse la prova di un fallimento,
della propria incapacità di far funzionare un rapporto d’amore,
indipendentemente da quanto spesso ci provasse.

 

Più volte ho ammesso di essere una grande fan di Elizabeth Jane Howard e soprattutto della sua fortunatissima saga dei Cazalet e per questo motivo, dopo molto tempo, ho deciso di leggere la biografia dell’autrice a cura di Artemis Cooper che Fazi ha pubblicato qualche anno fa e che ho ricevuto in regalo nello scorso Secret Santa organizzato da un gruppo di lettura che seguo. Quando uno scrittore ti piace così tanto è interessante conoscerlo meglio, capire come è arrivato a scrivere quello a cui ti sei appassionato, capire quanto c’è di quell’autore nei suoi personaggi, nelle sue storie e nella sua produzione in generale. È esattamente questo, infatti, che è accaduto leggendo Un’innocenza pericolosa, il racconto delle vicende personali di Jane Howard: ho scoperto ad esempio che le tre primogenite dei Cazalet, Louise, Polly e Clary sono tre sfaccettature della personalità dell’autrice: quella più libera e artistica, quella più legata alla casa e agli affetti, e la scrittrice sognatrice; ho scoperto che Viola Cazalet è Kit Somervell, la madre di Jane, ex ballerina che abbandona il sogno di una vita a favore del matrimonio e della famiglia; ho scoperto che Edward Cazalet è David, il padre di Jane, così confuso dalla figlia che cresce da arrivare a metterle le mani addosso. Ma non solo la saga, una parte di lei è anche in Cressy di All’ombra di Julius, anche gli altri romanzi sono basati molto sull’esperienza personale della Howard, su tutto quello che le è accaduto durante la sua lunga vita.

È stata una donna che emanava fascino ovunque andasse, gli uomini si innamoravano di lei al primo sguardo, intorno a lei gravitavano personalità di rilievo nell’ambito della cultura, poteva avere tutto ciò che voleva, eppure ha vissuto una vita all’insegna dell’infelicità. Si è sposata tre volte, l’ultima delle quali con Kingsley Amis (Martin, il suo figliastro è diventato ciò che è oggi proprio grazie a lei che si è interessata alla sua istruzione, e lo scrive in un articolo sul Mail on Sunday dopo la sua morte), ha avuto altre relazioni anche con uomini sposati che non l’hanno mai messa in cima alle loro priorità, non ha mai incontrato qualcuno che accettasse ogni parte di lei o che almeno, a lungo andare non se ne stancasse. È stata perfino vittima, ormai anziana, di un matto che l’ha sedotta facendole credere di essere tutt’altra persona. E nonostante tutti i problemi che ha avuto nei rapporti con i familiari e nelle relazioni amorose, stupisce quanto invece nei libri riesca ad essere lucida e a descrivere in maniera perfetta certe dinamiche sentimentali: di certo aveva una sensibilità spiccata, ma di fatto forse era più brava nella teoria che nella pratica.

Quando ho cominciato a fare le ricerche per questo libro, c’era sempre una domanda che continuavo a pormi: una donna che scrive così bene dell’amore e dell’inganno, e che nei propri romanzi coglie con tanta lucidità le motivazioni dei personaggi, come può commettere tanti errori nella sua vita personale? Adesso capisco che questa domanda metteva il carro davanti ai buoi. Era il suo vivere con questa estrema intensità emotiva; il suo buttarsi a capofitto nelle situazioni senza valutarne i rischi; il suo non riuscire a controllare la propria immaginazione impulsiva: tutto ciò faceva di Jane la romanziera che era.

Elizabeth Jane Howard è morta nel 2014, ma ci ha lasciato moltissimi romanzi, alcuni dei quali abbiamo letto, altri invece li scopriremo piano piano (mi è giunta voce che stiano lavorando a una sua nuova traduzione, io devo ancora recuperare Il lungo sguardo). Una cosa sicura è che è stata sottovalutata per molto tempo, la cosa più semplice che accada a una come lei è essere scambiata per “la donna che scrive romanzi da donne” quando invece si tratta di una persona che ha un particolare talento per l’introspezione e, invece di scrivere romanzi che abbiano la Storia al centro di tutto, si dedica a scrivere libri in cui al centro ci sono delle persone e il modo in cui reagiscono alla Storia e al cambiamento. Era una donna che voleva un giardino curato e una casa sempre piena di ospiti, non voleva stare da sola, perché forse, nonostante fosse una donna alta, imponente e un personaggio culturalmente importante, non è mai riuscita a sentirsi così forte da non appoggiarsi a nessuno, da non sentire il bisogno di essere amata per esistere.

Questi sono solo alcuni dei motivi per approfondire una figura così importante e affascinante, e il libro non appare affatto come un mucchio di testimonianze e appunti affastellati uno sull’altro, ma sembra proprio il romanzo della vita di Jane Howard. Se poi avete già letto qualcosa di suo, oltre ai suoi libri inizierete ad amare anche lei.
Buona lettura!

Titolo: Elizabeth Jane Howard. Un’innocenza pericolosa
Autore: Artemis Cooper
Traduttore: Franca Di Muzio e Nazzareno Mataldi
Genere: Biografia
Anno di pubblicazione: 2017
Pagine: 457
Prezzo: 18,50 €
Editore: Fazi


Artemis Cooper – È autrice di diversi libri, fra cui Cairo in the War, 1939-1945, Writing at the Kitchen Table: The Authorized Bio- graphy of Elizabeth David e, più di recente, Patrick Leigh Fermor: An Adventure. Con il marito, Antony Beevor, ha scritto Paris After the Liberation, 1944-1949. Ha curato due raccolte di lettere oltre a Words of Mercury, un’antologia dell’opera di Patrick Leigh Fermor; e, con Colin Thubron, ha curato The Broken Road, volume conclusivo della trilogia europea di Fermor.

Vita su un pianeta nervoso | Matt Haig

Se il mondo moderno ci fa stare male,
allora non ha importanza quello che abbiamo,
perché stare male fa schifo.
E stare male quando ci dicono che non ne abbiamo motivo,
beh, fa ancora più schifo.

 

È un po’ che m’interrogo su come parlarvi di questo libro e finalmente ho deciso di inserire il post nella categoria degli stralci, come citazione. Vita su un pianeta nervoso di Matt Haig (di cui poco tempo prima avevo letto Come fermare il tempo) è uscito per edizioni e/o il 6 febbraio e io da subito ho deciso che dovevo averlo. Avevo capito che, in soldoni, parlava del disturbo d’ansia dalla prospettiva personale dell’autore, che ne soffre, e siccome l’argomento m’incuriosisce molto – come molte altre cose che riguardano la psicologia – sono andata a prenderlo, anche se non subito perché ho avuto qualche difficoltà iniziale a reperirlo. Devo dirvi che mi sono trovata tra le mani un gioiellino, qualcosa che non solo mi ha offerto tanti spunti di riflessione, ma che mi ha anche aiutata a capire molti lati della mia personalità e tanti problemi che affliggono tutti noi senza che spesso ce ne rendiamo conto.

L’assunto da cui parte Haig è che il nostro pianeta diventa sempre più nervoso e noi tante volte non riusciamo a stare al passo con gli eventi, con gli altri, con le situazioni e rischiamo di impazzire con lui. Ma cosa possiamo fare per evitare che ciò accada? Lui, dalla sua esperienza (ho capito che oltre che d’ansia, abbia sofferto o soffra ancora di depressione), cerca di analizzare più elementi possibili per farci capire, e capire insieme a noi, qual è il confine tra noi e gli altri, dove siamo noi e dove si colloca tutto il resto. Quante volte controlliamo i social, le notifiche delle app? Quanto ci mette un completo estraneo a farci infervorare con un commento fastidioso su internet? Quanto sono capaci di creare allarmismo i giornali, la televisione e i siti di cronaca? Quanto ci possiamo sentire soli quando in realtà siamo connessi col mondo? Quanto le strategie di marketing ci fanno sempre sentire inadeguati: troppo grassi, con la pelle troppo secca/grassa, troppo sciatti? Quanto ci sembra di rimanere sempre indietro in questo mondo che va così veloce? Queste sono alcune delle domande a cui cerca di rispondere Haig e su cui vuole focalizzare la sua e la nostra attenzione.

Io non soffro d’ansia, ma quello che ho capito è che basta un attimo per cascarci, basta farsi trascinare troppo da tutto e tutti. Credo che Vita su un pianeta nervoso sia un libro da assumere come una medicina, a piccole dosi giornaliere. Io ho fatto così ed è per questo che ci ho messo circa due mesi a leggerlo, ma vi assicuro che ogni pagina vi resta dentro, spesso non si riesce a passare al capitolo successivo senza aver rimuginato molto su quello appena concluso. Non vedetelo come un libro di saggistica o un manuale di autoaiuto, non è niente di tutto ciò. Per spiegarvi meglio cos’è voglio lasciarvi uno stralcio.
Vi auguro davvero di poterlo leggere, serve a tutti.

Non mi piacciono i centri commerciali, ma non ho più attacchi di panico quando ci vado. La chiave per sopravvivere ai centri commerciali, ai supermercati, ai commenti negativi in rete o a qualunque altra cosa non è ignorarli, o sfuggirli, o combatterli, ma accettare la loro esistenza. Accettare di non avere alcun controllo su di loro, ma solo su noi stessi.
«Perché dopotutto» ha scritto il poeta Henry Wadsworth Longfellow, «la cosa migliore da fare quando piove è lasciar piovere». Sì. Lasciar piovere. Lasciare che il pianeta sia quello che è. Non abbiamo scelta. Ma anche, essere consapevoli dei nostri sentimenti, buoni e cattivi. Sapere cosa funziona per noi e accettare ciò che invece non funziona. Una volta compreso che la pioggia è pioggia, e non la fine del mondo, tutto diventa più facile

 

Titolo: Vita su un pianeta nervoso
Autore: Matt Haig
Traduttore: Silvia Castoldi
Genere: Saggistica
Anno di pubblicazione: 2019
Pagine: 408
Prezzo: 15 €
Editore: edizioni e/o

Parole nella polvere | Máirtín Ó Cadhain

Chissà com’è stato il mio funerale.
Non lo saprò finché non arriva il prossimo morto che conosco.
È anche ora che arrivi qualcun altro.

 

Ci troviamo in un cimitero del Connemara, una zona aspra e selvaggia dell’Irlanda dell’ovest, orientativamente a cavallo degli anni Quaranta. In questi luoghi di norma regna il silenzio, o almeno è ciò che chiunque si aspetterebbe. Invece lì c’è un borbottio continuo, un insieme di voci che si accavallano, l’una vuole sovrastare l’altra, ma i vivi non possono sentirle. Sono le voci dei defunti, che si ritrovano tutti insieme sottoterra una volta finita la loro vita sulla Terra. Il problema è che, se da vivi molti non si potevano soffrire l’uno con l’altro, lì sotto è pure peggio, perché sono stati sepolti vicini. Protagonista indiscussa di battibecchi, pettegolezzi e baruffe è Caitríona Pháidín, una donna cocciuta e presuntuosa che sembra essere in lotta col mondo intero: è arrabbiata col prete, con la sorella Nell, con la nuora, con la suocera e chi più ne ha più ne metta. Il suo problema principale è sapere se, dopo averla sepolta, suo figlio Pádraig e gli altri si siano occupati di farle costruire una bella croce in pietra dell’isola da mettere sulla tomba. Perché lei non può saperlo, come nessuno lì sotto può sapere nulla. L’unico modo per venire a conoscenza di ciò che è successo su da quando hanno smesso di vivere è che arrivi un nuovo defunto a portare notizie più fresche, così il loro svago principale diventa contare i giorni ai loro amici e parenti ancora vivi: quella stava già male, chissà quanto le rimane; quell’altro aveva avuto un incidente, magari arriverà presto; quella lì al prossimo parto ci resterà secca.

Questa è la storia che Máirtín Ó Cadhain (che si pronuncia all’incirca Martin O’Cain) ci racconta in Parole nella polvere, un romanzo pubblicato da Lindau nel 2017 che ho comprato lo scorso anno a Una Marina di libri su consiglio dei ragazzi allo stand dell’editore. Qualcuno lo ha definito una sorta di Spoon River irlandese con toni più ironici, ma credo sia più che altro per l’ambientazione e il contesto. Quello che mi affascinava di più, ad essere onesta, è il lavoro che ho scoperto dietro questo libro. Si legge sulla copertina che è il più grande romanzo mai scritto in gaelico, ed è proprio questo il problema principale per cui è stato così difficile che arrivasse al resto del mondo che non conosce il gaelico. In un post sul blog di Lindau, ma anche nell’introduzione e nella nota sulla traduzione alla fine del romanzo, viene spiegato che la traduzione italiana è mediata da tre versioni in inglese – una delle quali realizzata in un PhD in America, a Berkeley; ci hanno lavorato ben quattro persone, ciascuna delle quali ha tradotto la sua parte (ma poteva anche concentrarsi sulle battute di alcuni personaggi in particolare) per poi fare delle revisioni incrociate. Alla fine di questo processo comunque l’opera è passata al vaglio di un ultimo revisore.

Connemara [Fonte: wanderlust.co.uk]

Lo scoglio principale – sia per la traduzione che per la lettura – di questo romanzo è che i dialoghi sono confusi, non si capisce mai chi stia parlando perché non è mai specificato. Questo contribuisce a creare quell’atmosfera di confusione in cui Ó Cadhain vuole immergere i suoi personaggi, ma anche noi lettori. All’inizio non ci viene presentato nessuno dei personaggi, a parte un piccolo elenco all’inizio; dobbiamo considerare ogni battuta come un piccolo pezzetto di un puzzle da ricostruire. Capiremo così perché Caitríona è arrabbiata con tutti, quali sono le questioni di soldi ed eredità su cui tutti litigano, cosa sia successo tra la moglie del maestro e il postino dopo che il maestro è morto, e tante altre cose. È una storia, insomma, che si va componendo man mano che continuiamo la lettura. I dialoghi si trasformano inevitabilmente in litigi, nessuno vuole farsi mettere i piedi in testa, soprattutto Caitríona, tutti vogliono sapere in quale lotto sono stati sepolti, perché ogni lotto ha un prezzo diverso e i soldi spesi da chi li ha sepolti sono un’indicazione di quanto i parenti tenessero a loro.

L’autore, quando qualcuno speculò sulla somiglianza con Spoon River e con un racconto di Dostoevskij, dichiarò di aver assistito di persona a un fatto accaduto realmente nella sua zona qualche anno prima. A quanto sembra, in un cimitero del Connemara, dovevano seppellire una donna, ma i becchini aprirono la fossa sbagliata. Dato che la giornata non era delle migliori, non potevano scavarne un’altra, quindi decisero di mettere comunque lì la donna, ma qualcuno disse che l’avevano posta sopra un’altra donna che in vita era stata una sua nemica. Così, quando qualcuno disse «Santa pace, chissà che cagnara faranno!» nella mente Ó Cadhain s’è accesa la lampadina che lo ha portato a immaginare le baruffe di Caitríona, Nora, Muraed e tutti gli altri, i cui nomi non sono stati tradotti, ma sono stati lasciati nella loro forma originale (anche se immaginiamo che Caitríona sarebbe stata Katherine, Pádraig Patrick, e così via).

Confesso che mi sono divertita molto a leggere Parole nella polvere, nonostante la difficoltà palese di capire ogni volta quale personaggio stia parlando. Man mano che si va avanti nella lettura, però, la personalità di ognuno di loro viene fuori e ci si abitua a distinguere una voce dall’altra.
Buona lettura!

Titolo: Parole nella polvere
Autore: Máirtín Ó Cadhain
Traduttore: Luisa Anzolin, Laura Macedonio, Vincenzo Perna e Thais Siciliano
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2017
Pagine: 383
Prezzo: 26 €
Editore: Lindau


Máirtín Ó Cadhain (1906-1970) è stato uno dei più importanti autori in lingua irlandese del XX secolo. Molto impegnato sul fronte politico, nell’ambito del nazionalismo irlandese e come socialista, promuovendo l’Athghabháil na HÉireann (la riconquista dell’Irlanda) attraverso la cultura gaelica, fece parte dell’Irish Republican Army con Brendan Behan durante la seconda guerra mondiale. Oltre a giocare un ruolo chiave nel rinnovamento della letteratura irlandese contemporanea, scrisse racconti, romanzi e pamphlet di argomento politico o linguistico-politico. Nel corso della sua vita è stato anche giornalista e insegnante di irlandese.
Cré na CilleParole nella polvere, è unanimemente considerato il suo capolavoro.

Il guardiano della collina dei ciliegi | Franco Faggiani

Solo chi chiude tutti i conti con il passato
può riuscire a guardare oltre l’orizzonte
e a perdonare se stesso.

 

Shizo Kanakuri era un ragazzo giapponese nato a Tamana nel 1891. Aveva solo 21 anni quando nel 1912 venne convocato dal suo Paese per partecipare alle olimpiadi di Stoccolma. Era la prima volta che il Giappone portava qualche atleta, e infatti ne portava solo due. Shizo avrebbe partecipato alla maratona, che si sarebbe tenuta il 14 luglio. All’epoca i collegamenti non erano semplici come oggi: Kanakuri partì il 16 maggio in treno da Shinbashi per Tsuruga; da qui si imbarcò per Vladivostok, dove prese la Transiberiana per Mosca; dopo 18 giorni di viaggio, il 2 giugno, arrivò a Stoccolma. Il giorno della gara, il 14 luglio, la temperatura era così alta (circa 32 gradi) che un concorrente perse addirittura la vita, dato che a causa del regolamento non si poteva nemmeno fermare per un ristoro. Shizo non era abituato a tutto quel caldo, e a circa 30 km di percorso (dei 40,2 totali), spossato, vide da lontano una persona in un giardino che gli faceva cenno di avvicinarsi; pensò che, essendo buona la sua posizione, non avrebbe perso molto tempo se fosse andato a bere un po’ d’acqua. Quello spettatore gli offrì un po’ di succo di lampone – secondo altre fonti era succo d’arancia, ma non è importante – lui si sedette un attimo e da quel momento non si seppe più dove fosse finito il maratoneta giapponese. La polizia lo cercò per molto tempo, addirittura in Svezia fu dato per disperso.

Nella realtà Shizo Kanakuri si addormentò sulla poltrona nel giardino dell’uomo che gli aveva offerto ristoro, sparì dalla circolazione per un po’, di sicuro per il disonore (perfino l’imperatore aveva puntato tanto su di lui per dar lustro al Paese), e riapparve qualche anno dopo, quando gareggiò alle olimpiadi del ’20 e del ’24, dove, rispettivamente, arrivò sedicesimo e non classificato (per ritiro). Molti anni dopo un giornalista s’interessò alla storia del maratoneta scomparso, che però era ricomparso, e, dopo essersi fatto raccontare cosa accadde quel 14 luglio, decise, in occasione dei cinquant’anni dei giochi olimpici (quindi nel 1967) di invitarlo a Stoccolma in modo da fargli completare la gara del 1912, riprendendo da dove si era fermato: Kanakuri registrò così il tempo assurdo e incredibile di 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti, 20 secondi e 3 decimi. Nonostante ciò, è considerato il padre della maratona giapponese.

Se questa è la storia reale, Franco Faggiani, nel suo nuovo romanzo che esce proprio oggi per Fazi, Il guardiano della collina dei ciliegi, vola con la fantasia e immagina che la vita di Shizo Kanakuri sia stata diversa e, per certi versi, più interessante e allo stesso tempo riservata. Faggiani ci racconta che il ragazzo, inizialmente confuso anche lui su cosa gli fosse accaduto dopo essersi dissetato, si vergognò così tanto per la delusione data al padre, all’imperatore e a tutto il Giappone, che intraprese un percorso di espiazione prima entrando nella Legione Straniera, dove cambia nome, e poi finendo di nuovo nel suo Paese, ma in un posto dimenticato da tutti. Arriva così in un paesino, dove conosce delle persone che si affezionano a lui e lo assumono come guardiano della collina dei ciliegi, praticamente un bosco di meravigliosi yamazakura, dei quali lui si dovrà prendere cura. Sarà lì che trascorrerà un’enorme parte della sua vita, nascosto e lontano da tutto e da tutti.
La natura offrirà a Shizo moltissimi insegnamenti e soprattutto gli darà moltissimo tempo per riflettere, ma la sua esistenza non sarà fatta solo di serenità, dimenticanza e gioie.

Faggiani, che non conoscevo perché non ho letto La manutenzione dei sensi uscito l’anno scorso sempre per Fazi, è molto abile nella descrizione dei luoghi e allo stesso tempo di fondere atmosfere fisiche e stati d’animo dei personaggi, specialmente del protagonista. Per gran parte della narrazione sembra quasi di trovarsi sulla collina, nella sua piccola dimora o tra quei ciliegi così speciali che sembrano diventare dei giganti buoni, delle divinità da venerare con costanza.

È un ciliegio selvatico delle montagne. Il più resistente al freddo e alla siccità. E anche il più longevo. Il suo tronco può diventare maestoso e salire nel cielo fino a trenta metri; anche lassù in primavera sbocciano i suoi fiori bianchi dai petali di neve. Lo yamazakura, signore, è il gran sacerdote degli alberi.

È tra questi alberi che avviene la vera crescita di Shizo Kanakuri, la sua maturazione spirituale che gli permette di ritrovare se stesso e andare oltre ciò che considera il suo peccato più grande, quello per cui è convinto di dover essere punito. Ma l’isolamento – anche se finalizzato a una redenzione – può diventare una prigione? Può trasformarsi in una punizione? È anche questa la riflessione che il lettore fa, ancor prima che arrivi a farla il protagonista, e che può trasformare nella nostra mente quel luogo di pace in qualcosa da cui bisogna in qualche modo prendere le distanze. In fondo, il cambiamento è alla base della vita di ogni essere umano, ciò che non cambia mai può diventare una condanna all’immobilità.

Fioritura dei ciliegi in Giappone (Fonte: siviaggia.it)

In questo romanzo Faggiani, per l’ambientazione e i personaggi, si avvicina molto a quello stile narrativo giapponese, molto delicato, che fa sembrare sempre tutto leggero, come se la vicenda fosse ambientata in un sogno, che non ha, insomma, quell’esigenza più occidentale di addentrarsi nel pantano dei sentimenti forti e sguazzarci dentro. Ovviamente non del tutto, perché l’autore non fa parte della tradizione letteraria orientale, ma il tentativo è forte e risulta credibile.
Sempre per quanto riguarda l’ambientazione, Faggiani afferma non solo di aver studiato luoghi, abitudini, persone e tradizioni del Giappone e della Svezia, ma di essere stato anche fisicamente a Stoccolma e aver avuto la possibilità di visitare lo stadio olimpico, che oggi è molto simile a com’era nel 1912 – fu inaugurato un mese prima dell’inizio dei Giochi. Sono certa che respirare quell’atmosfera sia stato importante per immedesimarsi in Kanakuri.
Infine, uno spazio importante viene dato alla corsa e al suo significato secondo i giapponesi. Non va considerata solo come una pratica sportiva o un’abitudine salutare, ma in Giappone sembra sia una vera e propria filosofia di vita, qualcosa che permette di rivelare l’essenza dell’essere umano. Di questo ci si accorge soprattutto leggendo la prima parte del romanzo, quella in cui si raccontano i duri allenamenti di Shizo anche (ma non solo) in vista della partecipazione alle olimpiadi: si ha quasi l’impressione che non siano volti a temprare il corpo del ragazzo, ma la sua mente.

Buona lettura!

Titolo: Il guardiano della collina dei ciliegi
Autore: Franco Faggiani
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2 maggio 2019
Pagine: 232
Prezzo: 16 €
Editore: Fazi


Franco Faggiani vive a Milano e fa il giornalista. Ha lavorato come reporter nelle aree più calde del mondo. Ha scritto manuali sportivi, guide, biografie, ma da sempre alterna alla scrittura lunghe e solitarie esplorazioni in montagna. Con il romanzo La manutenzione dei sensi (Fazi 2018), già tradotto in Olanda, vincitore del Premio Parco Majella, del Premio letterario Città delle Fiaccole e finalista al Premio Cortina 2018 e al premio Wondy 2019, ha ottenuto un grande successo di critica e di pubblico.