Una bambina da non frequentare | Irmgard Keun

Devo imparare a prendere la vita sul serio.
Ma com’è che si fa?

 

Quando all’ultima edizione di Una Marina di libri sono passata dallo stand de L’Orma editore sono rimasta folgorata da una copertina rosa molto elegante e curata, come tutte quelle nel loro catalogo. Si tratta di Una bambina da non frequentare, romanzo di Irmgard Keun scritto nel 1936 quando era in esilio ad Amsterdam e pubblicato per la prima volta in italiano nel 2018 con la traduzione di Eleonora Tomassini ed Eusebio Trabucchi. Per L’Orma erano già usciti in precedenza due libri di questa autrice tedesca, Gilgi, una di noi e Doris, la ragazza misto seta, storie con protagoniste donne che furono pubblicate in origine nei primi anni Trenta e costarono alla Keun la censura da parte del regime nazista; questo però non fece altro che accrescere la sua fama, rendendola una celebrità, un caso letterario. Compagna di Joseph Roth e legata ad Alfred Döblin (che la spinse a dedicarsi alla scrittura), ma non celebre grazie ad essi, Irmgard Keun (1905-1982) indagò molto l’animo della donna, soprattutto nel periodo a cavallo della Seconda guerra mondiale, denunciando tutte le contraddizioni dell’epoca. Non fu solo scrittrice ma anche dattilografa, attrice e autrice di reportage e sceneggiature, e da qualche anno è stata riscoperta e riportata all’attenzione del pubblico.

Della bambina da non frequentare non sappiamo il nome, perché è lei a raccontarci le sue disavventure e marachelle, ma sappiamo che ha dieci anni nella Colonia del 1918, una città devastata dalla Prima Guerra mondiale in cui tutto viene ancora razionato, anche se lei fa parte di una famiglia molto per bene. Non è una ragazzina come le altre, non una di quelle bamboline sempre a posto, compite, che fanno fare bella figura ai genitori. Lei fa parte di una piccola banda di monelli chiamata “La masnada dei banditi furiosi” e gioca sempre coi maschi, è una piccola rivoluzione ambulante, in carne ed ossa. Forse non è ancora abbastanza grande da comprendere appieno le motivazioni di certe regole sociali, e quindi queste regole sceglie più o meno consapevolmente di infrangerle tutte o criticare chi invece le segue. Quando in classe la maestra comunica a tutte che la loro amata preside è passata a miglior vita le compagne scoppiano a piangere, mentre lei non solo si rende conto di non aver mai visto la defunta, ma pensa anche che tutti stiano solo facendo ciò che i genitori e gli adulti si aspettano da loro. Solo finzione, insomma, convenzioni sociali che per lei non hanno motivo di esistere. L’unico che la capisce e la supporta è un vicino di casa, che sembra anche capire bene quanto sia dura la vita di un bambino.

È così stupido da parte degli adulti credere che i bambini non abbiano preoccupazioni. Dicono sempre: Ah, l’infanzia spensierata, non tornerà più. Ma un bambino ha di certo molte più preoccupazioni di un adulto.

Irmgard Keun

Fa uno scherzo alla zia Millie (una parente che vive a casa con loro) che mette annunci sul giornale per trovare marito, lancia un teschio in casa della madre di una sua compagna antipatica, fa finta di essere ubriaca per dire la verità perché si rende conto che ai bambini non crede nessuno ma agli ubriachi sì. E tutta questa lucidità che sembra avere una ragazzina di dieci anni cozza con la sua ingenuità: crede che i bambini vengano comprati o regalati, non sa come nascono, anche nel caso della nascita del suo fratellino; pensa che l’amore sia quando ci si tiene stretti tra le braccia; cerca di fare ammalare di scarlattina dei soldati che sperano di essere rimandati a casa, perché la guerra non ha senso e magari invece di combattere basta scrivere una lettera a chi di dovere. E viene persino messa a paragone con una cuginetta che è il suo opposto, Linda, una signorina per bene che non avrà vita facile.

Ogni capitolo racconta una delle varie avventure della protagonista e ci permette di calarci nei panni di una bambina, di adottare il suo punto di vista sulla realtà. Capiremo che in fondo tutto potrebbe essere più semplice di com’è, più sincero, meno artefatto, e anche se la lettura sembra leggera e spesso ironica noteremo che invece ci sono molti spunti di riflessione sulle restrizioni dell’epoca e non solo. Non è il classico libro per bambini con storie divertenti o istruttive, anche se la bambina da non frequentare ha solo dieci anni; anzi, non credo che nei fatti sia per bambini.
Una grandissima scoperta, per quanto mi riguarda!

Titolo: Una bambina da non frequentare
Autore: Irmgard Keun
Traduttore: Eleonora Tomassini, Eusebio Trabucchi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 15 novembre 2018
Pagine: 180
Prezzo: 16 €
Editore: L’Orma

Non sarò mai la brava moglie di nessuno | Nadia Busato

Le persone sono piene di difetti;
lei aveva esattamente quello:
mandava all’aria tutto.

 

Ci sono momenti che sono rimasti nella storia grazie all’arte della fotografia, qualcuno li ha immortalati – per bravura o perché si è trovato nel posto giusto al momento giusto – e sono arrivati fino a noi. È il caso di Evelyn McHale, una ragazza americana che il primo maggio del 1947 ha deciso di togliersi la vita gettandosi dalla terrazza panoramica all’ottantaseiesimo piano dell’Empire State Building. Robert Wiles era un giovane fotografo che si trovava da quelle parti e scattò la foto che fu pubblicata su LIFE e poi passò alla storia col titolo The most beautiful suicide, perché Evelyn cadde sul tetto di una limousine parcheggiata in strada ma niente si perse della sua bellezza: sembra, infatti, addormentata, con i piedi incrociati mentre stringe tra le dita la sua collana di perle. L’unica cosa che fa immaginare l’impatto avvenuto è lo stato della macchina con le lamiere accartocciate. Questa foto fu così importante da colpire persino Andy Warhol che poi realizzò l’opera Suicide: Fallen body.
La ragazza quel giorno era appena tornata da un viaggio a Easton dove era andata a trovare il fidanzato Barry, forse per festeggiare il suo compleanno. Chi l’aveva vista nei suoi ultimi momenti ha detto che non sembrava ci fosse nulla che la turbasse, e chi la conosceva ha affermato che non aveva evidenti motivi per compiere quel gesto. Fatto sta che quella mattina Evelyn si diresse verso l’Empire State Building per suicidarsi, lasciando prima un breve messaggio d’addio:

Non voglio che nessuno mi veda, nemmeno la mia famiglia. Fatemi cremare, distruggete il mio corpo. Vi supplico: niente funerale, niente cerimonie. Il mio fidanzato mi ha chiesto di sposarlo a giugno. Ma io non sarei mai la brava moglie di nessuno. Sarà molto più felice senza di me. Dite a mio padre che, evidentemente,ho fin troppe cose in comune con mia madre.

Nei fatti Barry non fu più felice senza di lei, perché morì a 86 anni senza sposarsi mai. Mentre Wiles, dopo quel giorno non pubblicò mai più alcuna foto.
Il riferimento che Evelyn fa alla madre nel suo biglietto indica che probabilmente sentiva anche lei di avere episodi di depressione come la donna che da un momento all’altro se ne era andata di casa abbandonando la famiglia.

Da una frase nel messaggio di Evelyn prende spunto il libro di Nadia Busato, Non sarò mai la brava moglie di nessuno, che è uscito per SEM il 22 marzo. Ho voluto leggerlo perché le vicende come questa mi colpiscono sempre e poi mi aveva incuriosito tantissimo il parere di persone che seguo con molto interesse. La Busato, in ogni capitolo di questa ricostruzione, ci racconta la storia di un personaggio che è entrato in contatto con la ragazza o che è legato in qualche modo a lei, per finire proprio con Evelyn e il modo in cui ha posto fine ai suoi giorni. Scopriamo, tra le altre cose, come deve essere stata la vita di Helen (la madre) e dei motivi che possono averla spinta a lasciare la famiglia; come John Morissey, un poliziotto che si trovava lì, raccontò i momenti dello schianto; il tentativo di suicidio di Elvita Adams, che però si salvò cadendo sul cornicione del piano inferiore e riportò solo la frattura di un’anca; l’amore per la fotografia del giovane Wiles che poi mise fine lì alla sua carriera o ancora la storia di come delle giovani ambiziose fondarono la rivista LIFE e s’imbatterono in questo scatto fuori dal comune che poi pubblicarono.

«Darà scandalo».
«Farà scalpore. È diverso. Lei si è suicidata. Noi possiamo riabilitarla. Possiamo renderla rispettabile. Solo ci resta da capire se la rispettabilità a cui miriamo sia l’ideale morale emergente di questa nostra epoca o piuttosto un ideale morale con legittime pretese di una ampia lealtà. O entrambe. A ogni modo, l’unica vera sconfitta per noi sarebbe l’assenza di reazioni. Se i lettori restassero indifferente, allora avremmo sbagliato il nostro lavoro».

La foto fissa l’evento in un momento che resterà sempre come un presente bloccato nel tempo, ma quello che nel libro fa percepire più di tutto ciò che è accaduto sono le parole del poliziotto che si è trovato a gestire la situazione, che racconta com’è ritrovare un morto, cosa accade al suo corpo, come arriva a disfarsi, e tutte quelle cose che chi lo sta piangendo non vede, ma delle quali si accorge chi sta facendo il suo lavoro. Un’altra parte importante sono i racconti della sorella a cui è toccato il compito gravoso del riconoscimento della salma all’obitorio. Tutte cose, queste, che stanno a metà tra la realtà e l’immaginazione di Nadia Busato che, all’inizio del romanzo, avverte il lettore che gran parte della sua ricostruzione è avvenuta tramite lo studio di documenti relativi a quel caso (anni di ricerche), mentre il resto è finzione.

Non si tratta di una biografia, almeno non nel suo senso classico. Non sarò mai la brava moglie di nessuno ha il suo punto forte nel modo in cui il lettore riesce a ricostruire quella sorta di puzzle che rappresenta il mistero attorno a una foto. Non scopriamo i reali motivi per cui Evelyn si sia suicidata, né veniamo a sapere tutto della sua vita e di quali turbamenti portasse ogni giorno dentro di sé; ce ne facciamo un’idea, però, e ci sentiamo inevitabilmente più vicini a questa ragazza che rimarrà giovane e bellissima per sempre.

Titolo: Non sarò mai la brava moglie di nessuno
Autore: Nadia Busato
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 22 marzo 2019
Pagine: 255
Prezzo: 16 €
Editore: SEM – Società Editrice Milanese


Nadia Busato lavora nella comunicazione. Collabora con Grazia e il Corriere della Sera. Scrive per il teatro, la radio, il cinema e la televisione. Come autrice ha esordito col romanzo Se non ti piace dillo. Il sesso ai tempi dell’happy hour (Mondadori 2008).

In breve | Sentimento italiano. Storia, arte, natura di un popolo inimitabile | Valerio Massimo Manfredi

Chi mi segue da più tempo – qui o sui social – sa che Valerio Massimo Manfredi è un autore che ho sempre apprezzato tantissimo. Quest’anno è venuto a Una Marina di libri a presentare il suo ultimo lavoro, Sentimento italiano. Storia, arte, natura di un popolo inimitabile, edito da SEM il 7 aprile; io ovviamente ho partecipato con grande felicità all’incontro e sono riuscita a farmi autografare il libro. Manfredi è uno che quando parla affascina, ti trascina nel suo mondo e ti ritrovi ad ascoltarlo a bocca aperta. A me era già successo quando una decina d’anni fa venne a presentare il suo lavoro sulla tomba di Alessandro Magno, tanto che quando mi chiese a chi doveva dedicare il libro non riuscii neanche a ricordarmi il mio nome. Devo a questo autore il grande merito di aver fatto appassionare alla storia una persona come me che ne è sempre stata abbastanza spaventata (anche se credo che quando abbiamo paura di qualcosa non è mai della materia in sé quanto delle verifiche a cui si va incontro a scuola). Al ginnasio la professoressa ci fece leggere qualcosa di suo ed ecco la folgorazione, col tempo ho recuperato quasi tutti i suoi lavori ed eccoci qui con l’ultimo.

Sentimento italiano altro non è che una dichiarazione d’amore di Manfredi al nostro Paese. Non indugia in alcun ambito specifico, anche se il suo territorio sono la storia e l’archeologia, ma spazia parlando di natura, di arte, di storia, perfino di cibo, letteratura e politica per farci capire quanto siamo fortunati ad essere nati e vivere in Italia. Spesso ce ne dimentichiamo, ma le nostre radici sono qui, in un territorio che nessun altro Stato al mondo potrebbe eguagliare per bellezza, passato, monumenti e bellezza. E ciò che definiamo passato non è perso nel tempo, ma vive in noi continuamente, nei nostri dialetti, in ciò che di fisico (l’arte) ci è rimasto, ma in una sorta di eredità immateriale che tutti noi, consapevoli o meno, abbiamo dentro.
Manfredi snocciola aneddoti presi qua e là dal suo vissuto e ce li racconta come un uomo innamorato della sua terra, con lo stupore e la meraviglia di una persona che sa bene da dove viene e quanto sia costato all’Italia diventare quella che è oggi.

Oltre al fatto che è una lettura godibile per chiunque, potrebbe essere particolarmente importante per coloro che s’impegnano ogni giorno a distruggere il nostro Paese e per quelli che sono abituati a sputare nel piatto in cui mangiano. Se tutti amassimo la nostra terra come dimostra di fare Manfredi qui, forse molte cose andrebbero meglio.

Buona lettura!

Titolo: Sentimento italiano. Storia, arte, natura di un popolo inimitabile
Autore: Valerio Massimo Manfredi
Genere: Saggistica
Anno di pubblicazione: 7 aprile 2019
Pagine: 158
Prezzo: 15 €
Editore: SEM – Società editrice milanese


Valerio Massimo Manfredi è un archeologo specialista in Topografia Antica. Ha insegnato in prestigiosi atenei e condotto scavi e spedizioni in Italia e all’estero. Come autore di narrativa ha avuto un grande successo internazionale, vendendo oltre dodici milioni di copie.

Meglio l’assenza | Edurne Portela

Ci sono famiglie in cui crescere è difficile, soprattutto se vivi tra gli anni ’80 e ’90 nei Pesi Baschi, dove la guerriglia è all’ordine del giorno e la violenza, l’eroina, la disoccupazione e i gas lacrimogeni sono cose normali. Amaia Gorostiaga nel 1979 ha cinque anni, ed è da lì che inizia a raccontare la sua storia nel romanzo di Edurne Portela, Meglio l’assenza, pubblicato da Lindau lo scorso 28 marzo nella traduzione di Thais Siciliano. La piccola Amaia cresce in una famiglia agiata, ma da sempre disgregata: il suo aita (papà) Amadeo è un avvocato – almeno è quello che sa lei – e non fa mancare nulla ad ama (mamma) Elvira, a lei e ai suoi tre fratelli Aníbal, Aitor e Kepa. Però aita non c’è mai, o meglio, è sempre via e torna di rado. Quelle poche volte che è a casa la mamma passa il suo tempo a dormire tra il letto e il divano ubriaca e piena di lividi, e i suoi fratelli non rimangono mai nei paraggi.

Dal 1979 al 1992 Amayita ci dà ogni anno un punto di vista diverso sulla sua situazione e su tutto ciò che la circonda, cresce e capisce sempre di più quello che succede. Aita che torna sempre meno a casa e ama che riceve comunque dei soldi da parte sua, che nonostante i maltrattamenti rimane legata a lui; il fratello maggiore Aníbal che entra nel mondo dell’eroina e ne viene fagocitato fino a morirne; Aitor che decide di concentrarsi solo sullo studio e va a studiare filosofia a Madrid e prende le distanze da tutto e tutti; Kepa che è sempre stato un ragazzo poco riflessivo e molto avventato e si unisce alla lotta armata; lei, affidata alla nonna o a casa di qualche amichetta, col suo vecchio coniglietto Buni, con l’imbottitura che viene fuori da tutte le parti.
Amaia, che nell’adolescenza ha sperimentato qualche droga, l’alcool, e che ha avuto le prime esperienze sessuali, a un certo punto non resiste più e va via di casa; è così che si apre uno squarcio nella storia della protagonista e voce narrante, squarcio che viene chiuso con l’inizio della seconda parte del romanzo, in cui si racconta il suo ritorno a casa nel 2009, diciassette anni dopo.

Come fare i conti con ciò che ci si era lasciato alle spalle? Come comportarsi con una famiglia da cui ti eri dovuto staccare per forza per evitare di soccombere? Come convincersi a perdonare un padre che era meglio se non c’era?

Meglio l’assenza di questo padre, forse, che una presenza scomoda e violenta nelle vite della famiglia Gorostiaga. Qualsiasi cosa lui andasse a fare lontano, ovunque andasse. Lui non c’era quando sul muro del loro palazzo spuntavano scritte e insulti contro un padre che faceva la spia per gli spagnoli o un fratello che faceva lo spacciatore. Cose che Amaia non ha capito fin da subito perché la nonna, la donna che aiutava in casa e persino i fratelli le addolcivano la pillola, almeno fino a quando era piccola ed era più semplice mentirle e inventare qualche storiella.
E nonostante l’assenza sono quei pochi momenti in cui Amadeo è presente nella vita della figlia – forse quando lei stessa prova a dargli la possibilità di rimediare ai suoi errori – che lasciano alla ragazza le ferite più profonde, quelle che non riusciranno mai a rimarginarsi, neanche quando ormai adulta diventerà scrittrice e cercherà di mettere nero su bianco la sua storia.

Edurne Portela riesce a scavare nella mente e nell’animo della sua protagonista trasmettendo con esattezza al lettore la confusione, l’incredulità e la paura di una bambina che poi diventeranno la rabbia e la consapevolezza di una donna. L’evoluzione dei pensieri e del punto di vista di Amaia sono rappresentate perfettamente man mano che si va avanti con i capitoli, dedicati ciascuno a ogni anno che passa. Ma soprattutto l’autrice, anche se ci dice fin dalla prima pagina come finirà questa storia, è abile a chiudere il cerchio dopo il crescendo di sensazioni che ha provocato nel lettore e che rendono questo romanzo così incisivo.

Buona lettura!

Titolo: Meglio l’assenza
Autore: Edurne Portela
Traduttore: Thais Siciliano
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 28 marzo 2019
Pagine: 286
Prezzo: 19 €
Editore: Lindau


Edurne Portela – ha vissuto a lungo negli Stati Uniti, dove ha conseguito un dottorato in Letterature ispaniche presso la University of North Carolina. Ha insegnato Letteratura latinoamericana e spagnola presso la Lehigh University (Pennsylvania). Il suo lavoro di ricerca si è incentrato sullo studio della violenza e le sue rappresentazioni nella cultura contemporanea. Ha pubblicato il libro Displaced Memories: the Poetics of Trauma in Argentine Women’s Writings (2009) e vari articoli accademici in cui esamina la relazione tra memoria, testimonianza e produzione letteraria nelle autrici argentine e spagnole che hanno raccontato esperienze di carcere, tortura ed esilio. Negli ultimi anni ha scritto sul conflitto basco in numerosi articoli e in un libro (El eco del los disparos). Dal 2016 risiede a Madrid, dove si dedica completamente alla scrittura, collaborando con quotidiani e periodici.
Il suo libro Meglio l’assenza è stato premiato come migliore opera di narrativa del 2018 dal Gremio de librerías de Madrid.

Maternità | Sheila Heti

Io ero vecchia, le navi erano già salpate,
avevano preso il largo,
mentre io dovevo ancora arrivare alla spiaggia.
La mia nave non l’avevo neanche trovata.

 

Quando sei piccola e dici che un giorno non vorrai avere figli o che non ti piacciono i bambini sono tutti lì a dirti che un giorno cambierai idea, che nascerà in te l’istinto materno, che a un certa età è normale non sentirlo ma che poi diventerai adulta e donna e inevitabilmente sentirai il desiderio di generare una vita. I più romantici ti dicono che proprio quel desiderio sarà il coronamento del sogno d’amore con tuo marito. E se questo desiderio, una volta che sei cresciuta non lo senti? E se invece non fosse per forza frutto dell’amore per il tuo compagno ma un dovere sociale, quello di sposarsi e procreare? Questi sono pensieri che non abbiamo tutte, ma una buona parte di noi donne ci è arrivata almeno una volta nella vita, e di questi tempi forse ci vergogniamo di meno a parlarne. Non siamo più – anche se in tante resistono – nell’epoca in cui siccome sei donna sei costretta a far figli perché il tuo apparato riproduttivo serve a quello e deve essere usato. E anche per questo in letteratura cominciano a sorgere determinati problemi.

Sheila Heti lo scorso anno ha scritto Motherhood, un libro che è stato pubblicato nel 2019 da Sellerio col titolo Maternità, nella traduzione dell’ottima Martina Testa. È un romanzo che affronta il tema dell’essere madre, ma non – in maniera banale – mettendo al centro della storia una donna che vuole andare contro le regole tacitamente imposte dal genere umano e non figliare, bensì rendendoci partecipi delle riflessioni di una donna che a trentasette anni non riesce a capire, non solo se non vuole un figlio, ma neanche perché si pone questo problema, se, cioè, siano certe sovrastrutture a farla dubitare dei suoi desideri. La protagonista si fa tantissime domande, alcune le affida perfino al giochino dell’I Ching, lancia dadi, verrà fuori un sì o un no.

Miles ha detto che la decisione spetta a me: lui non vuole figli a parte quella che ha già avuto, abbastanza casualmente, quando era giovane, che vive con la madre in un altro paese e passa da noi le feste e metà dell’estate.
Se proprio voglio un figlio possiamo anche farlo, ha detto, però devi essere sicura.

Lei è una donna libera, una scrittrice che ha pubblicato sei libri quando sua cugina ha messo al mondo sei figli, ha un compagno, Miles, che non la spinge verso nessuna decisione anche perché lui una figlia ce l’ha già da una precedente relazione. Ha trentasette anni, appunto, e l’orologio biologico ticchetta, lei continua a rimuginarci e nel frattempo il tempo potrebbe scadere, chi lo sa? Poi potrebbe essere troppo tardi. E se invece – si chiede – questo continuo riflettere fosse un modo per temporeggiare, per far sì che il tempo scada e quindi la decisione, in un certo senso, si prendesse da sola?
Le sue elucubrazioni non sono una strada che ci porta ad abbracciare la tesi della donna libera che può anche non sottostare a leggi non scritte e non regalare al mondo un pargolo. Lei stessa non sa cosa vuole, non vuole dimostrare niente, solo giungere a una soluzione. L’unico modo per riuscirci è guardarsi dentro, scavare dentro di sé, con un supporto o da sola, e rendersi conto di cosa ha dentro.
Alla fine giungerà per forza a una decisione, ma la parte più importante del libro non è quella, non ci sono misteri da svelare. Quello che conquista, che fa innamorare delle parole della Heti, è il modo in cui analizza ogni cosa, in cui dal continuo confronto con gli altri (persone con figli, senza, o che hanno trovato altre strade) riesca a vedere meglio se stessa.

Si dice spesso che avere o meno dei figli è la decisione più grande che uno possa prendere. Sarà anche vero, ma al tempo stesso non significa nulla. Le decisioni avvengono nell’intimo della mente. Non sono azioni. Perché in una vita succedano delle cose, bisogna che partecipino altre persone. Bisogna volerlo. Tutta una serie di cose devono funzionare insieme. La vita stessa deve volerlo. Una decisione mentale è ben poca cosa. Non basta a far nascere i bambini. Se non è una decisione mentale a far nascere i bambini, perché passo così tanto tempo a pensarci?

Ho voluto fortemente leggere Maternità perché ne ho sentito parlare molto e il tema mi ha sempre incuriosito, essendo io una persona che sente molto le “costrizioni invisibili” e le aspettative sociali, e che ne soffre. Questo libro porta a riflettere non solo sulla scelta di voler avere figli o meno, ma in generale sull’essere donna e su tutto ciò che ne deriva, cosa che lo rende interessante e importante non solo per il genere femminile, ma anche per un pubblico maschile. Ogni pagina è fonte di ispirazione e il rischio è quello – e infatti mi è capitato – di sottolineare tutto il libro e spargere appunti qua e là.
Sellerio qui ci ha davvero consegnato una chicca.

Buona lettura!

Titolo: Maternità
Autore: Sheila Heti
Traduttore: Martina Testa
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 21 marzo 2019
Pagine: 290
Prezzo: 16 €
Editore: Sellerio


Sheila Heti – nata a Toronto nel 1976, è autrice di una raccolta di racconti e del romanzo Ticknor, tradotto in diversi paesi. È editor presso la rivista di letteratura The Believer, alla quale contribuisce con interviste ad artisti e scrittori, e scrive sul New York TimesThe London Review of Books e altre testate. Ha collaborato con le artiste Leanne Shapton e Margaux Williamson, con quest’ultima segue The Production Front, un progetto di collaborazione e produzione artistica. Con Sellerio ha pubblicato La presona ideale, come dovrebbe essere? (2013), tra i migliori libri del 2012 per il New Yorker, e Maternità (2019), incluso tra le maggiori opere  dell’anno da testate quali il Times Literary Supplement e il New York Times.

L’ultimo rais di Favignana. Aiace alla spiaggia | Massimiliano Scudeletti

Dopo le polemiche sulla chiusura della storica tonnara di Favignana, a causa della scarsità di pescato (sole 14 tonnellate di tonni, con una richiesta di 100), il 5 luglio è uscito in libreria un volume che vede come protagonista una delle figure più importanti di Favignana stessa, ma di tutta la Sicilia e sì, anche dell’Italia: Gioacchino Cataldo. L’editore Bonfirraro ha pubblicato L’ultimo rais di Favignana. Aiace alla spiaggia di Massimiliano Scudeletti quasi come a voler glorificare una personalità che ha dato così tanto alla sua isola che è quasi diventato una figura mitica. Gioacchino Cataldo è scomparso il 21 luglio del 2018, quando qualche tempo prima era addirittura stato inserito nel Registro Eredità Immateriali (Intangible Cultural Heritage secondo il protocollo Unesco) come “Tesoro umano vivente” per la sua conoscenza della tonnara. Nel romanzo è presente anche un mémoir del giornalista Carlo Ottaviani che sul lavoro di Scudeletti dice: «Queste pagine sono sì un romanzo della vita di un uomo non comune, ma anche la storia di una intera comunità nell’evolversi di più stagioni. Irripetibili e quindi prezioso documento».

Per chi non sapesse di cosa stiamo parlando iniziamo col dire che rais in arabo e turco significa “capo” e, mentre in epoca ottomana stava ad indicare il capitano di bastimento, nelle tonnare siciliane definisce chi dirige l’organizzazione tecnica e comanda gli uomini addetti alle operazioni di pesca. Normalmente quest’ultimo è un incarico che si è trasmesso di padre in figlio, ma non è sempre stato così. Il rais – Gioacchino Cataldo ne è stato l’ultimo esempio – è una persona che deve essere dotata di grande personalità e autorità, di sensibilità alle condizioni del mare e intraprendenza; è una persona che deve sapere quando è il momento di agire e deve capire rapidamente come farlo. Il raissato è mito, dice qualcuno, e sembra essere proprio così, dato che, senza andare troppo indietro, Cataldo era una persona ammirata da tutti, di grande impatto.

[Fonte: SicilyMag]

Scudeletti però indietro ci va e ci racconta anche chi sono stati gli altri rais fin dal 1941, facendoci vedere anche come, insieme a loro, è cambiata e si è evoluta la storia di un popolo intero per cui la mattanza era fonte di guadagno e che anzi considerava questa pratica un vero e proprio rito. Sono cambiate tante cose negli anni, alla fine sono perfino arrivati i giapponesi a prendersi questi tonni con l’incalzare della moda del sushi e delle nuove tendenze. Ma quella di cui parliamo non è una biografia, Scudeletti fa parlare lo stesso Cataldo e permette a noi lettori di entrare nella sua anima, di vedere cosa deve aver provato vedendo la modernità che travolge il sogno e la tradizione, cosa deve aver significato per una persona come lui essere l’ultimo – senza speranza alcuna che poi un altro gli succedesse – detentore di una saggezza legata al mare. Quando è scomparso la sua Favignana lo ha pianto a lungo, e non solo lei.

Apprezzo moltissimo il lavoro che con questo libro Bonfirraro ha fatto soprattutto per mantenere vivo il legame con la sua terra, la Sicilia, e anzi cercare di portar fuori dai nostri confini d’isola una cultura e una tradizione che forse in altri luoghi sono sconosciute. Confesso che anch’io – anche se non ne ero completamente all’oscuro – non sapevo troppo del raissato, della mattanza o delle cialome, ma mi è servito tanto e credo servirà a molti altri affinché queste leggende, queste figure quasi mitologiche rimangano nella memoria di tutti.

Titolo: L’ultimo rais di Favignana. Aiace alla spiaggia
Autore: Massimiliano Scudeletti
Genere: Romanzo/Biografia
Anno di pubblicazione: 5 luglio 2019
Pagine: 176
Prezzo: 16,90 €
Editore: Bonfirraro


Massimiliano Scudeletti – Dopo gli studi si dedica alla realizzazione di documentari e spot televisivi prima come sceneggiatore, poi come regista. Nel passaggio tra analogico e digitale abbandona l’attività e si ritira a gestire un’agenzia assicurativa che opera prevalentemente nella comunità cinese. Continua a viaggiare nel Sud-Est asiatico. Compiuti i cinquant’anni, decide di lasciare il mondo assicurativo per dedicarsi completamente alla cultura tradizionale cinese e alla scolarizzazione di adulti immigrati. A febbraio 2018 pubblica il suo primo romanzo Little China Girl con protagonista Alessandro Onofri. Little China Girl ha vinto il premio Emotion al Premio letterario città di Cattolica 2019. È stato finalista al premio Tramate con noi di Rai Radio1. Nel giugno 2019 è uscito Dove erano le isole in collaborazione con Paolo Ciampi e Arnaldo Melloni. L’ultimo rais di Favignana, Aiace alla spiaggia è il suo ultimo romanzo.