Planimetria di una famiglia felice | Lia Piano

Tanto ormai lo sapevo:
da fuori, casa nostra non si capiva.

 

Una delle ultime novità che ci ha presentato Bompiani (parliamo di fine agosto) è l’esordio nella narrativa di Lia Piano, figlia dell’architetto Renzo, con Planimetria di una famiglia felice, un romanzo fresco e pieno di tenerezza che, confesso, mi ha conquistato subito. Non amo riferirmi a qualcuno come “parente di”, ma in questo caso, oltre al fatto che Lia nella vita gestisce la Fondazione Renzo Piano, bisogna dire che il libro parla proprio della sua famiglia. Non del tutto perché autobiografia e invenzione si fondono, ma c’è comunque una buona dose di realtà: «le immagini sono tutte vere, ma fatti e personaggi sono frutto della fantasia».
Nana, come la chiamano tutti, è la protagonista di questa storia – o ricordo d’infanzia, chissà – forse una piccola Lia che a sei anni, dopo aver vissuto con tutta la famiglia in tre nazioni diverse, si trasferisce a Genova in una grande casa che, in fondo, è uno dei personaggi del libro. C’è un papà che disegna il mondo, progetta e costruisce una barca nel seminterrato (forse sarà difficile poi tirarla fuori); una mamma che fa risuonare i tacchi per casa; due fratelli maggiori, Marco e Gioele (lui balbetta ma nessuno lo aiuta in modo serio) che crescono prima di lei e sembrano un po’ strani; Concepita Maria, una donna del Sud che parla più in dialetto calabrese che in italiano e non sa leggere, anzi impara a scrivere il suo nome insieme alla bambina. C’è Pippo, il loro primo cane, mascotte della famiglia che va a prendere ogni giorno Nana a scuola, e poi altri tre cuccioli di pastore tedesco, uno per ogni figlio, e rane, e galline, e pulcini.

Quella di Nana è una famiglia che ha poche regole e per questo vive e cresce libera. Ognuno segue le sue inclinazioni e i propri desideri, appendono cartelli che recitano “vietato vietare“. Un giorno il papà indice addirittura un concorso a squadre per la progettazione e costruzione di un pollaio accanto alla casa, a cui Nana parteciperà insieme a Pippo. La casa deve essere un nido felice e rispecchiare l’animo di chi ci abita, e chi dice che non possa essere ricoperta di libri per tutta la sua lunghezza? Ecco che allora costruiscono uno scaffale lungo 307 metri perché i libri possano essere in tutte le stanze. All’improvviso però piomba in casa un’assistente sociale che cerca di domare quel caos e di dare delle regole a tutti, soprattutto ai ragazzi – una stava iniziando a frequentare la Chiesa, uno era alle prese con la prima delusione d’amore e l’altro ne aveva appena superata una che non gli aveva fatto troppo male.

Se non aveva un senso per lei, allora non aveva senso. Noi eravamo abituati al contrario, sguazzavamo nell’insensatezza.

In Planimetria di una famiglia felice non c’è una vera e propria trama, è un insieme di ricordi e avventure familiari di Nana, che ci racconta la sua infanzia con gli occhi di una bambina che spesso non si rende conto di come vanno le cose. Non riesce a capire quando i fratelli stanno crescendo e sperimentano i primi amori, non capisce gran parte degli sproloqui di Concepita Maria (personaggio spassosissimo e forse un po’ troppo caratteristico di donna del Sud negli anni ’70), non capisce nemmeno perché l’assistente sociale s’impunti così tanto a distruggere quella che per loro è la felicità domestica misurando tutte le loro azioni con un determinato numero di punti esclamativi su un quadernetto.
È il racconto ironico e piacevole di una famiglia molto unita ma del tutto fuori dagli schemi, una famiglia che non si annoia mai e per cui la normalità è solo noiosa.

Buona lettura!

Titolo: Planimetria di una famiglia felice
Autore: Lia Piano
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 28 agosto 2019
Pagine: 160
Prezzo: 15 €
Editore: Bompiani


LIA PIANO è nata a Genova nel 1972, terza di tre fratelli che poi diventeranno quattro. Laureata in lettere, dal 2004 si occupa della Fondazione Renzo Piano. Oggi vive e lavora in moto perpetuo fra Parigi, Genova e qualsiasi altro luogo del mondo. In attesa di radicare, ha scritto il suo primo libro.

Santi, poeti e commissari tecnici | Angelo Orlando Meloni

Si sa che per noi Italiani il calcio non è semplicemente uno sport, ma quasi una ragione di vita, una religione; e mi ci metto dentro anch’io che fino a qualche anno fa lo seguivo in maniera quasi ossessiva, prima di darmi un po’ una calmata. Ci perdiamo allegramente in questo bailamme di acquisti, retrocessioni, campionati, scandali e pasticci di vario genere e sì, forse ci piace anche così. In Santi, poeti e commissari tecnici, uscito ad aprile per Miraggi edizioni, troviamo sei racconti in cui l’autore, Angelo Orlando Meloni, narra in maniera semiseria quello che spesso accade di nascosto (e non) in quel mondo sportivo che amiamo così tanto.
Il primo racconto è quello che dà il nome all’intera raccolta e al centro della storia troviamo la Vigor, squadra di Vezze Sul Mare, che fin dalla fondazione non ha mai vinto una partita e neanche è mai stata retrocessa, pur arrivando sempre ultima, perché dopo di essa c’è il nulla, non ci sono serie minori. L’allenatore, ormai abituato a quella solfa, inizia ad essere contattato dal parroco del paese che gli dà dei consigli sulla formazione che gli arrivano “dall’alto”, consigli che poi messi in pratica sembrano anche funzionare. E quando arriva il momento di giocare contro l’A. S. Marina, la squadra del comune gemello, Marina di Vezze, l’ansia sarà alle stelle, anche perché ci si aspetta quell’intervento dal cielo. Ma come finirà? E che c’entra la statua della beata Serafina?

Meloni in questi racconti prende ciò che di più strano e anche torbido c’è nell’ambiente calcistico e lo esaspera, trasformando la scaramanzia e la religione in una vera e propria fiducia nei confronti di una statua che tutto può risolvere e che realizza anche l’impossibile. Ma in altri casi porta alle estreme conseguenze uno scambio di favori, che diventa una serie di pasticci a catena in grado di far collassare tutte le squadre coinvolte e fallire il campionato intero (Il campionato più brutto del mondo).
Ma c’è anche un ex divo del pallone che medita vendetta con chi, anni prima, l’ha fatto scendere dal piedistallo e cadere nel dimenticatoio, o ancora un ragazzino che, pur essendo bravissimo a giocare, non viene mai messo in campo perché figlio di un tizio stravagante, e anzi a lui viene preferito un altro che ha il papà avvocato che pressa il presidente (Ode al perfetto imbecille).

I racconti di Angelo Orlando Meloni hanno un sapore tragicomico, sono quelle storie in cui l’umorismo non è fine a se stesso, ma lascia un retrogusto amaro sulla base del quale iniziamo a riflettere su questo pazzo mondo sportivo. L’autore parla di piccole cose, squadre di piccoli comuni, ragazzini che non vengono premiati ma anzi messi da parte, e lo fa per raccontare, quasi guardandole al microscopio, le ingiustizie, la tristezza e i problemi di un sistema che molte volte è malato in ogni sua parte. In effetti è proprio questo che l’umorismo, se usato in maniera intelligente fa: denunciare.
L’autore dichiara altrove che «In Italia la vera religione è il calcio. I miei personaggi sono perdenti con un cuore grande», e forse il problema è proprio che si prende tutto troppo sul serio. Lui porta alle estreme conseguenze questi comportamenti e ci regala una carrellata di storie che non sono solo per chi ama il calcio, ma possono essere benissimo lette da tutti, anche se probabilmente chi ha una maggiore preparazione in materia vi rintraccerà qualche collegamento interessante o troverà tra le righe qualcosa che ricorda vicende più note.

Buona lettura!

Titolo: Santi, poeti e commissari tecnici
Autore: Angelo Orlando Meloni
Genere: Racconti
Anno di pubblicazione: 29 aprile 2019
Pagine: 188
Prezzo: 16 €
Editore: Miraggi edizioni


Angelo Orlando Meloni è nato a Catania e vive a Siracusa, dove lavora nella libreria storica della città. Ha scritto i romanzi Io non ci volevo venire qui e Cosa vuoi da grande, pubblicati da Del Vecchio Editore, e La fiera verrà distrutta all’alba, Intermezzi editore.

Rosamund (La famiglia Aubrey, vol. 3) | Rebecca West

«M’infastidisce vedere che le cose accadono
e poi scivolano via
e noi non possiamo più metterci le mani sopra».

 

Oggi esce in libreria Rosamund di Rebecca West, ed è arrivato il momento di salutare anche la trilogia della famiglia Aubrey (pubblicata da Fazi con la traduzione di Francesca Frigerio), la storia di quegli artisti squattrinati che avevamo seguito mentre cercavano di sbarcare il lunario con la vendita di qualche mobile appartenuto a qualche lontano parente e che, intanto, continuavano a studiare musica seguendo la loro inclinazione (la madre, Clare era un’ex pianista di fama). Nel secondo volume li abbiamo lasciati poco dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, quando la tranquillità di una famiglia diversa dalle altre ma molto unita viene inevitabilmente turbata dal caos. Gli Aubrey subiscono qualche perdita, Clare e Richard Quin non ci sono più e si avverte quel germe della distruzione di quel piccolo nucleo sicuro e felice, distruzione che in questo terzo capitolo della saga raggiunge una dimensione sempre più ampia. La storia è sempre narrata in prima persona da Rose, gemella di Mary, che attraverso i suoi occhi ci permette di vedere tutti i cambiamenti che nel bene e nel male sconvolgono la sua famiglia con il timore che quell’antica felicità possa andare perduta per sempre.

Adesso siamo negli anni Venti, Mary e Rose sono diventate due pianiste molto importanti che conducono una vita da celebrità: girano l’America per tenere concerti, vanno negli alberghi migliori, hanno ottimi contatti e moltissime conoscenze e sono acclamate dal pubblico. Ma ciò che pone un freno alla loro gioia è proprio il pubblico; si rendono conto che molti di quelli che le seguono sono persone poco o per nulla educate alla musica, sono volgari, sembra che addirittura fingano di amare l’arte perché è un requisito per far parte di una società di un certo tipo. Il pubblico non capisce, non si cala nella bellezza della musica, non prova le emozioni che dovrebbe provare, e questo, soprattutto in Rose, crea un disagio esistenziale che a un certo punto la porta a pensare di abbandonare tutto. Ma è solo un momento di confusione, perché in realtà non capisce cosa vuole e deve far chiarezza tra i suoi sentimenti (proprio perché ce n’è uno nuovo che non comprende ancora: l’amore).

Guardo il pubblico e penso a quanto è detestabile e ho paura che possa correre sul palco e trascinarmi con sé e perdo la testa dal disgusto.

Ci si aspetta che in un romanzo intitolato Rosamund la figura centrale sia proprio Rosamund, la cugina delle ragazze Aubrey, ma così è e non è allo stesso tempo. Non sappiamo tutto ciò che accade alla ragazza, ma scopriamo che improvvisamente lascia il suo lavoro da infermiera – una cosa che amava tanto fare – per sposare Nestor, un uomo ricco e volgare che non si addice per niente a una ragazza moralmente (e non solo) superiore a tutti loro. Rosamund è stata sempre considerata da Rose e Mary come un essere al di là delle bassezze, una che come Richard Quin riusciva a capire le persone, a vederne le intenzioni e ad avere una visione più ampia della vita e dei sentimenti. Il fatto che se ne sia andata via con un uomo così terribile è uno shock per tutti: nessuno ne capisce il motivo, ma nessuno, per amore della ragazza, riesce a dire apertamente che potrebbe averlo fatto per interesse.
Nonostante questo passaggio della vita di Rosamund (e, di riflesso, delle Aubrey) occupi una piccola parte del libro, la presenza della cugina sembra che pervada ogni pagina: Rosamund c’è sempre, nei pensieri e nel cuore di tutti, ovunque sia, magari in Australia o chissà dove in viaggio col marito.

«Perché non ammetterete mai che io ero l’unica a casa ad aver sempre dimostrato buon senso riguardo alle cose? Ho sempre avuto ragione su tutto, e avevo ragione su Rosamund. Mi aspettavo proprio che lei facesse una cosa simile».
Poi sbottò nuovamente: «Non vi vergognate? Non vi vergognate di averla sempre anteposta a me?».

Cordelia sembra essere l’unica a non essere turbata dal comportamento della cugina e dopo il matrimonio di Rosamund ha la sua piccola rivincita sulle sorelle che l’hanno sempre messa da parte a favore dell’altra, solo perché non aveva doti particolari e non è mai stata davvero parte della famiglia.
Mary invece sembra ad ogni pagina sempre più lontana da Rose, le due si accorgono di non essere più uguali come una volta, anche i loro gusti sono ormai diversi, alla soglia della mezza età. Tutti i membri della famiglia sembrano alla deriva, l’unico posto di ritrovo è il Dog and Duck, il pub sul Tamigi dove sono tutti insieme, con Len, Milly, Lily, Queenie e il signor Morpurgo, personaggio che fin dal primo volume ha vegliato su questa famiglia da quando Piers è scomparso. Fuori da quella piccola cerchia di amore e comprensione, Rose (e chissà, forse anche Mary) si sente incompresa, bistrattata o fintamente adulata. Ma non sa ancora che qualcosa di bellissimo la sta aspettando.

Devo confessare che questo capitolo conclusivo della trilogia della West mi è sembrato un po’ più lento rispetto agli altri, l’ho trovato meno pieno di eventi ma più denso di ragionamenti, considerazioni e dialoghi. Non c’è più quell’atmosfera un po’ magica che era parte della storia, se non nei ricordi di Rose, ma non lo vedo tanto come una perdita di brio del romanzo quanto come il passaggio definitivo della protagonista (e dei protagonisti) all’età matura. È finita la magia, adesso comincia la realtà.
Con l’eleganza descrittiva che abbiamo già avuto modo di conoscere nei precedenti volumi, Rebecca West ci racconta un cambiamento – non la conclusione di una storia, come potrebbe sembrare – che non è solo temporale (dal primo dopoguerra alla crisi del ’29), ma riguarda soprattutto l’interiorità di tutti i personaggi. Le ragazze smettono di essere bambine, smettono di aggrapparsi l’una all’altra e iniziano a vivere ognuna la propria vita. Questo lo si nota anche nel modo diverso che ha la voce narrante di ricordare il passato o di raccontarlo agli altri, di interpretarlo. Il significato delle cose e degli eventi cambia, man mano che ci si allontana da essi. Una nuova vita, dunque.

Con l’augurio di una buona lettura vi segnalo anche la campagna sconti di Fazi: fino al 5 ottobre c’è uno sconto del 25% su tutto il catalogo, e ci sono moltissimi titoli interessanti, tra cui proprio la saga della famiglia Aubrey!

Titolo: Rosamund
Autore: Rebecca West
Traduttore: Francesca Frigerio
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 12 settembre 2019
Pagine: 422
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi